Il corpo del fratello
di
Panny
genere
incesti
Ero seduta sul bordo del letto, con gli appunti di anatomia sparsi sul lenzuolo e la penna tra le dita. Francesco stava sdraiato sul divano della nostra camera, gli occhi fissi sullo schermo del telefono, le cuffie a metà volume. Aveva solo i pantaloncini corti e una maglietta larghissima. Tipico di lui: ultimo anno di superiori, spavaldo con gli amici, ma ancora capace di fare i capricci quando si trattava di studiare.
«Fra’, mi serve un favore.»
Lui non alzò nemmeno lo sguardo. «Sto guardando una partita. Dopo.»
«È per l’esame di anatomia. Devo ripassare tutto il corpo, sezione per sezione. Tu sei qui, sei comodo… e sei mio fratello. Chi meglio di te?»
Alzò gli occhi, un sopracciglio sollevato. «Vuoi che faccia da manichino? No, grazie. Guardo la partita.»
Mi alzai, mi sedetti di fianco a lui e gli tolsi le cuffie con delicatezza. «Per favore. L’esame è tra dieci giorni. Se non ripasso bene, vado a picco. Sei il mio fratellino, non puoi lasciarmi così.»
Lui sbuffò, ma stava già cedendo. Lo conoscevo da sempre: faceva il duro, poi cedeva. «Va bene, ma solo un po’. E non farmi cose strane.»
«Solo osservare e toccare un attimo, niente di più. Come si fa a lezione con i modelli.»
Si alzò di malavoglia e si mise in piedi al centro della stanza, braccia conserte. Cominciai dalla testa, scendendo lentamente. Fronte, tempie, collo, spalle. Ogni zona la nominavo a voce alta, toccando con la punta delle dita o con il dorso della mano, leggera. Clavicola, petto, addome. Lui rimaneva immobile, ma ogni tanto borbottaava.
«Quanto ci vuole ancora?»
«Piano. Devo ricordarmi tutto.»
Arrivai ai fianchi, poi alle cosce. Gli chiesi di girarsi. Glutei, parte posteriore delle cosce, polpacci. Quando tornai davanti, mi fermai all’altezza dei pantaloncini.
«Ora le zone intime. Abbassa un po’ i pantaloncini e l’intimo. Solo un po’, così posso vedere bene.»
Francesco mi guardò come se gli avessi chiesto di saltare dalla finestra. «Sei fuori? No.»
«Fra’, è anatomia. Devo saperlo. Per favore. Solo per studiare.»
«Guardo la partita, ho detto.»
Insistei, con quella voce da sorella maggiore che sapevo funzionare. Lo implorai un po’, gli ricordai quanti favori gli avevo fatto io in passato, quanti compiti gli avevo spiegato. Alla fine, con un sospiro esasperato, allargò la vita dei pantaloncini e li spinse giù insieme alle mutande, lasciandoli fermi a metà coscia. Rimasero lì, arrotolati, ancora sui suoi piedi.
Mi chinai un poco. Il pube aveva una striscia di peli corti, ben curati. I testicoli erano bassi, rilassati. Il pene a riposo era leggermente robusto, lungo circa undici centimetri, con una cappella notevolmente grande rispetto al resto. La pelle del prepuzio lo copriva quasi del tutto.
Presi la penna e, senza toccare ancora, indicai le zone una per una, nominandole. Glutei, solco intergluteo, perineo, poi davanti. «Scroto… testicoli… corpo del pene… glande…»
«Ora spostalo di lato, così vedo meglio i testicoli.»
Lui lo fece, brontolando. «Sei una seccatura.»
Osservai, poi alzai lo sguardo. «Adesso abbassa la pelle. Voglio vedere la forma, il colore e quanto è lungo il prepuzio.»
Francesco scosse la testa di netto. «No. Basta. Non lo faccio.»
«Per favore. È l’ultima cosa. Poi ho finito.»
«Ho detto no.»
Lo guardai negli occhi. «Faccio qualsiasi cosa per te dopo. Qualsiasi. Solo questo ultimo favore.»
Rimase in silenzio qualche secondo. Poi, con voce più bassa: «Lo faccio a due condizioni. La prima: sei tu che abbassi la pelle. La seconda: dopo studi anche il corpo femminile. Ti spogli e mi elenchi tutte le tue parti, come stai facendo con me.»
Rimasi senza parole. Stavo per rifiutare, ma l’esame era vicino e la curiosità… e poi eravamo fratelli. Ci eravamo visti mille volte senza vestiti, quando uscivamo dalla doccia o ci cambiavamo nella stessa camera. Alla fine annuii.
«Va bene.»
Lui scalciò via i pantaloncini e le mutande, li lanciò sul letto e rimase nudo. Mi sedetti ai suoi piedi. Non sapevo da dove cominciare. Lui mi guardò e disse, con un filo di voce spavalda ma già un po’ timida:
«Non fare sembrare questa cosa strana. Fallo quando vuoi, ma non farlo sembrare strano.»
Feci cenno di sì con la testa. Appoggiai una mano sulla sua coscia per sostenermi e con l’altra raggiunsi il pene. Con due dita presi delicatamente il bordo del prepuzio e lo feci scorrere all’indietro. La pelle si arrotolò piano, scoprendo il glande. Era rosa, liscio, con il frenulo ben visibile e il meato uretrale al centro. Continuai a scorrere finché il glande fu completamente scoperto. La corona era netta, il tessuto sottostante più chiaro.
Lo lasciai così un attimo, poi abbassai la mano e toccai i testicoli. Erano caldi, morbidi, leggermente rugosi. Li sollevai appena con le dita, sentendo il peso e la consistenza.
Francesco mormorò: «Non si era parlato di toccarli anche lì.»
«Già che c’ero… sto esplorando un po’ le zone.»
Lui sbuffò, ma non si mosse. Continuai a sfiorare, passando dal corpo del pene allo scroto, notando come la pelle cambiava temperatura e texture. Mentre le dita gli passavano davanti al viso, sentii il pene indurirsi lentamente sotto le mie mani. Si alzò, diventando più spesso, la cappella che si apriva di più. Alzai lo sguardo verso il suo viso: lui aveva girato la testa da un’altra parte, le guance rosse.
«Scusa…» disse, con la voce strozzata dalla vergogna.
Sorrisi piano. «È una reazione normale, fisiologica. Non ti preoccupare. Non mi scandalizzo.»
«Non me l’aspettavo…»
«Sfiorandolo può capitare. Succede.»
Mentre era in erezione, lo toccai di nuovo per sentire la differenza. Ora era caldo, teso, le vene più evidenti. Sul glande brillava già una goccia di liquido seminale trasparente. Abbassai di nuovo la pelle un paio di volte, osservando come scorresse facilmente e quanto si ritraesse del tutto. L’odore era cambiato: all’inizio non c’era quasi nulla, adesso, con quel liquido, sentivo qualcosa di più pungente, ma non sgradevole. Anzi.
Tirai su il prepuzio un’ultima volta. Le dita si sporcarono di quel liquido. Mi alzai, mi girai di spalle e, senza pensarci troppo, mi portai le dita vicino al viso. Annusai. Poi, quasi senza rendermene conto, le misi in bocca. Il sapore mi stupì. Leggero, un po’ salato, e mi piaceva più di quanto avrei voluto ammettere.
Mi voltai di nuovo verso di lui. L’erezione era ancora evidente, robusta, bella.
«Ora tocca a me, giusto?» chiese lui, con un filo di voce.
«Sì.»
Mi tolsi la maglietta e i pantaloni, rimasi in reggiseno e perizoma. Cominciai a elencarli le zone del mio corpo come avevo fatto con il suo, scendendo piano. Quando arrivai al seno, slacciai il reggiseno e lo posai sul letto. I miei seni erano medi, i capezzoli leggermente chiari, le areole piccole. Gli spiegai la struttura, poi l’importanza dell’autopalpazione, i movimenti circolari, perché si faceva.
Francesco ascoltava, curioso. «Posso provarla io?»
Esitai. Feci un passo indietro, poi uno avanti. «Avvicinati.»
Era ancora nudo. Gli spiegai di nuovo i gesti. Lui allungò le mani e le posò sui miei seni. All’inizio seguiva le indicazioni, poi le dita cominciarono a muoversi più liberamente, stringendo dolcemente i capezzoli tra pollice e indice. Non dissi niente. Lasciai fare.
Quando finì, abbassai il perizoma e lo lasciai scivolare a terra. Il mio pube era depilato ovunque tranne una sottile striscia di peli curati. Mi sedetti sul bordo del letto, aprii un poco le gambe e cominciai a spiegare. Labbra esterne, labbra interne. Spostavo delicatamente le pieghe con le dita mentre nominavo ogni parte: clitoride, uretra, ingresso vaginale, ano. Mostravo i dettagli senza rendermi conto di quanto stessi aprendo. Ero concentrata sulla spiegazione.
Quando finii, Francesco chiese, con voce bassa: «Posso toccarti come hai fatto tu con me?»
Dalla mia bocca uscì un «no». Poi, dopo un secondo: «…sì, va bene. Ma fai piano. Stai leggero.»
Lui annuì e si avvicinò. Vidi che stava tornando duro, ma non ci diedi peso. Le sue dita arrivarono sulle mie labbra, le sfiorarono, poi salirono al clitoride. Mi guardava in faccia, come se cercasse una reazione. Cercai di restare impassibile, anche quando le dita si concentrarono lì, sfiorando con più insistenza. Poi scese, allargò delicatamente le labbra e osservò. Continuò a muoversi piano, e sentivo le sue dita diventare umide dei miei umori.
A un certo punto, senza che me ne accorgessi subito, due dita scivolarono dentro di me. Quando me ne resi conto erano già scomparse fino alle nocche. Feci un piccolo sussulto. Il viso mi si accese. Girai lo sguardo verso l’armadio.
«Ti ho fatto male?» chiese subito, preoccupato.
«No… non mi fa male.»
Continuò a muoverle, lento, come se stesse davvero esplorando per la prima volta. Non era un ritmo da masturbazione: era curioso, attento. Il suo pene era ormai completamente duro, e sapevo il perché. Poi le dita uscirono di colpo, più veloci di come erano entrate. Ansimai.
Lui mi guardò, tornò a toccare il clitoride con una mano e con l’altra infilò di nuovo un dito, questa volta con un ritmo più costante, un poco più veloce. Mi piaceva. Ero bagnata, e il suo pene lì di fronte a me era una visione stupenda. Continuai a guardarlo mentre le dita lavoravano. Senza accorgermene, venni. Un orgasmo strozzato, silenzioso, che bagnò ancora di più le sue dita. Mi vergognai di essermi fatta sentire, ma lui non si fermò.
Con voce dolce, quasi sensuale, dissi: «Hai finito di esplorare, tesoro?»
Mi guardò, le guance rosse. «Sì… scusa. Mi ero lasciato prendere e non me ne ero reso conto. Scusami.»
«Tranquillo… può capitare.»
Si alzò. L’erezione era ancora evidente. Nudo, si diresse verso il bagno.
«Vado a fare una doccia.»
«Dopo vengo io.»
Rimasi sdraiata sul letto, nuda, e mi portai le mani al viso. La vergogna mi bruciava le guance, ma sotto la pelle correva ancora quel brivido caldo, leggero, che non voleva andarsene.
E mentre l’acqua della doccia cominciava a scorrere, capii che quella sera non avremmo più guardato la partita.
Grazie a tutti voi che continuate a seguirmi e a scrivermi con così tanto fuoco ❤️
I vostri complimenti, le confidenze più intime e le richieste di nuovi racconti mi scalano addosso ogni volta. Leggo ogni messaggio con attenzione… anche se a volte la casella si riempie così tanto che rispondo un po’ più lentamente del solito.
Se hai una fantasia che ti brucia, un’esperienza che non hai mai raccontato a nessuno, o semplicemente vuoi dirmi cosa ti ha fatto venire i brividi (o cosa vorresti leggere la prossima volta)… scrivimi.
Mi piace scoprire i desideri più nascosti di chi mi legge.
La mia email: u6753739252@gmail.com
Non vedo l’ora di leggervi…
e chissà, magari la vostra idea diventerà il prossimo racconto 🔥
A presto,
La vostra Birichina
«Fra’, mi serve un favore.»
Lui non alzò nemmeno lo sguardo. «Sto guardando una partita. Dopo.»
«È per l’esame di anatomia. Devo ripassare tutto il corpo, sezione per sezione. Tu sei qui, sei comodo… e sei mio fratello. Chi meglio di te?»
Alzò gli occhi, un sopracciglio sollevato. «Vuoi che faccia da manichino? No, grazie. Guardo la partita.»
Mi alzai, mi sedetti di fianco a lui e gli tolsi le cuffie con delicatezza. «Per favore. L’esame è tra dieci giorni. Se non ripasso bene, vado a picco. Sei il mio fratellino, non puoi lasciarmi così.»
Lui sbuffò, ma stava già cedendo. Lo conoscevo da sempre: faceva il duro, poi cedeva. «Va bene, ma solo un po’. E non farmi cose strane.»
«Solo osservare e toccare un attimo, niente di più. Come si fa a lezione con i modelli.»
Si alzò di malavoglia e si mise in piedi al centro della stanza, braccia conserte. Cominciai dalla testa, scendendo lentamente. Fronte, tempie, collo, spalle. Ogni zona la nominavo a voce alta, toccando con la punta delle dita o con il dorso della mano, leggera. Clavicola, petto, addome. Lui rimaneva immobile, ma ogni tanto borbottaava.
«Quanto ci vuole ancora?»
«Piano. Devo ricordarmi tutto.»
Arrivai ai fianchi, poi alle cosce. Gli chiesi di girarsi. Glutei, parte posteriore delle cosce, polpacci. Quando tornai davanti, mi fermai all’altezza dei pantaloncini.
«Ora le zone intime. Abbassa un po’ i pantaloncini e l’intimo. Solo un po’, così posso vedere bene.»
Francesco mi guardò come se gli avessi chiesto di saltare dalla finestra. «Sei fuori? No.»
«Fra’, è anatomia. Devo saperlo. Per favore. Solo per studiare.»
«Guardo la partita, ho detto.»
Insistei, con quella voce da sorella maggiore che sapevo funzionare. Lo implorai un po’, gli ricordai quanti favori gli avevo fatto io in passato, quanti compiti gli avevo spiegato. Alla fine, con un sospiro esasperato, allargò la vita dei pantaloncini e li spinse giù insieme alle mutande, lasciandoli fermi a metà coscia. Rimasero lì, arrotolati, ancora sui suoi piedi.
Mi chinai un poco. Il pube aveva una striscia di peli corti, ben curati. I testicoli erano bassi, rilassati. Il pene a riposo era leggermente robusto, lungo circa undici centimetri, con una cappella notevolmente grande rispetto al resto. La pelle del prepuzio lo copriva quasi del tutto.
Presi la penna e, senza toccare ancora, indicai le zone una per una, nominandole. Glutei, solco intergluteo, perineo, poi davanti. «Scroto… testicoli… corpo del pene… glande…»
«Ora spostalo di lato, così vedo meglio i testicoli.»
Lui lo fece, brontolando. «Sei una seccatura.»
Osservai, poi alzai lo sguardo. «Adesso abbassa la pelle. Voglio vedere la forma, il colore e quanto è lungo il prepuzio.»
Francesco scosse la testa di netto. «No. Basta. Non lo faccio.»
«Per favore. È l’ultima cosa. Poi ho finito.»
«Ho detto no.»
Lo guardai negli occhi. «Faccio qualsiasi cosa per te dopo. Qualsiasi. Solo questo ultimo favore.»
Rimase in silenzio qualche secondo. Poi, con voce più bassa: «Lo faccio a due condizioni. La prima: sei tu che abbassi la pelle. La seconda: dopo studi anche il corpo femminile. Ti spogli e mi elenchi tutte le tue parti, come stai facendo con me.»
Rimasi senza parole. Stavo per rifiutare, ma l’esame era vicino e la curiosità… e poi eravamo fratelli. Ci eravamo visti mille volte senza vestiti, quando uscivamo dalla doccia o ci cambiavamo nella stessa camera. Alla fine annuii.
«Va bene.»
Lui scalciò via i pantaloncini e le mutande, li lanciò sul letto e rimase nudo. Mi sedetti ai suoi piedi. Non sapevo da dove cominciare. Lui mi guardò e disse, con un filo di voce spavalda ma già un po’ timida:
«Non fare sembrare questa cosa strana. Fallo quando vuoi, ma non farlo sembrare strano.»
Feci cenno di sì con la testa. Appoggiai una mano sulla sua coscia per sostenermi e con l’altra raggiunsi il pene. Con due dita presi delicatamente il bordo del prepuzio e lo feci scorrere all’indietro. La pelle si arrotolò piano, scoprendo il glande. Era rosa, liscio, con il frenulo ben visibile e il meato uretrale al centro. Continuai a scorrere finché il glande fu completamente scoperto. La corona era netta, il tessuto sottostante più chiaro.
Lo lasciai così un attimo, poi abbassai la mano e toccai i testicoli. Erano caldi, morbidi, leggermente rugosi. Li sollevai appena con le dita, sentendo il peso e la consistenza.
Francesco mormorò: «Non si era parlato di toccarli anche lì.»
«Già che c’ero… sto esplorando un po’ le zone.»
Lui sbuffò, ma non si mosse. Continuai a sfiorare, passando dal corpo del pene allo scroto, notando come la pelle cambiava temperatura e texture. Mentre le dita gli passavano davanti al viso, sentii il pene indurirsi lentamente sotto le mie mani. Si alzò, diventando più spesso, la cappella che si apriva di più. Alzai lo sguardo verso il suo viso: lui aveva girato la testa da un’altra parte, le guance rosse.
«Scusa…» disse, con la voce strozzata dalla vergogna.
Sorrisi piano. «È una reazione normale, fisiologica. Non ti preoccupare. Non mi scandalizzo.»
«Non me l’aspettavo…»
«Sfiorandolo può capitare. Succede.»
Mentre era in erezione, lo toccai di nuovo per sentire la differenza. Ora era caldo, teso, le vene più evidenti. Sul glande brillava già una goccia di liquido seminale trasparente. Abbassai di nuovo la pelle un paio di volte, osservando come scorresse facilmente e quanto si ritraesse del tutto. L’odore era cambiato: all’inizio non c’era quasi nulla, adesso, con quel liquido, sentivo qualcosa di più pungente, ma non sgradevole. Anzi.
Tirai su il prepuzio un’ultima volta. Le dita si sporcarono di quel liquido. Mi alzai, mi girai di spalle e, senza pensarci troppo, mi portai le dita vicino al viso. Annusai. Poi, quasi senza rendermene conto, le misi in bocca. Il sapore mi stupì. Leggero, un po’ salato, e mi piaceva più di quanto avrei voluto ammettere.
Mi voltai di nuovo verso di lui. L’erezione era ancora evidente, robusta, bella.
«Ora tocca a me, giusto?» chiese lui, con un filo di voce.
«Sì.»
Mi tolsi la maglietta e i pantaloni, rimasi in reggiseno e perizoma. Cominciai a elencarli le zone del mio corpo come avevo fatto con il suo, scendendo piano. Quando arrivai al seno, slacciai il reggiseno e lo posai sul letto. I miei seni erano medi, i capezzoli leggermente chiari, le areole piccole. Gli spiegai la struttura, poi l’importanza dell’autopalpazione, i movimenti circolari, perché si faceva.
Francesco ascoltava, curioso. «Posso provarla io?»
Esitai. Feci un passo indietro, poi uno avanti. «Avvicinati.»
Era ancora nudo. Gli spiegai di nuovo i gesti. Lui allungò le mani e le posò sui miei seni. All’inizio seguiva le indicazioni, poi le dita cominciarono a muoversi più liberamente, stringendo dolcemente i capezzoli tra pollice e indice. Non dissi niente. Lasciai fare.
Quando finì, abbassai il perizoma e lo lasciai scivolare a terra. Il mio pube era depilato ovunque tranne una sottile striscia di peli curati. Mi sedetti sul bordo del letto, aprii un poco le gambe e cominciai a spiegare. Labbra esterne, labbra interne. Spostavo delicatamente le pieghe con le dita mentre nominavo ogni parte: clitoride, uretra, ingresso vaginale, ano. Mostravo i dettagli senza rendermi conto di quanto stessi aprendo. Ero concentrata sulla spiegazione.
Quando finii, Francesco chiese, con voce bassa: «Posso toccarti come hai fatto tu con me?»
Dalla mia bocca uscì un «no». Poi, dopo un secondo: «…sì, va bene. Ma fai piano. Stai leggero.»
Lui annuì e si avvicinò. Vidi che stava tornando duro, ma non ci diedi peso. Le sue dita arrivarono sulle mie labbra, le sfiorarono, poi salirono al clitoride. Mi guardava in faccia, come se cercasse una reazione. Cercai di restare impassibile, anche quando le dita si concentrarono lì, sfiorando con più insistenza. Poi scese, allargò delicatamente le labbra e osservò. Continuò a muoversi piano, e sentivo le sue dita diventare umide dei miei umori.
A un certo punto, senza che me ne accorgessi subito, due dita scivolarono dentro di me. Quando me ne resi conto erano già scomparse fino alle nocche. Feci un piccolo sussulto. Il viso mi si accese. Girai lo sguardo verso l’armadio.
«Ti ho fatto male?» chiese subito, preoccupato.
«No… non mi fa male.»
Continuò a muoverle, lento, come se stesse davvero esplorando per la prima volta. Non era un ritmo da masturbazione: era curioso, attento. Il suo pene era ormai completamente duro, e sapevo il perché. Poi le dita uscirono di colpo, più veloci di come erano entrate. Ansimai.
Lui mi guardò, tornò a toccare il clitoride con una mano e con l’altra infilò di nuovo un dito, questa volta con un ritmo più costante, un poco più veloce. Mi piaceva. Ero bagnata, e il suo pene lì di fronte a me era una visione stupenda. Continuai a guardarlo mentre le dita lavoravano. Senza accorgermene, venni. Un orgasmo strozzato, silenzioso, che bagnò ancora di più le sue dita. Mi vergognai di essermi fatta sentire, ma lui non si fermò.
Con voce dolce, quasi sensuale, dissi: «Hai finito di esplorare, tesoro?»
Mi guardò, le guance rosse. «Sì… scusa. Mi ero lasciato prendere e non me ne ero reso conto. Scusami.»
«Tranquillo… può capitare.»
Si alzò. L’erezione era ancora evidente. Nudo, si diresse verso il bagno.
«Vado a fare una doccia.»
«Dopo vengo io.»
Rimasi sdraiata sul letto, nuda, e mi portai le mani al viso. La vergogna mi bruciava le guance, ma sotto la pelle correva ancora quel brivido caldo, leggero, che non voleva andarsene.
E mentre l’acqua della doccia cominciava a scorrere, capii che quella sera non avremmo più guardato la partita.
Grazie a tutti voi che continuate a seguirmi e a scrivermi con così tanto fuoco ❤️
I vostri complimenti, le confidenze più intime e le richieste di nuovi racconti mi scalano addosso ogni volta. Leggo ogni messaggio con attenzione… anche se a volte la casella si riempie così tanto che rispondo un po’ più lentamente del solito.
Se hai una fantasia che ti brucia, un’esperienza che non hai mai raccontato a nessuno, o semplicemente vuoi dirmi cosa ti ha fatto venire i brividi (o cosa vorresti leggere la prossima volta)… scrivimi.
Mi piace scoprire i desideri più nascosti di chi mi legge.
La mia email: u6753739252@gmail.com
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