Fingo di non sentire

di
genere
incesti

Quell’estate il caldo non dava tregua nemmeno di notte. Le finestre aperte facevano entrare un’aria calda e ferma, e il lenzuolo leggero mi pesava sulle gambe. Dormivo da sola nel letto matrimoniale da anni, abituata allo spazio vuoto accanto a me. Quella sera, però, sentii bussare piano alla porta.
«Mamma?»
Era Andrea. Aveva compiuto diciotto anni da poche settimane. La voce era bassa, quasi esitante.
«Entra.»
Si affacciò con aria un po’ impacciata. Indossava solo un paio di slip neri, aderenti. «Non riesco a dormire… fa troppo caldo in camera mia. Posso stare un po’ qui con te?»
Lo guardai un attimo. Il mio istinto di madre disse subito di sì. «Certo. Vieni.»
Si avvicinò e si sdraiò dietro di me, dal lato del muro. Io indossavo una canotta intima blu notte, senza maniche, con spalline sottili. Il tessuto era così leggero che si vedeva quasi attraverso: i miei seni, una prima abbondante, leggermente piccoli ma sodi, e i capezzoli già un po’ duri per il caldo. Sotto avevo mutandine bianche di cotone sottile, quelle semplici con il fiocchettino davanti. Il tessuto disegnava ogni curva del sedere e del monte di Venere.
Andrea si sistemò alle mie spalle, il corpo caldo contro il mio. Sentii il suo respiro sulla nuca. Per un po’ restammo immobili. Poi, piano piano, il sonno ci prese entrambi.
Non so quanto tempo passò. Mi svegliai di scatto, il cuore che batteva più forte. Qualcosa di duro e caldo premeva contro il mio sedere. All’inizio pensai di aver sognato. Poi sentii il movimento lento, quasi impercettibile. Andrea si stava strusciando contro di me.
Feci finta di niente. Tenni gli occhi chiusi, il respiro regolare. L’imbarazzo mi salì subito alla gola. Era mio figlio. Aveva solo diciotto anni. Eppure il suo corpo era già quello di un uomo. La pressione aumentava, e ogni tanto un piccolo movimento avanti e indietro faceva scivolare quella durezza contro le mie chiappe.
Sentii la sua mano muoversi. Prima sfiorò il mio fianco, poi salì lentamente fino al seno. Le dita si fermarono sopra il tessuto della canotta, esitando. Poi, con una delicatezza che mi sorprese, scivolarono sotto lo scollo. La mano calda avvolse il mio seno nudo. Lo strinse piano, come se avesse paura di svegliarmi.
Un brivido mi attraversò la schiena. Non era solo disagio. C’era qualcos’altro, più basso, più caldo, che non volevo ammettere. Mi vergognavo di quella reazione. Sapevo che era sbagliato. Eppure il corpo non ascoltava la testa. I capezzoli si indurirono ulteriormente sotto le sue dita, e sentii un leggero umido iniziare a formarsi tra le gambe, impregnando piano il cotone delle mutandine.
Andrea continuava a massaggiarmi il seno con movimenti lenti, quasi rispettosi. Il pollice passava sul capezzolo, lo schiacciava appena, poi lo lasciava. Intanto il bacino non si fermava. A un certo punto sentii un movimento diverso. Lo slip si era spostato. Qualcosa di caldo, liscio e molto più spesso di quanto mi aspettassi, uscì e si posò direttamente contro il mio sedere.
Il suo pene. Lungo, spesso, già completamente duro. Non avrei mai immaginato che fosse così… presente. La pelle era calda, e sulla punta sentivo una leggera umidità. Iniziò a strusciarlo contro di me, su e giù, tra le chiappe. Poi, con un movimento più deciso, lo fece scivolare in mezzo alle mie cosce, proprio sotto il bordo delle mutandine, senza però toccarle o alzarle.
La punta umida sfiorava la parte interna delle cosce, a pochi centimetri da dove ero già bagnata. Ogni volta che spingeva in avanti, il corpo del pene scorreva tra la mia pelle, caldo e pulsante. Io rimanevo immobile, gli occhi chiusi, il cuore in gola. L’imbarazzo era fortissimo. Volevo dire qualcosa, fermarlo, ma la voce non usciva. E una parte di me, quella che mi faceva arrossire di vergogna, non voleva che si fermasse.
La sua mano sul seno diventò un po’ più sicura. Stringeva, sollevava, accarezzava. Ogni tanto il bacino si muoveva con più insistenza, e io sentivo il glande leggermente bagnato scivolare avanti e indietro tra le cosce. Le mutandine erano ormai umide in un punto preciso. Il disagio e l’eccitazione si mescolavano in un nodo stretto nello stomaco. Mi sentivo in colpa per ogni brivido, per ogni piccola contrazione involontaria delle cosce.
Non so quanto durò. Minuti che sembrarono eterni. A un certo punto i movimenti di Andrea diventarono più lenti, più pesanti. Il respiro contro la mia nuca si fece più regolare. La mano sul seno restò lì, immobile, ancora chiusa intorno alla mia carne, il pollice che sfiorava il capezzolo senza più muoversi.
Si era addormentato.
Io rimasi sveglia ancora a lungo. Sentivo il peso della sua mano, il calore del suo pene ancora mezzo duro tra le mie cosce, l’umidità leggera che aveva lasciato sulla pelle. L’imbarazzo non passava. Né il piccolo senso di colpa, né quel calore sordo tra le gambe che mi faceva vergognare.
Alla fine, esausta, chiusi di nuovo gli occhi. Non spinsi via la sua mano. Non mi allontanai. Lasciai che restasse così, con le dita che stringevano ancora il mio seno, e il corpo caldo contro il mio.
E piano piano, nonostante tutto, mi riaddormentai.


Grazie a tutti voi che continuate a seguirmi e a scrivermi con così tanto entusiasmo ❤️
I vostri complimenti, le vostre esperienze personali e le richieste di nuovi racconti mi fanno davvero piacere. Leggo ogni messaggio con attenzione (anche se a volte rispondo un po’ più lentamente del previsto, soprattutto quando la casella si riempie come oggi!).
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La mia email: u6753739252@gmail.com
Non vedo l’ora di leggervi… e chissà, magari la vostra idea diventerà il prossimo racconto 🔥
A presto,
La vostra Birichina


di
scritto il
2026-08-28
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