Francesca prestata al motociclista per essere punita
di
padronebastardo
genere
dominazione
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Dopo qualche giorno dall’episodio del karaoke, Francesca mi scrisse mentre era a pranzo.
Francesca: “ Padrone… sono a tavola con amici di famiglia. Sono al tuo servizio. Sono la tua schiava.”
Io : “Ti devi scusare per le tue mancanze. Subito”.
Lei obbedì senza esitare. Scrisse le scuse precise, umili, riconoscendo ogni resistenza passata. Poi restò in attesa.
Indossava pantaloncini leggeri e il reggiseno del costume. Io lo sapevo. Ogni tanto le ordinavo: “Fai scivolare da bere dentro il reggiseno”
Francesca prendeva il bicchiere, lo inclinava appena e lasciava scendere il liquido tra le tette, bagnando il tessuto chiaro. I presenti non potevano non notarlo. Lei restava seduta, occhio basso, mentre il tessuto si scoloriva e si attaccava alla pelle.
Poi le ordinai: “Chiedi ai presenti cosa pensano del modo in cui sei vestita”.
Francesca ubbidì. Domandò a voce bassa. Non arrivarono complimenti. Uno dei presenti rispose secco: “Sei vestita da troia.”
Gli altri annuirono. Nessuno attenuò. Ora le dissi “chiedi se vogliono vedere le tue tette”.
Francesca esitò. Scrisse che si vergognava, che non ce la faceva. Io risposi: “Di’ loro che non si dice “troia” a una ragazza di buona famiglia.”
Lei lo fece. Poi mi chiese, quasi in preghiera: “Padrone… se volessero lo stesso vedere le tette… devo mostrargliele?”
Io: Sì.
Lei cercò ancora di rifiutare. La vergogna le bloccava le dita sulla chat. Allora le ricordai cosa significasse disubbidire. Le descrissi la punizione che avrebbe ricevuto. Francesca smise di discutere.
Chiese ai presenti, con voce tremante: “Volete vedere le mie tette?”
Risposero di sì. Lei abbassò lo sguardo, allacciò le dita dietro la schiena e si tolse il reggiseno del costume. Le tette restarono scoperte a tavola, davanti agli amici di famiglia. Nessuno parlò per qualche secondo. Poi qualcuno rise.
In quel momento Francesca mi scrisse che il motociclista di sessant’anni, grasso, l’aveva chiamata. Voleva vederla. Lei era terrorizzata. L’uomo le faceva schifo.
Io le dissi:” Digli che il tuo Padrone accetta di prestarti. A una condizione: deve sculacciarti pesantemente per le tue mancanze.”
Francesca lo scrisse. Il motociclista accettò subito. Arrivò poco dopo con la moto. Il rombo del motore si sentì fin dalla strada. Francesca uscì in cortile ancora a seno scoperto, i pantaloncini leggeri già umidi di sudore e di liquore. Quando lo vide, il corpo le si irrigidì. Era più grosso di come se lo ricordava: pancia dura, braccia corte e pelose, faccia rossa dal sole e dal vino. Indossava una t-shirt nera troppo stretta e jeans consumati. La guardò da capo a piedi e sogghignò.
“Salì, troietta. Il tuo padrone ti ha prestata.”
Francesca esitò. Cercò di salire senza toccarlo, ma lui le afferrò un braccio e la trascinò contro il suo corpo. L’odore di benzina, sudore e tabacco la avvolse. Lei girò la faccia, ma lui le prese la nuca e la costrinse ad appoggiarle la guancia contro la spalla larga.
“Abbracciami. Altrimenti ti porto giù a piedi e ti sculaccio già qui.”
Francesca obbedì. Passò le braccia intorno alla sua vita molle e sentì la pancia premere contro di lei. Il motociclista ridacchiò, le diede una strizzata sulla coscia e partì. Durante il tragitto le mani non rimasero ferme. Una le stringeva il ginocchio, l’altra scivolava sotto i pantaloncini e le palpeggiava le chiappe. A ogni curva la premeva più forte contro di sé. Francesca teneva gli occhi chiusi e pensava solo agli ordini che aveva ricevuto.
Arrivarono alla villa dopo venti minuti di strada sterrata. C’era una piscina rettangolare, l’acqua ferma e scura, un prato trascurato e un tavolo di legno all’ombra di un pergolato. Il motociclista spense il motore, scese e la trascinò giù dalla sella senza delicatezza.
“Spogliati. Tutto. Subito.”
Francesca si tolse i pantaloncini e le scarpe. Restò nuda sotto il sole del pomeriggio. Lui la fece piegare sul tavolo del giardino, le mani allungate in avanti, le chiappe alzate, la schiena inarcata. Le diede il primo schiaffo con il palmo aperto, secco, fortissimo. Il suono echeggiò nel giardino vuoto. La pelle di Francesca saltò. Un bruciore immediato le salì dalle chiappe fino alla schiena. Lui non aspettò. Continuò a colpire, alternando la mano destra e la sinistra, sempre più forte, sempre sullo stesso punto. Il palmo le batteva contro la carne con un ritmo regolare e crudele. Ogni colpo faceva oscillare le chiappe e le faceva emettere un gemito soffocato che cercava di trattenere tra i denti.
Dopo i primi dieci schiaffi le chiappe erano già rosse. Lui si fermò un istante, le allargò con le due mani e le diede due colpi precisi proprio al centro, dove la pelle era più sensibile. Francesca emise un suono acuto. Il motociclista rise.
“Brava. Continua a fare rumore. Mi piace.”
Riprese a sculacciarla. Ora i colpi erano più bassi, sulle cosce, poi di nuovo sulle chiappe, poi di nuovo sulle cosce. La pelle cominciava a scaldarsi, a pulsare. Francesca stringeva i pugni sul legno del tavolo e cercava di non muoversi, ma ogni tanto le ginocchia le cedevano e lui la rialzava di peso, tenendola ferma per i fianchi con una presa da morsa.
Dopo cinque minuti di sculacciate continue, si sentì il rombo di un’altra moto. Arrivò il cugino. Anche lui sulla sessantina, anche lui grasso, anche lui con la faccia rossa e le mani grosse. Scese, si tolse il casco e rise quando vide Francesca piegata e già piena di segni.
“Questa è la puttana del padrone?”
“Sì. E deve essere sculacciata bene.”
Il cugino si avvicinò senza dire altro. Si mise dall’altra parte del tavolo. Ora erano in due. Il primo colpo del cugino arrivò mentre il motociclista stava ancora colpendo. Il suono doppio fu sordo e violento. Francesca non riuscì a trattenere un gemito più forte. Le due mani grosse battevano a ritmo alternato: una destra, una sinistra, poi insieme. Non c’era più un secondo di respiro. Il dolore non aveva più pause. Ogni colpo si sovrapponeva al bruciore del precedente.
Il cugino non si limitò a sculacciare. Tra un colpo e l’altro le allargava le chiappe con le dita, le guardava, commentava a voce alta:
“Guarda come si arrossano. Questa regge.”
Poi le diede una serie di schiaffi più leggeri ma rapidissimi proprio sulla figa. Francesca strinse le cosce d’istinto, ma lui le costrinse ad aprirle di nuovo con un colpo secco sulla coscia interna.
“Tieni le gambe aperte. Altrimenti ti do di più.”
Il motociclista intanto le aveva preso i capelli e le sollevava la testa per baciarla in bocca. Lingua grossa, alito di vino e di sigaro. Francesca cercava di girare la faccia, ma lui la teneva ferma e le spingeva la lingua in gola mentre l’altra mano continuava a sculacciarla. Quando la lasciò andare, le sorrise.
“Sputa. Non voglio che mi ingoi la saliva.”
Lei sputò a terra. Lui le diede uno schiaffo sulla guancia e riprese a colpire le chiappe.
Passarono i minuti. Il ritmo non calava. Ora le chiappe di Francesca erano di un rosso acceso, con zone già violacee dove i colpi si erano sovrapposti di più. La pelle scottava, pulsava, e ogni nuovo schiaffo faceva male in un modo diverso, più profondo. Il cugino le si chinò dietro, le aprì le chiappe con le due mani e le diede una serie di colpi precisi sull’ano e sulla figa. Francesca gemette a voce alta, le ginocchia le tremavano. Lui non si fermò. Continuò finché non vide le labbra della figa arrossarsi e gonfiarsi leggermente.
“Si bagna pure. Guarda.”
Il motociclista si chinò a guardare e rise. Infilò due dita dentro di lei, le mosse con forza, poi le ritirò e le mostrò al cugino.
“Fradicia. Mentre la picchiamo.”
Ripresero a sculacciarla. Ora i colpi erano misti a palpeggiamenti continui. Mani sulle tette, che le stringevano e le torcevano i capezzoli. Mani sulla schiena, che la premevano più forte sul tavolo. Mani tra le gambe, che la frugavano mentre l’altra mano colpiva. Francesca non riusciva più a distinguere il dolore dal resto. Tutto era caldo, pulsante, umiliante.
A un tratto il motociclista la fece scendere dal tavolo e la costrinse a quattro zampe sull’erba. Testa bassa, culo alto, schiena inarcata. I due uomini camminarono intorno a lei. Ora i colpi arrivavano da ogni direzione. Uno le prendeva la coscia destra, l’altro la sinistra. Uno le batteva sulle chiappe, l’altro sulle cosce. Ogni tanto uno si fermava, le sollevava la testa per baciarla di nuovo o per sputarle in bocca, poi riprendeva. Francesca ansimava. Le lacrime le scendevano lungo le guance, ma non faceva rumore. Sapeva che doveva reggere.
Il motociclista si chinò di fianco a lei e le parlò all’orecchio mentre la sculacciava:
“Il tuo padrone ti ha prestata per questo. Per farti sentire cagna. E tu lo sei.”
Le diede un colpo particolarmente forte proprio mentre diceva quelle parole. Francesca emise un suono strozzato. Il cugino intanto le aveva preso una tetta in mano e la stringeva a ritmo dei colpi, come se volesse sincronizzare il dolore.
A un tratto si sentì la porta della casa aprirsi. Uscì la moglie del motociclista. Donna sulla cinquantina, robusta, con un’espressione dura e le labbra strette. Vide la scena e non si scompose. Si avvicinò, osservò le chiappe rosse e livide di Francesca e annuì lentamente.
“Questa è quella del padrone?”
“Sì. Deve essere punita.”
La donna non chiese altro. Si tolse la cintura dei pantaloni, la piegò in due e la fece fischiare una volta in aria per provarla. Poi iniziò a colpire. I colpi della cintura erano diversi: più secchi, più precisi, lasciavano strisce più scure e più lunghe. Francesca strinse gli occhi e morsicò il labbro fino a quasi farlo sanguinare. Ora erano in tre. Il motociclista da un lato, il cugino dall’altro, la moglie dietro. Le sculacciate non si fermavano più. Ogni tanto qualcuno si chinava, le apriva la bocca e le sputava dentro, o le infilava le dita in gola fino a farla tossire. Altre volte le mani le entravano tra le gambe e la frugavano con forza, controllando quanto fosse ancora bagnata nonostante il dolore.
La moglie commentava a voce alta, senza mai alzare troppo il tono:
“Si bagna pure mentre la picchiamo. Che troia. Guarda come si muove il culo a ogni colpo.”
Il motociclista rise e le diede un colpo particolarmente forte proprio in quel momento. Francesca emise un suono strozzato. Continuarono. Il tempo sembrava non passare. Ogni minuto era solo dolore, umiliazione e mani ovunque sul suo corpo. La cintura lasciava segni più netti. I palmi lasciavano bruciore diffuso. Le dita lasciavano lividi. Francesca non sapeva più dove finisse un dolore e dove cominciasse l’altro.
A un certo punto la moglie la fece alzare in ginocchio e le ordinò di tenere le braccia dietro la schiena. Poi le diede una serie di colpi di cintura sulle tette. Francesca gemette e piegò la schiena all’indietro, ma non abbassò le braccia. Il cugino le tenne i polsi mentre la moglie continuava. Il motociclista intanto le aveva messo una mano tra le gambe e le muoveva le dita a ritmo dei colpi.
“Senti come è calda. E bagnata. Mentre le diamo addosso.”
La moglie annuì e le diede un ultimo colpo più forte sulla tetta sinistra. Francesca chiuse gli occhi. Una lacrima le scese.
Poi la fecero di nuovo a quattro zampe. Ripresero a sculacciarla tutti e tre insieme, senza ordine preciso, solo colpi continui, pesanti, che non lasciavano spazio al respiro. Francesca contava i secondi nella testa. Venti minuti. Dovevano essere venti minuti. Ogni secondo era più lungo del precedente.
Alla fine, dopo quelli che a Francesca sembrarono ore, i tre si fermarono quasi contemporaneamente. Lei restò a quattro zampe sull’erba, ansimante, le chiappe e le cosce coperti di segni rossi, violacei e di lividi già in formazione. La pelle pulsava. Ogni minimo movimento faceva male. Il motociclista le diede un ultimo schiaffo leggero, quasi affettuoso, e le ordinò di alzarsi.
“Vestiti. Ti riporto.”
Francesca si rialzò con le gambe tremanti. Si rimise solo i pantaloncini. Il reggiseno del costume era rimasto sul tavolo, dimenticato. Durante il ritorno in moto non riuscì a stare seduta normalmente: le chiappe scottavano a ogni sobbalzo della sella. Il motociclista se ne accorse e ridacchiò, stringendole una coscia con la mano ancora calda.
Quando finalmente tornò a casa, si chiuse in bagno e si guardò allo specchio. I segni erano ovunque: chiappe rosse e bluastre, cosce segnate da strisce e da impronte di mani, qualche livido più scuro sui fianchi e sulle cosce interne. Mi scrisse con le mani ancora tremante:
Francesca: “Fatto, Padrone. Ho i segni. Ho i lividi. Sono ancora tua.”
Io risposi: “Brava cagna.”
Dopo qualche giorno dall’episodio del karaoke, Francesca mi scrisse mentre era a pranzo.
Francesca: “ Padrone… sono a tavola con amici di famiglia. Sono al tuo servizio. Sono la tua schiava.”
Io : “Ti devi scusare per le tue mancanze. Subito”.
Lei obbedì senza esitare. Scrisse le scuse precise, umili, riconoscendo ogni resistenza passata. Poi restò in attesa.
Indossava pantaloncini leggeri e il reggiseno del costume. Io lo sapevo. Ogni tanto le ordinavo: “Fai scivolare da bere dentro il reggiseno”
Francesca prendeva il bicchiere, lo inclinava appena e lasciava scendere il liquido tra le tette, bagnando il tessuto chiaro. I presenti non potevano non notarlo. Lei restava seduta, occhio basso, mentre il tessuto si scoloriva e si attaccava alla pelle.
Poi le ordinai: “Chiedi ai presenti cosa pensano del modo in cui sei vestita”.
Francesca ubbidì. Domandò a voce bassa. Non arrivarono complimenti. Uno dei presenti rispose secco: “Sei vestita da troia.”
Gli altri annuirono. Nessuno attenuò. Ora le dissi “chiedi se vogliono vedere le tue tette”.
Francesca esitò. Scrisse che si vergognava, che non ce la faceva. Io risposi: “Di’ loro che non si dice “troia” a una ragazza di buona famiglia.”
Lei lo fece. Poi mi chiese, quasi in preghiera: “Padrone… se volessero lo stesso vedere le tette… devo mostrargliele?”
Io: Sì.
Lei cercò ancora di rifiutare. La vergogna le bloccava le dita sulla chat. Allora le ricordai cosa significasse disubbidire. Le descrissi la punizione che avrebbe ricevuto. Francesca smise di discutere.
Chiese ai presenti, con voce tremante: “Volete vedere le mie tette?”
Risposero di sì. Lei abbassò lo sguardo, allacciò le dita dietro la schiena e si tolse il reggiseno del costume. Le tette restarono scoperte a tavola, davanti agli amici di famiglia. Nessuno parlò per qualche secondo. Poi qualcuno rise.
In quel momento Francesca mi scrisse che il motociclista di sessant’anni, grasso, l’aveva chiamata. Voleva vederla. Lei era terrorizzata. L’uomo le faceva schifo.
Io le dissi:” Digli che il tuo Padrone accetta di prestarti. A una condizione: deve sculacciarti pesantemente per le tue mancanze.”
Francesca lo scrisse. Il motociclista accettò subito. Arrivò poco dopo con la moto. Il rombo del motore si sentì fin dalla strada. Francesca uscì in cortile ancora a seno scoperto, i pantaloncini leggeri già umidi di sudore e di liquore. Quando lo vide, il corpo le si irrigidì. Era più grosso di come se lo ricordava: pancia dura, braccia corte e pelose, faccia rossa dal sole e dal vino. Indossava una t-shirt nera troppo stretta e jeans consumati. La guardò da capo a piedi e sogghignò.
“Salì, troietta. Il tuo padrone ti ha prestata.”
Francesca esitò. Cercò di salire senza toccarlo, ma lui le afferrò un braccio e la trascinò contro il suo corpo. L’odore di benzina, sudore e tabacco la avvolse. Lei girò la faccia, ma lui le prese la nuca e la costrinse ad appoggiarle la guancia contro la spalla larga.
“Abbracciami. Altrimenti ti porto giù a piedi e ti sculaccio già qui.”
Francesca obbedì. Passò le braccia intorno alla sua vita molle e sentì la pancia premere contro di lei. Il motociclista ridacchiò, le diede una strizzata sulla coscia e partì. Durante il tragitto le mani non rimasero ferme. Una le stringeva il ginocchio, l’altra scivolava sotto i pantaloncini e le palpeggiava le chiappe. A ogni curva la premeva più forte contro di sé. Francesca teneva gli occhi chiusi e pensava solo agli ordini che aveva ricevuto.
Arrivarono alla villa dopo venti minuti di strada sterrata. C’era una piscina rettangolare, l’acqua ferma e scura, un prato trascurato e un tavolo di legno all’ombra di un pergolato. Il motociclista spense il motore, scese e la trascinò giù dalla sella senza delicatezza.
“Spogliati. Tutto. Subito.”
Francesca si tolse i pantaloncini e le scarpe. Restò nuda sotto il sole del pomeriggio. Lui la fece piegare sul tavolo del giardino, le mani allungate in avanti, le chiappe alzate, la schiena inarcata. Le diede il primo schiaffo con il palmo aperto, secco, fortissimo. Il suono echeggiò nel giardino vuoto. La pelle di Francesca saltò. Un bruciore immediato le salì dalle chiappe fino alla schiena. Lui non aspettò. Continuò a colpire, alternando la mano destra e la sinistra, sempre più forte, sempre sullo stesso punto. Il palmo le batteva contro la carne con un ritmo regolare e crudele. Ogni colpo faceva oscillare le chiappe e le faceva emettere un gemito soffocato che cercava di trattenere tra i denti.
Dopo i primi dieci schiaffi le chiappe erano già rosse. Lui si fermò un istante, le allargò con le due mani e le diede due colpi precisi proprio al centro, dove la pelle era più sensibile. Francesca emise un suono acuto. Il motociclista rise.
“Brava. Continua a fare rumore. Mi piace.”
Riprese a sculacciarla. Ora i colpi erano più bassi, sulle cosce, poi di nuovo sulle chiappe, poi di nuovo sulle cosce. La pelle cominciava a scaldarsi, a pulsare. Francesca stringeva i pugni sul legno del tavolo e cercava di non muoversi, ma ogni tanto le ginocchia le cedevano e lui la rialzava di peso, tenendola ferma per i fianchi con una presa da morsa.
Dopo cinque minuti di sculacciate continue, si sentì il rombo di un’altra moto. Arrivò il cugino. Anche lui sulla sessantina, anche lui grasso, anche lui con la faccia rossa e le mani grosse. Scese, si tolse il casco e rise quando vide Francesca piegata e già piena di segni.
“Questa è la puttana del padrone?”
“Sì. E deve essere sculacciata bene.”
Il cugino si avvicinò senza dire altro. Si mise dall’altra parte del tavolo. Ora erano in due. Il primo colpo del cugino arrivò mentre il motociclista stava ancora colpendo. Il suono doppio fu sordo e violento. Francesca non riuscì a trattenere un gemito più forte. Le due mani grosse battevano a ritmo alternato: una destra, una sinistra, poi insieme. Non c’era più un secondo di respiro. Il dolore non aveva più pause. Ogni colpo si sovrapponeva al bruciore del precedente.
Il cugino non si limitò a sculacciare. Tra un colpo e l’altro le allargava le chiappe con le dita, le guardava, commentava a voce alta:
“Guarda come si arrossano. Questa regge.”
Poi le diede una serie di schiaffi più leggeri ma rapidissimi proprio sulla figa. Francesca strinse le cosce d’istinto, ma lui le costrinse ad aprirle di nuovo con un colpo secco sulla coscia interna.
“Tieni le gambe aperte. Altrimenti ti do di più.”
Il motociclista intanto le aveva preso i capelli e le sollevava la testa per baciarla in bocca. Lingua grossa, alito di vino e di sigaro. Francesca cercava di girare la faccia, ma lui la teneva ferma e le spingeva la lingua in gola mentre l’altra mano continuava a sculacciarla. Quando la lasciò andare, le sorrise.
“Sputa. Non voglio che mi ingoi la saliva.”
Lei sputò a terra. Lui le diede uno schiaffo sulla guancia e riprese a colpire le chiappe.
Passarono i minuti. Il ritmo non calava. Ora le chiappe di Francesca erano di un rosso acceso, con zone già violacee dove i colpi si erano sovrapposti di più. La pelle scottava, pulsava, e ogni nuovo schiaffo faceva male in un modo diverso, più profondo. Il cugino le si chinò dietro, le aprì le chiappe con le due mani e le diede una serie di colpi precisi sull’ano e sulla figa. Francesca gemette a voce alta, le ginocchia le tremavano. Lui non si fermò. Continuò finché non vide le labbra della figa arrossarsi e gonfiarsi leggermente.
“Si bagna pure. Guarda.”
Il motociclista si chinò a guardare e rise. Infilò due dita dentro di lei, le mosse con forza, poi le ritirò e le mostrò al cugino.
“Fradicia. Mentre la picchiamo.”
Ripresero a sculacciarla. Ora i colpi erano misti a palpeggiamenti continui. Mani sulle tette, che le stringevano e le torcevano i capezzoli. Mani sulla schiena, che la premevano più forte sul tavolo. Mani tra le gambe, che la frugavano mentre l’altra mano colpiva. Francesca non riusciva più a distinguere il dolore dal resto. Tutto era caldo, pulsante, umiliante.
A un tratto il motociclista la fece scendere dal tavolo e la costrinse a quattro zampe sull’erba. Testa bassa, culo alto, schiena inarcata. I due uomini camminarono intorno a lei. Ora i colpi arrivavano da ogni direzione. Uno le prendeva la coscia destra, l’altro la sinistra. Uno le batteva sulle chiappe, l’altro sulle cosce. Ogni tanto uno si fermava, le sollevava la testa per baciarla di nuovo o per sputarle in bocca, poi riprendeva. Francesca ansimava. Le lacrime le scendevano lungo le guance, ma non faceva rumore. Sapeva che doveva reggere.
Il motociclista si chinò di fianco a lei e le parlò all’orecchio mentre la sculacciava:
“Il tuo padrone ti ha prestata per questo. Per farti sentire cagna. E tu lo sei.”
Le diede un colpo particolarmente forte proprio mentre diceva quelle parole. Francesca emise un suono strozzato. Il cugino intanto le aveva preso una tetta in mano e la stringeva a ritmo dei colpi, come se volesse sincronizzare il dolore.
A un tratto si sentì la porta della casa aprirsi. Uscì la moglie del motociclista. Donna sulla cinquantina, robusta, con un’espressione dura e le labbra strette. Vide la scena e non si scompose. Si avvicinò, osservò le chiappe rosse e livide di Francesca e annuì lentamente.
“Questa è quella del padrone?”
“Sì. Deve essere punita.”
La donna non chiese altro. Si tolse la cintura dei pantaloni, la piegò in due e la fece fischiare una volta in aria per provarla. Poi iniziò a colpire. I colpi della cintura erano diversi: più secchi, più precisi, lasciavano strisce più scure e più lunghe. Francesca strinse gli occhi e morsicò il labbro fino a quasi farlo sanguinare. Ora erano in tre. Il motociclista da un lato, il cugino dall’altro, la moglie dietro. Le sculacciate non si fermavano più. Ogni tanto qualcuno si chinava, le apriva la bocca e le sputava dentro, o le infilava le dita in gola fino a farla tossire. Altre volte le mani le entravano tra le gambe e la frugavano con forza, controllando quanto fosse ancora bagnata nonostante il dolore.
La moglie commentava a voce alta, senza mai alzare troppo il tono:
“Si bagna pure mentre la picchiamo. Che troia. Guarda come si muove il culo a ogni colpo.”
Il motociclista rise e le diede un colpo particolarmente forte proprio in quel momento. Francesca emise un suono strozzato. Continuarono. Il tempo sembrava non passare. Ogni minuto era solo dolore, umiliazione e mani ovunque sul suo corpo. La cintura lasciava segni più netti. I palmi lasciavano bruciore diffuso. Le dita lasciavano lividi. Francesca non sapeva più dove finisse un dolore e dove cominciasse l’altro.
A un certo punto la moglie la fece alzare in ginocchio e le ordinò di tenere le braccia dietro la schiena. Poi le diede una serie di colpi di cintura sulle tette. Francesca gemette e piegò la schiena all’indietro, ma non abbassò le braccia. Il cugino le tenne i polsi mentre la moglie continuava. Il motociclista intanto le aveva messo una mano tra le gambe e le muoveva le dita a ritmo dei colpi.
“Senti come è calda. E bagnata. Mentre le diamo addosso.”
La moglie annuì e le diede un ultimo colpo più forte sulla tetta sinistra. Francesca chiuse gli occhi. Una lacrima le scese.
Poi la fecero di nuovo a quattro zampe. Ripresero a sculacciarla tutti e tre insieme, senza ordine preciso, solo colpi continui, pesanti, che non lasciavano spazio al respiro. Francesca contava i secondi nella testa. Venti minuti. Dovevano essere venti minuti. Ogni secondo era più lungo del precedente.
Alla fine, dopo quelli che a Francesca sembrarono ore, i tre si fermarono quasi contemporaneamente. Lei restò a quattro zampe sull’erba, ansimante, le chiappe e le cosce coperti di segni rossi, violacei e di lividi già in formazione. La pelle pulsava. Ogni minimo movimento faceva male. Il motociclista le diede un ultimo schiaffo leggero, quasi affettuoso, e le ordinò di alzarsi.
“Vestiti. Ti riporto.”
Francesca si rialzò con le gambe tremanti. Si rimise solo i pantaloncini. Il reggiseno del costume era rimasto sul tavolo, dimenticato. Durante il ritorno in moto non riuscì a stare seduta normalmente: le chiappe scottavano a ogni sobbalzo della sella. Il motociclista se ne accorse e ridacchiò, stringendole una coscia con la mano ancora calda.
Quando finalmente tornò a casa, si chiuse in bagno e si guardò allo specchio. I segni erano ovunque: chiappe rosse e bluastre, cosce segnate da strisce e da impronte di mani, qualche livido più scuro sui fianchi e sulle cosce interne. Mi scrisse con le mani ancora tremante:
Francesca: “Fatto, Padrone. Ho i segni. Ho i lividi. Sono ancora tua.”
Io risposi: “Brava cagna.”
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