Quando lo sguardo diventa tocco
di
Panny
genere
voyeur
Eravamo arrivate presto, come sempre. La spiaggia nudista in Costa Azzurra, a metà agosto, era ancora quasi deserta quando piantammo il nostro grande ombrellone a righe bianche e blu. Rebecca e io conoscevamo quel tratto di sabbia da anni: stessi posti, stesse sensazioni, stessa voglia di stare nude sotto il sole senza pensieri. Avevamo due borse frigo piene d’acqua e di qualcosa da mangiare, asciugamani freschi e la certezza di passare l’intera giornata lì, a farci cuocere la pelle già scura. Nessun segno bianco, nessuna zona chiara. Solo abbronzatura uniforme, quella tipica di chi vive lì e sa cosa significa il sole di agosto.
Io indossavo il solito vestitino leggero, quello che si compra solo in estate: rosso, arancio e giallo che si confondevano tra loro, lungo fino sopra il ginocchio, schiena nuda e una piccola scollatura sul davanti. Lo sfilai con un gesto abituale. Il seno uscì pieno, sodo, una terza generosa, areole scure quasi della stessa tonalità della pelle, capezzoli piccoli e già un po’ turgidi per l’aria. Sotto il perizoma color sabbia, quasi invisibile. Lo tolsi e rimasi completamente nuda. Nessun pelo, da nessuna parte. La pelle liscia, la forma a sbuffo delle labbra gonfie e piene che nascondevano le piccole. Mi piaceva sentirla così, esposta, senza nulla che la nascondesse.
Rebecca intanto lottava con la canotta nera, quella che sembrava quasi una canottiera intima. La sfilò e mostrò il suo seno più piccolo, una seconda soda che stava su da sola, addome piatto, capezzoli piccoli e scuri, sempre un po’ a punta, anche a riposo. Teneva ancora lo short di jeans sbottonato, il tessuto ripiegato in fuori, e sotto si intravedeva l’intimo blu scuro a pois bianchi, stretto come un perizoma. Mora, capelli lunghi raccolti in una coda che ogni tanto scioglieva. Io invece restavo sempre sciolta, bionda, i capelli leggeri sulla schiena.
Lei infilò la canotta sulla struttura interna dell’ombrellone perché non si sporcasse di sabbia. Io feci lo stesso con il mio vestito. Stendemmo gli asciugamani, sistemammo zaini e borse all’ombra e ci sdraiammo al sole.
Dopo un po’ le chiesi, senza alzare la voce:
«Perché oggi non togli il pantaloncino?»
Rebecca si toccò lo short con le dita.
«Ho l’ultimo giorno di ciclo. Anche se non ho perdite, preferisco stare con l’assorbente interno e coperta da un po’ di tessuto, per una volta.»
«Certo, fai bene.»
Stavamo lì da un pezzo quando le chiesi di passarmi la crema sulla schiena e sul sedere. Lei si avvicinò, le mani calde e precise, stese il prodotto ovunque senza lasciare tracce bianche. Poi mi girai e ricambiai il favore, le dita che scorrevano sulla sua schiena, sulla curva delle anche, fin dove lo short lo permetteva. Quando la crema fu assorbita, restammo a chiacchierare del più e del meno, protette e tranquille.
A un certo punto decidemmo di entrare in acqua. Rebecca non esitò: sapeva di avere il tampax e stava serena. Immersero i piedi e nello stesso istante ci guardammo.
«L’acqua ha una temperatura fantastica», dicemmo insieme, stupite, e poi scoppiammo a sorridere.
Ci tuffammo. Il caldo del sole si spegneva sotto l’acqua che ci bagnava ogni centimetro. Quella spiaggia ce la sceglievamo ogni anno proprio per questo: la serenità, l’assenza di sguardi giudicanti, e soprattutto il fatto che i ragazzi della nostra età che conoscevamo, così spavaldi a parole, diventavano subito timidoni quando si trattava di restare nudi. Noi invece, a vent’anni, eravamo a nostro agio. Con la nostra nudità e con quella degli altri.
Dopo una mezz’ora tornammo ai teli. Rebecca tirò fuori un mazzo di carte e cominciammo a giocare. Partite una più frenetica dell’altra. Io stavo a gambe incrociate, le carte in una mano e con l’altra, senza pensarci, mi sfioravo leggermente il seno. Un gesto automatico, rilassante. Rebecca faceva quasi la stessa cosa, senza accorgersene. Si vedeva quanto eravamo abituate l’una all’altra.
A un tratto lei alzò lo sguardo.
«Guarda. C’è un ragazzo. Mai visto.»
Era seduto sul suo telo, ancora col costume. Abbronzato, ma chiuso. Strano, lì. Pensammo che fosse la prima volta. Anche per noi, da adolescenti, era stato difficile ambientarsi. Ma lui restava vestito, e dopo un’ora ancora non si era mosso. Si guardava intorno, studiava i corpi, uno dopo l’altro, con un’attenzione che non era solo curiosità.
Finite le carte, ci sdraiammo di nuovo. Io a pancia in giù, la testa rivolta verso di lui. Rebecca di schiena, verso il mare. Continuavo a osservarlo. Passava il tempo e lui restava col costume. Nella mia testa iniziò a formarsi un pensiero scomodo: e se fosse venuto solo per guardare? Un guardone.
Lo dissi a Rebecca. Lei annuì, disgustata quanto me, ma non potevamo farci niente.
Quando lei si alzò per buttarsi di nuovo in acqua, io restai. Mi sollevai un poco sulle braccia, staccando il seno dal telo. Il vento mi sfiorò i capezzoli e li rese turgidi all’istante. Mi girai verso di lui. Il suo sguardo era già lì, fisso. Non distolse gli occhi nemmeno quando gli mandai un’occhiataccia. Spudorato. Coraggioso o solo incosciente, non sapevo.
Da quel momento diventò un gioco. Volevo vedere fino a dove si sarebbe spinto.
Mi alzai e camminai verso l’acqua. A metà percorso mi voltai leggermente: stava guardando il mio sedere dondolare. Ormai aveva occhi solo per me. Mi immersi, mi rinfrescai e uscii quasi subito, camminando lentamente verso il telo. Volevo vedere se avesse il coraggio di seguirmi con lo sguardo su tutto il corpo, e dove si sarebbe soffermato di più.
Rebecca mi raggiunse, le braccia a X sul seno, un gesto abituale di pudore anche lì.
«Che stai facendo?» mi chiese, sedendosi al mio fianco.
«Sono curiosa. Voglio vedere fino a che punto ha il coraggio di guardarmi, questo guardone.»
Poi, più bassa:
«Rebecca, ora sistemo il mio asciugamano piegandomi davanti a lui. Guardalo se ha il coraggio di fissarmi.»
Lei annuì appena.
Mi piegai in avanti, sistemando il telo. Gli mostrai tutto: il sedere alto, le labbra che si schiudevano leggermente, il piccolo buchetto tra le chiappe. Restai così qualche secondo in più del necessario.
Rebecca, da dietro, mi sussurrò:
«Guarda che non perde mai nessun centimetro di te. Ti guarda in un modo così pesante che è come se ti penetrasse con gli occhi.»
Le sue parole mi fecero qualcosa. Sentii l’umidità tra le labbra, improvvisa, senza contegno. Mi rialzai, gli diedi la schiena e mi sedetti allargando lentamente le gambe. Passai un dito tra le labbra, fingendo di togliere della sabbia. In realtà sentii solo i miei umori. Ero bagnata. Ed ero entrata nel suo gioco. E mi stava piacendo.
Tornai in acqua. Rebecca rimase a pancia in giù, le gambe leggermente aperte. Dal tessuto largo dello short riuscivo a vedere il suo intimo blu a pois bianchi. Sembrava quasi un costume. Stavo galleggiando, lasciandomi trasportare dalle onde, quando vidi il ragazzo alzarsi e dirigersi verso la riva. Entrò in acqua, mi superò e si fermò leggermente dietro di me. Non mi girai.
Tornai con i piedi sulla sabbia. E allora la sentii: una mano sul mio sedere. Pesante, vorace, senza pazienza. Non mi voltai. Sapevo chi fosse. Le dita scivolarono, toccarono ovunque, trovarono le labbra, le percorsero per tutta la lunghezza e poi, di prepotenza, due dita mi penetrarono. Niente dolcezza. Solo decisione. E a me piaceva proprio quello. Anche se lo trovavo solo un gran porco.
Restai immobile, le gambe che si allargavano da sole per facilitarlo. Gli ansimi mi uscirono bassi, gli occhi chiusi, concentrata solo sul suo tocco. Stavo arrivando. Quasi al punto di non ritorno. E sul più bello tirò fuori le dita, mi passò di fianco e uscì dall’acqua. Prese il suo asciugamano e se ne andò.
Rimasi senza parole. Mi aveva guardata per ore, studiata, scopata con gli occhi, e alla fine mi aveva toccata solo per lasciarmi così, a metà. Egoista.
Tornai da Rebecca e le raccontai tutto. Lei scoppiò a ridere.
«Solo a te poteva succedere una cosa del genere.»
Davanti a lei allargai un poco le gambe e le mostrai quanto fossi bagnata. Rebecca passò un dito sulle mie labbra, lo avvicinò al viso e strinse indice e pollice.
«Sì… sei davvero bagnata.»
Scoppiammo entrambe a ridere. Poi ci sdraiammo di nuovo, completamente nude, e passammo il resto della giornata a prendere il sole su quella magnifica spiaggia, come se niente fosse.
Per consigli o solo per un saluto o altro mi trovate qui
u6753739252@gmail.com
Io indossavo il solito vestitino leggero, quello che si compra solo in estate: rosso, arancio e giallo che si confondevano tra loro, lungo fino sopra il ginocchio, schiena nuda e una piccola scollatura sul davanti. Lo sfilai con un gesto abituale. Il seno uscì pieno, sodo, una terza generosa, areole scure quasi della stessa tonalità della pelle, capezzoli piccoli e già un po’ turgidi per l’aria. Sotto il perizoma color sabbia, quasi invisibile. Lo tolsi e rimasi completamente nuda. Nessun pelo, da nessuna parte. La pelle liscia, la forma a sbuffo delle labbra gonfie e piene che nascondevano le piccole. Mi piaceva sentirla così, esposta, senza nulla che la nascondesse.
Rebecca intanto lottava con la canotta nera, quella che sembrava quasi una canottiera intima. La sfilò e mostrò il suo seno più piccolo, una seconda soda che stava su da sola, addome piatto, capezzoli piccoli e scuri, sempre un po’ a punta, anche a riposo. Teneva ancora lo short di jeans sbottonato, il tessuto ripiegato in fuori, e sotto si intravedeva l’intimo blu scuro a pois bianchi, stretto come un perizoma. Mora, capelli lunghi raccolti in una coda che ogni tanto scioglieva. Io invece restavo sempre sciolta, bionda, i capelli leggeri sulla schiena.
Lei infilò la canotta sulla struttura interna dell’ombrellone perché non si sporcasse di sabbia. Io feci lo stesso con il mio vestito. Stendemmo gli asciugamani, sistemammo zaini e borse all’ombra e ci sdraiammo al sole.
Dopo un po’ le chiesi, senza alzare la voce:
«Perché oggi non togli il pantaloncino?»
Rebecca si toccò lo short con le dita.
«Ho l’ultimo giorno di ciclo. Anche se non ho perdite, preferisco stare con l’assorbente interno e coperta da un po’ di tessuto, per una volta.»
«Certo, fai bene.»
Stavamo lì da un pezzo quando le chiesi di passarmi la crema sulla schiena e sul sedere. Lei si avvicinò, le mani calde e precise, stese il prodotto ovunque senza lasciare tracce bianche. Poi mi girai e ricambiai il favore, le dita che scorrevano sulla sua schiena, sulla curva delle anche, fin dove lo short lo permetteva. Quando la crema fu assorbita, restammo a chiacchierare del più e del meno, protette e tranquille.
A un certo punto decidemmo di entrare in acqua. Rebecca non esitò: sapeva di avere il tampax e stava serena. Immersero i piedi e nello stesso istante ci guardammo.
«L’acqua ha una temperatura fantastica», dicemmo insieme, stupite, e poi scoppiammo a sorridere.
Ci tuffammo. Il caldo del sole si spegneva sotto l’acqua che ci bagnava ogni centimetro. Quella spiaggia ce la sceglievamo ogni anno proprio per questo: la serenità, l’assenza di sguardi giudicanti, e soprattutto il fatto che i ragazzi della nostra età che conoscevamo, così spavaldi a parole, diventavano subito timidoni quando si trattava di restare nudi. Noi invece, a vent’anni, eravamo a nostro agio. Con la nostra nudità e con quella degli altri.
Dopo una mezz’ora tornammo ai teli. Rebecca tirò fuori un mazzo di carte e cominciammo a giocare. Partite una più frenetica dell’altra. Io stavo a gambe incrociate, le carte in una mano e con l’altra, senza pensarci, mi sfioravo leggermente il seno. Un gesto automatico, rilassante. Rebecca faceva quasi la stessa cosa, senza accorgersene. Si vedeva quanto eravamo abituate l’una all’altra.
A un tratto lei alzò lo sguardo.
«Guarda. C’è un ragazzo. Mai visto.»
Era seduto sul suo telo, ancora col costume. Abbronzato, ma chiuso. Strano, lì. Pensammo che fosse la prima volta. Anche per noi, da adolescenti, era stato difficile ambientarsi. Ma lui restava vestito, e dopo un’ora ancora non si era mosso. Si guardava intorno, studiava i corpi, uno dopo l’altro, con un’attenzione che non era solo curiosità.
Finite le carte, ci sdraiammo di nuovo. Io a pancia in giù, la testa rivolta verso di lui. Rebecca di schiena, verso il mare. Continuavo a osservarlo. Passava il tempo e lui restava col costume. Nella mia testa iniziò a formarsi un pensiero scomodo: e se fosse venuto solo per guardare? Un guardone.
Lo dissi a Rebecca. Lei annuì, disgustata quanto me, ma non potevamo farci niente.
Quando lei si alzò per buttarsi di nuovo in acqua, io restai. Mi sollevai un poco sulle braccia, staccando il seno dal telo. Il vento mi sfiorò i capezzoli e li rese turgidi all’istante. Mi girai verso di lui. Il suo sguardo era già lì, fisso. Non distolse gli occhi nemmeno quando gli mandai un’occhiataccia. Spudorato. Coraggioso o solo incosciente, non sapevo.
Da quel momento diventò un gioco. Volevo vedere fino a dove si sarebbe spinto.
Mi alzai e camminai verso l’acqua. A metà percorso mi voltai leggermente: stava guardando il mio sedere dondolare. Ormai aveva occhi solo per me. Mi immersi, mi rinfrescai e uscii quasi subito, camminando lentamente verso il telo. Volevo vedere se avesse il coraggio di seguirmi con lo sguardo su tutto il corpo, e dove si sarebbe soffermato di più.
Rebecca mi raggiunse, le braccia a X sul seno, un gesto abituale di pudore anche lì.
«Che stai facendo?» mi chiese, sedendosi al mio fianco.
«Sono curiosa. Voglio vedere fino a che punto ha il coraggio di guardarmi, questo guardone.»
Poi, più bassa:
«Rebecca, ora sistemo il mio asciugamano piegandomi davanti a lui. Guardalo se ha il coraggio di fissarmi.»
Lei annuì appena.
Mi piegai in avanti, sistemando il telo. Gli mostrai tutto: il sedere alto, le labbra che si schiudevano leggermente, il piccolo buchetto tra le chiappe. Restai così qualche secondo in più del necessario.
Rebecca, da dietro, mi sussurrò:
«Guarda che non perde mai nessun centimetro di te. Ti guarda in un modo così pesante che è come se ti penetrasse con gli occhi.»
Le sue parole mi fecero qualcosa. Sentii l’umidità tra le labbra, improvvisa, senza contegno. Mi rialzai, gli diedi la schiena e mi sedetti allargando lentamente le gambe. Passai un dito tra le labbra, fingendo di togliere della sabbia. In realtà sentii solo i miei umori. Ero bagnata. Ed ero entrata nel suo gioco. E mi stava piacendo.
Tornai in acqua. Rebecca rimase a pancia in giù, le gambe leggermente aperte. Dal tessuto largo dello short riuscivo a vedere il suo intimo blu a pois bianchi. Sembrava quasi un costume. Stavo galleggiando, lasciandomi trasportare dalle onde, quando vidi il ragazzo alzarsi e dirigersi verso la riva. Entrò in acqua, mi superò e si fermò leggermente dietro di me. Non mi girai.
Tornai con i piedi sulla sabbia. E allora la sentii: una mano sul mio sedere. Pesante, vorace, senza pazienza. Non mi voltai. Sapevo chi fosse. Le dita scivolarono, toccarono ovunque, trovarono le labbra, le percorsero per tutta la lunghezza e poi, di prepotenza, due dita mi penetrarono. Niente dolcezza. Solo decisione. E a me piaceva proprio quello. Anche se lo trovavo solo un gran porco.
Restai immobile, le gambe che si allargavano da sole per facilitarlo. Gli ansimi mi uscirono bassi, gli occhi chiusi, concentrata solo sul suo tocco. Stavo arrivando. Quasi al punto di non ritorno. E sul più bello tirò fuori le dita, mi passò di fianco e uscì dall’acqua. Prese il suo asciugamano e se ne andò.
Rimasi senza parole. Mi aveva guardata per ore, studiata, scopata con gli occhi, e alla fine mi aveva toccata solo per lasciarmi così, a metà. Egoista.
Tornai da Rebecca e le raccontai tutto. Lei scoppiò a ridere.
«Solo a te poteva succedere una cosa del genere.»
Davanti a lei allargai un poco le gambe e le mostrai quanto fossi bagnata. Rebecca passò un dito sulle mie labbra, lo avvicinò al viso e strinse indice e pollice.
«Sì… sei davvero bagnata.»
Scoppiammo entrambe a ridere. Poi ci sdraiammo di nuovo, completamente nude, e passammo il resto della giornata a prendere il sole su quella magnifica spiaggia, come se niente fosse.
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