Francesco fa edging per 3 giorni e mi sborra addosso

di
genere
tradimenti

Quella mattina ero seduta alla scrivania in ufficio,
con la gonna un po’ troppo corta e le gambe accavallate,
quando è arrivato il primo messaggio di Francesco.
Il mio ex collega, quel maiale erotomane
con cui avevo già scopato diverse volte
nella sua macchina durante la pausa pranzo,
oppure all'uscita, prima che tornasse dalla fidanzata.

«Monica… sono due giorni che mi sto segando come un pazzo.
Edging continuo. Non sono venuto neanche una volta.
I coglioni mi fanno male da quanto sono pieni.
Ti va di vedere il risultato stasera?»

Ho sentito subito la figa pulsare. Gli ho risposto senza pensarci due volte:
«Continua tutto il giorno. Non sborrare. Vieni da me alle 21:00.
E mandami aggiornamenti.»

Da quel momento è iniziato il tormento più bello del mondo.
ogni ora e mezza arrivava un messaggio o un video.
Nel primo video era in macchina, seduto, jeans abbassati,
il cazzo durissimo, venoso, la cappella lucida.
Si segava lentamente, stringendo alla base,
e si fermava appena prima di venire.

I coglioni erano già gonfi, tesi, rossi.

Mi scriveva: «Guarda come sono carico per te. Sono due giorni che resisto».
Io in ufficio stringevo le cosce sotto la scrivania, bagnatissima.
Rispondevo con un semplice «Bravissimo… continua così».

E lui obbediva.

Nel secondo video era in bagno, in piedi, si segava più veloce,
il cazzo che schizzava gocce di liquido prespermatico.

«Mi fanno male i coglioni, Monica. Sono duri come pietre».
Nel terzo era seduto sul letto di casa, gambe larghe,
che si portava al limite per la quarta volta quel giorno.
La cappella era viola, lucida, enorme.

Ogni volta si fermava tremando.

Io passavo la giornata con le mutande fradice.
Pensavo continuamente a quanto sborra avrebbe avuto dentro
dopo tre giorni di edging. Non riuscivo a concentrarmi sul lavoro.
Ogni tanto andavo in bagno, mi toccavo un po’ sopra le mutande
e poi tornavo al posto con le gambe molli.

Alle 20:30 ero già insieme a lui. Mi ero preparata esattamente come voleva:
un vestitino bianco leggero, corto, quasi trasparente sotto la luce giusta,
e sotto un paio di mutande di cotone bianco semplici, classiche,
di quelle che diventano trasparenti quando si bagnano.
Sapevo che gli piaceva da morire quell’immagine da “brava ragazza”
che in realtà è una troia.

Sono entrata e l’ho trovato sul divano.
Jeans completamente slacciati e abbassati fino alle caviglie,
la maglietta tirata su. Quel cazzo enorme stava fuori, rosso scuro,
venoso, con la cappella gonfia e lucida.
I coglioni erano impressionanti: grossi, pesanti, tesi.
Si stava segando molto lentamente, con due dita,
per non venire.Mi sono seduta accanto a lui.

Gli ho spostato la mano e ho preso io il controllo.
Una sega lenta, stretta, dal basso verso l’alto, sentendo ogni vena pulsare.
Ogni tanto dalla cappella usciva una goccia trasparente densa che colava lungo l’asta.
«Cazzo Monica… tre giorni. Non ce la faccio più» gemeva lui, la voce rotta.

Mi sono chinata e gliel’ho preso in bocca.
Un bocchino caldo, bagnato, profondo. Lo spingevo fino in gola,
poi risalivo succhiando forte la cappella.
Sbavavo tantissimo, la saliva mi colava sul mento e sulle sue palle.
Lui mi teneva una mano tra i capelli, spingendo piano, ma senza esagerare.
Voleva resistere ancora. Dopo un po’ sono tornata a segarlo con la mano,
veloce, mentre lui respirava a fatica. A quel punto ha preso lui il comando.

Mi ha fatto sdraiare sul divano, mi ha aperto le gambe
e mi ha tirato su il vestitino bianco fino alla vita.
Ha guardato le mutande di cotone bianco con uno sguardo da animale.

Non le ha tolte. Le ha solo scostate leggermente di lato
e ha iniziato a strofinarmi il cazzo sulla figa.

La cappella grossa e calda batteva contro il mio clitoride attraverso il cotone.
Sentivo il tessuto che si inzuppava sempre di più, diventando trasparente.
Lui ha iniziato a segarsi davvero contro di me:
il pugno chiuso che batteva ritmicamente, schiaffeggiando
la mia fighettina coperta dalle mutande.

Faceva un rumore umido, osceno, slap slap slap.
Ogni colpo mi mandava scariche di piacere al cervello.
Ero a gambe larghe, il vestitino bianco tirato su, le mutande bianche fradice
e quasi trasparenti. Non capivo più niente. Gemiti, parolacce,
«ti prego non fermarti». Lui continuava, imperterrito, segandosi
contro la mia figa per venti minuti buoni.
La cappella premeva, entrava di mezzo centimetro tra le labbra attraverso il cotone,
poi usciva e ricominciava a battere forte.

Quando è arrivato al limite ha spostato definitivamente le mutande di lato con due dita,
ha appoggiato la cappella direttamente sulla mia figa aperta e ha iniziato
a segarsi brutalmente.

È venuto come un vulcano. Il primo fiotto di sborra è stato lunghissimo,
denso, caldo. Mi ha colpito dritto sulla figa, colando tra le labbra
e sul clitoride. Poi un secondo, un terzo, un quarto, un quinto… non finiva più.
Una quantità assurda di sborra bianca e densa mi ha inondato tutta la figa,
il monte di venere, l’interno delle cosce. Mi colava dappertutto.

Io ho iniziato a toccarmi come una pazza.
Due dita sul clitoride bagnato della sua sborra, strofinando forte.
Sono venuta urlando, tremando tutta.

Lui non ha aspettato. Ancora duro, ha iniziato a ricacciarmi la sborra dentro con il cazzo.
Mi ha infilato tutto dentro con un colpo solo e ha cominciato a pomparmi.
La figa faceva rumori osceni, la sborra che usciva ai lati
a ogni spinta profonda. Mi scopava forte, tenendomi le gambe aperte con le mani,
guardandomi negli occhi. «Prendila tutta, brava troia… prendila tutta dentro.»

Ho avuto un secondo orgasmo violentissimo mentre mi sbatteva.
Sentivo la sborra che mi riempiva, che mi colava sul culo, sul divano.
Mi ha dato una quindicina di pompate profonde, brutali, poi è uscito lentamente.

Il cazzo era ancora mezzo duro e sporco.
Mi sono alzata a sedere e gliel’ho ripulito con la bocca,
succhiando con calma, leccando ogni residuo di sborra e dei miei umori.

Sono rimasta lì, con il vestitino bianco spiegazzato,
le mutande di cotone completamente inzuppate e appiccicate alla figa,
la sborra che ancora colava. Felice come una puttana.

Quella sera ho capito quanto mi piace quando un uomo si porta
al limite per giorni solo per scaricarsi tutto su di me.

scritto il
2026-07-17
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