Lo strano caso di Kevin Miller
di
passodalfiume
genere
incesti
Nelle cuffie del Walkman di Kevin, i Nirvana stavano urlando tutta la loro rabbia adolescenziale, ma nella testa del ragazzo la musica era solo un debole scudo contro la realtà. Era l'antivigilia di Natale nei primi anni '90. Fuori dalla sua finestra, i sobborghi benestanti della borghesia americana erano ricoperti da una coltre di neve perfetta, immacolata e, per Kevin, incredibilmente Tediosa.
Quella noia, quella normalità borghese il ragazzo la combatteva con tutte le sue forze, la sua camera era il manifesto di quella battaglia: nei suoi colori scuri, tra il marrone della carta da parati , il rosso scuro della moquette che ne copriva il pavimento, con il soffitto coperto da bandiere di nazioni ribelli. Era una manifestazione del Caos che viveva dentro di lui, una vera e propria dichiarazione di guerra allo stile impeccabile del resto della casa, del mondo borghese del suburban, costellato di villette tutte uguali abitate dalle tipiche famiglie americane, con vite che sembravano fatte di plastica ai suoi occhi, dove era costretto a vivere.
La camera di Kevin era uno squarcio, disperato, verso un'altra realtà. Le pareti erano un collage caotico che raccontava alla perfezione il fervore anarchico dei suoi anni.
Da un lato c'erano i poster di atleti di BMX, l’unico sport che realmente seguiva, di rock, cimeli di una rivoluzione musicale appena esplosa: lo sguardo tormentato di Kurt Cobain, il logo a proiettile dei Guns N' Roses, una locandina strappata di un concerto dei Pearl Jam e cartelli ,autostradali divelti dai loro supporti e appesi al muro. In mezzo a quel disordine spiccava anche il poster, strappato dal muro del cinema locale, di Star Wars: Una Nuova Speranza. per lui Luke Skywalker non era un semplice personaggio del cinema, ma l'incarnazione del ribelle che si rivoltava contro l'Impero, proprio come Kevin sentiva di fare contro il suo mondo.
Accanto alla musica, Kevin aveva appeso un paio di manifesti anarchici con la grande "A" cerchiata, comprati più per fare il ribelle anticonformista e dare fastidio a suo padre ,conservatore e un po' bigotto , che per una reale convinzione politica. Ma il vero fulcro della stanza, quello che catturava lo sguardo di chiunque entrasse, soprattutto della madre ,una brava donna, cristiana battista costretta nei limiti della sua confessione, che ogni volta gli rivolgeva sguardi di biasimo, era il muro di fronte al letto, tappezzato di ritagli di modelle mezze nude. Erano ragazze mozzafiato che posavano ammiccanti nei contesti più disparati, un promemoria costante di quel mondo femminile su cui Kevin, da adolescente quale era, fantasticava e con cui ancora non aveva molta dimestichezza.
Mentre il mondo si preparava a festeggiare, Kevin Miller stava portando avanti una battaglia silenziosa sotto le coperte del suo letto. Aveva le guance rosse e gli occhi lucidi, ma non era solo colpa del virus almeno non solo. A suo modo, stava pregando.
Sotto il pesante piumone, nella privacy inviolabile della sua camera, Kevin teneva una mano nei pantaloni della tuta, cercando di dare sostanza all’eccitazione che gli si era accesa dentro, mentre con l’altra teneva aperta una delle sue riviste patinate più preziose. L’ultimo prezioso acquisto della sua collezione.
Non era roba da ragazzini: era un numero speciale, che si era conteso con un altro ragazzo, acquistato a caro prezzo nel mercato clandestino che si teneva dietro la palestra della sua scuola, ogni sorta di prodotto pensato all’intrattenimento per adulti, veniva ceduto in cambio di dollari sonanti, o scambiati con altre riviste ,vhs e fumetti.
Era il numero di Playboy di luglio 1988. La copia aveva già qualche annetto, passata di mano in mano, ma era ancora in ottime condizioni; protagonista di quella rivista, nella sua prima apparizione su una testata del genere, c’era una delle modelle che il ragazzo ammirava di più: Cindy Crawford.
Con il cuore che gli batteva a mille, Kevin illuminava le pagine con lo sguardo. Sul paginone centrale, lucido e perfetto, fissava il poster di Cindy, cercando di darle vita. La top model posava in un servizio glamour mozzafiato, in un conturbante bianco e nero, fatto di luci e ombre che enfatizzavano la scena, con i capelli scuri ,volumizzati, labbra carnose, pelle lucida e il corpo posturato in modo teso e seducente, in una posa che era un'esca per gli occhi e per il cuore.
Rimase a fissarla per lunghi istanti, mentre la sua fantasia prendeva il sopravvento, rapito da quel mondo di grazie irraggiungibili. Cercava di immaginare la modella muoversi tra le lenzuola di seta nera sotto le quali stava apparentemente nuda e che a stento la coprivano, scambiare lo sguardo con lui e, silenziosa, muovendo appena le labbra, invitarlo smaniosa ad unirsi a lei su quel giaciglio.
«Vieni Kevin, vieni,» gli sussurrava Cindy nella sua mente, mentre il ragazzo muoveva frenetico la mano tra le sue gambe; c’era quasi, ma mancava qualcosa, un supporto fisico.
Si mosse veloce verso il comodino alla sua destra. Dentro custodiva un cimelio ancora più prezioso, che lo avrebbe aiutato nello scopo. Era stato incredibilmente facile ottenerlo, in un giorno di pioggia: una borsa lasciata incustodita tra le altre, sui palchi della palestra dove si tenevano le prove delle cheerleader a cui Kevin non mancava mai di assistere. Tutti nella scuola lo sapevano; le ragazze della squadra ne erano consapevoli ,lo trovavano un po' inquietante , viscido nel suo modo di guardarle, ma ne erano anche divertite, come tutte le adolescenti in cerca di attenzioni, tanto da provocarlo in quelle occasioni, stuzzicandolo per poi prenderlo in giro.
Era stato facile. Una cerniera aperta e, in cima alla divisa ancora umida del sudore dell’allenamento intensivo a cui la proprietaria si era sottoposta, ci aveva trovato le mutandine di Angela Hayes, flyer e capitano della squadra, oltre a essere una delle ragazze più popolari della scuola.
A prima vista, Angela sembrava una bambola di porcellana: minuta, leggera, lo stereotipo biondo della brava ragazza americana. Ma bastava che aprisse bocca per far sparire ogni fragilità. Come flyer e capitano della squadra, Angela governava la palestra con una voce ferma che zittiva persino i giganti del football, di cui avrebbe dovuto sostenere lo sforzo atletico in campo, un concentrato di puro acciaio: piccola nello spazio, ma immensa nella presenza. Era esplosa piena di ira quando si era accorta che dalla sua borsa era sparita una parte della sua proprietà, un elemento così legato alla sua intimità, ma a quel punto Kevin era già lontano.
Ora quel cimelio, stretto tra le dita, si accingeva a raccogliere il frutto della passione che Cindy Crawford aveva acceso nel ragazzo.
Fuori dalla porta della sua camera, intanto, la casa era una polveriera. I Miller si stavano preparando per la consueta, annuale e catastrofica transumanza verso il Montana, a casa dei nonni materni. In corridoio si sentivano i passi pesanti di Tomas, capitano della squadra di pallanuoto del liceo e orgoglio atletico della famiglia.
«Mamma! Lucas ha preso di nuovo il mio borsone della Champion! Se ha rovinato le mie cinghie lo strozzo!» urlò Tomas, facendo tremare le pareti con la sua voce già da adulto.
Dalla stanza accanto uscì Lucas, il "genio" di casa, che si accingeva ad andare al college con due anni di anticipo. Stringeva al petto un manuale di fisica quantistica e trascinava una valigia rigida, disposta secondo un perfetto ordine geometrico. «Tomas, il tuo borsone ha lo stesso volume del mio quoziente intellettivo a dieci anni, era un errore statistico scambiarli. E comunque muoviti, la curva del traffico aereo per il Montana salirà del dodici per cento nei prossimi quaranta minuti.»
Kevin, dal suo letto, ascoltò quel solito teatrino, cercando di allontanare quelle voci dalla sua testa, concentrandosi su Cindy e su Angela che ormai era entrata a far parte della sua fantasia, provando una profonda gratitudine per la sua febbre che, nel suo piano, gli avrebbe permesso di sottrarsi al supplizio di Natale. Il Destino volgeva a suo favore, almeno così sembrava. Loro sarebbero andati in Montana a congelarsi tra i pini e i parenti molesti; lui sarebbe rimasto a casa, nel suo regno, rifletteva mentre, preso dall’entusiasmo, portava avanti il suo onirico rendezvous con le due ragazze.
Ma un attimo prima di dare corpo al suo intento, qualcuno bussò con veemenza alla sua porta.
«Un attimo!» provò a dire, ma niente: l’irruzione avvenne senza consenso.
La porta della camera si spalancò con violenza. Entrò Emily, la madre, una donna impeccabile che portava sulle spalle il peso di aver sacrificato ogni ambizione personale per gestire quella gabbia di matti. Dietro di lei incombeva Ricard, il padre. Ricard era un imprenditore edile di successo: un uomo ruspante, cento chili e un passato nei marines che lo aveva visto portare la propria esperienza nelle demolizioni militari direttamente nell’ambito civile; un uomo dalle mani callose e dai modi ruvidi, che affrontava la vita con la stessa delicatezza di una ruspa in un cantiere o di un soldato che si accinge a far saltare un ponte. Stringeva in mano una tazza di caffè fumante e sembrava, come sempre, già pronto a litigare con il mondo.
Emily si avvicinò al letto e posò una mano fresca sulla fronte del figlio, mentre il ragazzo teneva nascosta sotto il piumone ogni sua colpa.
«Oh, tesoro mio... scotti tantissimo. Ricard, guarda qui, il ragazzo ha la febbre alta. Non so se sia il caso di farlo viaggiare.»
Kevin assunse immediatamente l'espressione più moribonda del suo repertorio. Rimpicciolì le spalle sotto le coperte ed emise un gemito fioco, quasi impercettibile. «Sto... sto malissimo, mamma. Andate pure senza di me. Non voglio rovinare il Natale a nessuno. Lasciatemi qui con un po' di brodo... ce la farò... forse.»
Kevin assaporò la vittoria. Poteva quasi sentire il profumo della sua pizza a domicilio.
Ma Ricard fece un passo avanti. Squadrò il figlio dall'alto in basso, emise un grugnito di disappunto, gli rifilò una pacca colossale sulla spalla, che per poco non spedì Kevin direttamente sul pavimento.
«Ma quale brodo, Kevin! Sei un Miller!» tuonò il padre con la sua voce profonda. «Un po' di febbre non ha mai fermato nessuno in questa casa! Ai miei tempi andavo a gettare il cemento con la polmonite e la bufera di neve! Emily, dagli due pillole di quel paracetamolo forte che tieni in borsa. Coprilo bene in macchina, gli mettiamo una borsa dell'acqua calda sui piedi e via! Non esiste che resti qui a fare il pigro a letto per una linea di febbre.»
Kevin sbarrò gli occhi, il panico che prendeva il posto della finzione. «Ma papà! In Montana c'è la tormenta! La febbre mi salirà a quaranta!»
«L'aria gelida del nord ti farà bene ai polmoni, fidati di tuo padre! Pulisce i bronchi!» rispose Ricard, voltandosi e uscendo dalla stanza. «In piedi, soldato, tra dieci minuti si parte!»
Emily, guardò il figlio con la rassegnazione che le era tipica.
“hai sentito tuo padre, alzati e preparati” gli disse porgendogli due compresse bianche e una bottiglietta di soda ormai sgasata, che il ragazzo teneva sul comodino.
Poche ore dopo, Kevin si ritrovò stipato sul sedile posteriore della monovolume di famiglia, noleggiata all'aeroporto dopo il volo che li aveva portati da New York al Montana. Era letteralmente incastrato tra i bicipiti ingombranti di Tomas e le pile di libri universitari di Lucas. Con una sciarpa di lana grezza che gli arrivava fin sopra il naso e gli occhi lucidi, Kevin guardava il paesaggio scorrere fuori dal finestrino. Le villette e il panorama urbano della grande città, con tutto il suo cemento, lasciarono presto il posto alle montagne desolate e alla foresta selvaggia del Montana. Si sentiva come un prigioniero politico deportato in Siberia.
Quando la macchina finalmente accostò, Kevin vide la meta del suo incubo: la grande casa di legno dei nonni, isolata tra i pini carichi di neve, con le finestre illuminate da una quantità industriale di luci natalizie. Per tutta la famiglia quella era la casa delle feste. Per Kevin, era Alcatraz.
Il paracetamolo aveva fatto il miracolo di abbassare la febbre, ma non aveva minimamente scalfito il suo pessimo umore. Quando la monovolume si fermò nel vialetto innevato e il padre annunciò la loro presenza con tre lunghi squilli di clacson, la porta della grande casa dei nonni si spalancò, liberando un’ondata di calore, profumo di cannella e una cacofonia di grida festose. Tutta la famiglia materna era già lì e corse ad accoglierli.
Fuori dal veicolo, Kevin fu immediatamente travolto dal solito, soffocante comitato di benvenuto, costretto a subire il lungo e umiliante rituale di abbracci e baci a cui sarebbe stato sottoposto. Le zie, le due sorelle di sua madre, fotocopie leggermente più logorate dal tempo di Emily, si avventarono su di lui come avvoltoi.
«Ma guarda come sei cresciuto! Però sei così pallido, Kevin, mangi abbastanza?» chiese la prima.
«Da quanto non fai un bel bagno?» disse l’altra zia, Rose, notando l'odore che il ragazzo si portava addosso, suscitando l’ira della madre che lanciò verso le due donne un'occhiataccia feroce.
Subito dietro, i rispettivi mariti, gli zii acquisiti, dopo averlo salutato si scambiavano pacche sulle spalle con Ricard, parlando ad alta voce di tassi d'interesse, del governo e partite di football. E poi c’erano i cugini. Un piccolo esercito di ragazzini, "gli Ariani" li chiamava un po' maligno lui. Gli Smith, la famiglia di sua madre, si erano “accoppiati” tra bianchi pallidi, generando una prole che sembrava incarnare i dettami del vecchio regime europeo, mentre Ricard, suo padre, aveva nella sua genealogia i tratti latini di un uomo che traeva le sue origini dalle latitudini più esotiche e meno pure. Quelle caratteristiche genetiche si erano trasferite a lui e ai suoi fratelli che, a differenza del resto della famiglia, erano mori e dal colore della pelle meno malaticcio. Così si divertiva Kevin a paragonarli. Gli ariani sembravano un battaglione ordinato, pronti alla parata, visto che tutti, maschi e femmine, erano biondi e ordinati, tutti perfetti con i maglioni natalizi coordinati che Kevin, a stento, riusciva a sopportare. Li considerava una manica di conformisti senza speranza, troppo distanti dal suo mondo fatto di chitarre distorte, fumetti underground e anarchia.
L’unica persona che scampava al suo spietato e cinico giudizio adolescenziale era la nonna. Quando la vecchia signora dall’aria severa, ma dallo sguardo dolcissimo che Kevin conosceva benissimo, da perfetta matrona, i capelli biondi striati di bianco legati dietro la testa in maniera ordinata, si fece largo tra la folla con il suo grembiule infarinato e le mani ancora unte di glassa, Kevin sentì le sue difese cedere per un istante.
«Ciao nonna,» disse.
Fu l’unica a cui rivolse un cenno di sincero sorriso. La nonna non faceva domande indiscrete sulla scuola, non commentava i suoi capelli troppo lunghi o lo stile dei suoi vestiti, né lo tormentava sulle sue eventuali conquiste romantiche. Si limitò a stampargli un bacio affettuoso sulla fronte, accogliendolo in un abbraccio che sapeva di casa.
«Sei caldo, tesoro. la nonna ha il rimedio giusto per te,» disse scrutandolo negli occhi. «Ma zia Rose ha ragione: devi fare una doccia, figliolo, o ti laverò nella neve prima di farti entrare in casa!» aggiunse.
«Mamma...» provò a giustificarsi Emily. «Kevin ha avuto la febbre.»
«Be'... l’acqua e il sapone non ne peggioreranno le condizioni,» le rispose, decisa.
Kevin fece come gli era stato detto: andò di sopra, prese dei vestiti puliti dalla sua valigia, fece una doccia e tornò dagli altri.
«Oh, così è sicuramente meglio figliolo!» gli disse la nonna. «Ora però, prima che ti metta a riposare, mi faresti un enorme favore?» gli chiese con una voce a cui era impossibile dire di no.
Nel giro di cinque minuti, Kevin si ritrovò arruolato a forza nei preparativi per le feste. Mentre tutta la casa ronzava come un alveare impazzito, con Tomas che sollevava scatoloni pesanti per mettersi in mostra e Lucas che calcolava la disposizione perfetta per appendere i festoni, Kevin fu spedito nell'unico posto che odiava più del salotto affollato: la soffitta.
Da bambino, alcuni Natali prima, spinto dalla curiosità, ci era rimasto chiuso dentro. La serratura si era bloccata alle sue spalle; fu solo per un'ora, prima che la famiglia riuscisse a liberarlo, ma tra le ombre di quello spazio angusto la fantasia del ragazzino aveva creato mostri e creature spaventose. Quando lo liberarono scoppiò a piangere e quella storia, ogni anno, con suo enorme imbarazzo, veniva rievocata, generando ilarità tra i familiari e fastidio nel giovane Kevin.
La botola si aprì con un cigolio sinistro. Kevin salì i gradini di legno, ritrovandosi in un mondo polveroso, buio e soffocante, illuminato solo da una debole lampadina appesa a un filo. La stessa lampadina che anni prima lo aveva tradito: si era fulminata e lo aveva lasciato al buio. Questa volta, però, si era preparato, e prima di salire si era fatto dare una torcia dal nonno.
«Perché vuoi la torcia?» lo aveva chiesto Tomas poco prima, guardandolo con aria divertita mentre passava con un enorme carico di ghirlande. «Non fare il fifone,» aveva aggiunto con un ghigno maligno, chiaramente intenzionato a ricordargli l'episodio di qualche anno prima. Tomas sognava di seguire l’esempio del padre e arruolarsi nei marines, e per lui il coraggio era il motore della vita.
«Sì, non ha alcuna logica portarsi una torcia dietro. O pensi che ci siano "i mostri" in soffitta? Se è così, sarebbe più sensato portare con sé una delle mazze da golf del nonno in titanio,» rincarò la dose Lucas, osservandolo da sopra gli occhiali con aria di sufficienza.
«Smettetela, idioti!» protestò lui allontanandosi. «Non sono un fifone, è solo una precauzione,» aveva ribattuto Kevin tra i denti, stringendo il metallo freddo della torcia con una punta di stizza prima di arrampicarsi.
Eppure non poteva dare del tutto torto ai due fratelli. Era assurdo: non era più un ragazzino, quella sua irrazionale ansia non aveva alcun senso. Eppure qualcosa in quel luogo, lontano da tutto, sprofondato nell’ombra, lo portava a vivere quell’esperienza emotiva. In fondo, la paura è sempre irrazionale, si disse.
«Eccoci qua, dove sono le dannate decorazioni della nonna?» si chiese guardandosi intorno.
Ora che era lassù, quella precauzione si rivelò provvidenziale. Kevin accese il fascio di luce bianca della torcia, tagliando l'oscurità polverosa e ricacciando indietro le ombre sinistre generate dalla fantasia, che già cominciavano ad allungarsi lungo le pareti. Intorno a lui c'erano pile di vecchi mobili coperti da lenzuoli ingiallite, scatoloni logori e ragnatele che sembravano antiche quanto lo Stato del Montana. Tossendo a causa della polvere che gli irritava la gola ancora infiammata, Kevin individuò lo scatolone contrassegnato dalla scritta traballante “Natale”.
Lo afferrò e fece le scale fino al salone dove tutti erano riuniti, ma il cartone, consumato dall'umidità degli anni, cedette sul fondo. Con un rumore sordo, il contenuto si sparse sul pavimento.
«Il solito imbranato!» ridacchiò una delle cugine.
Kevin sbuffò irritato. Una delle decorazioni era rotolata sul pavimento di legno grezzo, sotto il divano. Kevin imprecò a bassa voce. Posò ciò che restava del suo carico sul tavolo e si chinò a raccogliere il resto. L’ultimo pezzo era quello più importante, una tradizione di famiglia che aveva superato generazioni degli Smith. Era un vecchio angelo di carta dipinto a mano di bianco e argento, con i bordi consumati dal tempo. Un oggetto quasi insignificante ai suoi occhi, ma di enorme valore per tutti gli altri, che apparteneva alla famiglia dai tempi della Grande Depressione e che ogni anno, per tradizione, doveva occupare la cima dell'albero.
Mentre era ancora accovacciato, con lo stupido angelo di carta stretto tra le dita, Kevin sollevò lo sguardo. Di fronte a lui, nell'angolo della stanza, a mezzo metro dal suo naso, c'era la vecchia TV a colori dei nonni, un enorme cassone di legno con il tubo catodico che ronzava debolmente. Lo schermo stava trasmettendo una pubblicità.
Il contrasto con la realtà circostante sembrava quasi uno scherzo orchestrato per prenderlo in giro, e lo colpì come uno schiaffo. Sullo schermo andava in onda lo spot natalizio di una nota marca di lingerie. In una magione elegante e lussuosa, decorata con addobbi d'oro e luci soffuse, un gruppo di modelle mozzafiato, dai canoni estetici irraggiungibili, dai corpi perfetti e sinuosi, girava per le stanze indossando solo completini di pizzo seducenti, seta rossa e autoreggenti, audace pizzo nero, tulle colorato e semitrasparente. Sorridevano alla telecamera indossando nient’altro che buffi cappelli di Natale , orecchie da elfo e corna da renna, muovendosi con grazia e leggerezza, giocando tra di loro, rincorrendosi, scambiandosi baci ,sempre nel limite della decenza per un prodotto pensato per la TV, sotto il vischio, in un compendio di idilliaca festa natalizia che catturò lo sguardo e fece fare un balzo al cuore imbottito di ormoni di Kevin.
«È indecente che trasmettano questo genere di cose a quest'ora del pomeriggio!» disse qualcuno alle spalle del ragazzo.
«Sì, una vera vergogna!» aggiunse un altro.
«Dopo le feste sentirò il sindaco per protestare» disse qualcun altro.
Poi, affilata come una lama ,una battuta si infilò nel fianco: «Guardate Kevin, sta sbavando!» disse, scatenando le risate di tutti i presenti.
Il ragazzo rimase ipnotizzato, con la bocca leggermente aperta. Intorno a lui ridevano.
«Sì, ridete pure,» pensò lui, consolato da quegli angeli che si muovevano nelle immagini dello spot. In quei sessanta secondi fu rapito, indifferente a tutto.
Kevin, stringendo inconsciamente l'angelo di carta tra le mani, fissò lo schermo e lasciò sfuggire un sospiro profondo, dettato dalla disperazione e dal fervore dei suoi anni.
«Dio mio...» sussurrò tra sé e sé, con tutto il desiderio di cui era capace il suo cuore di adolescente. «Vorrei che questo fosse il mio Natale.»
Fu solo alla fine dello spot, sostituito da quello seguente di una concessionaria d’auto locale che prometteva di regalare le sue auto usate, e dalla presenza della nonna al suo fianco, che Kevin si risvegliò. La donna lo guardava non con aria severa, ma comprensiva, con la mano stesa verso di lui a fargli segno di consegnare l’angelo che il ragazzo ancora stringeva tra le mani.
«Grazie, figliolo,» gli disse sorridendogli. «Su, dammi una mano a metterlo sull’albero,» aggiunse.
Una volta sistemato l’addobbo sulla cima, la nonna osservò l’albero soddisfatta e, senza guardarlo, gli disse: «Fai attenzione a ciò che il tuo cuore desidera, potresti essere accontentato.»
La sera arrivò in fretta. Dopo un pasto frugale, in attesa del cenone dalle dodici portate che il giorno successivo avrebbe stremato anche gli stomaci più audaci, tutti andarono a letto presto. Per quanto grande fosse la casa dei nonni, non c’erano abbastanza stanze per tutti, così Kevin e i suoi fratelli si erano visti costretti a dividere un'unica stanza con una parte dei cugini e delle cugine sdraiati nei sacchi a pelo sul pavimento; solo i più piccoli avevano avuto l’onore di occupare il comodo letto matrimoniale al centro di essa.
Il ragazzo, non riusciva a dormire, mentre gli altri sembravano sprofondati nel sonno, le immagini dello spot e delle ragazze in biancheria, occupavano la sua fantasia, e a fargli uno scherzo crudele, il destino lo aveva fatto stendere accanto alla cugina Luba, poco più grande di lui e verso la quale, nonostante il legame di sangue, non poteva negare di avere un certo debole.
Luba era bella, procace, il caldo della stanza l'aveva fatta sgusciare fuori dal suo sacco a pelo, se ne stava rannicchiata sul fianco, nel movimento del sonno ,la camicia da notte si era sollevata mostrando, le rotondità dei suoi glutei pieni dentro il cotone azzurro a fiori, umido di sudore che si incollava alla pelle della ragazza, regalandogli nella visione, dettagli che altrimenti non avrebbe mai catturato.
Kevin, incapace di resistere all’impulso, mosse una mano a saggiare la consistenza di quelle natiche, valutare, la morbidezza ,il calore, l’umidità di quella carne nel punto più intimo.
La cugina aveva un sonno pesante, e la capacità di dormire tranquilla ovunque, lui lo sapeva, gli era gia successo di ritrovarsi a vivere una situazione simile durante un lungo un viaggio di ritorno, in una scampagnata di pasqua che aveva stremato tutti e nella quale lei, nell’ultima fila del furgone con cui si erano mossi, si era addormentata tra le sue braccia, dandogli la possibilità di testare il suo sonno e l’elasticità delle sue forme generose.
Quello, cercando comunque di non destare l’attenzione degli altri che affollavano la stanza, gli diedi il tempo di sondarla nei recessi più profondi del suo corpo, di trovare soddisfazione per ben tre volte nei seguenti 20 minuti.
Quando finalmente, esausto si ristese nel suo sacco a pelo e si addormentò, le natiche , una mano e il viso della ragazza erano ricoperti dal suo seme.
“buona notte” sussurrò rivolto al buio prima di chiudere gli occhi.
Quando Kevin li riaprì, la luce del mattino della Vigilia filtrava attraverso le tende, illuminando la stanza di un pallido chiarore invernale. La prima cosa che registrò il suo cervello non fu visiva, ma olfattiva: la camera non puzzava più dell'aria viziata della sera prima, ma era satura di un profumo intenso e stordente di petali di rosa e vaniglia selvatica.
Sentendo un calore provenire dal suo fianco, Kevin si girò lentamente, aspettandosi di vedere la sagoma della cugina. Al suo posto, sopra al sacco a pelo c'era una ragazza sulla ventina dalla pelle olivastra e impeccabile, con una cascata di capelli mori e setosi sparsi sul cuscino su cui poggiava la testa. Indossava solo una canottiera di pizzo nero ricamato che lasciava scoperte le spalle perfette, spingendoin alto il seno pieno, appena celato sotto i ricami. Kevin rimase immobile, con il fiato sospeso e il cuore che batteva a una velocità tale da fargli male alle costole, convinto che la febbre fosse tornata a fargli brutti scherzi fino a portarlo al delirio.
In quel momento la ragazza si mosse, si stirò con grazia felina e aprì due grandi occhi scuri direttamente su di lui. Gli fece un sorriso radioso e, con una voce calda e sensuale che conservava però l'esatta, inconfondibile cadenza pigra del cugino, disse: «Buongiorno Kev” lo salutò, per poi chinare il capo di lato sentendo che qualcosa non andava nel ragazzo “... cosa hai? Sei strano, più strano del solito.» gli sorrise.
Confuso, Kevin scattò a sedere e si guardò intorno. Il cuore gli si fermò in gola. Tutto intorno, lì dove la sera prima i fratelli, i cugini e le cugine si erano addormentati nei sacchi a pelo sul pavimento, la scena era radicalmente mutata. Al posto del battaglione, il pavimento lucido in legno, tra i sacchi a pelo e il letto matrimoniale, era ora cosparso di gambe chilometriche e corpi scultorei di bellissime ragazze seminude.
«Ma che diavolo...» disse Kevin con un tono di voce più alto di quello che avrebbe voluto.
Ognuno dei presenti era diventato una delle splendide modelle che il ragazzo aveva ammirato nello spot televisivo il giorno precedente. Bellissime ragazze dai canoni estetici irraggiungibili dormivano o si stavano svegliando in quella stanza rivestita in legno, indossando nient'altro che audace biancheria intima di pizzo, seta e tulle semitrasparente.
«Cristo santo, Kevin, hai di nuovo bagnato le mutande nel sonno?» chiese una delle ragazze che, osservandola meglio, sembrava essere la versione femminile di Tomas, suo fratello; indossava una guêpière viola e un microscopico tanga, con tanto di calze abbinate.
“Ehi… ma c’è la duro!” disse un altra ragazza dal corto caschetto biondo con in dosso, un bikini di seta azzurro, destata dal trambusto.
«Dio, come sempre sei disgustoso, fratellino!» l'apostrofò un'altra al suo fianco, sistemandosi gli occhiali da vista sul viso ancora assonnato. Per il tono di voce, lineamenti e la maglietta di Einstein — sotto la quale si intuiva il ferretto di un reggiseno a balconcino, e dal cui bordo sollevato si intravedevano minuscole mutandine di pizzo ,stabilii che quella doveva essere Lucas, che con quella stessa maglietta, la sera prima, si era coricato.
«Ma cosa ho sul viso?» chiese quella che aveva preso il posto della cugina, analizzando tra i polpastrelli la misteriosa sostanza viscida che le ricopriva la faccia e che ancora non si era del tutto asciugata.
Per quanto incredibile, le spiegazioni possibili potevano essere solo due: o Kevin stava ancora sognando, o il desiderio espresso davanti alla vecchia TV si era avverato, trasformando la stanza dei nonni in un paradiso visivo che si apprestava a diventare il suo più incredibile ed erotico incubo.
Kevin rimase immobile, paralizzato al centro del letto mentre il caos intorno a lui diventava totale. Cercava disperatamente di mettere in ordine le idee, ma il suo cervello era in completo cortocircuito. Una dopo l'altra, le ragazze si stavano svegliando tra i sacchi a pelo sul pavimento di legno, stirandosi con movenze da copertina patinata che facevano a pugni con i loro sguardi confusi. Alcune di loro, vedendolo pietrificato con gli occhi sbarrati, scoppiarono a ridere, continuando a prenderlo in giro per il suo presunto incidente notturno; altre, invece, notando il suo pallore mortale e il tremore delle sue mani, cominciarono a mostrarsi seriamente preoccupate per lui, domandandosi se la febbre del giorno prima non gli avesse dato definitivamente alla testa.
Senza emettere un suono, incapace di rispondere a quel fuoco incrociato di provocazioni e sguardi carichi di una sensualità del tutto involontaria, Kevin scagliò via il sacco a pelo, saltò in piedi, scansando con un balzo acrobatico la foresta di gambe e corpi semi nudi, e si fiondò verso la porta della camera. La spalancò, si gettò nel corridoio, convinto che un po' d'aria fresca lo avrebbe ridestato da quel sogno assurdo.
Ma non appena la porta si richiuse alle sue spalle, il corridoio della vecchia casa del Montana si rivelò il proseguimento di quell'incredibile allucinazione. Kevin si fermò di colpo, con la schiena appiccicata al legno della porta.
Lungo il corridoio le sue zie , o meglio, la loro versione più giovane e sexy ,stavano uscendo dalle rispettive stanze indossando eleganti vestaglie semitrasparenti e completini coordinati, parlando con le loro solite voci squillanti di ricette per il cenone mentre sistemavano i lacci di corsetti seducenti. Poco più in là, i loro mariti, gli zii che la sera prima discutevano rozzi di ciance noiose erano ora splendide modelle d'alta moda che, ridevano con voce argentina, si avviavano verso il bagno sui tacchi a spillo, eleganti e flessuose. Kevin era ufficialmente nel mezzo del suo paradiso proibito, ma la consapevolezza di chi si nascondesse dietro quei corpi mozzafiato stava per farlo impazzire.
«Buongiorno, tesoro,» sentì qualcuno dietro di se, mentre gli toccava leggermente la spalla.
Un'altra ragazza, bellissima, con indosso un completo in lattice con tanto di collare borchiato, stivali lunghi fino a mezza coscia e guanti lucidi fino a sopra il gomito. Nel notare lo sguardo inebetito del ragazzo, un'espressione preoccupata si disegnò sul viso perfetto della giovane donna.
«Stai bene, piccolo? Sei pallido e sudato!» disse.
«Cosa?» chiese Kevin, incapace di distogliere lo sguardo dalle grazie della donna.
«Sono io, tesoro... la mamma,» disse lei avvicinandosi.
«Io… io… devo andare!» La voce gli uscì dalla gola come uno squittio prima di correre via.
Muoversi si rivelò essere un enorme errore per la sua salute mentale: chiunque incontrasse era la versione femminile da incubo erotico di un suo parente. Alla fine trovò rifugio nell’unico posto dove sapeva che nessuno sarebbe salito a raggiungerlo: la soffitta.
Ci rimase per un periodo di tempo indefinito, poi ritrovata la calma, prese coraggio, ne uscì e si guardò intorno: la casa era la stessa che ricordava, e i corridoi apparivano vuoti e silenziosi. Scese le scale fino ad arrivare in salone. Loro erano tutte lì, concentrate in un fitto borbottio che intrecciava toni giovanili, caldi e sensuali alle solite, vecchie e logoranti dinamiche familiari.
«Ma si può sapere che cosa ha stamattina?» chiese una delle zie, ora trasfigurata in una meravigliosa modella ventenne dai capelli castani, mentre si aggiustava con dita affusolate il pizzo trasparente di una lussuosa sottoveste rossa. «È scappato in corridoio come se avesse visto un fantasma.»
«Ma quale fantasma, Clara! Sarà ancora la febbre di ieri che gli dà alla testa» ribatté un'altra voce, incredibilmente melodiosa. A parlare era una bionda mozzafiato con indosso solo un reggiseno a balconcino color champagne che faticava a contenere le sue grazie, la quale scosse la testa con aria di sufficienza.
La donna restava in piedi con le gambe leggermente divaricate e gli slip alle caviglie, mentre un altra ragazza accucciata, tra le sue ginocchia le divorava lentamente il sesso.
«E allora cosa? Uno non si sveglia così dal nulla, e da fuori di testa» intervenne una terza modella dalle gambe chilometriche, accarezzandosi distrattamente il bordo di una giarrettiera nera ed eccitata dalla scena davanti ai suoi occhi, si dava piacere da sola.
«Cosa vuoi che abbia! È completamente fuori di testa, ecco cosa,» sentenziò una ragazza statuaria dal tono perentorio, una dea dalle curve perfette che indossava un body di tulle semitrasparente. La ragazza, si rese disponibile ad aiutarla nella sua ricerca di piacere posizionandosi dietro di lei e cominciando a massaggiarle i voluminosi seni di lei «Cerca solo di attirare l'attenzione.» aggiunse dopo aver scambiato con la sua ospite un lungo e appassionato bacio.
«Smettila, ti prego, non ricominciare anche a Natale...»
«No, no, ha ragione lei!» si intromise la zia Rose, prendendo una pausa dal sessantanove che stava compiendo con un altra ragazza distese sul divano, la voce da femme fatale mal si sposava con il tono da comitato di quartiere, mentre giocherellava con i lacci di un seducente corsetto stringato della sua amante.
«Te lo dicevo io, Emily, dovevi portarlo da quello specialista nel Bronx. Quello bravo, che ha curato anche il figlio dei vicini. Ma tu niente, hai voluto fare di testa tua.» le disse un altra, sfilandole gli slip in lattice, fino a lasciarle il sesso esposto e penetrandola con le dita della mano.
«Sì, forse a questo punto era davvero la cosa migliore da fare,» mormorò una splendida ragazza asiatica nel gruppo, mentre ai suoi lati, altre due ragazze stavano chine sui suoi capezzoli e li succhiavano, scuotendo una chioma corvina e setosa con un sospiro di approvazione generale.
«Finirà che ci rovinerà il Natale. Di nuovo. Potevamo lasciarlo a New York, proprio come aveva chiesto, e invece no”
“si rovinerà tutto, Più di quanto abbia già fatto in passato con le sue scenate da ribelle.»
«Adesso smettetela, vi prego!» intervenne la madre, Emily, stringendosi nervosamente nel suo audace e attillatissimo completo in lattice lucido che esaltava un fisico da urlo, mentre la sua voce tradiva la solita, disperata e protettiva ansia materna eppure rotta dall’eccitazione che le stava facendo nascere il sesso orale praticato dalla sua ospite
«Kevin è mio figlio. È un bravo ragazzo, credetemi, è solo... è solo molto sensibile. Ha bisogno dei suoi tempi.»
«È matto da legare, mamma, altro che sensibile!» sbuffò la splendida ragazza in guêpière viola e tanga.
«Smettila immediatamente, Tomassina!» la zittì la voce ferma , molto più giovanile ma ancora indiscutibile della nonna. Anche lei era diventata una giovane modella straordinaria, bionda con provocanti ciocche bianche, pur coperta solo da una vestaglia di seta aperta su un completino coordinato manteneva l'autorità della perfetta matrona. «Stai pur sempre parlando di tuo fratello e di mio nipote. In questa casa non tollero questa cattiveria, soprattutto oggi.»
«Scusa, nonna...» borbottò Tomassina, sporgendo le labbra carnose in un calcolato broncio da copertina.
«Aspettate, eccolo. Sta scendendo,» sussurrò una delle cugine, una splendida ragazza in slip di pizzo e corna da renna, notando il passo incerto del ragazzo sulle scale di legno.
Quando Kevin entrò nella stanza, la scena che gli si parò davanti era totalmente surreale. Poco meno di due dozzine di giovani ragazze bellissime, modelle nel fiore degli anni, con indosso praticamente nulla se non gli sguardi puntati dritti verso di lui; giovani donne da capogiro, che profumavano di fragola e vaniglia, avevano in pratica sostituito ogni singolo membro della sua famiglia, pronte a investirlo con i loro problemi di sempre in quella che sembrava a tutti gli effetti la sfilata di intimo più claustrofobica della sua vita o, meglio, impegnate in quella che stava diventando un'autentica orgia lesbica.
«Kevin, tesoro!» squillò la voce della donna in lattice.
«Che… che sta succedendo?» chiese lui, incapace di dare un senso a tutto quello.
«Siamo tutte preoccupate per te,» rispose qualcuna. Non fu facile capire chi, visto che molti dei loro volti erano affondati nel corpo dell’altra.
«Io… io… perché siete vestite così?» chiese ancora, restando sulle scale , mancandogli il coraggio di far parte di quello spettacolo così carnale.
«Lo sai… è la tradizione!»
«…Ma siete tutte così… strane.»
«Intendi per i cappelli da Babbo Natale, le orecchie da elfo e le corna da renna?»
«Sì…» rispose lui, capendo che per ognuna di loro tutto quello era normale.
«Sai… sono divertenti!»
La ragazza in lattice, allontanata la sua ospite, si alzò e andò dal ragazzo.
«Stai meglio?» gli chiese abbracciandolo.
Kevin restava perplesso: quella donna sosteneva di essere sua madre, ma nulla lo dimostrava, era completamente diversa. Inevitabilmente, quando la donna seminuda lo abbracciò, il ragazzo provò sentimenti contrastanti, sospeso tra il rifiuto e il desiderio.
Mentre la sua mente si rifiutava di credere a ciò che i suoi sensi gli urlavano, il corpo di Kevin assecondò il messaggio, rendendolo pronto all’azione. La cosa peggiorò quando anche altre modelle si unirono alla prima, e il povero Kevin si ritrovò stretto in un devastante abbraccio collettivo.
Provò a resistere, le ragazze disinibite e disponibili, lo assediarono, lo abbracciavano, lo accarezzavano ,lo baciarono in punti che non avevano nulla di pudico, di familiare.
Spinto dall’erezione ormai del tutto piena, il suo pene, uscii del varco dei suoi boxer, le ragazze non sembrarono turbate anzi, continuarono nel loro intento.
i boxer di Kevin finirono appesi al pomello di una porta alle sue spalle, la t-shirt, segui lo stesso destino trovando riposo sulle scale, tre delle ragazze più sexy tra cui la donna in lattice si inginocchiarono davanti a lui invitandolo a dar sfogo alla sua frustrazione ,mentre le altre, si alternavano, fondevano la propria lingua con quella di lui e lo stuzzicavano nei punti più erogeni del suo corpo, il collo,la nuca, le orecchie i capezzoli fino a stimolare le aree più private del suo corpo.
Quando ,ormai incapace di reggere oltre, trovò il suo piacere le tre donne davanti a lui avvicinarono i loro visi l’una all’altra, aprendo le loro bocche ,tirando fuori la lingua, trasformandosi in un unica maschera di piacere, pronta ad accogliere l’essenza di Kevin.
“vieni piccolo vieni!” lo supplicò la donna in lattice “si ,non trattenerti oltre” disse l’altra “riempici la bocca con il tuo seme” pregò la terza
Kevin le accontentò, con una abbondanza, che non aveva mai concesso nemmeno nei momenti di maggiore estasi.
Provato da quella esperienza, non ebbe il tempo di recuperare le forze. La famiglia aveva una tradizione a cui lui per anni si era sottratto: ogni anno, ogni volta che si riunivano, i maschi della famiglia facevano una sauna insieme. Quell’anno Kevin non si sarebbe sottratto ai suoi doveri familiari, visto che non c’erano uomini in quella versione della sua famiglia; infondo fare una lunga sauna insieme a delle bellissime donne era il sogno di ogni adolescente arrapato degli Stati Uniti d'America.
Il nonno, che ora vestiva i panni di una rossa mozzafiato sui venticinque anni, dal seno enorme, aveva speso un capitale per trasformare il semi interrato in una sauna. Non era la classica cabina prefabbricata ed economica, ma una struttura in legno di cedro rosso del Canada, il nonno ci aveva messo il capitale mentre il padre la mano d’opera.
L’ambiente ricavato sacrificando parte della tavernetta, era progettata e costruita da Ricard con la maestria dei suoi cantieri d'alto livello. Era una sfacciata esibizione del benessere di famiglia, concepita per ospitare comodamente almeno mezza dozzina di persone senza che nessuno dovesse stringersi. Le ampie panche in pietra levigate a specchio, disposte su tre livelli come in un piccolo anfiteatro privato, circondavano una maestosa stufa svedese carica di pietre laviche bollenti. Attraverso una grande vetrata isolante, che si affacciava su una intercapedine scavata nella roccia con vista sul giardino innevato del Montana, si poteva ammirare il gelo esterno in totale contrasto con il calore dell'interno, mentre da alcune casse acustiche impermeabili, nascoste sotto le sedute, si diffondeva una musica ,che in quella occasione era soffusa. Il pavimento in pietra d'ardesia riscaldata e i dettagli in ottone completavano un ambiente che sembrava strappato a un resort a cinque stelle di Aspen.
Kevin entrò per ultimo, ritrovandosi nudo come un verme davanti a cinque bellissime donne, nude e senza alcuna inibizione. Il loro atteggiamento non era solo la conseguenza di quello che era avvenuto poco prima al piano di sopra; no, era qualcosa di assolutamente naturale. Nessun imbarazzo, nessuna censura: solo corpi nudi che si offrivano al caldo e agli occhi l’una dell’altra e, per concessione, a quelli di Kevin.
Fu fatto sedere tra la donna rossa e l’altra che, per intuizione, doveva essere la versione femminile di suo padre: un autentico fiore d'acciaio, una ragazza dal fisico atletico, dallo sguardo fiero e dall’aria orgogliosa.
«Rilassati, figliolo,» gli disse colpendolo dietro la schiena, con voce ferma eppure femminile. «Nessuno ti mangia,» aggiunse stiracchiandosi e sollevando nel gesto il seno che pareva pesante.
Kevin si guardò attorno, il caldo era implacabile, ogni ragazza era tranquilla, nuda, seduta o distesa sul ripiano di pietra, si mostrava serena, accessibile agli sguardi del ragazzo.
“Sei di nuovo eccitato” osservò la ragazza che aveva imparato a chiamare Lucille ed era la versione di Lucas.
“Sorellona, forse dovresti aiutarlo a sfogarsi” aggiunse.
“Ancora?!”
“e si, sembra proprio di si” disse la rossa al suo fianco saggiando con la punta delle dita il pene del ragazzo.
“ma questo tizio è insaziabile” protesto Tomassina.
“alla sua età, basta poco per farglielo venire duro”.
“che seccatura, va bene muoviamoci”.
disse lei alzandosi, e andandosi ad inginocchiare tra le gambe di Kevin.
Il ragazzo rimase immobile mentre la giovane donna, sistemato il suo pene tra i propri seni prese a regalargli ciò che Kevin aveva visto solo nei filmati per adulti o sulle riviste.
“su fai in fretta” lo incalzò lei muovendo il seno lungo l’asta.
“non sembra funzionare”.
“prova ad usare la bocca”.
“che rottura” disse prima di accogliere il pene del ragazzo tra le sue labbra carnose.
Andò avanti per un pò ma il caldo asfissiante della sauna sembrava rendere tutto un autentica impresa.
“non credo funzioni” disse la rossa.
“si ,ci vuole un altro approccio” suggeri la ragazza dal fisico atletico.
“uff…” rispose Tomassina, alzandosi andando a stendere di fronte a kevin e spalancandogli le cosce. “su dai vieni” disse invitandolo con le mani.
Il sesso della ragazza era scuro, gonfio, umido, dilatato, segno che anche lei nonostante tutto era pronta e desiderosa di vivere quell’esperienza.
Kevin si guardò a torno.
“Su dai che aspetti” gli dissero
Kevin mise da parte ogni esitazione si alzò e andò a raggiungere la ragazza davanti a se.
Kevin non era vergine, Stephanie la loro ex babysitter, dietro ad un compenso in denaro, quando doveva badare a lui e ai fratelli, li aveva svezzati tutti, ma quello, quello era qualcosa che non avrebbe dimenticato.
Si posizionò tra le cosce di una sorella che non aveva, mentre le altre ragazze lo guardavano e lo incoraggiavano, puntò il proprio pene contro l’ingresso umido della sua vagina e lentamente, si spinse dentro.
La fica di Tommy era calda, avvolgente, sembrava divorare il cazzo ,intrappolarlo, con ritmo sempre crescente, si mosse dentro di lei, fino a che i loro inguini non divennero uno solo.
Tommy fu la prima a ricevere il cazzo del fratello, ma tutte le donne presenti in quella sauna, una dopo l’altra ne seguirono l’esempio, con un fervore incredibile Kevin le scopò tutte, e con un energia che non avrebbe mai pensato di possedere, in ognuna di loro, inappagabile, depositò piu e piu volte il proprio sperma.
Quando uscirono esauste dalla sauna, ogni cavità dei loro corpi era stata colmata della sborra del ragazzo.
Kevin, ancora famelico, messa da parte ogni esitazione o timidezza, salita al piano di sopra trovò in salone davanti all’albero di natale, sdraiate a gambe aperte sul divano le due zie che si davano piacere reciprocamente, si intromise nel loro menage e ad ognuno di loro diede il suo ardore.
Dopo di loro andò a caccia della donna in lattice, la sorprese sulle scale senza nemmeno darle il tempo di protestare, spinta contro un muro ,sollevato in alto una coscia e spostato di lato gli slip la scopò, famelico.
Fu la prima a cui prese anche il culo, la donna accucciata tra gli scalini offrendogli le natiche sode lasciò che ,virtualmente, quello che gli era figlio, prendesse il suo ano e colmasse con decisione il suo retto.
La casa dei nonni divenne in breve un mattatoio: ogni singola donna presente nelle sue camere e nei corridoi venne trafitta dalla fame di Kevin.
Ma quando irruppe nella stanza che nel mondo reale era quella della nonna, Kevin perse il suo ardore. La ragazza , aveva preso il posto della matrona se ne stava stesa sul letto di fianco, indossando un completino intimo che sembrava soffiato sul suo corpo, era un invito al peccato.
«Allora, Kevin,» gli disse, «è questo che desideravi?»
«Tutto questo va oltre ogni mio sogno,» disse lui famelico, pregustando l’amplesso che si accingeva a compiere e avvicinandosi alla donna. Poi, i suoi occhi si incollarono a quelli di lei. Fu come se un'energia più potente si sostituisse a quella della lussuria che lo aveva travolto fino a quel momento.
«Che succede?» chiese Kevin confuso.
«È ora di tornare, piccolo mio,» gli rispose lei, prima che il ragazzo perdesse i sensi sprofondando in un oblio oscuro.
Kevin si risvegliò nel letto della camera dei nonni. Attorno a lui c'erano tutti i suoi parenti.
«Dove sono?» chiese.
«Tranquillo, piccolo, la febbre sta calando.»
«Ci hai fatto spaventare, sai?»
«Cristo, Kevin, sempre a fare il protagonista!»
«Sta' zitto, mica ha scelto lui di avere la febbre!»
«Sì, sta' zitto, stupido!»
«State zitti tutti!»
«Ora stai meglio, non preoccuparti, la nonna ti ha dato qualcosa per farti guarire.»
«Come ti senti?»
«Io... ho fatto un sogno.»
«Che cosa hai sognato?»
Kevin sapeva che non poteva dire loro la verità, quindi cercò una possibile versione: «Voi... voi eravate tutti con me... ed ero felice…»
Quella frase strappò alcune lacrime alla madre di Kevin e un sorriso sul volto degli altri. Se solo avessero saputo. Poi, tra la folla, venne avanti anche la nonna. Si avvicinò, lo baciò sulla fronte e, sussurrandogli all'orecchio, gli disse:
«Allora, sei pentito del tuo desiderio?»
Kevin restò in silenzio. Per un attimo quasi impercettibile, vide i lineamenti rugosi dell’anziana sostituirsi con il volto della ragazza che poco prima, nel suo incubo carnale, vivido, l’aveva accolto nel letto, chiedendosi se tutto quello fosse stato solo un sogno o, in qualche modo, l'artificio della nonna.
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