L'incanto della Strega, Capitolo 1

di
genere
tradimenti

E' la prima volta che scrivo un racconto di questo genere, soprattutto in flashback e dark erotico fantasy.
La vicenda tratta dalla mia storia personale con il mio ragazzo arricchita un pò.
spero vi piaccia.

Alessio chiuse la porta del bagno delle donne dietro di sé e si ritrovò faccia a faccia con lei. Naomi. Una ragazza dai capelli mogano scuro che le scendevano sulle spalle tatuate, labbra carnose pitturate di nero lucido come la pece, occhi delineati di nero fumo e un seno mostruoso che sembrava sul punto di esplodere dal vestitino verde scuro aderente. Il tessuto era tirato così forte sulle tette che i capezzoli si disegnavano chiari sotto la stoffa, e il corsetto a cinturoni neri che le stringeva la vita, riducendola esageratamente, spingeva ancora di più in fuori quel culo tondo e pesante.

Ero già davanti allo specchio quando lui è entrato. Alessio. Il telefono mi è scivolato quasi di mano mentre lo vedevo avvicinarsi da dietro. Non ho fatto in tempo a dire una parola che mi ha già afferrata per la gola e mi ha costretta a guardarmi. Le sue mani mi hanno abbassato di colpo il vestitino dalle spalle e le mie tette sono uscite fuori, pesanti, gonfie, i capezzoli già duri e rosati.

«Cazzo. Sei davvero come ti desideravo. Ha fatto un bel lavoro col tuo corpo. Sei fatta apposta per me.»

Ho sentito il suo cazzo premermi contro la schiena. Dio, quanto era grosso e caldo anche attraverso i pantaloni. Mi sono spinta indietro, cercandolo.

«La Strega mi ha parlato di te», ho sussurrato con voce già rotta. «Ha detto che mi avresti trovata e che mi avresti rotta. Che mi avresti riempita finché non sarei riuscita più a camminare.»

Mi ha alzato il vestito dalle cosce fino sul corsetto e mi ha letteralmente strappato il perizoma. Le sue dita, affusolate, belle come quelle di un pianista, mi sono entrate dentro senza preavviso. Una, due, tre. Ho gemuto forte, appoggiandomi al lavandino senza rimorso. Volevo essere sua. Quanto lo avevo aspettato, e ora che era lì mi sentivo completa. Mi sentivo sua.

«Ahhh, sì, ti prego, spingi. Mi fai godere, non fermarti.»

Improvvisamente mi sono sentita vuota. Mi è mancato il fiato, come se fossi stata abbandonata. Poi l’ho sentito: il suo cazzo, caldo, grosso, pesante, la cappella già umida che mi sfregava tra le labbra della mia sudicia fica. Mi ha afferrato i fianchi e mi è entrato dentro con una sola spinta.

«AHHH! CAZZO!»

Mi ha aperta tutta. L’ho sentito scivolare dentro centimetro dopo centimetro, fino in fondo, fino a quando le sue palle non hanno sbattuto contro il mio piercing sul clitoride. Era enorme. Nulla a che vedere col cazzetto del mio ragazzo. Mi riempiva così tanto che non riuscivo a respirare. Ha iniziato a scoparmi. Forte. Ritmico. Come un toro che monta la sua vacca.

E io, in quel momento, ero eccitata come non mai. Sentivo quel cazzo gigante che mi slabbrava tutta, violandomi la fica senza pietà, piegata in un bagno pubblico sul lavandino, mentre spinte possenti mi toglievano il fiato ogni singola volta che mi entrava tutto dentro. Ero lì, una vacca, con l’anello di fidanzamento al dito, mentre la mia fica grondava di umori, gocciando a terra tra i miei tacchi. Ogni spinta era secca, profonda, potente. Il suono umido della mia fica che lo inghiottiva riempiva il bagno. Le mie tette sbattevano contro il bordo del lavandino a ogni colpo.

«Sì, sì, sì, così. Più forte. Sì, più forte. Sento il tuo cazzo che mi apre tutta. Ahhh. Cazzo sì.»

Lui non rallentava. Non cambiava ritmo. E io stavo impazzendo. Continuava a pomparmi con quella stessa violenza animale, le mani che mi schiacciavano le tette, le dita che mi strizzavano i capezzoli.

«Guarda come prendi il mio cazzo, puttana!»

«Sì! Sono una puttana! La tua puttana! Oddio, lo sento così in fondo, mi stai sfondando. Dio, sì.»

Il piacere saliva. Ogni colpo mi faceva rantolare di piacere, come una troia che sbuffa e mugola indifesa mentre viene fatta a pezzi dall’orgasmo che stava per arrivare come mai prima d’ora. La sua cappella mi sbatteva dentro contro la cervice, e ogni volta un brivido caldo mi partiva dalla pancia per salirmi lungo la schiena.

«Più forte. Non fermarti. Scopami come una cagna. Sì, sì, così. Di più. Così, sì.»

Volevo urlare, ma non potevo. Sicuramente qualcuno sentiva, fuori dal bagno, i miei incitamenti da troia, con il classico suono di accompagnamento di lui che mi sbatteva il suo addome sul mio culo. Le spinte diventavano più serrate, più rapide. Il suono delle sue palle che mi sbattevano contro era osceno. La mia fica faceva schiocchi umidi a ogni penetrazione.

E nel mentre, da brava puttana, ho pensato a lui. Al mio ragazzo. Al mio promesso sposo. Alessandro: un ragazzo dolce, premuroso, che pensava sempre a me, che non mi ha mai fatto mancare nulla nella vita in quattro anni. Al modo in cui mi baciava la fronte dopo che avevamo finito, e che quando facevamo l’amore era gentile, entrava piano, stava sempre attento a non farmi mai male. E cazzo. Cazzo! Non mi riempiva così, con quel cazzetto piccolo. Non mi fregava più di niente. Al futuro che avevamo pianificato. Alla famiglia. Alle cene. Alle promesse. Tutto mi è apparso così lontano. Debole. Inutile.

Mentre Alessio mi sfondava, mi sono vista da fuori. Ero una gotica puttana piegata sul lavandino, il culo in alto sui tacchi, le tette enormi strette nelle mani di un altro uomo, la testa abbandonata all’indietro sulla sua spalla, la bocca aperta a gemere, gli occhi socchiusi, bianchi. Il cazzo enorme che entrava e usciva dal mio corpo, dalla mia fica ormai rovinata, facendola schioccare umida a ogni colpo.

«Sì. Più forte. Ti prego. Aprimi.»

Non l’avevo mai sentito prima. Quel bisogno. Quella fame. Volevo che mi sborrasse dentro. Volevo sentirlo caldo e denso che sbatteva contro il fondo della mia fica, cercando di entrare nel mio utero per poi riempirlo con la sua sborra bollente. Volevo essere marchiata. Volevo che ogni centimetro di quella fica portasse il suo odore, la sua forma, il suo seme, il suo segno.

«Sono tua», ho gemuto, la voce spezzata dai colpi che mi assestava. «Sono la tua puttana. La tua schiava, mio signore.»

Non m’importava più di niente. Non della famiglia. Non del ragazzo. Non delle promesse. Volevo lui. Volevo quel cazzo. Volevo essere usata. Volevo essere uno sborratoio caldo e stretto solo per lui, finché non avessi più potuto camminare dritta.

In quel momento ho ripensato alle parole della Strega: «Questa per te sarà una maledizione. Questo tuo corpo così voluttuoso, così sensuale, scatenerà in te un legame con un altro uomo. Non il tuo ragazzo, ma colui che ti farà desiderare di non camminare più dritta.»

«Sfondami», gli ho sussurrato, con la testa ancora sulla spalla, inclinata verso il suo orecchio come una micetta in calore che alita dolcemente. «Riempimi. Marchiami. Sono tua, solo tua.»

Lui ha iniziato a scoparmi senza pietà. Sentivo la fica aprirsi sempre di più intorno a quel cazzo maestoso.

«Lo sento. Lo sento tutto. Mi stai per riempire, vero? Sì, fallo, sto per venire.»

Ha preso una mano e me l’ha portata sul collo, facendo aderire la mia schiena al suo petto, soffocandomi e bloccandomi la testa sulla sua spalla; l’altra mano sulla mia tetta, che faceva fatica a tenere, straripando dalla sua stretta. Il piacere è esploso.

«AHHHH SÌ! VENGO! CAZZO, VENGO! VENGO SUL TUO CAZZO!»

La mia fica si è contratta a ondate, stringendolo forte, e ho squirtato. Un getto caldo e chiaro mi è uscito fuori con forza, bagnandomi le cosce e il pavimento. Continuavo a venire senza sosta mentre lui mi scopava sempre più forte, sfruttando le mie contrazioni.

«Oddio, non fermarti. Ti prego, sborrami dentro. Sborra. Oddio, vengo ancora.»

Alessio non si è fermato. Ha continuato a montarmi come un animale in calore, spingendomi contro il lavandino, col cazzo che mi sfondava senza remore, mentre io ero in preda agli spasmi, aggrappata al lavabo e sorretta dai fianchi da lui, priva di forze. Squirtavo ancora, i gemiti che mi uscivano dalla gola rochi e spezzati.

«Sì, sì, sì, sborrami.»

Mi ha afferrata più forte. Le dita mi stringevano i fianchi fino a farmi male e il ritmo è diventato selvaggio. Mi sbatteva così forte da farmi male, senza controllo. Ogni spinta mi apriva di più; la cappella che batteva contro la cervice mi levava il respiro. Le pareti bruciavano di piacere e di sforzo, il piercing sul clitoride pizzicava a ogni mio tocco. Il piacere saliva da una profondità che non conoscevo. Non era solo nella fica. Era più in basso, più dentro, un calore che partiva dall’utero e si diffondeva nel ventre, nelle cosce, fino a farmi vibrare tutta. Ogni spinta lo alimentava. Ogni volta che lui mi sfondava fino in fondo, quel calore cresceva, diventava più bruciante, più urgente.

«Sto per.»

Non avevo più forze neanche per parlare: ero venuta troppe volte. La fica si è contratta di nuovo a ondate violente, con una forza che non sapevo di avere, stringendolo, succhiandolo, e ho squirtato di nuovo. Un getto lunghissimo mi è uscito con forza mentre lui continuava, come un bastardo che punisce la sua troia, a pomparmi. Il piacere di quel getto senza fine mi ha fatto piegare la schiena, con la testa all’indietro e un gemito roco che mi usciva dalla gola senza controllo.

Poi l’ho sentito. Il suo corpo si è irrigidito dietro di me. Un ruggito basso. E poi i primi getti. Caldi. Densi. Corposi. Li ho sentiti entrare. Il primo ha colpito direttamente la cervice e ha superato l’ostacolo, scivolando dentro l’utero. Un calore improvviso, invasivo, che mi ha fatto aprire ancora di più la bocca in un gemito lungo, ad alta voce. Il secondo e il terzo sono arrivati uno dopo l’altro, riempiendomi, spingendosi più a fondo, gonfiandomi dentro.

«AHHHHH! CAZZO! LA SENTO! Sì! La sento entrare!»

Ogni getto era una spinta calda e densa che mi riempiva. Sentivo la sborra accumularsi, viscosa, liquida, facendomi sentire piena in un modo mai provato. La mia fica continuava a contrarsi intorno al cazzo, come se volesse succhiare ogni goccia. Il piacere non si fermava. Mentre lui mi sborrava dentro, l’orgasmo si prolungava, ondata dopo ondata. Mi sentivo calda dentro, sentivo il peso di tutto quel liquido nel mio utero, sentivo come mi marchiava. Io non riuscivo a fare altro che gemere, la voce spezzata, mentre venivo e venivo ancora, con quel cazzo conficcato fino in fondo e la sua sborra che mi riempiva, iniziando a colarmi fuori. Ero piena. Ero sua. E non volevo altro.

Mi sono accasciata contro il lavandino, ansimante; la fica pulsava ancora intorno al suo cazzo, piena, devastata. Ho alzato gli occhi e mi sono vista. No. Non è possibile. No, così no. Cosa ho visto? Ero felice. Vedevo una nuova me stessa, quella che ho sempre voluto essere. Sentirmi libera e, allo stesso tempo, di qualcuno, come se gli appartenessi. Così ho guardato Alessio, il mio signore, negli occhi, attraverso lo specchio, e ho capito che lui non aveva ancora finito.

Ho ripensato subito all’anima gentile del mio promesso sposo, ma nello stesso istante ho sentito un rivolo di sborra colarmi dalla fica tappata, lungo la coscia, fino al ginocchio. Una scossa enorme mi ha attraversato il corpo. Ero davvero diventata una puttana che si eccitava per questo. Mi sono girata, facendolo uscire dalla fica; mi ha dovuto sorreggere perché non riuscivo a stare in piedi, e l’ho baciato. Anche il bacio mi faceva godere. Assurdo.

Mi sono accasciata a terra con le gambe stese e larghe, la schiena contro il mobile del bagno, seduta sul mio squirt. Sentivo la sborra uscire, colando densa a terra, formando un guazzetto sul pavimento dove era poggiata la mia fica slabbrata, e ogni volta che ne usciva un po’ di più un brivido mi risaliva dalla pancia. Mi sono guardata intorno: avevo fatto un lago. I miei lunghi getti durante gli orgasmi avevano creato un rigagnolo che si estendeva dal lavabo e oltre la porta d’ingresso del bagno. Ma non m’importava. Che le altre donne lo vedessero. Oh sì, dovevano entrare e trovarmi così, davanti a lui, a terra, devastata nell’anima e nel corpo. Così ho alzato lo sguardo e davanti al mio viso c’era il suo cazzo. Ancora duro. Lucido. Coperto dagli umori della mia fica e della sua sborra. La cappella era rosa scuro, gonfia, e dal piccolo foro usciva ancora un filo bianco, denso, che gli colava lungo la vena.

Ho allungato la lingua. Povero Alessandro. Io non gli appartenevo più. Io non lo volevo più. Ho schiuso le labbra nere da gotica e, sì, Alessandro. Amore mio. L’ho preso in bocca.

Continua.
scritto il
2026-09-10
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