Il Cambio
scritto il 2026-10-05 tempo di lettura 9 min
di
Ornella
genere
saffico
cura
A
Roberto era assente.
Me lo ha detto una donna alla reception, la stessa che ogni tanto avevo già visto in giro per la palestra, senza mai parlarle. Circa quarant'anni, capelli lunghissimi raccolti a coda. Mi ha spiegato che avrebbe preso lei le lezioni per le prossime due settimane al posto del mio PT, se, naturalmente, per me andava bene.
E non andava bene per niente.
Odio quando le cose non vanno come previsto, e i 4 allenamenti settimanali con Roberto sono una cosa precisa, con i suoi tempi e i suoi modi. Ho abbozzato uno scocciatissimo "poteva avvisarmi" che era già a metà tra la lamentela e la rassegnazione.
"Lo ha fatto", mi ha risposto lei. "Ma non ha avuto risposta."
Ho preso il telefono. Quattro chiamate perse e tre messaggi, tutti ignorati da me. Ho messo via il telefono senza aggiungere altro e le ho detto che per me non c'erano problemi. Poi sono andata a cambiarmi, ancora più nervosa e scazzata di prima.
Tornata in sala l'ho vista e mi sono fermata a guardarla.
Non avevo fatto caso, prima: 1,65 circa, fisico muscoloso in modo importante, spalle, braccia, addome, ma con una femminilità che non si perdeva da nessuna parte.
Anzi.
Il pantacollant vita bassa aderiva senza lasciare nulla all'immaginazione, i glutei erano una cosa seria, il top metteva in evidenza un seno da terza bella e soda e la pancia scolpita mi faceva solo tanta invidia. Niente trucco. Nonostante tutto, o forse proprio per questo, era molto bella.
Abbiamo iniziato subito, senza convenevoli.
Riscaldamento aerobico a corpo libero, poi plank come da programma. Si è allenata con me per tutto il tempo, eseguendo ogni esercizio in parallelo, il che mi è sembrato insieme professionale e vagamente competitivo.
Niente del tono colorito di Roberto, niente "dai Ornella contrai quel culo" ma una precisione tecnica tagliente, qualche correzione piccola e puntuale, senza indulgenza. E, a differenza di Roberto che tocca, senza nessuna malizia, ma tocca, lei non mi ha sfiorato mai.
La scocciatura e il nervosismo si sono sciolti da soli, nel corso dell'allenamento. Sapeva il fatto suo, e il fatto che si facesse venire il fiatone insieme a me aveva qualcosa di onesto.
L'ultimo blocco, venticinque minuti alla panca piana, è stato però diverso. Ha smesso di allenarsi e si è messa dietro di me ad assistermi negli stacchi, a guidare il bilanciere nelle ripetizioni massimali. Sdraiata, con lei in piedi oltre la mia testa, lo sguardo andava per forza verso l'alto.
Il pantacollant attillatissimo, la posizione, la luce; il monte di venere era evidente, e lo spacco del sesso si intuiva chiaramente ogni volta che si piegava verso di me e contraeva i glutei per darmi supporto nel sollevamento. Quando si chinava, il top cedeva e il seno diventava visibile.
L'ho notato. Non era eccitazione, o forse lo era appena, in sordina, una cosa che ho registrato senza darle troppo peso. Ho fatto le ultime ripetizioni, ho ringraziato, e siamo andate entrambe verso gli spogliatoi.
La palestra è una di quelle catene di livello alto. Spogliatoi con armadietti personali, docce ampie con divisori in muratura e porta di cristallo, sauna, bagno turco, idromassaggio. I personal trainer condividono lo stesso spogliatoio delle clienti.
Ho aperto il mio armadietto. Lei ha aperto il suo una decina di posti più in là e ha iniziato a svestirsi. Mi sono voltata per prendere qualcosa e l'ho vista togliersi il top.
Non indossava il reggiseno. Il seno è rimasto libero, sodo, bello e io sono rimasta ferma un momento di troppo a guardare. Lei ha sollevato lo sguardo e ha incrociato il mio. Ho distolto gli occhi immediatamente, con un imbarazzo che non sono riuscita a nascondere del tutto. Mi è sembrato di cogliere un sorriso prima di girarmi verso il mio armadietto.
Mi sono spogliata dandole le spalle, con lo sportello aperto davanti a me come scudo. Ho preso asciugamano e accappatoio e mi sono diretta verso il bagno turco. Ho sentito i suoi passi seguire i miei.
Il bagno turco è solo per lo spogliatoio femminile e, a differenza della sauna, che è comunicante, qui il costume non è obbligatorio. Ho appoggiato l'asciugamano al gancio fuori dalla porta. Lei ha fatto lo stesso. Siamo entrate nude.
Dentro si vedeva appena, il vapore era fitto, l'aria calda e densa. Mi sono sdraiata sul marmo mentre lei è rimasta in piedi appoggiata alla parete di fronte, silenziosa.
Dopo qualche minuto mi ha chiesto se poteva bagnare le pareti con acqua fredda.
C'è una canna apposita, e la si usa per aumentare il vapore e abbassare la temperatura della superficie. Le ho detto di sì, che non mi dava fastidio.
Ha preso la canna, ha bagnato pareti e pavimento, poi si è riversata il getto addosso senza un suono. L'ho guardata, il corpo bagnato nel vapore, i capelli sciolti adesso, l'acqua che le scorreva sulle spalle e sul seno.
"Io preferisco farmi la doccia fredda fuori", ho detto. Non so perché l'ho detto forse per dire qualcosa, forse per prendere distanza da quello sguardo che continuava a tornare su di lei e che capivo lei sentiva.
Ha sorriso. "Non sai cosa ti perdi."
E poi: "Vieni qui."
Il tono non metteva in discussione. Non era un invito, era una sorta di ordine, detta con la stessa voce che aveva usato tutto il pomeriggio per correggermi durante gli esercizi. Mi sono alzata senza pensare.
Mi ha presa la mano, mi ha fatta girare e appoggiare alla parete, le braccia alte contro il marmo caldo. Con il piede mi ha allargato le gambe. Poi ha diretto il getto dell'acqua gelata sulla parete davanti a me, e piano piano lo ha spostato sulla mia schiena.
Il contrasto è stato immediato tra i sessanta gradi di vapore attorno, e quell'acqua fredda lungo la colonna vertebrale. Un brivido che non era solo freddo. Ho staccato le mani dalla parete per girarmi.
"Ferma."
Sono rimasta ferma.
Il getto si è mosso lento, schiena, glutei, gambe. La tensione che mi portavo dietro da tutta la giornata si è dissolta in qualcosa di diverso. Il vapore e l'acqua fredda insieme producevano uno stato strano, quasi sospeso come se il corpo sapesse più dove fosse.
Poi mi ha cinta la vita con un braccio e mi ha fatta girare. Mi ha riportato le braccia in alto, le mani di nuovo contro la parete, e ha ripreso con il getto: seni, ventre, gambe. Ho chiuso gli occhi.
Quando il getto freddo si è spostato sul mio sesso ho capito che non avrei più finto di non capire niente. L'eccitazione è stata immediata e precisa, senza margine di dubbio.
Ha continuato per qualche decina di secondi. Poi ho sentito il vapore tra noi ridursi e la sua presenza vicina. Ho aperto gli occhi nel momento in cui si è alzata sulle punte per compensare i quindici centimetri di differenza e mi ha baciata, la canna ancora tra i nostri corpi.
Ho cercato di abbracciarla e di bloccarmi sulla sua bocca ma si è subito ritratta e mi ha preso i polsi bloccandoli dietro la schiena, contro la parete, con una mano sola.
Con l'altra è scesa tra le mie gambe e il tubo cilindrico del doccino, freddo, è entrato nel mio sesso che era già bagnato di tutt'altro.
L'orgasmo è arrivato in modo assurdo, totale. Le gambe mi hanno ceduto.
Mi ha accompagnata a terra senza una parola, lasciandomi il doccino dentro, ed è andata a sedersi sul gradino di marmo con un sorriso che non sono riuscita a definire: non era trionfo, non era tenerezza, era qualcosa nel mezzo che non avevo mai visto su nessuno.
Mi sono ripresa. Mi sono tolta il doccino. Sono uscita dal bagno turco incapace di dire una sola parola.
Sono entrata in doccia alternando a lungo getti di acqua tiepida, fredda e bollente, fino a quando il corpo ha smesso di tremare.
Poi mi sono stesa su una delle panche relax, l'accappatoio avvolto stretto. Ho chiuso gli occhi.
Mi piace quel momento, l’effetto del bagno turco ancora addosso, la doccia, e poi quei quindici, venti minuti di niente dove il corpo non chiede altro che rilassarsi.
La testa è andata lì, a quell'orgasmo rubato con la a sua intensità, la sua velocità, come era arrivato senza che io avessi fatto nulla per cercarlo o per evitarlo.
E alla questione più pratica: cosa fare adesso. Se ignorare, se sorridere e basta, se dire qualcosa. Cosa dire.
Non sono arrivata a nessuna conclusione. Mi sono alzata quando ho sentito che era il momento, ho aperto gli occhi.
Lei era davanti al suo armadietto. Jeans stretti, camicetta bianca, semplicissima. Borsa in spalla, pronta. Non l'avevo sentita uscire dal bagno turco, non l'avevo sentita fare la doccia; era già un'altra persona, ordinata e composta, come se il pomeriggio fosse stato solo un allenamento.
Ho deciso di non dirle niente. Mi sono diretta al mio armadietto senza passarle vicino.
Non so cosa mi aspettassi: forse essere ignorata, e in fondo lo speravo, perché avrebbe semplificato tutto.
Invece lei si è mossa. È venuta verso di me con quella camminata diritta che aveva anche in sala pesi, si è fermata a mezzo metro.
"Se non hai da fare, andiamo a farci un aperitivo."
"Non posso", ho detto. "Ho i figli da recuperare dalle attività."
Ha annuito, come se lo aspettasse e si è rimessa la borsa a posto sulla spalla.
"Allora tieniti libera venerdì dopo la lezione."
E se ne è andata.
Non era una domanda neanche quella.
Me lo ha detto una donna alla reception, la stessa che ogni tanto avevo già visto in giro per la palestra, senza mai parlarle. Circa quarant'anni, capelli lunghissimi raccolti a coda. Mi ha spiegato che avrebbe preso lei le lezioni per le prossime due settimane al posto del mio PT, se, naturalmente, per me andava bene.
E non andava bene per niente.
Odio quando le cose non vanno come previsto, e i 4 allenamenti settimanali con Roberto sono una cosa precisa, con i suoi tempi e i suoi modi. Ho abbozzato uno scocciatissimo "poteva avvisarmi" che era già a metà tra la lamentela e la rassegnazione.
"Lo ha fatto", mi ha risposto lei. "Ma non ha avuto risposta."
Ho preso il telefono. Quattro chiamate perse e tre messaggi, tutti ignorati da me. Ho messo via il telefono senza aggiungere altro e le ho detto che per me non c'erano problemi. Poi sono andata a cambiarmi, ancora più nervosa e scazzata di prima.
Tornata in sala l'ho vista e mi sono fermata a guardarla.
Non avevo fatto caso, prima: 1,65 circa, fisico muscoloso in modo importante, spalle, braccia, addome, ma con una femminilità che non si perdeva da nessuna parte.
Anzi.
Il pantacollant vita bassa aderiva senza lasciare nulla all'immaginazione, i glutei erano una cosa seria, il top metteva in evidenza un seno da terza bella e soda e la pancia scolpita mi faceva solo tanta invidia. Niente trucco. Nonostante tutto, o forse proprio per questo, era molto bella.
Abbiamo iniziato subito, senza convenevoli.
Riscaldamento aerobico a corpo libero, poi plank come da programma. Si è allenata con me per tutto il tempo, eseguendo ogni esercizio in parallelo, il che mi è sembrato insieme professionale e vagamente competitivo.
Niente del tono colorito di Roberto, niente "dai Ornella contrai quel culo" ma una precisione tecnica tagliente, qualche correzione piccola e puntuale, senza indulgenza. E, a differenza di Roberto che tocca, senza nessuna malizia, ma tocca, lei non mi ha sfiorato mai.
La scocciatura e il nervosismo si sono sciolti da soli, nel corso dell'allenamento. Sapeva il fatto suo, e il fatto che si facesse venire il fiatone insieme a me aveva qualcosa di onesto.
L'ultimo blocco, venticinque minuti alla panca piana, è stato però diverso. Ha smesso di allenarsi e si è messa dietro di me ad assistermi negli stacchi, a guidare il bilanciere nelle ripetizioni massimali. Sdraiata, con lei in piedi oltre la mia testa, lo sguardo andava per forza verso l'alto.
Il pantacollant attillatissimo, la posizione, la luce; il monte di venere era evidente, e lo spacco del sesso si intuiva chiaramente ogni volta che si piegava verso di me e contraeva i glutei per darmi supporto nel sollevamento. Quando si chinava, il top cedeva e il seno diventava visibile.
L'ho notato. Non era eccitazione, o forse lo era appena, in sordina, una cosa che ho registrato senza darle troppo peso. Ho fatto le ultime ripetizioni, ho ringraziato, e siamo andate entrambe verso gli spogliatoi.
La palestra è una di quelle catene di livello alto. Spogliatoi con armadietti personali, docce ampie con divisori in muratura e porta di cristallo, sauna, bagno turco, idromassaggio. I personal trainer condividono lo stesso spogliatoio delle clienti.
Ho aperto il mio armadietto. Lei ha aperto il suo una decina di posti più in là e ha iniziato a svestirsi. Mi sono voltata per prendere qualcosa e l'ho vista togliersi il top.
Non indossava il reggiseno. Il seno è rimasto libero, sodo, bello e io sono rimasta ferma un momento di troppo a guardare. Lei ha sollevato lo sguardo e ha incrociato il mio. Ho distolto gli occhi immediatamente, con un imbarazzo che non sono riuscita a nascondere del tutto. Mi è sembrato di cogliere un sorriso prima di girarmi verso il mio armadietto.
Mi sono spogliata dandole le spalle, con lo sportello aperto davanti a me come scudo. Ho preso asciugamano e accappatoio e mi sono diretta verso il bagno turco. Ho sentito i suoi passi seguire i miei.
Il bagno turco è solo per lo spogliatoio femminile e, a differenza della sauna, che è comunicante, qui il costume non è obbligatorio. Ho appoggiato l'asciugamano al gancio fuori dalla porta. Lei ha fatto lo stesso. Siamo entrate nude.
Dentro si vedeva appena, il vapore era fitto, l'aria calda e densa. Mi sono sdraiata sul marmo mentre lei è rimasta in piedi appoggiata alla parete di fronte, silenziosa.
Dopo qualche minuto mi ha chiesto se poteva bagnare le pareti con acqua fredda.
C'è una canna apposita, e la si usa per aumentare il vapore e abbassare la temperatura della superficie. Le ho detto di sì, che non mi dava fastidio.
Ha preso la canna, ha bagnato pareti e pavimento, poi si è riversata il getto addosso senza un suono. L'ho guardata, il corpo bagnato nel vapore, i capelli sciolti adesso, l'acqua che le scorreva sulle spalle e sul seno.
"Io preferisco farmi la doccia fredda fuori", ho detto. Non so perché l'ho detto forse per dire qualcosa, forse per prendere distanza da quello sguardo che continuava a tornare su di lei e che capivo lei sentiva.
Ha sorriso. "Non sai cosa ti perdi."
E poi: "Vieni qui."
Il tono non metteva in discussione. Non era un invito, era una sorta di ordine, detta con la stessa voce che aveva usato tutto il pomeriggio per correggermi durante gli esercizi. Mi sono alzata senza pensare.
Mi ha presa la mano, mi ha fatta girare e appoggiare alla parete, le braccia alte contro il marmo caldo. Con il piede mi ha allargato le gambe. Poi ha diretto il getto dell'acqua gelata sulla parete davanti a me, e piano piano lo ha spostato sulla mia schiena.
Il contrasto è stato immediato tra i sessanta gradi di vapore attorno, e quell'acqua fredda lungo la colonna vertebrale. Un brivido che non era solo freddo. Ho staccato le mani dalla parete per girarmi.
"Ferma."
Sono rimasta ferma.
Il getto si è mosso lento, schiena, glutei, gambe. La tensione che mi portavo dietro da tutta la giornata si è dissolta in qualcosa di diverso. Il vapore e l'acqua fredda insieme producevano uno stato strano, quasi sospeso come se il corpo sapesse più dove fosse.
Poi mi ha cinta la vita con un braccio e mi ha fatta girare. Mi ha riportato le braccia in alto, le mani di nuovo contro la parete, e ha ripreso con il getto: seni, ventre, gambe. Ho chiuso gli occhi.
Quando il getto freddo si è spostato sul mio sesso ho capito che non avrei più finto di non capire niente. L'eccitazione è stata immediata e precisa, senza margine di dubbio.
Ha continuato per qualche decina di secondi. Poi ho sentito il vapore tra noi ridursi e la sua presenza vicina. Ho aperto gli occhi nel momento in cui si è alzata sulle punte per compensare i quindici centimetri di differenza e mi ha baciata, la canna ancora tra i nostri corpi.
Ho cercato di abbracciarla e di bloccarmi sulla sua bocca ma si è subito ritratta e mi ha preso i polsi bloccandoli dietro la schiena, contro la parete, con una mano sola.
Con l'altra è scesa tra le mie gambe e il tubo cilindrico del doccino, freddo, è entrato nel mio sesso che era già bagnato di tutt'altro.
L'orgasmo è arrivato in modo assurdo, totale. Le gambe mi hanno ceduto.
Mi ha accompagnata a terra senza una parola, lasciandomi il doccino dentro, ed è andata a sedersi sul gradino di marmo con un sorriso che non sono riuscita a definire: non era trionfo, non era tenerezza, era qualcosa nel mezzo che non avevo mai visto su nessuno.
Mi sono ripresa. Mi sono tolta il doccino. Sono uscita dal bagno turco incapace di dire una sola parola.
Sono entrata in doccia alternando a lungo getti di acqua tiepida, fredda e bollente, fino a quando il corpo ha smesso di tremare.
Poi mi sono stesa su una delle panche relax, l'accappatoio avvolto stretto. Ho chiuso gli occhi.
Mi piace quel momento, l’effetto del bagno turco ancora addosso, la doccia, e poi quei quindici, venti minuti di niente dove il corpo non chiede altro che rilassarsi.
La testa è andata lì, a quell'orgasmo rubato con la a sua intensità, la sua velocità, come era arrivato senza che io avessi fatto nulla per cercarlo o per evitarlo.
E alla questione più pratica: cosa fare adesso. Se ignorare, se sorridere e basta, se dire qualcosa. Cosa dire.
Non sono arrivata a nessuna conclusione. Mi sono alzata quando ho sentito che era il momento, ho aperto gli occhi.
Lei era davanti al suo armadietto. Jeans stretti, camicetta bianca, semplicissima. Borsa in spalla, pronta. Non l'avevo sentita uscire dal bagno turco, non l'avevo sentita fare la doccia; era già un'altra persona, ordinata e composta, come se il pomeriggio fosse stato solo un allenamento.
Ho deciso di non dirle niente. Mi sono diretta al mio armadietto senza passarle vicino.
Non so cosa mi aspettassi: forse essere ignorata, e in fondo lo speravo, perché avrebbe semplificato tutto.
Invece lei si è mossa. È venuta verso di me con quella camminata diritta che aveva anche in sala pesi, si è fermata a mezzo metro.
"Se non hai da fare, andiamo a farci un aperitivo."
"Non posso", ho detto. "Ho i figli da recuperare dalle attività."
Ha annuito, come se lo aspettasse e si è rimessa la borsa a posto sulla spalla.
"Allora tieniti libera venerdì dopo la lezione."
E se ne è andata.
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