L’orgia nella mente
di
lucen warrant
genere
tradimenti
Non ricordo perché aprii quel blog. Forse un link comparso per caso. Forse la noia di una sera qualunque. L’autore firmava con uno pseudonimo e sembrava nutrirsi di storie rimaste ai margini della cronaca. Mezze verità. Voci. Coincidenze. Non accusava mai nessuno. Suggeriva. Lasciava che fosse il lettore a colmare gli spazi vuoti. Uno dei post attirò la mia attenzione.
“Tre facoltosi stranieri hanno trascorso due giorni nella nostra città. Ufficialmente per affari. Secondo una fonte, avrebbero chiesto a un noto professionista locale, che chiameremo “l’Ingegnere”, un favore insolito. Non cercavano una escort. Cercavano una donna che appartenesse a un ambiente rispettabile. Una professionista. Una moglie. Una persona che, per una ragione nota soltanto a lei e all’Ingegnere, avesse accettato di prendere parte a una serata privata. Pare che la richiesta fosse molto precisa: doveva presentarsi esattamente come usciva dalla propria giornata, senza trasformarsi per l’occasione. L’illusione doveva essere quella di una donna sottratta, per poche ore, alla sua vita ordinaria. Se la storia sia vera o soltanto una leggenda cittadina, non sono riuscito ad accertarlo.”
Ricordo di aver sorriso. Sembrava una di quelle storie costruite apposta per alimentare la curiosità di chi le legge. Chiusi il telefono e, nel giro di pochi minuti, smisi di pensarci. Finché, nel corso delle settimane successive, alcuni fatti cominciarono lentamente a riaffiorare. Sandra era rincasata una notte quando il cielo stava già schiarendo e qualche giorno dopo avevo notato sul nostro estratto conto un versamento in contanti di una cifra abbastanza alta da incuriosirmi, ma non le chiesi nulla. L’ultimo episodio arrivò quasi per caso. Il suo telefono vibrò sul tavolo. Lo schermo si illuminò. Sbirciando lessi poche parole.
“Fantastica. Oltre le aspettative. Grazie.”
La firma era ridotta a tre lettere: Ing. Null’altro.
Nei giorni che seguirono continuai la mia vita come sempre. Solo molto più tardi mi accorsi che la memoria aveva iniziato il suo lavoro silenzioso. Non aggiungeva fatti. Li accostava. Li costringeva a parlarsi. Fu allora che immaginai una possibile storia. L’Ingegnere aveva davvero chiesto un favore a Sandra. Non uno qualunque; le aveva detto che da quella serata dipendeva un affare decisivo, ricordandole magari un debito per un grosso favore ricevuto in passato, che soltanto lei avrebbe potuto aiutarlo.
— Ma perché proprio io?
— Perché sei perfetta per questo ruolo… Sono tre africani e mi hanno fatto una richiesta particolare, insolita, che devo assolutamente esaudire. Devi capirmi…naturalmente ti compenserò per il disagio.
— Io… non so… mi chiede tanto…
All’inizio, aveva rifiutato. Lui si era fatto più insistente, e lei aveva ceduto a una richiesta alla quale non aveva potuto sottrarsi.
La vedevo uscire in fretta dal lavoro, salutare una collega con una frase buttata lì, una di quelle scuse improvvisate che servono a evitare spiegazioni. Guardare l’orologio. Esitare un istante davanti all’auto, salirci ancora immersa nella giornata che non aveva avuto il tempo di lasciarsi alle spalle. Niente doccia. Nessun abito scelto con calma. Nessun momento per ritrovare quella distanza che ciascuno di noi mette tra sé e il mondo prima di mostrarsi agli altri. Era questo, nella mia fantasia, il suo vero disagio. Quando lei entrava nella stanza, uno dei tre uomini interrompeva per un istante la conversazione. Lei abbassava gli occhi, poi li rialzava. Il silenzio durava un secondo più del necessario. Mi figuravo i loro sguardi indugiare non sulla sua bellezza, ma sulla donna reale. Sui capelli ancora un po’ scomposti. Sulla stanchezza trattenuta nel sorriso. Sulla naturalezza di un corpo che non cercava di impressionare nessuno. C’era in lei una femminilità quieta, priva di artificio, autentica. Certo era arrossita, combattuta fra il desiderio di sottrarsi a quell’attenzione e un orgoglio silenzioso, inspiegabile di mostrarsi. Sandra si schermiva sempre quando, scherzando, le dicevo che mi piaceva il profumo, il sottile odore della sua giornata. Rideva, protestava, sosteneva che fosse soltanto il segno sgradevole della stanchezza, qualcosa da cancellare con una doccia. Fu quel ricordo a contaminare tutto il resto. Cominciai ad attribuire anche a loro la capacità di cogliere proprio ciò che Sandra avrebbe voluto tenere per sé. Poi le immagini si fecero sempre più incalzanti e vivide.
Erano come una successione di fotogrammi. Un drink. Lei circondata dai tre uomini neri, sempre più vicini. Via la giacca. Le scarpe sfilate. Nell’aria quell’effluvio caldo di pelle e cuoio. Un commento salace di uno dei tre che, ridendo, ne inspirò il profumo. Le sei mani percorrevano il suo corpo, suscitando un piacere preliminare intenso, al quale era inutile opporsi. Accarezzandola, la spogliarono. I vestiti scivolarono via con leggerezza, rivelando poco alla volta il suo corpo. Era nuda ai loro occhi: inginocchiata sul letto — dove l’avevano condotta un po’ ritrosa — con il busto leggermente ruotato e il volto rivolto verso chi la osservava. La schiena disegnava una linea lunga e armoniosa, interrotta appena dalle piccole fossette sopra il bacino. Le spalle erano rilassate. Il collo disteso. Il suo corpo comunicava una naturalezza quasi disarmante, come se quella posizione fosse stata assunta più per assecondare una richiesta che per mettersi in mostra. I seni erano pieni, morbidi, perfettamente proporzionati alla figura. Non avevano la rigidità di una bellezza costruita, ma seguivano con naturalezza ogni movimento, come parte di un corpo vissuto, autentico. Sul volto compariva un sorriso appena accennato. Non era il sorriso di una sicurezza ma piuttosto il tentativo di stemperare il disagio, di conservare una forma di eleganza pur avvertendo di essere un oggetto erotico al centro dell’attenzione. Non erano necessarie parole. Bastava il silenzio. Era quello a darle la sensazione di essere osservata con un’intensità insolita. Eppure, insieme all’imbarazzo, si faceva strada una inattesa eccitazione nel sentirsi scelta, protagonista. Uno di loro, dopo un cenno d’intesa agli altri, si spogliò per primo e, senza esitazione, la fece sua, sollevandole le gambe fino ad appoggiarle sulle proprie spalle. Nella mia fantasia ogni gesto sembrava inevitabile, come se quella scena stesse seguendo un copione già scritto. Il grosso glande separò, allargò i petali del fiore di Sandra e la invase con un colpo secco strappandole un grido soffocato. Poi, nella mia immaginazione, non esistettero più regole. Lei divenne il fulcro delle loro voglie, in uno spazio dove i confini del pudore e del lecito sembravano dissolversi.
Ogni immagine inseguiva la successiva senza concedermi il tempo di fermarla. L’impressione dominante non era quella di un singolo gesto, ma di un vortice che travolgeva ogni limite. Le immagini si addensavano fino a diventare materia. I colori acquistavano un contrasto quasi ipnotico. Il bianco e il nero si rincorrevano, si impastavano, si confondevano, fin quasi a cancellare ogni separazione, come in un quadro dipinto dalla mia stessa ossessione. Sentivo crescere insieme rabbia e gelosia. Eppure il mio corpo raccontava un’altra verità. La mia eccitazione testimoniava che dentro di me si agitava qualcosa di molto più complesso.
Lei era investita da ogni lato. I neri bastoni, duri e svettanti, affondavano dentro di lei, emergendo lucidi, grondanti, cercavano la sua bocca, la riempivano. I bacini degli uomini entravano ed uscivano potentemente scuotendo la carne tremula delle sue natiche aperte. L’attrito dentro, lo sfregare bruciante nelle sue viscere si trasformava da sofferenza in piacere. I gemiti di Sandra che erano di solito discreti, mai plateali persero la loro peculiarità e lei, ormai persa nell’estasi, iniziò a urlare, esaltata, la passione che la travolgeva.
C’erano poi particolari che la mia mente non smetteva di inseguire. L’odore per primo. Immaginavo il calore della pelle, il sudore che faceva brillare gli incavi ascellari diffondendo un tenue ma pungente afrore di femmina. E i suoi piedi! Li immaginavo come il punto più sincero del suo corpo, incapaci di fingere. Le dita si tendevano, si allargavano, poi si richiudevano lentamente, seguendo un ritmo degli amplessi bollenti.. Era un movimento involontario, minuscolo, ma sufficiente a suggerire ciò che il volto cercava ancora di trattenere. Furono proprio quei dettagli, più di qualsiasi altro, a insinuarsi nella mia memoria. Non era il sesso a ossessionarmi, ma l’idea dell’eccesso, di un oscuro confine attraversato. Perfino il denaro che le sarebbe stato offerto, perdeva il suo valore materiale. Diventava il segno di un limite oltrepassato, di una scelta estrema. Non sapevo più se stessi ricostruendo il suo pensiero o confessando il mio. In quel momento, quella visione era diventata la mia unica prospettiva.
In questo momento la sto guardando dormire nel caldo della notte estiva. Un corpo. Una mente. Un’ossessione. Del corpo conosco ogni dettaglio. Della mente non saprò mai nulla. L’ossessione, invece, è tutta mia.
“Tre facoltosi stranieri hanno trascorso due giorni nella nostra città. Ufficialmente per affari. Secondo una fonte, avrebbero chiesto a un noto professionista locale, che chiameremo “l’Ingegnere”, un favore insolito. Non cercavano una escort. Cercavano una donna che appartenesse a un ambiente rispettabile. Una professionista. Una moglie. Una persona che, per una ragione nota soltanto a lei e all’Ingegnere, avesse accettato di prendere parte a una serata privata. Pare che la richiesta fosse molto precisa: doveva presentarsi esattamente come usciva dalla propria giornata, senza trasformarsi per l’occasione. L’illusione doveva essere quella di una donna sottratta, per poche ore, alla sua vita ordinaria. Se la storia sia vera o soltanto una leggenda cittadina, non sono riuscito ad accertarlo.”
Ricordo di aver sorriso. Sembrava una di quelle storie costruite apposta per alimentare la curiosità di chi le legge. Chiusi il telefono e, nel giro di pochi minuti, smisi di pensarci. Finché, nel corso delle settimane successive, alcuni fatti cominciarono lentamente a riaffiorare. Sandra era rincasata una notte quando il cielo stava già schiarendo e qualche giorno dopo avevo notato sul nostro estratto conto un versamento in contanti di una cifra abbastanza alta da incuriosirmi, ma non le chiesi nulla. L’ultimo episodio arrivò quasi per caso. Il suo telefono vibrò sul tavolo. Lo schermo si illuminò. Sbirciando lessi poche parole.
“Fantastica. Oltre le aspettative. Grazie.”
La firma era ridotta a tre lettere: Ing. Null’altro.
Nei giorni che seguirono continuai la mia vita come sempre. Solo molto più tardi mi accorsi che la memoria aveva iniziato il suo lavoro silenzioso. Non aggiungeva fatti. Li accostava. Li costringeva a parlarsi. Fu allora che immaginai una possibile storia. L’Ingegnere aveva davvero chiesto un favore a Sandra. Non uno qualunque; le aveva detto che da quella serata dipendeva un affare decisivo, ricordandole magari un debito per un grosso favore ricevuto in passato, che soltanto lei avrebbe potuto aiutarlo.
— Ma perché proprio io?
— Perché sei perfetta per questo ruolo… Sono tre africani e mi hanno fatto una richiesta particolare, insolita, che devo assolutamente esaudire. Devi capirmi…naturalmente ti compenserò per il disagio.
— Io… non so… mi chiede tanto…
All’inizio, aveva rifiutato. Lui si era fatto più insistente, e lei aveva ceduto a una richiesta alla quale non aveva potuto sottrarsi.
La vedevo uscire in fretta dal lavoro, salutare una collega con una frase buttata lì, una di quelle scuse improvvisate che servono a evitare spiegazioni. Guardare l’orologio. Esitare un istante davanti all’auto, salirci ancora immersa nella giornata che non aveva avuto il tempo di lasciarsi alle spalle. Niente doccia. Nessun abito scelto con calma. Nessun momento per ritrovare quella distanza che ciascuno di noi mette tra sé e il mondo prima di mostrarsi agli altri. Era questo, nella mia fantasia, il suo vero disagio. Quando lei entrava nella stanza, uno dei tre uomini interrompeva per un istante la conversazione. Lei abbassava gli occhi, poi li rialzava. Il silenzio durava un secondo più del necessario. Mi figuravo i loro sguardi indugiare non sulla sua bellezza, ma sulla donna reale. Sui capelli ancora un po’ scomposti. Sulla stanchezza trattenuta nel sorriso. Sulla naturalezza di un corpo che non cercava di impressionare nessuno. C’era in lei una femminilità quieta, priva di artificio, autentica. Certo era arrossita, combattuta fra il desiderio di sottrarsi a quell’attenzione e un orgoglio silenzioso, inspiegabile di mostrarsi. Sandra si schermiva sempre quando, scherzando, le dicevo che mi piaceva il profumo, il sottile odore della sua giornata. Rideva, protestava, sosteneva che fosse soltanto il segno sgradevole della stanchezza, qualcosa da cancellare con una doccia. Fu quel ricordo a contaminare tutto il resto. Cominciai ad attribuire anche a loro la capacità di cogliere proprio ciò che Sandra avrebbe voluto tenere per sé. Poi le immagini si fecero sempre più incalzanti e vivide.
Erano come una successione di fotogrammi. Un drink. Lei circondata dai tre uomini neri, sempre più vicini. Via la giacca. Le scarpe sfilate. Nell’aria quell’effluvio caldo di pelle e cuoio. Un commento salace di uno dei tre che, ridendo, ne inspirò il profumo. Le sei mani percorrevano il suo corpo, suscitando un piacere preliminare intenso, al quale era inutile opporsi. Accarezzandola, la spogliarono. I vestiti scivolarono via con leggerezza, rivelando poco alla volta il suo corpo. Era nuda ai loro occhi: inginocchiata sul letto — dove l’avevano condotta un po’ ritrosa — con il busto leggermente ruotato e il volto rivolto verso chi la osservava. La schiena disegnava una linea lunga e armoniosa, interrotta appena dalle piccole fossette sopra il bacino. Le spalle erano rilassate. Il collo disteso. Il suo corpo comunicava una naturalezza quasi disarmante, come se quella posizione fosse stata assunta più per assecondare una richiesta che per mettersi in mostra. I seni erano pieni, morbidi, perfettamente proporzionati alla figura. Non avevano la rigidità di una bellezza costruita, ma seguivano con naturalezza ogni movimento, come parte di un corpo vissuto, autentico. Sul volto compariva un sorriso appena accennato. Non era il sorriso di una sicurezza ma piuttosto il tentativo di stemperare il disagio, di conservare una forma di eleganza pur avvertendo di essere un oggetto erotico al centro dell’attenzione. Non erano necessarie parole. Bastava il silenzio. Era quello a darle la sensazione di essere osservata con un’intensità insolita. Eppure, insieme all’imbarazzo, si faceva strada una inattesa eccitazione nel sentirsi scelta, protagonista. Uno di loro, dopo un cenno d’intesa agli altri, si spogliò per primo e, senza esitazione, la fece sua, sollevandole le gambe fino ad appoggiarle sulle proprie spalle. Nella mia fantasia ogni gesto sembrava inevitabile, come se quella scena stesse seguendo un copione già scritto. Il grosso glande separò, allargò i petali del fiore di Sandra e la invase con un colpo secco strappandole un grido soffocato. Poi, nella mia immaginazione, non esistettero più regole. Lei divenne il fulcro delle loro voglie, in uno spazio dove i confini del pudore e del lecito sembravano dissolversi.
Ogni immagine inseguiva la successiva senza concedermi il tempo di fermarla. L’impressione dominante non era quella di un singolo gesto, ma di un vortice che travolgeva ogni limite. Le immagini si addensavano fino a diventare materia. I colori acquistavano un contrasto quasi ipnotico. Il bianco e il nero si rincorrevano, si impastavano, si confondevano, fin quasi a cancellare ogni separazione, come in un quadro dipinto dalla mia stessa ossessione. Sentivo crescere insieme rabbia e gelosia. Eppure il mio corpo raccontava un’altra verità. La mia eccitazione testimoniava che dentro di me si agitava qualcosa di molto più complesso.
Lei era investita da ogni lato. I neri bastoni, duri e svettanti, affondavano dentro di lei, emergendo lucidi, grondanti, cercavano la sua bocca, la riempivano. I bacini degli uomini entravano ed uscivano potentemente scuotendo la carne tremula delle sue natiche aperte. L’attrito dentro, lo sfregare bruciante nelle sue viscere si trasformava da sofferenza in piacere. I gemiti di Sandra che erano di solito discreti, mai plateali persero la loro peculiarità e lei, ormai persa nell’estasi, iniziò a urlare, esaltata, la passione che la travolgeva.
C’erano poi particolari che la mia mente non smetteva di inseguire. L’odore per primo. Immaginavo il calore della pelle, il sudore che faceva brillare gli incavi ascellari diffondendo un tenue ma pungente afrore di femmina. E i suoi piedi! Li immaginavo come il punto più sincero del suo corpo, incapaci di fingere. Le dita si tendevano, si allargavano, poi si richiudevano lentamente, seguendo un ritmo degli amplessi bollenti.. Era un movimento involontario, minuscolo, ma sufficiente a suggerire ciò che il volto cercava ancora di trattenere. Furono proprio quei dettagli, più di qualsiasi altro, a insinuarsi nella mia memoria. Non era il sesso a ossessionarmi, ma l’idea dell’eccesso, di un oscuro confine attraversato. Perfino il denaro che le sarebbe stato offerto, perdeva il suo valore materiale. Diventava il segno di un limite oltrepassato, di una scelta estrema. Non sapevo più se stessi ricostruendo il suo pensiero o confessando il mio. In quel momento, quella visione era diventata la mia unica prospettiva.
In questo momento la sto guardando dormire nel caldo della notte estiva. Un corpo. Una mente. Un’ossessione. Del corpo conosco ogni dettaglio. Della mente non saprò mai nulla. L’ossessione, invece, è tutta mia.
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