Le Dita Di Papà

di
genere
incesti

Avevo diciannove anni e per la prima volta passavo l’estate da sola a casa di papà, in Francia. I miei genitori erano divorziati da anni, e quella vacanza era un po’ un salto nel buio. Lui lavorava tutti i giorni, quindi sarei stata libera di muovermi come volevo.
Il giorno del mio arrivo si prese un permesso. Mi venne a prendere all’aeroporto e mi portò in giro a vedere le spiagge e i posti dove avrei potuto andare. Passammo davanti a bar, locali, lungomari. A un certo punto, mentre guidava, mi indicò una spiaggia e disse con naturalezza:
«Quella è nudista. Te lo dico così non rischi di finirci per sbaglio in costume e fare una figuraccia.»
Non sapeva che, in realtà, era proprio lì che volevo andare. Volevo un’abbronzatura integrale. Da piccola, una volta sola, al lago, mi ero tolta il reggiseno del costume per qualche ora, nascosta dietro dei cespugli con un’amica. Niente di più. Questa volta volevo di più.
La sera mi portò in un ristorante esclusivo. Mi fece ordinare quello che desideravo, mi riempì il bicchiere di vino rosso e mi fece sentire davvero amata. Tornai a casa leggermente brilla e stanchissima. Mi tolsi il vestito, infilai solo una canotta e un perizoma e crollai sul letto.
La mattina dopo, sul tavolo della cucina, trovai dei soldi e un biglietto scritto a mano:
Divertiti e fai la brava. Ti ho lasciato dei soldi per il bus e per comprarti quello che vuoi. Divertiti.
Il tuo papà.
Quel biglietto mi rallegrò più di quanto mi aspettassi. Mi preparai in fretta. Indossai il mio costume rosso: triangolini piccoli che reggevano bene il seno (una terza soda, i capezzoli già un po’ duri per l’emozione) e sotto un perizoma molto sgambato, quasi inesistente dietro. Sopra misi un copricostume bianco trasparente che non nascondeva quasi niente. Presi zaino, crema, telo e borraccia e presi il bus fino alla fermata più lontana, quella della spiaggia naturista.
Più mi avvicinavo, più la spavalderia di partenza si scioglieva. L’imbarazzo saliva a ogni passo. Quando girai l’ultimo angolo e vidi la spiaggia, mi fermai. Non era affollatissima, ma di gente ce n’era molta: giovani, anziani, famiglie, corpi di ogni tipo, tutti nudi. Non sapevo dove mettere gli occhi.
Trovai un posticino libero tra una coppia di anziani e una famiglia, con un ragazzo giovane un po’ più indietro. Stesi il telo, sistemai lo zaino, mi tolsi il copricostume. Poi venne il momento di togliere il costume.
Slegai i nodi del reggiseno e lasciai liberi i seni. Quella parte riuscivo ancora a gestirla. Mi spalmai la crema con cura, prendendo il seno tra le mani, massaggiando la base, salendo fino ai capezzoli che strofinavo quasi senza accorgermene, come facevo spesso quando ero sola. La pelle luccicava. Poi fu il momento del perizoma.
Presi un respiro lungo, afferrai i lati e li abbassai di qualche centimetro… poi li tirai su di scatto. Il viso mi bruciava. Un secondo respiro, più deciso, e lo calai fino in fondo. Mi aspettavo sguardi, sussurri, qualcosa. Invece nessuno sembrava notarmi. Le mie paure erano solo nella mia testa. Mi distesi e mi misi la crema anche sulle gambe e sulla zona intima, completamente liscia da una ceretta fatta due settimane prima. Volevo che il sole arrivasse ovunque.
Passai la giornata a girarmi, a entrare e uscire dall’acqua, ad osservare i corpi intorno a me. Nessuno era perfetto, e quella era la cosa più bella. A un certo punto mi stesi a pancia in giù e mi addormentai. Quando mi svegliai la schiena scottava e il sole era già basso. Mi rivestii in fretta e tornai a casa.
Papà stava già cucinando. Lo salutai con un bacio sulla guancia. Parlammo un po’ delle nostre giornate, poi andai a farmi una doccia. L’acqua calda sulla schiena bruciava. Non diedi troppo peso.
A tavola, mentre cenavamo, notai che sedermi faceva male. Il perizoma mi sfregava e mi dava prurito. Gli dissi di essere andata «in zona», senza specificare quale spiaggia. Dopo cena sparecchiai e lavai i piatti. Poi andammo in salotto a vedere un film. Continuavo a grattarmi discretamente e a sistemarmi l’intimo. Alla fine alzai.
«Vado un attimo in bagno.»
Davanti allo specchio vidi la schiena molto rossa. Misi del doposole. Poi abbassai lo sguardo: il sedere era ancora più bruciato. Stavo ancora valutando cosa fare quando sentii bussare.
«Tutto ok, Giulia?»
La voce mi tradì. «Sì…»
«Posso entrare?»
Mi tirai su il pantaloncino e aprii. Papà mi guardò preoccupato.
«Sei sicura di stare bene?»
Abbassai lo sguardo. «Mi sono scottata in spiaggia.»
«Dove?»
«La schiena.»
Lui sollevò leggermente la maglietta, diede un’occhiata e annuì. «Hai fatto bene a mettere il doposole. Ti sei scottata anche altrove?»
Esitai. «Anche… il sedere.»
«Posso vedere?»
Spostai di poco il tessuto. Lui si chinò un attimo, poi le dita gli sfiorarono la pelle arrossata. Sobbalzai per il dolore.
Mi guardò in faccia. «Da come si presenta… sembra quasi che tu non avessi il costume.»
Rima si in silenzio, il viso in fiamme. Lui lesse la risposta nel mio silenzio.
«Ho indovinato?»
La voce mi uscì strozzata. «Sì.»
Papà non alzò la voce. Restò calmo, quasi dolce.
«Giulia, se vuoi prendere il sole nuda non sono affari miei. Sei maggiorenne e fai quello che vuoi. Ma adesso dobbiamo mettere qualcosa su queste scottature, perché ti fanno male.»
«Non so cosa fare, papà… mi brucia tutto.»
«Sulla schiena hai già messo la crema e va bene. Sul sedere invece serve qualcosa di più lenitivo.» Mi passò il tubetto. «Mettilo. Io esco. Se hai bisogno, chiamami.»
Uscì. Io abbassai tutto e mi spalmami la crema da sola, digrignando i denti. Poi tornai in salotto. Durante il film il dolore non passava. Anzi, sentivo un bruciore insistente proprio tra le labbra. A un certo punto collegai i punti: mentre ero a pancia in giù al sole, anche lì sotto mi ero bruciata.
Papà mi osservava cambiare posizione continuamente. Alla fine chiese, con delicatezza:
«Può essere imbarazzante… ma non è che ti sei scottata anche… laggiù, tesoro?»
Non riuscii a guardarlo. Risposi a bassissima voce: «Sì.»
«Vieni in camera. Ho una crema lenitiva migliore.»
Lo seguii in silenzio. Nella sua stanza mi porse il tubetto.
«Mettila tu.»
Resta i ferma, il tubetto in mano, incapace di muovermi. Lui mi guardò e, con la stessa voce calma di quando ero piccola e mi facevo male, chiese:
«Vuoi che te la metta io, come quando eri piccolina?»
La risposta mi uscì prima ancora di pensarci. «Sì.»
«Va bene. Allora abbassa pantaloncino e mutandine e stenditi a pancia in giù.»
Le mani mi tremavano mentre obbedivo. Mi stesi sul letto, afferrai la coperta tra le dita e fissai il muro. Sentii il click del tubetto che si apriva. Poi il freddo della crema all’aloe sul sedere arrossato. Il sollievo fu immediato. Le sue mani grandi e calde stendevano il prodotto con movimenti lenti, esperti. A un certo punto sentii le dita aprirmi delicatamente le chiappe e la crema arrivare fino al buchetto. Continuò a massaggiarlo per diversi secondi, in circolo, con una pressione leggera ma costante. Mi vergognavo da morire, eppure non dicevo niente.
Poi di nuovo il rumore del tubetto.
«Cara… allarga un po’ le gambe. Sei rossa anche più in basso.»
Non protestai. Allargai le cosce. La sua mano scivolò tra di esse, salì piano fino alla zona intima. Prima toccò solo l’esterno, con delicatezza, poi prese altra crema e la stese tra le labbra. Le dita iniziarono a muoversi avanti e indietro, spalmando, entrando appena. Quando ne infilò due completamente, non riuscii a trattenere un piccolo sussulto. Strinsi la coperta più forte e premetti la fronte contro il materasso.
La sua mano era sicura. Entrava e usciva con un ritmo lento e profondo, il pollice che ogni tanto sfiorava il clitoride. Mi stavo bagnando, lo sentivo, e la vergogna si mescolava a un piacere che non volevo ammettere. Continuò ancora, le dita che si muovevano dentro di me, e alla fine non ce la feci più. Vennero le onde, il bacino che si muoveva incontro alla sua mano, un gemito strozzato che non riuscii a trattenere. L’orgasmo mi attraversò mentre cercavo disperatamente di non fare troppo rumore.
Quando le dita uscirono, rimasi immobile, a faccia in giù, incapace di girarmi. Sentii un leggero rumore umido: stava succhiando le dita, lentamente, come se assaporasse.
Poi la sua voce, di nuovo calma:
«Tesoro, io vado di là. Ti aspetto per il film. Vestiti con calma. Se domani ti fa ancora male, ti metto altra crema.»
Riuscii solo a mormorare: «Sì.»
Appena uscì, mi alzai. Portai una mano tra le gambe: ero ancora scivolosa. Mi asciugai in fretta con un fazzoletto, mi rivestii e tornai in salotto. Mi sedetti sul divano con lo sguardo basso. Lui sembrava tranquillo, come se niente di particolare fosse successo. Cercai di fare lo stesso, di guardare il film, anche se tra le cosce sentivo ancora il calore e l’umidità, e la vergogna mi bruciava più delle scottature.



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Non vedo l’ora di leggervi… e chissà, magari la vostra idea diventerà il prossimo racconto 🔥
A presto,
La vostra Birichina
di
scritto il
2026-08-30
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