LidiaC - Gli inizi

scritto il 2026-10-05 tempo di lettura 25 min

di
genere
prime esperienze
cura
B

Il silenzio della casa è denso, quasi liquido. Luca dorme già nel letto matrimoniale, il suo respiro lento e regolare, un russare leggero che conosco da trent'anni. Lo sento anche da qui, dal divano in sala, e in qualche modo mi rassicura. La sua presenza è un'ancora. Ma stanotte io voglio lasciarmi andare alla deriva.
Anna e Carolina sono in camera. La maggiore, vent'anni, probabilmente sta ancora studiando o chatta con gli amici. La minore, diciassette, si sarà addormentata con il telefono in mano, come al solito. Le sento muoversi ogni tanto, poi il silenzio. Anche loro si sono addormentate.
Solo il ticchettio dell'orologio in cucina. Solo il fresco della sera che entra dalla finestra socchiusa. Un'aria leggera, con un vago odore di terra bagnata e di gelsomino lontano. La notte è calata sulla città, e io sono qui, sul divano, avvolta nel mio pigiama di cotone azzurro pallido.
Senza reggiseno. Niente gonna. Solo il tessuto morbido che mi sfiora la pelle, che mi accarezza i fianchi, che si posa leggero sul mio seno pieno e ormai non più giovane. Ma ancora caldo. Ancora sensibile.

Ho 55 anni. Cinquantacinque. Lo dico senza vergogna, quasi con orgoglio. Non me li sento tutti, ma lo specchio ogni mattina me li ricorda. I capelli castani, un tempo folti e ribelli, ora hanno qualche filo d'argento che spunta tra le ciocche, come piccole radici di una saggezza che non ho mai chiesto. Li tengo raccolti in una coda bassa, spettinata, pigra. Qualche ciocca mi cade sulla fronte, mi solletica la guancia.
Gli occhi sono verdi. Un verde chiaro, che a volte sembra grigio, che a volte si perde nel vuoto. Specchiano un'anima complessa, abituata a contenere segreti, desideri inespressi, fantasie che non ho mai raccontato a nessuno. Nemmeno a Luca.
La mia pelle è chiara, quasi pallida. Come la neve prima che arrivi l'estate. E su quella pelle, sparse come piccole stelle cadute, ci sono lentiggini dimenticate. Sul decolleté, sulle spalle, sul dorso delle mani. Ricordi di pomeriggi al sole, di quando ero giovane e non avevo paura di mostrarmi.
Il mio corpo è curvy, sensuale a modo suo. Il seno è pieno, generoso. Non è più sodo come una volta, ma ha ancora una sua bellezza. I fianchi sono larghi, la vita non è più stretta ma ancora disegna una curva. Le gambe sono ancora toniche, forse l'unica parte di me che il tempo ha risparmiato.
Qualche chilo di troppo? Sì. Ma tenuto con dignità. Non mi vergogno del mio corpo. Anzi. Mi piace. Mi piace sentirmi ancora donna, ancora desiderabile, anche solo per me stessa. Mi piace guardarmi nuda davanti allo specchio, prima della doccia, e pensare: "Ce l'ho fatta. Sono ancora qui. Sono ancora calda."
Le mie unghie sono smaltate di rosso scuro. È il mio piccolo lusso, l'unico che mi concedo. Mi piace guardarmi le mani mentre scrivo, mentre accarezzo il telefono, mentre immagino. Mi piace pensare a quelle mani su un corpo, sul mio corpo, sul corpo di uno sconosciuto.
Il cotone del pigiama mi accarezza la pelle. È tiepido, pulito, sa di bucato e di serenità. Lo sento contro i fianchi, contro il seno libero, e mi dà una sensazione di libertà silenziosa. Nessuno mi guarda. Nessuno mi giudica. Posso chiudere gli occhi e lasciarmi andare.
Le mie figlie. Anna, vent'anni. Carolina, diciassette. Le guardo e a volte vedo me stessa. E mi chiedo: cosa staranno facendo in questo momento? Con chi? E un pensiero mi attraversa, leggero come un'ombra. Ma lo spengo subito. Non è il momento.

A volte ho bisogno di momenti per me. Non è tradimento. Non è insoddisfazione. È solo... un bisogno. Come quando hai voglia di un cioccolatino dopo cena, o di un bicchiere di vino rosso da sola. Un piccolo piacere, tutto mio.
Ma è anche qualcosa di più. È il bisogno di sentirmi ancora desiderata. Di sentire che il mio corpo non è solo un contenitore di responsabilità, ma ancora una fonte di piacere. Di sapere che quella ragazza che ero non è morta, è solo addormentata.
La chat è il mio rifugio. Lì posso essere LidiaC. Lì posso essere libera di esplorare i miei desideri senza timori e senza giudizio. Lì posso raccontare le mie storie, i miei ricordi, le mie fantasie. Lì posso trovare qualcuno che sappia accoglierle con la stessa intensità con cui le vivo.
Prendo il telefono. Lo accendo. Lo schermo illumina il mio viso, le mie unghie rosse, il mio pigiama azzurro.
Entro nella chat anonima.
Nickname: LidiaC.
E tutto torna a essere possibile.

Lupo_Solitario: Ma ciao!
LidiaC: Ciao. Come è stata la tua giornata?
Lupo_Solitario: Ciao LidiaC. Tranquilla, una delle solite. E te, come va?
LidiaC: Stanca. Una giornata lunga. A volte ho bisogno di un po' di silenzio.
Lupo_Solitario: Lo capisco. Il silenzio può essere un rifugio prezioso. A me piace pensare che tu sia in questo momento proprio lì, immersa nel silenzio, con il tuo respiro che si fa lento e profondo.
LidiaC: Un po' come adesso. Sono qui sul divano. Ho due figlie, sai? Una da vent'anni e una da diciassette.
Lupo_Solitario: Due ragazze. Che bello. Mi piace pensare a te mentre le guardi crescere, con un sorriso sulle labbra e la tenerezza negli occhi.
LidiaC: Sì, è bello. Sono anche insegnante di scuola media.
Lupo_Solitario: Immagino che tu abbia mani delicate, LidiaC. Mani che sanno educare e guidare, ma che devono essere anche abituate a scrivere lunghe lezioni su lavagne piene.
LidiaC: (Sorrido) Forse hai ragione. Sono sempre con la penna in mano.
Lupo_Solitario: Immagino le tue mani mentre scrivono. Devono essere mani curate. E la tua pelle, LidiaC? Che tipo di pelle hai? Liscia e morbida come la seta?
LidiaC: (Il calore aumenta) Mi piace pensare che tu mi stia immaginando così...
Lupo_Solitario: Mi piace pensare a te sdraiata sul divano, comoda. Magari in pigiama.
LidiaC: Sì, sono comoda. Sul divano. Da sola.
Lupo_Solitario: Mi piace saperti così. Libera. Senza filtri.
LidiaC: (Un brivido mi percorre la schiena)
Lupo_Solitario: Senza dubbio. Hai qualcosa di magnetico, LidiaC.
LidiaC: (sorride) Forse un po' di mistero aiuta.
Lupo_Solitario: Assolutamente. Raccontami qualcosa di te, una cosa che non si vede solo dal tuo nome utente.
LidiaC: A dir la verità, lo spazio che mi rimane per me stessa è davvero poco. Tra lavoro, casa e le figlie, il tempo a disposizione per i miei hobby è quasi nullo.
Lupo_Solitario: Capisco. A volte ci si ritrova così presi dalle responsabilità che si dimentica di prendersi cura di sé stessi.
LidiaC: Esatto. Mi piace leggere, curare le piante, fare un bel bagno caldo con qualche candela... ma con poco tempo a disposizione diventa difficile.
Lupo_Solitario: E cosa ti piacerebbe fare se avessi più tempo? Sogni di viaggiare? Di dedicarti ad una passione che hai messo da parte?
LidiaC: Oh, ne ho tante! Ma sono solo sogni. Forse un viaggio in montagna, immergermi nella natura... o imparare a suonare il pianoforte. Era un sogno d'infanzia.
Lupo_Solitario: Il pianoforte è uno strumento meraviglioso. Ti immagino mentre suoni una melodia allegra. O forse qualcosa di più malinconico? Qualcosa che ti faccia sentire libera?
LidiaC: (Sorriso) Forse entrambe le cose. A volte ho bisogno di liberare le emozioni, altre di perdermi in un'atmosfera rilassante.
Lupo_Solitario: E ti capita di "liberarti" anche in altri modi? Oltre a leggere e ad ascoltare musica?
LidiaC: Beh... mi piace coccolare il mio corpo. Un bel bagno caldo con oli profumati, una crema idratante delicata... certe volte basta poco per farmi sentire meglio.
Lupo_Solitario: Sai, mi piace immaginare... quella acqua calda che bagna ogni centimetro della tua pelle...
LidiaC: (ride leggermente) A volte è proprio così. Mi sento quasi rinascere dopo un bel bagno.
Lupo_Solitario: E quei profumi... che oli usi?
LidiaC: Rose, lavanda, qualche volta anche gelsomino. Ma mi piace sperimentare...
Lupo_Solitario: Senza dubbio i tuoi sensi sono molto delicati...
LidiaC: Dipende dal giorno. A volte sono più in ascolto di me stessa, a volte più distratta dalla vita.
Lupo_Solitario: Mi piace pensare che quando ti coccoli con quella crema, magari mentre sei ancora umida, tu pensi a qualcosa di piacevole... qualcosa solo per te.
LidiaC: (sorride) Forse sì...
Lupo_Solitario: Mi immagino quel profumo di crema sulla tua pelle... calda, profumata, pronta a essere carezzata...
LidiaC: Sì... e il vapore che avvolge ogni parte del corpo. Un momento di puro relax.
Lupo_Solitario: Un momento per sé stessa...
LidiaC: Esatto. E sai, a volte mi piace pensare a come sia piacevole anche solo toccarmi in quei momenti.
Lupo_Solitario: Beh, immagino che ci siano cose che... che tu ami scoprire su di te. Cosa ti conquista di più?
LidiaC: Mi piace l'idea di essere desiderata, anche quando sono sola...
Lupo_Solitario: Cosa vorresti che qualcuno facesse per te in quei momenti di piacere? Qualche carezza speciale?
LidiaC: (un attimo di silenzio) A volte mi piace pensare a chi mi tocca con delicatezza... come se esplorasse ogni curva del mio corpo...
Lupo_Solitario: E quando ti tocchi tu stessa, LidiaC? Cosa ti fa sentire più viva?
LidiaC: Forse è un segreto... ma mi piace immaginare che qualcuno mi stia osservando mentre lo faccio. Che apprezzi ogni gesto...
Lupo_Solitario: Perché non raccontarmi qualcosa di più? Ti fidi, LidiaC?
LidiaC: (sussurro) Sì... credo di sì. Non so perché, ma mi sento a mio agio con te.
Lupo_Solitario: Buono. Perché ho l'impressione che tu abbia tantissime storie da raccontare. Raccontami qualcosa di te, LidiaC. Qualcosa che nessuno sa davvero...
LidiaC: (un attimo di silenzio) Beh... la mia vita non è stata proprio noiosa. Ero sempre quella che si divertiva un po' di più, insomma.
Lupo_Solitario: (un sorriso immaginario) Lo vedo bene. Ti piace essere al centro dell'attenzione?
LidiaC: (risata leggera) Forse. Ma non solo per l'attenzione. Mi piace sentirmi desiderata, esplorare... scoprire cosa mi piace.
Lupo_Solitario: E cosa ti è piaciuto di più?
LidiaC: Ahimè, ho avuto la fortuna di provare tante cose... a volte mi sembra quasi di aver vissuto mille vite. Ci sono stati momenti in cui mi sentivo davvero libera, dove potevo lasciare che il mio corpo guidasse le mie azioni.
Lupo_Solitario: Fammi un esempio, LidiaC. Un ricordo che ti faccia sorridere, anche un po' nostalgica.
LidiaC: (un sospiro) ... Giovanni. C'era questo ragazzo, quando avevo 17 anni, che mi faceva impazzire. Era molto più grande di me, aveva un modo di guardare le cose... come se potesse leggerle dentro di me. E poi, era così appassionato. Mi prendeva per mano, mi baciava con ferocia...

Oggi, mentre scrivo queste cose, sento le mie dita che tremano sul telefono. Non è paura. È eccitazione. Ma anche qualcos'altro. Un'eco di quella ragazza che ero, che mi guarda da dentro e mi chiede: "Ci sei ancora?"

Lupo_Solitario: Mi piace già. Com'era il suo sguardo?
LidiaC: Intenso. Sicuro. Non chiedeva il permesso. Prendeva e basta. La prima volta che mi baciò, ero contro il muro del garage di suo padre. Mi bloccò i polsi sopra la testa con una mano sola. L'altra mano me la infilò sotto la maglietta. Non chiese. Lo fece e basta.
Lupo_Solitario: E tu?
LidiaC: Io gemetti. Non potei fare altrimenti. Era troppo forte, troppo sicuro. Mi piaceva essere presa così. Come se fossi sua. Come se il mio corpo non fosse più mio, ma suo. Sentivo il muro freddo sulla schiena, le sue dita ruvide sulla mia pancia, il suo respiro caldo sul mio collo. E dentro di me qualcosa si scioglieva. Una tensione dolce, liquida, che partiva dal basso ventre e mi saliva su per la schiena.
Lupo_Solitario: Eri già sottomessa, allora. Lo sapevi?
LidiaC: Non lo sapevo. Non avevo parole per dirlo. Ma sì. Lo ero. Con lui lo ero. E mi piaceva da morire. Mi piaceva quella sensazione di non dover decidere nulla, di lasciarmi guidare, di sentire che il piacere non dipendeva da me. Era come abbandonarmi a un'onda. E io volevo solo essere travolta.
Raccontare queste cose, a cinquantacinque anni, mi fa sentire... viva. Non mi vergogno. Non provo rimpianto. Ma sento il peso. Il peso di essere stata così. Il peso di essere ancora così, in certi momenti. Il mio corpo, mentre scrivo, risponde. Sento il pigiama umido tra le gambe. Sento il cuore che batte più forte. È come se rivivessi ogni volta. Non solo ricordassi.
Lupo_Solitario: Raccontami la prima volta che scopasti con lui. Voglio tutti i dettagli. Quelli veri. E mentre me li racconti, io mi tocco. Lo sto già facendo.
LidiaC: Avevo ancora 17 anni. Era autunno. Ricordo l'odore delle foglie bagnate, la luce arancione del tardo pomeriggio che entrava dalla finestra. I miei erano fuori per il weekend. Lo chiamai. Arrivò in mezz'ora con una bottiglia di vino rosso che nemmeno mi offrì. La bevve lui, direttamente dal collo. Io ero in cameretta, in jeans e maglietta. Non avevo niente di speciale. Ma lui mi guardò come fossi già nuda. E io sentii un brivido partire dalla nuca e scendermi lungo la colonna. Un brivido che era paura e voglia mischiate insieme.
Lupo_Solitario: E poi?
LidiaC: Mi si avvicinò. Non parlò. Ricordo il rumore dei suoi passi sul pavimento di legno. Mi prese per i capelli. Non forte, ma abbastanza da farmi piegare la testa all'indietro. Mi guardò negli occhi per qualche secondo. Poi mi sputò in bocca. Sentii la sua saliva calda sulle labbra. Non era disgustoso. Era intimo. Era come se mi stesse marchiando.
Lupo_Solitario: Cazzo. E tu?
LidiaC: Lo ingoiai. Senza pensare. Non mi passò nemmeno per la mente di sputare o di scansarmi. Lui sorrise. Disse: "Brava. Sei proprio una brava puttana, vero?" E mentre lo diceva, io sentii una fitta calda tra le gambe. Il mio corpo rispondeva già. Le mutande erano già umide. E lui non mi aveva ancora toccata lì.
Lupo_Solitario: E tu rispondesti?
LidiaC: Annuii. Non avevo voce. Avevo la figa bagnata, e lui non mi aveva ancora toccata. Ero confusa. Ero eccitatissima. Mi sentivo leggera, come se galleggiassi. Ma anche pesante, come se qualcosa mi tirasse verso il basso. Verso di lui.
Lupo_Solitario: Continua. Voglio sapere come ti sfilò i jeans.
LidiaC: Me li sfilò lui. Mi fece sdraiare sul letto, mi sbottonò i jeans con una mano sola. Ricordo il suono della cerniera che si abbassava. Me li tirò giù insieme alle mutande, tutto in una volta. Sentii l'aria fresca sulla pelle nuda. Ero già umida. Lui mise un dito dentro di me, senza preavviso. Era caldo, spesso. Sentii la resistenza, poi la cedevolezza. Io gemetti. Lui disse: "Zitta. Se fai rumore, mi fermo."
Lupo_Solitario: Ti fermasti?
LidiaC: Morsi il cuscino. Avevo le guance rosse, gli occhi lucidi. Il piumino sapeva di ammorbidente. Lui continuò a infilarmi le dita, due, poi tre. Non ero abituata. Mi faceva un po' male. Sentivo lo stiramento, una sensazione di pienezza che quasi non riuscivo a sostenere. Ma mi piaceva. Mi piaceva che fosse lui a decidere quanto, come, quando. Ogni movimento delle sue dita era un ordine. E io obbedivo con tutto il corpo.
Lupo_Solitario: E il suo cazzo?
LidiaC: Se lo sfilò dai jeans. Era già duro. Lo vidi per la prima volta. Non era gigantesco, ma era spesso. Molto spesso. La punta era rosata, umida. Me lo mise davanti alla faccia. Non chiese. Lo sapeva che l'avrei preso in bocca. E infatti lo presi. Sentii il peso sulla lingua, il sapore salato della sua pelle, l'odore intenso di lui.
Lupo_Solitario: Ti fece inginocchiare?
LidiaC: Sì. Mi fece inginocchiare per terra, davanti al letto. Le ginocchia affondarono nel tappeto spesso della mia cameretta, un tappeto rosa chiaro che mia madre aveva scelto quando ero bambina. Lui stava in piedi. Mi teneva la testa con le mani. Mi diceva: "Più fondo. Prendilo tutto." Io ci provavo. Mi veniva da vomitare. La saliva mi colava dagli angoli della bocca. Ma non volevo fermarmi. Sentivo la gola che si apriva, che resisteva, che alla fine cedeva. E ogni volta che cedevo, lui faceva un respiro più pesante. E quel respiro era la mia ricompensa.
Lupo_Solitario: Quanto tempo restasti in ginocchio?
LidiaC: Non lo so. Forse dieci minuti. Forse mezz'ora. Il tempo si era fermato. Avevo le ginocchia rosse, la saliva che mi colava dal mento, gli occhi lucidi. La mascella mi faceva male. Ma c'era un'altra sensazione, più forte: la figa che pulsava, vuota, che chiedeva di essere riempita. E lui non mi aveva ancora scopata.
Lupo_Solitario: E quando ti scopò?
LidiaC: Mi sollevò da terra come fossi un sacco. Mi buttò sul letto a pancia in giù. Il materasso gemette sotto il mio peso. Mi alzò i fianchi con le mani. Sentii le sue dita che mi affondavano nelle anche. Entrò da dietro. Tutto in una volta. Io urlai nel cuscino. Non era dolore, era troppa sensazione. Lui non si fermò. Mi teneva per i fianchi, mi prendeva forte, veloce. Sentivo il rumore della sua pelle contro la mia, uno schiocco umido e ritmato. Sentivo le sue palle che mi battevano contro. Sentivo il letto che sbatteva contro il muro.
Lupo_Solitario: Ti piaceva?
LidiaC: Sì. Mi piaceva da impazzire. Era come se ogni spinta cancellasse un pezzo di me, e ne mettesse un altro, suo. Ero solo un corpo. Solo un buco caldo. E per la prima volta nella mia vita, mi sembrava che andasse bene così. Che non dovessi essere nient'altro. Sentivo l'orgasmo che si avvicinava, lento, profondo, come un'onda che cresce.
Lupo_Solitario: Venne dentro di te?
LidiaC: No. Io non lo lasciavo venire dentro. Era l'unica regola che mi ero data. Poteva fare tutto quello che voleva, poteva prendermi in qualsiasi modo, ma dentro no. Quello no. Era il mio confine. Lui lo sapeva. A volte cercava di spingermi, di chiedermi "solo un po'", ma io tenevo duro. Era l'unica cosa su cui non cedevo. Forse perché sapevo che se avesse ceduto su quello, non avrei più avuto nessun limite. E forse avevo paura di me stessa.
Quella volta si ritirò all'ultimo, si segò veloce su di me, e venne sulla mia schiena. Lo sentii caldo, denso, che mi colava lungo la colonna. Io ero sull'orlo, avevo bisogno di toccarmi, ma lui mi bloccò le mani.
Lupo_Solitario: Cattivo.
LidiaC: Sì. Mi lasciò lì, nuda, con la sua sborra che mi si raffreddava addosso. Lui si rivestì, accese una sigaretta. Mi guardò e disse: "Sei una brava ragazza, Lidia. Una brava puttanella." Poi se ne andò.
Lupo_Solitario: E tu? Sei venuta?
LidiaC: Quella volta no. Ma appena uscì, mi toccai. Avevo ancora la sua sborra sulla schiena. Pensavo a lui, a come mi aveva presa, a come mi aveva usata. E venni in trenta secondi. Un orgasmo lungo, liberatorio, quasi doloroso. Venni piangendo. Non di tristezza. Di sollievo.
Lupo_Solitario: Eri già una zoccola, allora. Te ne rendi conto?
LidiaC: Ero una ragazza con tanto desiderio. E lui sapeva come usarmi. E a me piaceva. Non mi sono mai sentita usata male. Mi sentivo... viva. Sentivo che ogni volta con lui imparavo qualcosa di nuovo sul mio corpo. Su cosa poteva sopportare. Su cosa poteva desiderare.
Lupo_Solitario: E la macchina? Me l'avevi accennata.
LidiaC: Ah, la macchina... Era una sera d'estate. Caldo afoso. Eravamo nel parcheggio di un supermercato chiuso. Buio. Solo le luci dei lampioni. Lui mi fece sedere sopra di lui, al contrario. Di spalle. Voleva guardarmi mentre lo cavalcavo al contrario. Mi teneva le mani dietro la schiena. Non potevo appoggiarmi da nessuna parte. Solo muovermi su e giù sul suo cazzo. I finestrini erano appannati. Ricordo il rumore dei miei gemiti, il rumore della sua respirazione, il rumore delle nostre pelli che si schioccavano.
Lupo_Solitario: E mentre lo facevi?
LidiaC: Lui mi parlava. Mi diceva cose. "Sei solo una figa. Un buco caldo. Nient'altro." E mentre lo diceva, io muovevo il culo più veloce. Perché volevo sentire quelle parole. Volevo che me le ripetesse. Volevo essere solo quella, per lui. Nient'altro. Un buco caldo.
Lupo_Solitario: E venisti?
LidiaC: Sì. Venni lì, in macchina. Lui non mi aveva toccata, non mi aveva nemmeno baciata. Venni solo con il suo cazzo dentro e le sue parole cattive nelle orecchie. Venni forte, così forte che per un attimo non vidi più niente. Solo luce bianca. Poi mi accasciai su di lui, sudata, senza fiato.
Lupo_Solitario: E lui?
LidiaC: Lui venne sulla mia faccia, mentre ero ancora accasciata. Lo sentii gemere, poi il caldo sul viso. Mi prese per i capelli, mi tirò indietro, mi guardò. Avevo la sua sborra sulle palpebre, sulle labbra, sulla guancia. Sorrise. Disse: "Sei perfetta così."
Non mi pulì. Non mi offrì niente. Si rivestì, accese una sigaretta, aprì il finestrino. Io rimasi lì, accasciata, con la sua sborra che mi colava sulla guancia, sulle labbra, sul collo. Sentivo il freddo dell'aria notturna che asciugava il liquido sulla mia pelle. Lui fumava, guardava fuori. Dopo un po' disse: "Vestiti, che torniamo." E io obbedii. Mi alzai, mi rimisi i vestiti addosso. Poi presi la maglietta, quella che avevo indosso prima che me la togliesse, e me la passai sulla faccia. La stoffa assorbì il suo seme, lo spalmò sulle mie guance, sulle labbra. Non era un gesto di pudore. Era solo... praticità. Non volevo tornare a casa con la faccia sporca. Ma mentre lo facevo, sentii un nodo alla gola. Come se cancellare il suo seme dalla mia pelle cancellasse anche qualcosa di me. Quando arrivai a casa, andai in bagno. Mi guardai allo specchio. La maglietta era macchiata. La nascosi in fondo al cesto della biancheria. Non l'ho mai più indossata.

Lupo_Solitario: E tuo marito? Luca, giusto? Mi hai detto che si chiama Luca. Tu e lui... lo fate ancora?
LidiaC: pausa. Le dita si fermano sul telefono. Sì. Lo facciamo. Un paio di volte a settimana, a volte tre. Non è poco per due cinquantenni con due figlie in casa, il lavoro, la stanchezza. Ma non è nemmeno come prima.
Lupo_Solitario: Com'era prima?
LidiaC: Fame. Urgenza. Ci saltavamo addosso appena chiudevamo la porta. Una volta lui mi prese contro il muro del corridoio mentre le bambine guardavano i cartoni animati in salotto. Dovevamo stare zitti. Fu bellissimo.
Lupo_Solitario: E adesso?
LidiaC: sorriso malinconico Adesso è diverso. Più quieto. Più... programmato. A volte mi manca la fame. Ma non posso lamentarmi. Abbiamo una vita sessuale che molte coppie della nostra età si sognano. Solo che... lui non sa delle mie chat. Non sa di LidiaC. E forse è meglio così.
Lupo_Solitario: Lo ami?
LidiaC: Sì. Lo amo. È un brav'uomo. Mi ha dato due figlie, una casa, una vita tranquilla. Ma a volte... a volte mi manca il caos. Mi manca sentirmi sporca. Mi manca non dover pensare a nulla, solo obbedire. E Luca non è così. Con lui siamo pari. Si decide insieme. È bello, ma... a volte pesa.
Lupo_Solitario: E lui lo sa? Del tuo passato, dico.
LidiaC: Sa che "ero vivace". Ma non i dettagli. Non sa di Giovanni. Non sa di Andrea. Non sa che mi facevo chiamare puttana e mi piaceva. E non glielo dirò mai. Alcune cose vanno portate nella tomba.
Lupo_Solitario: E le chat? Gliele hai mai raccontate?
LidiaC: risata bassa No. Sono il mio segreto. Il mio piccolo vizio. Quello che mi tiene viva.
Lupo_Solitario: E se scoprisse?
LidiaC: silenzio lungo Non lo so. Forse non glielo chiederò mai. Forse un giorno... ma non oggi. Oggi voglio solo sentirmi ancora quella ragazza.
Lupo_Solitario: Allora mettiti in ginocchio, LidiaC. E torniamo a lei.

LidiaC: respiro affannato
Lupo_Solitario: Sei in ginocchio adesso?
LidiaC: No. Sono sul divano. Ma se tu me lo chiedessi...
Lupo_Solitario: Te lo chiedo. Mettiti in ginocchio, LidiaC. Qui. Davanti al telefono. Fammi credere che tu sia in ginocchio per me. Io mi sto ancora toccando. Ho il cazzo in mano, LidiaC. È duro. Penso a te in ginocchio.
Lidia si muove. Scende dal divano. Le ginocchia sul tappeto. Il pigiama che le cade sulle cosce. Il telefono sul divano, lei sotto, che guarda in alto.
LidiaC: Ci sono.
Lupo_Solitario: Brava. Sei già bagnata?
LidiaC: Sì. Molto.
Lupo_Solitario: Toccati. Piano. Mentre mi racconti un'altra volta con Giovanni. Quella più sporca che ricordi.
LidiaC: Le dita iniziano a muoversi, lentamente, sentendo la propria umidità, la propria fessura che si apre. Una volta eravamo in un bosco. Di notte. Lui mi aveva portata lì. Mi fece spogliare nuda. Tutta. Avevo freddo, ma non mi importava. Mi fece inginocchiare sulla terra, tra le foglie secche. Le ginocchia si sporcarono. Lui si sbottonò i jeans. Me lo mise in bocca. Stavo lì, in ginocchio, nuda, al buio, con il suo cazzo in gola. E sentivo il rumore del vento tra gli alberi. Sentivo il freddo sulla pelle. Sentivo la sua mano che mi teneva la testa.
Lupo_Solitario: E non avevi paura?
LidiaC: Sì. Avevo paura. Ma era una paura che mi eccitava. La paura di essere scoperta. La paura di essere lasciata lì. La paura di lui. Tutto si mescolava. E la figa intanto gocciolava. Gocciolava sulla terra. Sulle foglie. Io ero solo un animale. E mi piaceva.
Lupo_Solitario: Sei ancora in ginocchio, LidiaC?
LidiaC: Sì. Le ginocchia fanno male. Ma non vuole alzarsi.
Lupo_Solitario: Toccati più forte. Voglio che tu venga pensando a Giovanni che ti prende da dietro nel bosco. Mentre ti dice che sei una puttana. Io sono vicino, LidiaC. Sto per venire.
LidiaC: Le dita affondano. Il respiro è affannato. La bocca semiaperta. Il pigiama azzurro è macchiato di umido, le cosce sono umide. Sente l'orgasmo che sale, che preme. Sto... sto quasi... Giovanni... nel bosco... le foglie... il freddo... lui che mi dice...
Lupo_Solitario: Vieni. Ora. Per me. Per Giovanni. Per la puttana che eri. Io vengo con te. Sulla mia mano. Penso al tuo viso coperto di sborra.
LidiaC: Un gemito soffocato, lungo, liberatorio. Il corpo che si tende tutto, la schiena che si inarca, la testa che cade all'indietro. Le dita che premono, che spingono, che cercano il punto. L'onda che arriva, calda, lunga, che parte dal basso ventre e si spande per tutto il corpo, fino alla punta delle dita dei piedi. Gli occhi chiusi. La bocca aperta in un gemito silenzioso. Ah... cazzo... sì... sì... sì...
Lupo_Solitario: Brava. Sei stata brava, LidiaC. Io sono venuto. Pensavo alla tua faccia. Alla mia sborra sulle tue labbra.
LidiaC: Respiro affannato, le mani che tremano, il pigiama da cambiare, il tappeto sotto le ginocchia che è diventato scomodo. Grazie. Avevo bisogno di questo.
Lupo_Solitario: Domani torniamo. Voglio sentire altre storie. Chissà quante ne hai.
LidiaC: Un sorriso stanco, sporco, felice. Ne ho tante. A domani, Lupo.
Lupo_Solitario: A domani, LidiaC. Dormi bene. Sognami.

Lidia spegne il telefono. Rimane in ginocchio ancora un minuto. Poi si alza. Le gambe tremano. Va in bagno. Si lava la faccia. Si guarda allo specchio. Ha gli occhi lucidi. Sorride.
"Sei ancora qui", si dice. "Sei ancora tu."
Torna in camera. Luca russare dolcemente. Si infila sotto le coperte. Lo accarezza piano sulla spalla. Lui non si sveglia.
Si gira dall'altra parte. Chiude gli occhi.
Ma il pensiero non se ne va.
Carolina. Diciassette anni. La stessa età che avevo io quando Giovanni mi prese per la prima volta.
La immagino. In macchina con un ragazzo. Le mani di lui che le accarezzano la coscia. La bocca di lei che dice "sì" senza sapere cosa sta dicendo.
E un brivido mi attraversa la schiena.
Non è paura per lei.
O forse sì. Un po' sì.
È paura per me. Per quello che sono stata. Per quello che forse sono ancora.
"Spero che loro non facciano le stesse cose che facevo io."
Lo penso ogni giorno. E ogni giorno so che è un pensiero ingenuo. Il desiderio è nel sangue. La carne ha la sua memoria. E loro sono figlie mie.
L'altra sera Carolina mi ha chiesto: "Mamma, tu a diciassette anni come eri?"
Ho sorriso. Le ho accarezzato i capelli. Ho detto: "Ero una ragazza tranquilla. Studiavo, uscivo con le amiche."
Mentivo. E lei lo sapeva? Forse. I suoi occhi mi hanno scrutata per un secondo di troppo.
"Ah, ok", ha detto. Ed è tornata in camera.
E io ho pensato: "Mia cara, se solo sapessi. Se solo sapessi che a diciassette anni ero già in ginocchio. Che avevo già la bocca piena. Che mi facevo chiamare puttana e mi piaceva."
Ma non glielo dirò mai.
Non a lei. Non a nessuna.
Alcune cose vanno portate nella tomba.
Altre, come queste chat, vanno lasciate nel buio della notte, tra uno sconosciuto e l'altra.
Chiudo gli occhi.
Il respiro di Luca si fa più lento.
Domani è un altro giorno.
Un'altra chat.
Un altro ricordo.
E forse, domani, penserò di nuovo a Carolina. E avrò di nuovo paura.
Ma stanotte no. Stanotte ho LidiaC. Stanotte ho il mio segreto.
E mi basta.
Il sonno arriva. Piano. Caldo. Come una coperta.
Lidia si addormenta.
Accanto a lei, Luca russare. Fuori, la città tace.
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