Nudisti per casa - Episodio 21, Marika ride
di
pippopippo
genere
esibizionismo
Premessa:
Questo episodio é più psicologico che erotico. Riferimenti erotici molto pochi. Chi non è interessato, può andare oltre.
Racconto:
Sono ancora assonnato. Sono solo le 5 di mattina.
Ma non riesco a prendere sonno. Mi muovo allora in mezzo al buio, per non svegliare Marika, che è ormai ritornata adulta da una settimana.
E quindi si incazza se le accendo la luce di primo mattino.
Mi dirigo in cucina. Almeno lì posso accendere la luce.
Mi siedo vicino al frigo. Mi faccio un caffè.
Non ne ho voglia, per la verità. Forse neanche lo berrò, ma ho bisogno di tenermi occupato.
Non voglio ripensare alla giornata di ieri.
Marika sembra scaricare tutta la responsabilità degli eventi su di me.
Le paure della Marika dei primi giorni, alla fine, non erano infondate.
Se non ci sono confini stabiliti e normati, la responsabilità personale se ne va a benedire.
Io e Marika siamo stati degli irresponsabili ieri in cucina.
E poi una serie di eventi a catena ha fatto degenerare la situazione, fino a mettere a rischio il progetto nidiata.
Gli animi di tutti sono infuocati.
E mentre penso questo, alzo lo sguardo.
Nella parete di sinistra sembra esserci qualcosa fuori posto.
Non so cosa sia. È solo lo sguardo periferico che ha intercettato l'anomalia. Una cosa da niente, pochi millisecondi.
Lo sguardo si posa sull'oggetto che il mio sguardo periferico aveva già catalogato come una minaccia.
Sono le mutande di Marika, inchiodate in un quadro su sfondo rosa.
Sulle mutande c'è della vernice rosso scuro.
È la firma di Lidia, l'artista nichilista della casa.
Mi metto le mani nei capelli.
Prendo il quadro dalla parete e, quatto quatto, cerco un posto dove nasconderlo.
Sono nel panico.
Solo ora mi accorgo che non so dove metterlo.
Allora me lo porto in stanza.
Pof!
Cado.
Oddio, che testata!
Il quadro mi cade. Il vetro si rompe. Tutto finisce per terra.
E chi mi trovo di fronte?
Marika, ancora stralunata dalla botta in testa.
— Ti sei fatto male? — mi chiede.
— No, no. Non ti preoccupare.
Cerco di sviare la sua attenzione.
Ma quella non ci casca.
— Che hai qui? — dice.
— No, niente. Non ti preoccupare. Fai quello che devi, qui ci penso io.
Quella non ci sta.
Prende il quadro riverso a faccia in giù e lo gira verso di lei.
E nota le mutande con il finto mestruo di vernice rossa.
Ma succede una cosa inaspettata.
Marika ride.
Non è una risata isterica.
È una risata grassa.
Ride di gusto.
— E questa sarebbe un'altra opera di Lidia?
Rispondo a gesti.
La firma è evidente.
— A quella lì il fango delle nostre miserie piace proprio. Contenta lei!
Non mi aspettavo una Marika così matura.
— Dov'è finita la Marika col biberon? — le dico.
— Quella Marika non esiste più. Lo sai!
L'ho capito, sai? Tu fai il filosofo, ma ci sono arrivata. Ho capito le tue allusioni!
Io cado dalle nuvole.
Lei continua.
— Comodo, no? Bastava fare gli occhioni, dire due sciocchezze... e tanto decidevi sempre tu.
— Finché facevo la bambina, se succedeva un casino era sempre colpa dell'adulto.
— Quindi mi hai lasciato addosso tutto il peso.
— Ti ci sei messo anche da solo.
— Sai qual è il problema? Che quel gioco, a un certo punto, era troppo bello.
— Più andavamo avanti, più mi riusciva difficile uscirne.
— Poi, quando hai impedito che il mio gioco continuasse, io ormai ero ebbra. Non potevo smettere.
La sua confessione continua.
— Quando è arrivato Roby... io non avevo smesso di recitare la bambina.
Poi mi fa la confessione più ardita che abbia mai sentito.
— Quando Roby mi ha preso in giro per le mutande in cucina, io non sono scappata perché mi sono sentita tradita da lui. Io sono scappata perché essere al centro dell'attenzione per le mie mutande mi piaceva. E ho avuto paura.
Si ferma.
— Perché mi piace? Io non lo so!
Guarda il quadro.
— Per questo il quadro deve scomparire.
Poi aggiunge:
— E deve scomparire anche Lidia.
— Quindi stai dicendo che Lidia deve sparire perché non ti vuoi vedere?
Marika capisce.
— Io non voglio scappare da me stessa. Ma non voglio intorno le persone che mi fanno vedere in faccia i miei mostri.
Rimango in silenzio qualche secondo.
Guardo il quadro a terra, il vetro in frantumi, le mutande inchiodate sul fondo rosa.
— Lo sai? Il nostro esperimento nudista si è trasformato in un difficile progetto politico.
Marika sembra curiosa.
— Abbiamo attraversato molti conflitti. Abbiamo cercato di creare un'utopia e ci siamo scontrati con la realtà.
— Che l'utopia non funziona, perché per farla funzionare dobbiamo decidere chi ci sta dentro al progetto e chi escludere.
— Vuoi epurare Lidia?
Marika scuote la testa.
— Bello. Molto da filosofo.
— E tu molto da politica.
— Cosa vuol dire?
— Che stai proponendo di rimuovere una persona perché non sopporti quello che ti fa vedere di te!
Silenzio.
— Vuoi eliminare Lidia perché il sistema torni stabile. Ma sei tu che vuoi ritornare stabile.
Lei abbassa lo sguardo.
— Ma lo vedi anche tu! Da quando c'è Lidia, l'esperimento nudista non funziona più! Non sono io!
— Una comunità deve essere capace di accettare anche la provocazione di un occhio dissacrante come quello di Lidia.
Guardo il quadro rotto e le mutande con il finto mestruo.
— E se ci sono i mostri, possono esistere, perché li usiamo come anticorpi. Lidia ti ha mostrato i tuoi demoni.
Marika rimane ferma.
— Stai dicendo che devo ringraziare Lidia per avermi fatto vedere che rappresentarmi come una bambina piena di piscio ha innescato il mio Mister Hyde?
Marika sembra frustrata.
— Mi servono anni di psicoterapia per mettere a posto i danni che mi ha fatto quella lì. Me li paga lei gli incontri?
— Ma ne stai parlando con me! Non mi stai pagando!
Poi continuo.
— Lo vedi? Il tuo Mister Hyde non è più nascosto. E se non è nascosto, cosa succede? Se Mister Hyde non deve più nascondersi, sei sicura che continui a essere un mostro?
— Ho fatto sesso davanti a Roby, in cucina!!!
— Roby non si scandalizza per questo!
Marika è frustrata.
— Ma io ho perso la dignità. Non so controllare i miei istinti. Sono un'irresponsabile.
— Sì, sì. Probabilmente in un'altra vita avresti lavorato in uno strip club.
— Ci ho fantasticato, purtroppo!
— Quindi lo sapevo già: ti attrae il degrado!
— Sì!
— Quindi Lidia ti ha solo fatto vedere una parte di te che già conoscevi. Per questo non ti volevi spogliare.
— La tua teoria sulla responsabilità non ha funzionato.
— Sì, forse la responsabilità non basta da sola a proteggerci. Però in questo momento stiamo imparando a essere responsabili insieme. Se ti fossi tenuta il segreto? Forse saresti stata ancora più sola.
Marika sembra riflettere.
È vero: abbiamo condiviso il suo segreto. Non abbiamo risolto il problema, che forse si è persino amplificato, ma lei si sente più forte, perché non si sente più sola come prima.
Ed è proprio questo che le dà il coraggio di affrontare i propri demoni.
A questo punto Marika non sembra più interessata a Lidia.
— Che ne dici se continuiamo quello che Roby ha interrotto ieri?
Io la guardo.
— In cucina?
Ok, sono pur sempre un filosofo. Voglio capire se vuole fare sesso con me o con la sua perversione. Lo so, sono un mostro, sto approfittando di un suo segreto. É difficile la vita di noi esseri umani!
Questo episodio é più psicologico che erotico. Riferimenti erotici molto pochi. Chi non è interessato, può andare oltre.
Racconto:
Sono ancora assonnato. Sono solo le 5 di mattina.
Ma non riesco a prendere sonno. Mi muovo allora in mezzo al buio, per non svegliare Marika, che è ormai ritornata adulta da una settimana.
E quindi si incazza se le accendo la luce di primo mattino.
Mi dirigo in cucina. Almeno lì posso accendere la luce.
Mi siedo vicino al frigo. Mi faccio un caffè.
Non ne ho voglia, per la verità. Forse neanche lo berrò, ma ho bisogno di tenermi occupato.
Non voglio ripensare alla giornata di ieri.
Marika sembra scaricare tutta la responsabilità degli eventi su di me.
Le paure della Marika dei primi giorni, alla fine, non erano infondate.
Se non ci sono confini stabiliti e normati, la responsabilità personale se ne va a benedire.
Io e Marika siamo stati degli irresponsabili ieri in cucina.
E poi una serie di eventi a catena ha fatto degenerare la situazione, fino a mettere a rischio il progetto nidiata.
Gli animi di tutti sono infuocati.
E mentre penso questo, alzo lo sguardo.
Nella parete di sinistra sembra esserci qualcosa fuori posto.
Non so cosa sia. È solo lo sguardo periferico che ha intercettato l'anomalia. Una cosa da niente, pochi millisecondi.
Lo sguardo si posa sull'oggetto che il mio sguardo periferico aveva già catalogato come una minaccia.
Sono le mutande di Marika, inchiodate in un quadro su sfondo rosa.
Sulle mutande c'è della vernice rosso scuro.
È la firma di Lidia, l'artista nichilista della casa.
Mi metto le mani nei capelli.
Prendo il quadro dalla parete e, quatto quatto, cerco un posto dove nasconderlo.
Sono nel panico.
Solo ora mi accorgo che non so dove metterlo.
Allora me lo porto in stanza.
Pof!
Cado.
Oddio, che testata!
Il quadro mi cade. Il vetro si rompe. Tutto finisce per terra.
E chi mi trovo di fronte?
Marika, ancora stralunata dalla botta in testa.
— Ti sei fatto male? — mi chiede.
— No, no. Non ti preoccupare.
Cerco di sviare la sua attenzione.
Ma quella non ci casca.
— Che hai qui? — dice.
— No, niente. Non ti preoccupare. Fai quello che devi, qui ci penso io.
Quella non ci sta.
Prende il quadro riverso a faccia in giù e lo gira verso di lei.
E nota le mutande con il finto mestruo di vernice rossa.
Ma succede una cosa inaspettata.
Marika ride.
Non è una risata isterica.
È una risata grassa.
Ride di gusto.
— E questa sarebbe un'altra opera di Lidia?
Rispondo a gesti.
La firma è evidente.
— A quella lì il fango delle nostre miserie piace proprio. Contenta lei!
Non mi aspettavo una Marika così matura.
— Dov'è finita la Marika col biberon? — le dico.
— Quella Marika non esiste più. Lo sai!
L'ho capito, sai? Tu fai il filosofo, ma ci sono arrivata. Ho capito le tue allusioni!
Io cado dalle nuvole.
Lei continua.
— Comodo, no? Bastava fare gli occhioni, dire due sciocchezze... e tanto decidevi sempre tu.
— Finché facevo la bambina, se succedeva un casino era sempre colpa dell'adulto.
— Quindi mi hai lasciato addosso tutto il peso.
— Ti ci sei messo anche da solo.
— Sai qual è il problema? Che quel gioco, a un certo punto, era troppo bello.
— Più andavamo avanti, più mi riusciva difficile uscirne.
— Poi, quando hai impedito che il mio gioco continuasse, io ormai ero ebbra. Non potevo smettere.
La sua confessione continua.
— Quando è arrivato Roby... io non avevo smesso di recitare la bambina.
Poi mi fa la confessione più ardita che abbia mai sentito.
— Quando Roby mi ha preso in giro per le mutande in cucina, io non sono scappata perché mi sono sentita tradita da lui. Io sono scappata perché essere al centro dell'attenzione per le mie mutande mi piaceva. E ho avuto paura.
Si ferma.
— Perché mi piace? Io non lo so!
Guarda il quadro.
— Per questo il quadro deve scomparire.
Poi aggiunge:
— E deve scomparire anche Lidia.
— Quindi stai dicendo che Lidia deve sparire perché non ti vuoi vedere?
Marika capisce.
— Io non voglio scappare da me stessa. Ma non voglio intorno le persone che mi fanno vedere in faccia i miei mostri.
Rimango in silenzio qualche secondo.
Guardo il quadro a terra, il vetro in frantumi, le mutande inchiodate sul fondo rosa.
— Lo sai? Il nostro esperimento nudista si è trasformato in un difficile progetto politico.
Marika sembra curiosa.
— Abbiamo attraversato molti conflitti. Abbiamo cercato di creare un'utopia e ci siamo scontrati con la realtà.
— Che l'utopia non funziona, perché per farla funzionare dobbiamo decidere chi ci sta dentro al progetto e chi escludere.
— Vuoi epurare Lidia?
Marika scuote la testa.
— Bello. Molto da filosofo.
— E tu molto da politica.
— Cosa vuol dire?
— Che stai proponendo di rimuovere una persona perché non sopporti quello che ti fa vedere di te!
Silenzio.
— Vuoi eliminare Lidia perché il sistema torni stabile. Ma sei tu che vuoi ritornare stabile.
Lei abbassa lo sguardo.
— Ma lo vedi anche tu! Da quando c'è Lidia, l'esperimento nudista non funziona più! Non sono io!
— Una comunità deve essere capace di accettare anche la provocazione di un occhio dissacrante come quello di Lidia.
Guardo il quadro rotto e le mutande con il finto mestruo.
— E se ci sono i mostri, possono esistere, perché li usiamo come anticorpi. Lidia ti ha mostrato i tuoi demoni.
Marika rimane ferma.
— Stai dicendo che devo ringraziare Lidia per avermi fatto vedere che rappresentarmi come una bambina piena di piscio ha innescato il mio Mister Hyde?
Marika sembra frustrata.
— Mi servono anni di psicoterapia per mettere a posto i danni che mi ha fatto quella lì. Me li paga lei gli incontri?
— Ma ne stai parlando con me! Non mi stai pagando!
Poi continuo.
— Lo vedi? Il tuo Mister Hyde non è più nascosto. E se non è nascosto, cosa succede? Se Mister Hyde non deve più nascondersi, sei sicura che continui a essere un mostro?
— Ho fatto sesso davanti a Roby, in cucina!!!
— Roby non si scandalizza per questo!
Marika è frustrata.
— Ma io ho perso la dignità. Non so controllare i miei istinti. Sono un'irresponsabile.
— Sì, sì. Probabilmente in un'altra vita avresti lavorato in uno strip club.
— Ci ho fantasticato, purtroppo!
— Quindi lo sapevo già: ti attrae il degrado!
— Sì!
— Quindi Lidia ti ha solo fatto vedere una parte di te che già conoscevi. Per questo non ti volevi spogliare.
— La tua teoria sulla responsabilità non ha funzionato.
— Sì, forse la responsabilità non basta da sola a proteggerci. Però in questo momento stiamo imparando a essere responsabili insieme. Se ti fossi tenuta il segreto? Forse saresti stata ancora più sola.
Marika sembra riflettere.
È vero: abbiamo condiviso il suo segreto. Non abbiamo risolto il problema, che forse si è persino amplificato, ma lei si sente più forte, perché non si sente più sola come prima.
Ed è proprio questo che le dà il coraggio di affrontare i propri demoni.
A questo punto Marika non sembra più interessata a Lidia.
— Che ne dici se continuiamo quello che Roby ha interrotto ieri?
Io la guardo.
— In cucina?
Ok, sono pur sempre un filosofo. Voglio capire se vuole fare sesso con me o con la sua perversione. Lo so, sono un mostro, sto approfittando di un suo segreto. É difficile la vita di noi esseri umani!
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