Ditlaini e Pompe con ingoio al Berghain
di
Monica92
genere
voyeur
Era finalmente arrivata la mia prima volta a Berlino
e il pensiero di entrare al Berghain mi aveva accompagnata
per tutto il viaggio in aereo e poi in metropolitana.
Sapevo benissimo che quel posto non era un club qualunque:
era un mito assoluto della notte europea, un tempio della techno
dove la gente non si trattiene e dove il confine tra ballare,
toccarsi e scopare diventa quasi inesistente.
Me l’avevano raccontato in tanti amici che ci erano stati:
al Berghain puoi assistere a scene porno dal vivo senza
che nessuno batta ciglio, e io ci sono andata proprio
con quella curiosità bagnata addosso, eccitata già prima ancora
di mettere piede dentro.
Siamo arrivati io, Mirko e Alessia dopo una fila
che sembrava non finire mai, sotto quel cielo grigio tipico di Berlino,
circondati da gente vestita in modi assurdi: dark, fetish, minimal techno,
corpi mezzi nudi, latex, borchie.
L’attesa è stata lunghissima, ma quando i buttafuori ci hanno finalmente
fatto entrare, l’impatto è stato fortissimo. L’edificio è un ex impianto
di energia termica della DDR, costruito negli anni Cinquanta
con quell’architettura socialista brutale e imponente:
pareti altissime di cemento armato, finestre a griglia enormi,
pilastri massicci che sembrano usciti da un film distopico.
Dentro è ancora più potente: soffitti altissimi come una cattedrale industriale,
acciaio arrugginito, tubature a vista, buio denso interrotto
solo da luci stroboscopiche rosse e blu. L’aria è spessa,
carica di sudore, fumo, desiderio e quella vibrazione tipicamente berlinese
fatta di rovina riappropriata, libertà senza filtri e decadenza queer.
È come se il posto stesso ti dicesse: qui non si finge, qui si vive
e si pecca senza vergogna. Alessia è salita quasi subito al Panorama Bar,
il piano di sopra più luminoso e orientato alla house e alla techno più leggera,
con quelle grandi vetrate che di mattina regalano una vista pazzesca
sui tetti e sulle fabbriche abbandonate intorno.
Io e Mirko invece siamo rimasti giù, nel cuore del Berghain,
nella grande sala principale. Abbiamo ballato per ore, sudati,
persi nella techno più dura, quella che ti spacca il petto
e ti svuota la testa. I bassi mi rimbombavano nello stomaco,
le luci mi colpivano il viso, e io mi muovevo con gli occhi chiusi,
sentendo il corpo che vibrava e la figa che già iniziava a bagnarsi per l’atmosfera.
A un certo punto, vagando tra la folla, abbiamo scoperto
una scaletta laterale un po’ nascosta che portava a un piccolo chioschetto,
una specie di angolo paradisiaco dentro il caos del club.
C’erano divanetti bassi di pelle consumata, luci soffuse rosse,
un bancone che vendeva gelati artigianali, frutta fresca tagliata,
bibite e ovviamente drink belli forti. Era bellissimo, un’oasi di relax.
Ci siamo seduti lì, stanchi ma ancora carichi di adrenalina.
Io mi sono presa un Jägermeister freddo e secco, Mirko il suo Vodka Martini
shakerato alla perfezione. Mentre bevevamo, tranquilli e sudati,
gli ho confessato ridendo, guardandolo negli occhi:
«Lo sai che prima in albergo, sotto la doccia, mi hai riempito il culo per bene?
Mi sento ancora aperta e piena di te…» Mirko ha sorriso con aria complice
e un po’ eccitata, ricordando perfettamente come mi aveva presa
contro le piastrelle, tenendomi per i fianchi e scaricando tutto
dentro di me mentre l’acqua calda ci scorreva addosso.
Mentre eravamo lì a goderci quel momento, a pochissimi metri da noi,
in una zona un po’ più in penombra ma comunque visibile a chi voleva guardare,
abbiamo notato una coppia che ci ha catturato immediatamente.
Lui era un energumeno, grosso come un armadio, alto, spalle enormi,
barba folta, un vero bestione. Lei era l’opposto: minuscola,
esile come un grissino, biondina carinissima, vestita in modo
elegantemente troia – jeans attillatissimi che le segnavano il culo
piccolo e sodo, un top asimmetrico che lasciava scoperta una spalla
e parte della schiena, e un velo leggero Balenciaga che le dava
quell’aria sofisticata e puttana allo stesso tempo.
Si stavano baciando in modo osceno, senza nessuna vergogna.
Lei gli palpava il pacco attraverso i jeans con decisione, stringendo
e massaggiando quel rigonfiamento evidente. Lui le aveva infilato una mano
tra le gambe, la teneva stretta per il culo e si capiva che la stava
toccando forte, probabilmente con le dita dentro o sul clitoride.
A un certo punto lui, senza troppi complimenti, si è slacciato i jeans
e si è tirato fuori il cazzo e le palle. Era un cazzo tedesco grosso,
venoso, spesso, con una cappella grossa e rossa già lucida di umori.
Lei si è piegata di lato su di lui e ha iniziato a succhiarglielo.
Era una pompa da vera vacca. Si attaccava solo alla cappella,
ma con una forza impressionante, le guance che si affossavano
ogni volta che tirava, creando quel vuoto perfetto intorno alla punta.
Si percepiva chiaramente il rumore bagnato e osceno di saliva
e succhiamento nonostante la musica. La lingua le girava
intorno alla cappella gonfia, leccava il frenulo con avidità,
poi tornava a succhiare con le labbra strette come un anello.
Ogni tanto lo tirava fuori per leccare tutta l’asta venosa
dal basso verso l’alto, lasciando lunghe strisce di saliva lucida
che brillavano sotto le luci rosse, poi se lo rimetteva in bocca
fino a metà asta, con le guance incavate e gli occhi che lacrimavano
per lo sforzo.
Lui le aveva appoggiato una mano sulla testa, senza spingere,
perché lei non ne aveva bisogno. Stava pompando con fame animalesca,
la testa che andava su e giù con ritmo costante, facendo rumori di gola
bagnati e volgari.
Il cazzo le riempiva la bocca, si vedeva il rigonfiamento sulla guancia
ogni volta che lo prendeva profondo. La saliva le colava dal mento,
le bagnava il top e gocciolava sul pavimento del chioschetto.
Io ero ipnotizzata e sentivo la figa in mezzo alle gambe
che era già tutta bagnaticcia.
Mirko era visibilmente eccitato.
Dopo poco lei si è slacciata i jeans e se li è abbassati appena sotto il culo.
Lui le è entrato con la mano da dietro, infilandole un dito nel culo.
Gli occhi di lei si sono rovesciati mentre affondava di nuovo sul cazzo,
succhiando più forte e facendosi scopare la gola senza pietà.
Ho sussurrato a Mirko: «Porca troia… guarda che roba».
Mirko mi si è avvicinato. Gli ho dato un colpetto di lingua sulle labbra,
eccitata com’ero. La biondina ha accelerato. Lui le ha abbassato
ancora un po’ i jeans, quanto bastava per avere più spazio,
e ha continuato a sditalinarla da dietro con forza.
Le sue dita grosse entravano e uscivano dal culo di lei senza pietà,
mentre con il pollice le premeva sul clitoride attraverso i jeans abbassati.
La biondina mugolava sul cazzo, con la bocca piena, gli occhi
mezzi chiusi dal piacere. Lui la lavorava con ritmo deciso,
due dita che le aprivano il buchetto stretto, spingendo dentro e fuori,
facendola tremare sulle gambe esili.
A un certo punto ha premuto forte sulla testa di lei,
schiacciandola contro il suo ventre. Il cazzo ha iniziato a pulsare
violentemente nella sua bocca. La prima sborrata è stata potente,
un getto spesso e caldo che le è arrivato dritto in gola.
Lei ha avuto un piccolo conato ma ha tenuto duro, ingoiando tutto
mentre lui continuava a scaricarle fiotti densi e abbondanti sulla lingua.
La sborra le colava dagli angoli della bocca, mescolata alla saliva,
mentre lui non smetteva di spingere con le dita nel culo,
torturandola senza pietà. Lei tremava tutta, le gambe che le cedevano,
il corpo scosso da spasmi. Stava venendo forte, con le dita di lui
ancora infilate nel culo e il cazzo che le riempiva la bocca di sborra.
Si vedeva chiaramente che l’orgasmo era intenso: stringeva le cosce,
il respiro affannato dal naso, gli occhi rovesciati dal piacere
mentre ingoiava gli ultimi fiotti densi. Lui ha tenuto la mano
premuta sulla testa ancora qualche secondo, svuotandosi completamente,
poi ha lasciato la presa. La biondina è rimasta qualche istante
con il cazzo in bocca, pulendolo con calma, leccando ogni residuo
di sborra con la lingua stanca. Quando lui lo ha tirato fuori,
un filo spesso di saliva e sperma le pendeva dalle labbra.
Lei aveva la faccia distrutta, il trucco sbavato,
il mento bagnato, ma sorrideva come una troia soddisfatta.
e il pensiero di entrare al Berghain mi aveva accompagnata
per tutto il viaggio in aereo e poi in metropolitana.
Sapevo benissimo che quel posto non era un club qualunque:
era un mito assoluto della notte europea, un tempio della techno
dove la gente non si trattiene e dove il confine tra ballare,
toccarsi e scopare diventa quasi inesistente.
Me l’avevano raccontato in tanti amici che ci erano stati:
al Berghain puoi assistere a scene porno dal vivo senza
che nessuno batta ciglio, e io ci sono andata proprio
con quella curiosità bagnata addosso, eccitata già prima ancora
di mettere piede dentro.
Siamo arrivati io, Mirko e Alessia dopo una fila
che sembrava non finire mai, sotto quel cielo grigio tipico di Berlino,
circondati da gente vestita in modi assurdi: dark, fetish, minimal techno,
corpi mezzi nudi, latex, borchie.
L’attesa è stata lunghissima, ma quando i buttafuori ci hanno finalmente
fatto entrare, l’impatto è stato fortissimo. L’edificio è un ex impianto
di energia termica della DDR, costruito negli anni Cinquanta
con quell’architettura socialista brutale e imponente:
pareti altissime di cemento armato, finestre a griglia enormi,
pilastri massicci che sembrano usciti da un film distopico.
Dentro è ancora più potente: soffitti altissimi come una cattedrale industriale,
acciaio arrugginito, tubature a vista, buio denso interrotto
solo da luci stroboscopiche rosse e blu. L’aria è spessa,
carica di sudore, fumo, desiderio e quella vibrazione tipicamente berlinese
fatta di rovina riappropriata, libertà senza filtri e decadenza queer.
È come se il posto stesso ti dicesse: qui non si finge, qui si vive
e si pecca senza vergogna. Alessia è salita quasi subito al Panorama Bar,
il piano di sopra più luminoso e orientato alla house e alla techno più leggera,
con quelle grandi vetrate che di mattina regalano una vista pazzesca
sui tetti e sulle fabbriche abbandonate intorno.
Io e Mirko invece siamo rimasti giù, nel cuore del Berghain,
nella grande sala principale. Abbiamo ballato per ore, sudati,
persi nella techno più dura, quella che ti spacca il petto
e ti svuota la testa. I bassi mi rimbombavano nello stomaco,
le luci mi colpivano il viso, e io mi muovevo con gli occhi chiusi,
sentendo il corpo che vibrava e la figa che già iniziava a bagnarsi per l’atmosfera.
A un certo punto, vagando tra la folla, abbiamo scoperto
una scaletta laterale un po’ nascosta che portava a un piccolo chioschetto,
una specie di angolo paradisiaco dentro il caos del club.
C’erano divanetti bassi di pelle consumata, luci soffuse rosse,
un bancone che vendeva gelati artigianali, frutta fresca tagliata,
bibite e ovviamente drink belli forti. Era bellissimo, un’oasi di relax.
Ci siamo seduti lì, stanchi ma ancora carichi di adrenalina.
Io mi sono presa un Jägermeister freddo e secco, Mirko il suo Vodka Martini
shakerato alla perfezione. Mentre bevevamo, tranquilli e sudati,
gli ho confessato ridendo, guardandolo negli occhi:
«Lo sai che prima in albergo, sotto la doccia, mi hai riempito il culo per bene?
Mi sento ancora aperta e piena di te…» Mirko ha sorriso con aria complice
e un po’ eccitata, ricordando perfettamente come mi aveva presa
contro le piastrelle, tenendomi per i fianchi e scaricando tutto
dentro di me mentre l’acqua calda ci scorreva addosso.
Mentre eravamo lì a goderci quel momento, a pochissimi metri da noi,
in una zona un po’ più in penombra ma comunque visibile a chi voleva guardare,
abbiamo notato una coppia che ci ha catturato immediatamente.
Lui era un energumeno, grosso come un armadio, alto, spalle enormi,
barba folta, un vero bestione. Lei era l’opposto: minuscola,
esile come un grissino, biondina carinissima, vestita in modo
elegantemente troia – jeans attillatissimi che le segnavano il culo
piccolo e sodo, un top asimmetrico che lasciava scoperta una spalla
e parte della schiena, e un velo leggero Balenciaga che le dava
quell’aria sofisticata e puttana allo stesso tempo.
Si stavano baciando in modo osceno, senza nessuna vergogna.
Lei gli palpava il pacco attraverso i jeans con decisione, stringendo
e massaggiando quel rigonfiamento evidente. Lui le aveva infilato una mano
tra le gambe, la teneva stretta per il culo e si capiva che la stava
toccando forte, probabilmente con le dita dentro o sul clitoride.
A un certo punto lui, senza troppi complimenti, si è slacciato i jeans
e si è tirato fuori il cazzo e le palle. Era un cazzo tedesco grosso,
venoso, spesso, con una cappella grossa e rossa già lucida di umori.
Lei si è piegata di lato su di lui e ha iniziato a succhiarglielo.
Era una pompa da vera vacca. Si attaccava solo alla cappella,
ma con una forza impressionante, le guance che si affossavano
ogni volta che tirava, creando quel vuoto perfetto intorno alla punta.
Si percepiva chiaramente il rumore bagnato e osceno di saliva
e succhiamento nonostante la musica. La lingua le girava
intorno alla cappella gonfia, leccava il frenulo con avidità,
poi tornava a succhiare con le labbra strette come un anello.
Ogni tanto lo tirava fuori per leccare tutta l’asta venosa
dal basso verso l’alto, lasciando lunghe strisce di saliva lucida
che brillavano sotto le luci rosse, poi se lo rimetteva in bocca
fino a metà asta, con le guance incavate e gli occhi che lacrimavano
per lo sforzo.
Lui le aveva appoggiato una mano sulla testa, senza spingere,
perché lei non ne aveva bisogno. Stava pompando con fame animalesca,
la testa che andava su e giù con ritmo costante, facendo rumori di gola
bagnati e volgari.
Il cazzo le riempiva la bocca, si vedeva il rigonfiamento sulla guancia
ogni volta che lo prendeva profondo. La saliva le colava dal mento,
le bagnava il top e gocciolava sul pavimento del chioschetto.
Io ero ipnotizzata e sentivo la figa in mezzo alle gambe
che era già tutta bagnaticcia.
Mirko era visibilmente eccitato.
Dopo poco lei si è slacciata i jeans e se li è abbassati appena sotto il culo.
Lui le è entrato con la mano da dietro, infilandole un dito nel culo.
Gli occhi di lei si sono rovesciati mentre affondava di nuovo sul cazzo,
succhiando più forte e facendosi scopare la gola senza pietà.
Ho sussurrato a Mirko: «Porca troia… guarda che roba».
Mirko mi si è avvicinato. Gli ho dato un colpetto di lingua sulle labbra,
eccitata com’ero. La biondina ha accelerato. Lui le ha abbassato
ancora un po’ i jeans, quanto bastava per avere più spazio,
e ha continuato a sditalinarla da dietro con forza.
Le sue dita grosse entravano e uscivano dal culo di lei senza pietà,
mentre con il pollice le premeva sul clitoride attraverso i jeans abbassati.
La biondina mugolava sul cazzo, con la bocca piena, gli occhi
mezzi chiusi dal piacere. Lui la lavorava con ritmo deciso,
due dita che le aprivano il buchetto stretto, spingendo dentro e fuori,
facendola tremare sulle gambe esili.
A un certo punto ha premuto forte sulla testa di lei,
schiacciandola contro il suo ventre. Il cazzo ha iniziato a pulsare
violentemente nella sua bocca. La prima sborrata è stata potente,
un getto spesso e caldo che le è arrivato dritto in gola.
Lei ha avuto un piccolo conato ma ha tenuto duro, ingoiando tutto
mentre lui continuava a scaricarle fiotti densi e abbondanti sulla lingua.
La sborra le colava dagli angoli della bocca, mescolata alla saliva,
mentre lui non smetteva di spingere con le dita nel culo,
torturandola senza pietà. Lei tremava tutta, le gambe che le cedevano,
il corpo scosso da spasmi. Stava venendo forte, con le dita di lui
ancora infilate nel culo e il cazzo che le riempiva la bocca di sborra.
Si vedeva chiaramente che l’orgasmo era intenso: stringeva le cosce,
il respiro affannato dal naso, gli occhi rovesciati dal piacere
mentre ingoiava gli ultimi fiotti densi. Lui ha tenuto la mano
premuta sulla testa ancora qualche secondo, svuotandosi completamente,
poi ha lasciato la presa. La biondina è rimasta qualche istante
con il cazzo in bocca, pulendolo con calma, leccando ogni residuo
di sborra con la lingua stanca. Quando lui lo ha tirato fuori,
un filo spesso di saliva e sperma le pendeva dalle labbra.
Lei aveva la faccia distrutta, il trucco sbavato,
il mento bagnato, ma sorrideva come una troia soddisfatta.
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