Alla scoperta del corpo di Ester

di
genere
confessioni

La biblioteca della facoltà di Medicina odorava di carta antica, di legno lucidato e di quel leggero sentore di polvere che si posa sui libri aperti da troppe ore. La luce del pomeriggio filtrava dai grandi vetri e disegnava rettangoli dorati sui tavoli. Io e Manuel eravamo seduti uno di fronte all’altro, i quaderni aperti sulla sessualità umana, le illustrazioni anatomiche sparse tra appunti e sottolineature.
Avevamo già finito da un pezzo la parte teorica. Restavano solo le immagini da studiare: sezioni trasversali, disegni di imeni, labbra, clitoridi. Manuel teneva lo sguardo basso sul libro, ma ogni tanto alzava gli occhi verso di me, come se cercasse qualcosa che le pagine non gli davano.
«Sai…» dissi a un tratto, spezzando il silenzio, «è strano. Nei libri si vede tutto così… pulito. Linee nette, colori pastello. Ma nella realtà non è così.»
Lui sollevò lo sguardo. Aveva le iridi scure, un po’ umide di concentrazione.
«Cosa intendi?»
«L’imene, per esempio.» Continuai senza esitazione. Non sono mai stata una che si scandalizza. «Nei disegni sembra una membrana perfetta, quasi decorativa. Ma quando lo guardi davvero… è diverso.»
Manuel restò immobile. Le dita che tenevano la penna si strinsero appena.
«Tu… l’hai visto?» chiese con voce più bassa.
Annuì. «Una sera, a casa. Avevo curiosità. Mi sono seduta davanti allo specchio dell’armadio, con una gonna corta. Ho abbassato solo la brasiliana e ho alzato il tessuto. Poi…» feci una pausa, sentendo un leggero calore salirmi alle guance, «ho aperto le labbra con le dita. Piano. Cercavo di capire. Era di un rosa chiaro, sottile, con piccole irregolarità che nei libri non ci sono. L’ho guardato da diverse angolazioni, spostando leggermente le gambe, tirando un po’ di più. Si vedevano dettagli che nessun disegno riesce a rendere. La luce della lampada, l’ombra delle mie stesse dita… era come studiare un pezzo di anatomia viva.»
Manuel deglutì. La sua gola si mosse visibilmente. Restò in silenzio per un paio di secondi, poi chiese, con un tono che cercava di restare neutro ma non ci riusciva del tutto:
«Ma quindi… sei vergine?»
Io lo guardai dritto negli occhi, senza il minimo imbarazzo.
«Sì.»
La risposta uscì calma, quasi semplice. Come se stessi confermando un dato di fatto, niente di più. Lui abbassò lo sguardo per un attimo, poi lo rialzò, e in quegli occhi scuri vidi qualcosa che non era solo curiosità scientifica.
«Hai ragione» mormorò dopo un momento. «I disegni non bastano mai.»
Il tono era neutro, ma sentivo che sotto c’era qualcosa di più. Un interesse che non riguardava solo lo studio. Non mi diede fastidio. Anzi. Quella curiosità malcelata mi faceva sentire osservata in un modo nuovo.
«Se un giorno servisse una foto reale per un libro universitario» aggiunsi, quasi scherzando, «mi presterei volentieri. Il viso non si vedrebbe, ovviamente. Solo quello che serve.»
Lui sorrise, ma gli occhi restarono intensi. «Sarebbe… importante. Molto.»
Capii benissimo cosa stava pensando. Eppure non mi ritirai. Continuammo a parlare. Mi chiese se mi depilassi. Gli dissi la verità: di solito sì, perché il pelo è folto e nero, quasi sempre lo faccio con la ceretta. Qualche volta, per pigrizia o per mancanza di tempo, lo lascio crescere un po’. Ma per una foto avrei dovuto essere perfettamente liscia.
Poi arrivò al seno. Gli confessai che non prendevo la pillola, e che forse se lo facessi mi crescerebbe qualcosa. «Sono praticamente piatta» dissi, alzando appena le spalle. «Quello che si vede da fuori è più il reggiseno che altro. Una prima scarsissima.»
Manuel scosse la testa. «Un po’ di seno c’è. Si nota.»
Quelle parole mi fecero sentire un brivido leggero lungo la schiena. Non ero abituata a essere guardata così.
Guardò i miei vestiti. «Oggi sei messa bene» disse. Indossavo un pantalone attillato nero e una maglia a maniche lunghe grigia. Mi alzai un attimo, feci un piccolo giro su me stessa senza pensarci troppo.
«Ho messo una brasiliana nuova» spiegai. «Così non si vede il segno sotto il pantalone.»
Lui annuì lentamente. «Infatti non si vede. Ma si vede benissimo la forma del sedere.»
La frase mi colpì. Non dissi niente, ma qualcosa dentro di me si scaldò. Sapevo che Manuel era un tipo che guardava le ragazze, eppure le sue attenzioni, così dirette e allo stesso tempo impacciate, mi piacevano. Mi facevano sentire desiderabile in un modo che non mi ero mai concessa.
A un certo punto il discorso scivolò sul piacere personale. Lui ammise di aver guardato un video porno la sera prima. Io scossi la testa.
«A me non piacciono. Preferisco immaginare. Situazioni. Sensazioni. Quando mi tocco, chiudo gli occhi e costruisco tutto nella testa.»
La sua voce diventò più sottile. «E… quanto spesso ti tocchi?»
Non ci fu imbarazzo da parte mia. «A periodi. Ci sono settimane in cui lo faccio ogni sera, prima di dormire. Altre in cui non ne sento il bisogno per giorni. E tu?»
Lui arrossì visibilmente. Le orecchie diventarono quasi rosse. «Tutti i giorni. Almeno due volte. La mattina e la sera.»
Sorrisi. «Normale. Conosco gente che lo fa anche di più. Ognuno, nel suo privato, fa quello che vuole con il proprio corpo.»
Eravamo tornati a sfogliare i libri quando mi venne in mente la foto. Quella mattina, davanti allo specchio di casa, mi ero scattata un’immagine con la brasiliana nuova di colore azzurro. Di lato, la maglia leggermente alzata, il sedere in evidenza, le gambe tese. Non so cosa mi prese. Forse l’eccitazione sottile che si era accumulata in quelle ore di chiacchiere, forse il desiderio di trasgredire un po’.
Gli passai il telefono. «Questa mattina ho messo queste. Per non far vedere il segno. Che ne dici? Sono carine?»
Manuel restò in silenzio. Lo vidi fissare lo schermo. Gli occhi scorreva no lentamente: dalle cosce, ai glutei, alla linea dell’addome dove la maglia era sollevata. Non diceva niente. Solo guardava, come se volesse imprimersi ogni dettaglio.
Alla fine, con voce tremante, riuscì a parlare. «Sì… ti stanno bene. Quel colore azzurrino… è molto bello. Chiaro.»
Gli tesi il braccio per riprendere il telefono. Lui esitò ancora un secondo, lo sguardo ancora agganciato all’immagine, poi me lo restituì. Spegnendo lo schermo sentii quasi un piccolo sospiro da parte sua.
Avevamo finito. Mi alzai. «Andiamo a prendere un caffè?»
Lui scosse la testa, la voce ancora instabile. «No… resto ancora un po’ qui.»
Abbassai lo sguardo sotto il tavolo. Indossava i pantaloni della tuta. Lì, sotto la stoffa, si vedeva chiaramente il profilo di un’erezione tesa, impossibile da nascondere se si fosse alzato.
Un sorriso piccolo e malizioso mi sfiorò le labbra. Mi chinai leggermente verso di lui, fino a sfiorargli l’orecchio con il respiro.
«Meglio che resti seduto a studiare» sussurrai. «Così forse si calma un po’ il tuo amichetto sotto al tavolo.»
Mi allontanai ridendo piano, mentre il suo volto diventava ancora più rosso. Il cuore mi batteva forte. Tra le gambe sentivo un calore umido, leggero, che non avevo previsto. L’odore dei libri, il silenzio della biblioteca, la tensione che avevamo lasciato sospesa nell’aria… tutto mi sembrava improvvisamente più vivo.
E mentre uscivo, sapevo che quella conversazione non sarebbe finita lì.



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Mi piace scoprire i desideri più nascosti di chi mi legge.
Non vedo l’ora di leggervi…

e chissà, magari la vostra idea diventerà il prossimo racconto 🔥
A presto,

La vostra Birichina
di
scritto il
2026-10-04
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