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scritto il 2026-10-05 tempo di lettura 9 min
di
john coltrane
genere
confessioni
cura
A−
Prima di lui avevo avuto solo un ragazzo. Prima di Carlo, voglio dire, del professor Carlo Antonio Antuofermo. Conoscevo ancora poco il mio corpo. E il sesso. Ma la curiosità era tanta.
Frequentavo l’università. Per la prima volta vivevo fuori casa, in una città diversa rispetto a quella dove ero cresciuta. Abitavo con altre due studentesse, in pratica una, Silvia, l’altra non si vedeva mai.
Con il professore c’erano state solo occhiate. Mi sedevo in prima fila, a volte alzavo la mano e facevo una domanda, o un breve intervento. Una mattina il suo sguardo incrociò finalmente il mio. Lo sostenni. Ma le sue lezioni erano molto seguite, c’erano almeno cinquanta, sessanta studenti, perlopiù anzi studentesse. Chissà quante volte gli succedeva, di guardare una ragazza negli occhi.
Ero single da un po’. Mi masturbavo spesso, per fortuna avevamo ognuna una cameretta per conto nostro. Una domenica che mi fermai lì e Silvia era tornata a casa, frugai nel cassetto del suo comodino e trovai un vibratore. Ma guarda, e sì che aveva il ragazzo ad aspettarla a Ancona…
Niente di che: era un normalissimo vibratore, in lattice, rosa, a forma di fallo. Un poco più grande del cazzo del mio ex ragazzo.
Le pile c’erano. Lo lavai con attenzione, lo disinfettai, non volevo beccarmi la candida. Non ne avevo mai usato uno. Lo provai prima sulla pancia, per sentire la diversa intensità delle vibrazioni. Mi sembrava forte già quella più soft. Poi lo provai sui capezzoli. E quindi dove doveva andare, l’appoggiai sul clitoride e iniziai a girare la rotella sulla base.
Ho dovuto interrompere spesso, all’inizio. Troppa intensità. Ma poi venni diverse volte, sul mio letto, a gambe aperte, pensando al professore.
Nel cassetto di Silvia avevo trovato anche il lubrificante. Prima di sera me lo spalmai dietro e mi infilai il vibratore nell’ano, lo accesi, poi mi toccai davanti. Un orgasmo da piangere. Talmente potente che ho espulso quell’affare dal culo.
Quindi ho lavato tutto per bene e ho rimesso a posto.
Un giorno a fine lezione mi attardai con lo zainetto. Quindi, quando ormai erano usciti tutti, andai dal prof.
La scusa era un libro che avevo trovato, era suo, ma lo aveva scritto da giovane, adesso aveva sessant’anni, anche se, come tanti della sua generazione, ne dimostrava 45. Quasi si commosse.
Mi chiese se poteva offrirmi un caffè. Erano le 11, ma vada per il caffé.
Al bar, dopo avere a lungo parlato delle motivazioni che lo avevano spinto a scrivere quel libro su Heidegger, mi disse spudoratamente che gli avrebbe fatto piacere parlarmene con calma.
Era alto, magro ma con un accenno di pancetta, i capelli sale-pepe, gli occhiali con la montatura spessa, le mani grandi, un buon odore. Assomigliava un po’ a Jeremy Irons.
Gli risposi che avrebbe fatto piacere anche a me. Aveva uno studio, non lontano dalla facoltà. Non disse dependance, non disse un miniappartamento segreto dove portare le studentesse. Disse studio.
Accolsi il suo invito, con il cuore che batteva a mille.
Bene. Quando?
Non so. Oggi?
Che fretta. Oggi non me la sentivo. Domani? Sì, a che ora? Alle 18.
A Silvia non dissi niente. Ero eccitata e spaventata. Il mattino dopo saltai le lezioni. Mi dedicai a me. Doccia, depilazione accurata delle gambe (la patata la tenevo in ordine ma qualche pelo ce l’aveva, sperai gli piacesse anche così). Creme. E poi? Poco cibo. Un bicchiere di vino prima di uscire per darmi coraggio.
Arrivai comunque sotto il famoso studio in anticipo, errore! Passeggiai un po’ lì attorno sperando di non incrociarlo. Il tempo non passava mai. Mi sembrava che le persone sapessero benissimo cos’ero venuta a fare.
Nel campanello non c’era il suo cognome, mi aveva spiegato di suonare quello bianco, il secondo a destra dal basso.
Quando lo pigiai, mi aprì subito. Quindi era stato puntuale.
Mi fece accomodare. Ero vestita come al solito, jeans camicetta, non volevo dargli l’idea di essere subito disponibile. Sotto, avevo indossato il meglio che avevo.
Lui era in maniche di camicia. Mi mostrò la libreria, che in pratica coincideva con la stanza da letto.
Allungai una mano per prendere un libro, forse Sade, non so. Lui allungò la sua e me la strinse. Era calda, morbida.
Mi ritrovai la sua bocca sul collo. Ma non aveva fretta, il che mi tranquillizzava un po’.
Mi disse che ero bella, bellissima. Mi fece sdraiare sul letto. Continuò a baciarmi e ad accarezzarmi i seni attraverso il tessuto finché non allungai una mano verso la sua patta. Volevo sembragli più esperta di quanto non fossi. Gli sciolsi la cintura, gli tirai giù la lampo. Ecco il suo cazzo nella mia mano.
Poi all’improvviso mi rovesciò sulla schiena e mi tolse i pantaloni, tirando da sotto, quindi le mutande.
Senza chiedermi nulla me lo mise dentro, ero allagata, entrò senza attrito. Il mio ragazzo si sdraiava sempre sopra di me, facendo aderire il suo corpo al mio, a volte era un po’ soffocante. Lui si era messo in ginocchio fra le mie cosce, le teneva spalancate stringendomi le caviglie con le mani e incalzava dandomi colpi con il bacino. Preferivo così. Preferivo di gran lunga essere scopata così. Mi venne dentro, un fiume di roba. Per fortuna non avevo smesso di prendere la pillola.
Però, mi dicevo. Però.
Ti pulisco, mi disse. Scese con la bocca a leccarmela, anche se stava colando del suo seme. Avevo ancora la camicetta addosso. Gli venni in bocca.
Rimanemmo lì sdraiati, io girata di pancia, la faccia affondata sul cuscino, nuda, adesso, un po’ spaventata. Lui che mi accarezzava la schiena. Sentivo i rumori della città, fuori, sembravano venire da un altro pianeta.
Più tardi glielo succhiai. Era grosso, tutto storto e con peli bianchi. Peli bianchi ne aveva anche sul petto. Andai avanti tantissimo a spompinarlo e non veniva. Gli accarezzai le palle, gliele leccai. Non veniva. Salii sopra di lui. Lo cavalcavo, nello splendore dei miei vent’anni, io, una bionda ambitissima al mio paese. Lui mi stringeva i fianchi, poi mi tormentava il clitoride con il pollice. Venni prima io di lui. Ero tutta sudata, mi sentivo una salamandra. Sudore mio e suo e il suo sperma e i miei liquidi, le nostre pance incollate.
Cominciò così. Durò un anno. Da settembre a settembre.
Già la seconda volta mi prese anche il culo, per me era la prima volta (con un uomo, non con una carota o con il vibratore di Silvia). Da allora mi inculò quasi sempre. Non mi sembrava completo, un nostro incontro, se non mi scopava anche lì. Aggiunsi un clistere alle fasi di preparazione ai nostri incontri.
Mi insegnò un sacco di cose. Ad andare in giro senza mutande. A masturbarlo con i piedi. A pisciargli addosso. Una volta lo facemmo con due suoi amici. Un’altra volta con la sua assistente, una di appena trent’anni, mezza polacca, che cercò di farmi un fisting, ma nonostante avesse la mano piccola non ci riuscì neanche minimamente, ero troppo stretta.
Immaginavo che ormai lo sapesse tutta l’università che tipa ero. Ma non mi importava. Brava, ero brava. Non avevo bisogno di lui per passare gli esami. Semmai avevo bisogno del suo sesso, e della sua mente.
Ecco, sì. Carlo mi scopò la mente. Mi prese nei bagni dell’università, in quelli del teatro comunale (era lì con sua moglie), in macchina un’infinità di volte, alla finestra dello studio, molto rischioso, era al secondo piano, dovevo mantenere un certo contegno mentre mi pompava da dietro. Mi inculò mentre i suoi ricercatori si davano il cambio davanti, facendomi tremare di piacere. Mi ficcò le sue mutande nella fica. Mi prese a cinghiate sul culo. Volle che mi sedessi sulla sua faccia, e leggessi un libro.
Mi insegnò a parlare. A dare ordini (“fammi godere”), a sottomettermi (“sfondami, spaccami, fammi quello che vuoi”), a insultarlo (“maiale, bastardo”).
Era sempre gentile, ma autoritario. O forse autorevole, non so.
Lo amavo? No, ma per un anno lui è stato il mio sole. Io ruotavo attorno a lui, ero pronta a fare tutto, tutto. Se passava una settimana senza che ci vedessimo iniziavo ad agitarmi. Una volta andò in vacanza con la moglie, a New York, e quasi impazzii.
Era un uomo vecchio, di un’altra generazione. Poteva essere mio nonno.
Sicuramente prendeva il Viagra.
Dimagrivo. Silvia aveva capito che c’era qualcosa di strano. Mi disse che ero diventata ancora più bella, che ero…luminosa. Io rimanevo nel vago. Non raccontai mai nulla a nessuno.
Non sapevo se tutto questo era normale. Ma non mi importava
Ogni volta non vedevo l’ora di scoprire cosa si sarebbe inventato.
Una volta in un’osteria fuori città dove andavamo spesso addocchiò un camionista, uno grande e grosso, lo invitò al nostro tavolo, alla fine mi ordinò di salire con lui sul camion. Mi aspettò in macchina mentre quello mi devastava.
Quando scesi dal camion, mi sentivo in imbarazzo. Perché mi ero a malapena pulita con dei fazzolettini. E perché nonostante quell’uomo non fosse bello avevo goduto molto.
Era tutto programmato? Gli chiesi, dopo.
Sì, rispose.
La mia fiducia cominciava ad incrinarsi. Fiducia in me stessa e in lui. Temevo di deragliare troppo. Di andare a sbattere.
Ressi un anno. Poi conobbi un ragazzo, uno studente, gli mancavano quattro esami. Era gentile, intelligente. Potevo parlarci assieme, mentre con Carlo ormai non parlavo quasi più, né di Heidegger né di niente.
Un pomeriggio, dopo che ero stata a letto con il ragazzo, dissi a Carlo che era finita. Sbiancò in faccia. Non provò a convincermi. L’aveva capito dal tono che avevo deciso. E poi, non potevamo spingerci più in là.
Smise di salutarmi. Da allora, si comportò come non ci fossimo mai conosciuti.
Non rividi più le persone che avevo conosciuto attraverso di lui, anche se rimasi a vivere in quella città dopo la laurea. Nessuno tranne la sua assistente. A volte la vedo ancora adesso che ho quarant’anni e due figli.
Per chiacchierare coltranejohn39@gmail.com
Frequentavo l’università. Per la prima volta vivevo fuori casa, in una città diversa rispetto a quella dove ero cresciuta. Abitavo con altre due studentesse, in pratica una, Silvia, l’altra non si vedeva mai.
Con il professore c’erano state solo occhiate. Mi sedevo in prima fila, a volte alzavo la mano e facevo una domanda, o un breve intervento. Una mattina il suo sguardo incrociò finalmente il mio. Lo sostenni. Ma le sue lezioni erano molto seguite, c’erano almeno cinquanta, sessanta studenti, perlopiù anzi studentesse. Chissà quante volte gli succedeva, di guardare una ragazza negli occhi.
Ero single da un po’. Mi masturbavo spesso, per fortuna avevamo ognuna una cameretta per conto nostro. Una domenica che mi fermai lì e Silvia era tornata a casa, frugai nel cassetto del suo comodino e trovai un vibratore. Ma guarda, e sì che aveva il ragazzo ad aspettarla a Ancona…
Niente di che: era un normalissimo vibratore, in lattice, rosa, a forma di fallo. Un poco più grande del cazzo del mio ex ragazzo.
Le pile c’erano. Lo lavai con attenzione, lo disinfettai, non volevo beccarmi la candida. Non ne avevo mai usato uno. Lo provai prima sulla pancia, per sentire la diversa intensità delle vibrazioni. Mi sembrava forte già quella più soft. Poi lo provai sui capezzoli. E quindi dove doveva andare, l’appoggiai sul clitoride e iniziai a girare la rotella sulla base.
Ho dovuto interrompere spesso, all’inizio. Troppa intensità. Ma poi venni diverse volte, sul mio letto, a gambe aperte, pensando al professore.
Nel cassetto di Silvia avevo trovato anche il lubrificante. Prima di sera me lo spalmai dietro e mi infilai il vibratore nell’ano, lo accesi, poi mi toccai davanti. Un orgasmo da piangere. Talmente potente che ho espulso quell’affare dal culo.
Quindi ho lavato tutto per bene e ho rimesso a posto.
Un giorno a fine lezione mi attardai con lo zainetto. Quindi, quando ormai erano usciti tutti, andai dal prof.
La scusa era un libro che avevo trovato, era suo, ma lo aveva scritto da giovane, adesso aveva sessant’anni, anche se, come tanti della sua generazione, ne dimostrava 45. Quasi si commosse.
Mi chiese se poteva offrirmi un caffè. Erano le 11, ma vada per il caffé.
Al bar, dopo avere a lungo parlato delle motivazioni che lo avevano spinto a scrivere quel libro su Heidegger, mi disse spudoratamente che gli avrebbe fatto piacere parlarmene con calma.
Era alto, magro ma con un accenno di pancetta, i capelli sale-pepe, gli occhiali con la montatura spessa, le mani grandi, un buon odore. Assomigliava un po’ a Jeremy Irons.
Gli risposi che avrebbe fatto piacere anche a me. Aveva uno studio, non lontano dalla facoltà. Non disse dependance, non disse un miniappartamento segreto dove portare le studentesse. Disse studio.
Accolsi il suo invito, con il cuore che batteva a mille.
Bene. Quando?
Non so. Oggi?
Che fretta. Oggi non me la sentivo. Domani? Sì, a che ora? Alle 18.
A Silvia non dissi niente. Ero eccitata e spaventata. Il mattino dopo saltai le lezioni. Mi dedicai a me. Doccia, depilazione accurata delle gambe (la patata la tenevo in ordine ma qualche pelo ce l’aveva, sperai gli piacesse anche così). Creme. E poi? Poco cibo. Un bicchiere di vino prima di uscire per darmi coraggio.
Arrivai comunque sotto il famoso studio in anticipo, errore! Passeggiai un po’ lì attorno sperando di non incrociarlo. Il tempo non passava mai. Mi sembrava che le persone sapessero benissimo cos’ero venuta a fare.
Nel campanello non c’era il suo cognome, mi aveva spiegato di suonare quello bianco, il secondo a destra dal basso.
Quando lo pigiai, mi aprì subito. Quindi era stato puntuale.
Mi fece accomodare. Ero vestita come al solito, jeans camicetta, non volevo dargli l’idea di essere subito disponibile. Sotto, avevo indossato il meglio che avevo.
Lui era in maniche di camicia. Mi mostrò la libreria, che in pratica coincideva con la stanza da letto.
Allungai una mano per prendere un libro, forse Sade, non so. Lui allungò la sua e me la strinse. Era calda, morbida.
Mi ritrovai la sua bocca sul collo. Ma non aveva fretta, il che mi tranquillizzava un po’.
Mi disse che ero bella, bellissima. Mi fece sdraiare sul letto. Continuò a baciarmi e ad accarezzarmi i seni attraverso il tessuto finché non allungai una mano verso la sua patta. Volevo sembragli più esperta di quanto non fossi. Gli sciolsi la cintura, gli tirai giù la lampo. Ecco il suo cazzo nella mia mano.
Poi all’improvviso mi rovesciò sulla schiena e mi tolse i pantaloni, tirando da sotto, quindi le mutande.
Senza chiedermi nulla me lo mise dentro, ero allagata, entrò senza attrito. Il mio ragazzo si sdraiava sempre sopra di me, facendo aderire il suo corpo al mio, a volte era un po’ soffocante. Lui si era messo in ginocchio fra le mie cosce, le teneva spalancate stringendomi le caviglie con le mani e incalzava dandomi colpi con il bacino. Preferivo così. Preferivo di gran lunga essere scopata così. Mi venne dentro, un fiume di roba. Per fortuna non avevo smesso di prendere la pillola.
Però, mi dicevo. Però.
Ti pulisco, mi disse. Scese con la bocca a leccarmela, anche se stava colando del suo seme. Avevo ancora la camicetta addosso. Gli venni in bocca.
Rimanemmo lì sdraiati, io girata di pancia, la faccia affondata sul cuscino, nuda, adesso, un po’ spaventata. Lui che mi accarezzava la schiena. Sentivo i rumori della città, fuori, sembravano venire da un altro pianeta.
Più tardi glielo succhiai. Era grosso, tutto storto e con peli bianchi. Peli bianchi ne aveva anche sul petto. Andai avanti tantissimo a spompinarlo e non veniva. Gli accarezzai le palle, gliele leccai. Non veniva. Salii sopra di lui. Lo cavalcavo, nello splendore dei miei vent’anni, io, una bionda ambitissima al mio paese. Lui mi stringeva i fianchi, poi mi tormentava il clitoride con il pollice. Venni prima io di lui. Ero tutta sudata, mi sentivo una salamandra. Sudore mio e suo e il suo sperma e i miei liquidi, le nostre pance incollate.
Cominciò così. Durò un anno. Da settembre a settembre.
Già la seconda volta mi prese anche il culo, per me era la prima volta (con un uomo, non con una carota o con il vibratore di Silvia). Da allora mi inculò quasi sempre. Non mi sembrava completo, un nostro incontro, se non mi scopava anche lì. Aggiunsi un clistere alle fasi di preparazione ai nostri incontri.
Mi insegnò un sacco di cose. Ad andare in giro senza mutande. A masturbarlo con i piedi. A pisciargli addosso. Una volta lo facemmo con due suoi amici. Un’altra volta con la sua assistente, una di appena trent’anni, mezza polacca, che cercò di farmi un fisting, ma nonostante avesse la mano piccola non ci riuscì neanche minimamente, ero troppo stretta.
Immaginavo che ormai lo sapesse tutta l’università che tipa ero. Ma non mi importava. Brava, ero brava. Non avevo bisogno di lui per passare gli esami. Semmai avevo bisogno del suo sesso, e della sua mente.
Ecco, sì. Carlo mi scopò la mente. Mi prese nei bagni dell’università, in quelli del teatro comunale (era lì con sua moglie), in macchina un’infinità di volte, alla finestra dello studio, molto rischioso, era al secondo piano, dovevo mantenere un certo contegno mentre mi pompava da dietro. Mi inculò mentre i suoi ricercatori si davano il cambio davanti, facendomi tremare di piacere. Mi ficcò le sue mutande nella fica. Mi prese a cinghiate sul culo. Volle che mi sedessi sulla sua faccia, e leggessi un libro.
Mi insegnò a parlare. A dare ordini (“fammi godere”), a sottomettermi (“sfondami, spaccami, fammi quello che vuoi”), a insultarlo (“maiale, bastardo”).
Era sempre gentile, ma autoritario. O forse autorevole, non so.
Lo amavo? No, ma per un anno lui è stato il mio sole. Io ruotavo attorno a lui, ero pronta a fare tutto, tutto. Se passava una settimana senza che ci vedessimo iniziavo ad agitarmi. Una volta andò in vacanza con la moglie, a New York, e quasi impazzii.
Era un uomo vecchio, di un’altra generazione. Poteva essere mio nonno.
Sicuramente prendeva il Viagra.
Dimagrivo. Silvia aveva capito che c’era qualcosa di strano. Mi disse che ero diventata ancora più bella, che ero…luminosa. Io rimanevo nel vago. Non raccontai mai nulla a nessuno.
Non sapevo se tutto questo era normale. Ma non mi importava
Ogni volta non vedevo l’ora di scoprire cosa si sarebbe inventato.
Una volta in un’osteria fuori città dove andavamo spesso addocchiò un camionista, uno grande e grosso, lo invitò al nostro tavolo, alla fine mi ordinò di salire con lui sul camion. Mi aspettò in macchina mentre quello mi devastava.
Quando scesi dal camion, mi sentivo in imbarazzo. Perché mi ero a malapena pulita con dei fazzolettini. E perché nonostante quell’uomo non fosse bello avevo goduto molto.
Era tutto programmato? Gli chiesi, dopo.
Sì, rispose.
La mia fiducia cominciava ad incrinarsi. Fiducia in me stessa e in lui. Temevo di deragliare troppo. Di andare a sbattere.
Ressi un anno. Poi conobbi un ragazzo, uno studente, gli mancavano quattro esami. Era gentile, intelligente. Potevo parlarci assieme, mentre con Carlo ormai non parlavo quasi più, né di Heidegger né di niente.
Un pomeriggio, dopo che ero stata a letto con il ragazzo, dissi a Carlo che era finita. Sbiancò in faccia. Non provò a convincermi. L’aveva capito dal tono che avevo deciso. E poi, non potevamo spingerci più in là.
Smise di salutarmi. Da allora, si comportò come non ci fossimo mai conosciuti.
Non rividi più le persone che avevo conosciuto attraverso di lui, anche se rimasi a vivere in quella città dopo la laurea. Nessuno tranne la sua assistente. A volte la vedo ancora adesso che ho quarant’anni e due figli.
Per chiacchierare coltranejohn39@gmail.com
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