Upskirt in classe

di
genere
feticismo

Mi chiamavo Marco e frequentavo l’ultimo anno del liceo classico. Avevo diciotto anni. Non ero né il ragazzo più popolare della scuola né uno sfigato: stavo nel mezzo, uno di quelli che passava inosservato senza sforzarsi troppo. In classe c’erano alcune ragazze carine, ma nessuna mi aveva mai colpito davvero… tranne Serena.

Serena aveva i capelli castano chiaro, mossi quasi ricci, e un fisico snello con i fianchi un po’ larghi e un seno medio-grande. Veniva spesso in gonna, di quelle un po’ lunghe, tranne qualche giorno in cui ne indossava una leggermente più corta. Quei giorni erano i miei preferiti.

Al cambio dell’ora, mentre tutti si alzavano a chiacchierare, mi avvicinai al suo banco. Lei era seduta. Abbassai la luminosità del telefono al minimo e feci partire la registrazione. Tenevo il braccio piegato in modo naturale, il display rivolto verso il basso, nascosto sotto il bordo del banco. Parlavamo di scuola, di compiti, di niente di importante. Mentre lei rispondeva, io guardavo il punto in cui la maglia si apriva leggermente sul collo. Ogni volta che si muoveva riuscivo a intravedere qualcosa di diverso: una curva del seno, il bordo del reggiseno, un lembo di pelle chiara.

Quando entrò la professoressa chiesi di andare in bagno. Appena chiusa la porta del gabinetto aprii il video. Le gambe di Serena erano perfettamente depilate, la pelle liscia e chiara. Le aveva tenute accavallate per quasi tutto il tempo. Si vedeva lo spacco tra le cosce, ma non abbastanza in alto. Niente di più. Dovevo riprovare.

Tornai in classe con l’immagine di quelle gambe e di quel seno ancora stampata in testa. L’erezione arrivò subito, dura e insistente contro i jeans. Aspettare un’ora intera in quelle condizioni fu una tortura. Ogni movimento mi faceva sentire il tessuto che strofinava. Contavo i minuti.

Al cambio successivo tornai da lei. Stessa tecnica: telefono in registrazione, luminosità bassissima, braccio rilassato. Questa volta tenevo lo sguardo più basso, sul punto in cui la gonna saliva appena quando si sistemava. Il professore era in ritardo. Quei minuti extra furono preziosi. Riuscii a inquadrare meglio il seno ogni volta che lei si chinava un poco in avanti, e speravo con tutte le mie forze che allargasse le gambe anche solo per un attimo.

Quando finalmente entrò il docente non potei più alzarmi. Restai seduto con l’ansia che mi rodeva lo stomaco e l’eccitazione che non calava. Aspettai la ricreazione come se fosse l’unica cosa importante della giornata.

La campanella suonò. Corsi in bagno, mi chiusi dentro e abbassai il volume del telefono quasi a zero. Il video era migliore del precedente. Serena aveva continuato ad accavallare e disaccavallare le gambe. Per alcuni secondi le aveva tenute aperte. Si vedevano chiaramente le cosce lisce, e più in alto… le mutandine. Bianche, con piccoli fiorellini azzurri. Il tessuto era sottile abbastanza da lasciare indovinare la forma del suo sesso. Il cuore mi batteva così forte che temevo si sentisse fuori dalla porta.

Non ragionavo più. Con una mano tenevo il telefono, con l’altra mi liberai i jeans e iniziai a toccarmi, lentamente, in silenzio assoluto. Guardavo le sue gambe, il modo in cui la gonna si spostava, il tessuto bianco che aderiva. Ero in estasi. Stavo per venire quando suonò di nuovo la campanella. Il video finì nello stesso istante. Restai fermo, ansimante, con l’erezione ancora pulsante e la frustrazione che mi bruciava.

Sistemai tutto alla meglio e tornai in classe. L’erezione non era del tutto calata, ma riuscii a nasconderla. Agli ultimi due cambi d’ora osai di più. Accesi il flash e finsi di prenderla in giro, puntandole la luce sul viso. Lei rise e stette al gioco. Ogni volta che abbassavo il telefono sotto il banco continuavo a registrare. Sembrava uno scherzo innocente. Non si accorse di niente.

A pranzo non guardai i video. Aspettai di tornare a casa. Mangiai in fretta, poi realizzai di aver dimenticato un libro a scuola. Torna i indietro. Presi il libro dall’armadietto e, non resistendo, aprii uno dei filmati. Grazie al flash le mutandine si vedevano nettamente. Il tessuto bianco era così sottile che la forma del suo sesso risultava stampata con precisione. Si intravedevano i peli scuri sotto il cotone e qualche pelo più lungo che spuntava ai lati. In quella scena aveva allargato le gambe come per sgranchirsi. I movimenti mi avevano regalato secondi perfetti.

Stoppai il video. Il sangue mi martellava nelle tempie. La scuola non era vuota: c’erano i rientri pomeridiani. Camminai verso i bagni cercando di sembrare normale. Mi chiusi nel gabinetto più interno, abbassai i jeans e ripresi il filmato dal punto esatto. La luce del flash rendeva tutto più nitido: la pelle chiara delle cosce, il tessuto bianco teso, la forma piena e leggermente pelosa del suo sesso. Mi toccai con più decisione, la mano che saliva e scendeva in silenzio. L’ansia di essere scoperto rendeva ogni secondo più intenso. Sentivo i passi nel corridoio, voci lontane, eppure non riuscivo a fermarmi.

Vennero tre schizzi abbondanti, caldi, che colpirono le mattonelle verde scuro del muro di fronte a me. Restai fermo, la fronte appoggiata alla porta, il respiro che si calmava piano. Il sollievo fu immenso. Una pace densa, fisica, come se tutto il corpo si fosse finalmente svuotato. Le gambe mi tremavano leggermente. Guardai le tracce bianche sulle piastrelle scure e sentii solo quiete.

Quel giorno non fu l’unico, quell’ultimo anno di liceo. Ma fu il primo in cui capii quanto potesse essere potente il mix di paura e desiderio, e quanto fosse difficile, dopo, tornare a essere solo Marco, lo studente qualunque che non faceva particolarmente parlare di sé.



Grazie a tutti voi che continuate a seguirmi e a scrivermi con così tanto fuoco ❤️
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Mi piace scoprire i desideri più nascosti di chi mi legge.
La mia email: u6753739252@gmail.com
Non vedo l’ora di leggervi…
e chissà, magari la vostra idea diventerà il prossimo racconto 🔥
A presto,
La vostra Birichina
di
scritto il
2026-09-06
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