Gli ho dato una mano e mi ha riempito la bocca
di
Panny
genere
etero
Mi chiamo Benedetta. Ho diciannove anni e studio Scienze Politiche a Bologna. Sono di sinistra, comunista senza mezzi termini. Credo nella solidarietà concreta, nell’accoglienza, nella dignità di chi arriva qui dopo aver attraversato l’inferno. Non mi trucco, non mi depilo sotto le ascelle (i peli neri lunghi si vedono anche a braccia abbassate), non porto mai il reggiseno. I miei capelli lunghi e crespi, di un marrone aranciato con qualche dread, li lavo di rado per non sprecare acqua. La pelle è chiara, cosparsa di lentiggini. Il seno è una seconda abbondante; i capezzoli scuri premono sempre contro le maglie larghe vintage. Tra le gambe tengo il pelo fitto e curato che copre quasi tutta l’intimità: solo a gambe completamente aperte si scorgono le labbra. Il sedere è pieno, il fisico snello. Vesto di seconda mano e di ideali.
Ogni mattina, andando all’università, vedevo Momo nel parco. Un ragazzo africano, forse trentanove o quarant’anni, che raccoglieva foglie, spazzava la terra battuta, teneva pulito uno spazio che i dipendenti comunali trascuravano. Barbone, sì. Immigrato scappato dalla guerra e dagli abusi, sì. Ma utile. Volenteroso. A volte ubriaco e chiassoso, spesso solo. Gli lasciavo sempre qualche moneta. Lui diceva grazie con il poco italiano che conosceva.
Quel pomeriggio, tornando a casa, lo vidi seduto sulla panchina a mangiare un panino. Gli diedi le monete come sempre. Poi notai il vento che sollevava la polvere mentre lui, dopo, riprendeva a spazzare. Sudato, sporco, senza una doccia, senza paga. Il cuore mi si strinse. Pensai: i lavori che nessuno vuole fare, li fa lui, gratis. Entrai, pranzai, studiai. Lui finì e si sedette di nuovo. Presi una decisione.
Scesi.
«Hai fatto un ottimo lavoro oggi», dissi lentamente, articolando bene. «È stato faticoso?»
Momo annuì. «Stanco. Sporco. Molto lavoro.»
«Se vuoi, puoi fare una doccia a casa mia. Poi ti preparo da mangiare.»
Lui fissò un momento, poi disse: «Va bene. Andiamo.»
Lo feci salire. Nell’appartamento gli mostrai il bagno, i rubinetti, i saponi, gli asciugamani.
«Lascia i vestiti fuori dalla porta. Li lavo e li asciugo subito. Fai la doccia con calma.»
Lui iniziò già a spogliarsi mentre gli porgevo gli asciugamani. Vidi la pelle scura del torace, un po’ di pancia, le braccia muscolose. Uscii in fretta, imbarazzata dalla sua naturalezza.
In cucina preparai un risotto ai funghi con ingredienti del contadino a chilometro zero e sbucciai carote grosse, croccanti, da mangiare crude. Essendo vegana non c’era rischio di maiale; pensai che, mussulmano o no, almeno non gli avrei offerto cibo proibito. Il risotto era quasi pronto. Lasciai fuori dalla porta del bagno dei vestiti donati al centro dove insegnavo italiano.
«Puoi tenerli», dissi. «I tuoi non sono ancora pronti. Se stai scomodo col pantalone, metti solo l’asciugamano.»
Momo uscì ancora umido. La maglia gli stava bene; il pantalone no. Davanti a me, senza esitazione, se lo calò e si avvolse l’asciugamano intorno ai fianchi. L’asciugamano era messo alla buona. Vidi. Lungo, grosso, pieno di venature, circonciso, la punta possente. Arrossii violentemente e distolsi lo sguardo.
Si sedette e mangiò con fame rabbiosa, quasi non mangiasse da giorni. Io restai in piedi, appoggiata al mobile. Il suo sguardo non lasciava il mio petto. I capezzoli premevano evidenti contro la maglia verde; si vedeva perfino il contorno delle areole. Portai le mani a coprirmi.
«No», disse lui, secco.
Abbassai le mani, spaventata dal tono. Continuò a mangiare. Poi notai il braccio che si muoveva sotto il tavolo. Diventai rossa fino al collo. Si stava toccando guardandomi. Si spostò, restò seduto, e si scoprì completamente. Il pene era in pieno sole, mastodontico. La mano saliva e scendeva mentre mormorava qualcosa nella sua lingua. I miei capezzoli si indurirono fino a farmi male. La testa diceva schifo, rifiuto, tradimento della fiducia. Il corpo reagiva in modo opposto, e questa contraddizione mi umiliava ancora di più.
Si alzò, si tolse la maglia, restò nudo. Era più alto. Mi accarezzò il volto con una mano e con l’altra prese la mia, posandola sul suo sesso caldo e duro. Iniziò a muovere la mia mano su e giù.
«Fallo bene. Devi toccare me.»
La voce era profonda, decisa. Obbedii per paura. Esplorai la lunghezza che non riuscivo a chiudere nella mano, i testicoli enormi e lisci.
«Brava donna», ripeteva. «Tocca meglio. Usa due mani.»
Presi i testicoli con una mano e il fusto con l’altra. Lui infilò le mani sotto la mia maglia, afferrò entrambi i seni, strinse e tirò i capezzoli. Sobbalzai. Con un gesto solo mi tolse la maglia. Restai a seno nudo. Mi prese per un braccio e mi spinse le spalle verso il basso. Scossi la testa.
«No.»
Le sue mani sulle spalle furono più forti. Caddi in ginocchio. Il pene mi stava davanti al viso.
«Bocca. Apri. Tu apri bocca.»
Continuai a scuotere la testa. Lui prese il sesso con una mano e la mia testa con l’altra, premendo la punta contro le labbra finché si schiusero. La larghezza mi costrinse la mascella. Spinse più a fondo possibile, a colpi di bacino. Soffocavo, la saliva mi colava ai lati della bocca, suoni strozzati che mi uscivano. Lui sorrideva. Quando finalmente si ritrasse tossii e cercai aria.
Mi fece alzare. Con un movimento solo mi calò pantaloni e mutande. Mi girò e mi piegò a novanta sul tavolo. Si abbassò e passò la lingua una sola volta, lenta e profonda, tra le labbra già umide. Poi si rialzò, prese una carota, la masticò un poco e mi infilò due dita. Le muoveva con ritmo medio-lento, allargandomi, spingendole a fondo. Mi bagnavo sempre di più; il pelo intorno era fradicio. Ansimavo nonostante volessi trattenermi. Quando ritirò le dita sentii entrare qualcosa di più duro e irregolare: la carota. La usava per penetrarmi, rideva mentre lo faceva. Più ansimavo, più rideva. A un certo punto la lasciò dentro e, piegandosi, iniziò a mordicchiarne l’estremità esterna mentre era ancora sepolta in me. Poi leccò il mio ano con insistenza, ci sputò sopra.
Tirò fuori la carota e la posò sul tavolo, lucida dei miei umori. Mentre la guardavo con gli occhi lucidi sentii la punta enorme del suo pene aprirmi. Urlai di piacere e dolore insieme. Le labbra si spalancarono intorno a lui; entrò fino ai miei limiti. Cercai di strisciare in avanti per ridurre la penetrazione ma la mano sulla schiena mi ribloccò sul tavolo. Cominciò a darmi sculacciate sonore. Ogni schiaffo faceva scoppiare la pelle e mi strappava un gemito misto.
«Brava puttana», diceva ridendo.
Chiedevo di fare più piano. Non ascoltava. Rallentò solo per prendere un’altra carota, sputare sul mio ano e infilarmela dietro mentre mi teneva ferma. Non ero mai stata presa lì. Il dolore e il piacere si confondevano. Continuava a scoparmi con forza, a darmi schiaffi sulle natiche ormai rosse, a spingere la carota più a fondo. I miei orgasmi uscirono comunque, urlati, contro la mia volontà.
Quando i suoi affondi diventarono più pesanti e irregolari, si ritrasse, mi girò, mi spinse di nuovo in ginocchio e mi riempì la bocca. Si svuotò completamente. Il seme denso mi soffocò.
«Tu mangia», ordinò afferrandomi il volto.
Ingoiai per paura e quasi vomitai dal sapore. Mi sedetti a terra e mi sfilai la carota dal sedere. Lui mi strofinò il pene ancora sporco su tutto il viso, poi si vestì con i panni asciutti, prese la carota che era stata dentro di me e iniziò a morderla mentre andava verso la porta.
«Ciao. Grazie.»
Uscì.
Rimasta sola, con il viso e gli angoli della bocca ancora bianchi del suo seme, il sapore sgradevole in bocca, l’odore di sesso mescolato a quello forte e peculiare della sua pelle, e la carota mezza mangiata che aveva usato su di me. Ero stata usata in ogni modo. Avevo voluto fare un gesto di solidarietà, di giustizia, di umana accoglienza. In cambio ero stata ridotta a un corpo da prendere, da riempire, da umiliare.
Le persone sole di questo paese meritano aiuto. Io ne ho aiutata una. Gli ho dato cibo, una doccia, vestiti puliti. Gli ho dato anche la bocca, e il resto. Non so se ho fallito o se gli ho semplicemente mostrato che anche la solidarietà può essere divorata. So solo che quella sera, seduta sul pavimento della mia cucina, ho capito quanto sia sottile il confine tra l’ideale che professi e il corpo che finisci per consegnare.
Grazie a tutti voi che continuate a seguirmi e a scrivermi con così tanto fuoco ❤️
I vostri complimenti, le confidenze più intime e le richieste di nuovi racconti mi scalano addosso ogni volta. Leggo ogni messaggio con attenzione… anche se a volte la casella si riempie così tanto che rispondo un po’ più lentamente del solito.
Se hai una fantasia che ti brucia, un’esperienza che non hai mai raccontato a nessuno, o semplicemente vuoi dirmi cosa ti ha fatto venire i brividi (o cosa vorresti leggere la prossima volta)… scrivimi.
Mi piace scoprire i desideri più nascosti di chi mi legge.
La mia email: u6753739252@gmail.com
Non vedo l’ora di leggervi…
e chissà, magari la vostra idea diventerà il prossimo racconto 🔥
A presto,
La vostra Birichina
Ogni mattina, andando all’università, vedevo Momo nel parco. Un ragazzo africano, forse trentanove o quarant’anni, che raccoglieva foglie, spazzava la terra battuta, teneva pulito uno spazio che i dipendenti comunali trascuravano. Barbone, sì. Immigrato scappato dalla guerra e dagli abusi, sì. Ma utile. Volenteroso. A volte ubriaco e chiassoso, spesso solo. Gli lasciavo sempre qualche moneta. Lui diceva grazie con il poco italiano che conosceva.
Quel pomeriggio, tornando a casa, lo vidi seduto sulla panchina a mangiare un panino. Gli diedi le monete come sempre. Poi notai il vento che sollevava la polvere mentre lui, dopo, riprendeva a spazzare. Sudato, sporco, senza una doccia, senza paga. Il cuore mi si strinse. Pensai: i lavori che nessuno vuole fare, li fa lui, gratis. Entrai, pranzai, studiai. Lui finì e si sedette di nuovo. Presi una decisione.
Scesi.
«Hai fatto un ottimo lavoro oggi», dissi lentamente, articolando bene. «È stato faticoso?»
Momo annuì. «Stanco. Sporco. Molto lavoro.»
«Se vuoi, puoi fare una doccia a casa mia. Poi ti preparo da mangiare.»
Lui fissò un momento, poi disse: «Va bene. Andiamo.»
Lo feci salire. Nell’appartamento gli mostrai il bagno, i rubinetti, i saponi, gli asciugamani.
«Lascia i vestiti fuori dalla porta. Li lavo e li asciugo subito. Fai la doccia con calma.»
Lui iniziò già a spogliarsi mentre gli porgevo gli asciugamani. Vidi la pelle scura del torace, un po’ di pancia, le braccia muscolose. Uscii in fretta, imbarazzata dalla sua naturalezza.
In cucina preparai un risotto ai funghi con ingredienti del contadino a chilometro zero e sbucciai carote grosse, croccanti, da mangiare crude. Essendo vegana non c’era rischio di maiale; pensai che, mussulmano o no, almeno non gli avrei offerto cibo proibito. Il risotto era quasi pronto. Lasciai fuori dalla porta del bagno dei vestiti donati al centro dove insegnavo italiano.
«Puoi tenerli», dissi. «I tuoi non sono ancora pronti. Se stai scomodo col pantalone, metti solo l’asciugamano.»
Momo uscì ancora umido. La maglia gli stava bene; il pantalone no. Davanti a me, senza esitazione, se lo calò e si avvolse l’asciugamano intorno ai fianchi. L’asciugamano era messo alla buona. Vidi. Lungo, grosso, pieno di venature, circonciso, la punta possente. Arrossii violentemente e distolsi lo sguardo.
Si sedette e mangiò con fame rabbiosa, quasi non mangiasse da giorni. Io restai in piedi, appoggiata al mobile. Il suo sguardo non lasciava il mio petto. I capezzoli premevano evidenti contro la maglia verde; si vedeva perfino il contorno delle areole. Portai le mani a coprirmi.
«No», disse lui, secco.
Abbassai le mani, spaventata dal tono. Continuò a mangiare. Poi notai il braccio che si muoveva sotto il tavolo. Diventai rossa fino al collo. Si stava toccando guardandomi. Si spostò, restò seduto, e si scoprì completamente. Il pene era in pieno sole, mastodontico. La mano saliva e scendeva mentre mormorava qualcosa nella sua lingua. I miei capezzoli si indurirono fino a farmi male. La testa diceva schifo, rifiuto, tradimento della fiducia. Il corpo reagiva in modo opposto, e questa contraddizione mi umiliava ancora di più.
Si alzò, si tolse la maglia, restò nudo. Era più alto. Mi accarezzò il volto con una mano e con l’altra prese la mia, posandola sul suo sesso caldo e duro. Iniziò a muovere la mia mano su e giù.
«Fallo bene. Devi toccare me.»
La voce era profonda, decisa. Obbedii per paura. Esplorai la lunghezza che non riuscivo a chiudere nella mano, i testicoli enormi e lisci.
«Brava donna», ripeteva. «Tocca meglio. Usa due mani.»
Presi i testicoli con una mano e il fusto con l’altra. Lui infilò le mani sotto la mia maglia, afferrò entrambi i seni, strinse e tirò i capezzoli. Sobbalzai. Con un gesto solo mi tolse la maglia. Restai a seno nudo. Mi prese per un braccio e mi spinse le spalle verso il basso. Scossi la testa.
«No.»
Le sue mani sulle spalle furono più forti. Caddi in ginocchio. Il pene mi stava davanti al viso.
«Bocca. Apri. Tu apri bocca.»
Continuai a scuotere la testa. Lui prese il sesso con una mano e la mia testa con l’altra, premendo la punta contro le labbra finché si schiusero. La larghezza mi costrinse la mascella. Spinse più a fondo possibile, a colpi di bacino. Soffocavo, la saliva mi colava ai lati della bocca, suoni strozzati che mi uscivano. Lui sorrideva. Quando finalmente si ritrasse tossii e cercai aria.
Mi fece alzare. Con un movimento solo mi calò pantaloni e mutande. Mi girò e mi piegò a novanta sul tavolo. Si abbassò e passò la lingua una sola volta, lenta e profonda, tra le labbra già umide. Poi si rialzò, prese una carota, la masticò un poco e mi infilò due dita. Le muoveva con ritmo medio-lento, allargandomi, spingendole a fondo. Mi bagnavo sempre di più; il pelo intorno era fradicio. Ansimavo nonostante volessi trattenermi. Quando ritirò le dita sentii entrare qualcosa di più duro e irregolare: la carota. La usava per penetrarmi, rideva mentre lo faceva. Più ansimavo, più rideva. A un certo punto la lasciò dentro e, piegandosi, iniziò a mordicchiarne l’estremità esterna mentre era ancora sepolta in me. Poi leccò il mio ano con insistenza, ci sputò sopra.
Tirò fuori la carota e la posò sul tavolo, lucida dei miei umori. Mentre la guardavo con gli occhi lucidi sentii la punta enorme del suo pene aprirmi. Urlai di piacere e dolore insieme. Le labbra si spalancarono intorno a lui; entrò fino ai miei limiti. Cercai di strisciare in avanti per ridurre la penetrazione ma la mano sulla schiena mi ribloccò sul tavolo. Cominciò a darmi sculacciate sonore. Ogni schiaffo faceva scoppiare la pelle e mi strappava un gemito misto.
«Brava puttana», diceva ridendo.
Chiedevo di fare più piano. Non ascoltava. Rallentò solo per prendere un’altra carota, sputare sul mio ano e infilarmela dietro mentre mi teneva ferma. Non ero mai stata presa lì. Il dolore e il piacere si confondevano. Continuava a scoparmi con forza, a darmi schiaffi sulle natiche ormai rosse, a spingere la carota più a fondo. I miei orgasmi uscirono comunque, urlati, contro la mia volontà.
Quando i suoi affondi diventarono più pesanti e irregolari, si ritrasse, mi girò, mi spinse di nuovo in ginocchio e mi riempì la bocca. Si svuotò completamente. Il seme denso mi soffocò.
«Tu mangia», ordinò afferrandomi il volto.
Ingoiai per paura e quasi vomitai dal sapore. Mi sedetti a terra e mi sfilai la carota dal sedere. Lui mi strofinò il pene ancora sporco su tutto il viso, poi si vestì con i panni asciutti, prese la carota che era stata dentro di me e iniziò a morderla mentre andava verso la porta.
«Ciao. Grazie.»
Uscì.
Rimasta sola, con il viso e gli angoli della bocca ancora bianchi del suo seme, il sapore sgradevole in bocca, l’odore di sesso mescolato a quello forte e peculiare della sua pelle, e la carota mezza mangiata che aveva usato su di me. Ero stata usata in ogni modo. Avevo voluto fare un gesto di solidarietà, di giustizia, di umana accoglienza. In cambio ero stata ridotta a un corpo da prendere, da riempire, da umiliare.
Le persone sole di questo paese meritano aiuto. Io ne ho aiutata una. Gli ho dato cibo, una doccia, vestiti puliti. Gli ho dato anche la bocca, e il resto. Non so se ho fallito o se gli ho semplicemente mostrato che anche la solidarietà può essere divorata. So solo che quella sera, seduta sul pavimento della mia cucina, ho capito quanto sia sottile il confine tra l’ideale che professi e il corpo che finisci per consegnare.
Grazie a tutti voi che continuate a seguirmi e a scrivermi con così tanto fuoco ❤️
I vostri complimenti, le confidenze più intime e le richieste di nuovi racconti mi scalano addosso ogni volta. Leggo ogni messaggio con attenzione… anche se a volte la casella si riempie così tanto che rispondo un po’ più lentamente del solito.
Se hai una fantasia che ti brucia, un’esperienza che non hai mai raccontato a nessuno, o semplicemente vuoi dirmi cosa ti ha fatto venire i brividi (o cosa vorresti leggere la prossima volta)… scrivimi.
Mi piace scoprire i desideri più nascosti di chi mi legge.
La mia email: u6753739252@gmail.com
Non vedo l’ora di leggervi…
e chissà, magari la vostra idea diventerà il prossimo racconto 🔥
A presto,
La vostra Birichina
2
voti
voti
valutazione
7.5
7.5
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Chat WhatsApp
Commenti dei lettori al racconto erotico