Sabina, la vacca tettona, si racconta: 14) Primo giorno come troia dei pugili
di
Federico&Sabina
genere
dominazione
Il calore fuori è un muro. L'afa di agosto mi si incolla addosso come una pellicola, il sudore mi cola subito tra le tettone, lungo la schiena, dentro i pantaloncini già bagnati. Cammino sulla sabbia, poi sull'asfalto crepato che porta alla palestra. Antonio dietro di me, zitto. La camicetta mi tira a ogni passo, il cazzo d'argento mi sbatte sullo sterno.
La palestra è un capannone di lamiera. Sento l'odore prima ancora di aprire la porta — un misto di sudore vecchio, cuoio, borotalco, e qualcosa di aspro che riconosco. L'odore dei maschi. Di molti maschi. La porta cigola e l'odore mi investe in pieno, mi entra nelle narici, mi scende in gola.
Dentro, l'afa è ancora più densa. Niente aria condizionata, solo un ventilatore a pale che rimescola aria calda. Il tanfo di ascelle e fatica è così spesso che quasi lo mastico. E loro sono lì.
Pesi massimi. Colossi. Uomini enormi, neri e bianchi, che si allenano ai sacchi, sollevano bilancieri, saltano la corda con un ritmo che fa tremare il pavimento. Sudati. I dorsi nudi luccicano, i pantaloncini leggeri aderiscono alle cosce, ai culi, ai cazzi. E quando entro, quando le mie tettone strizzate nella camicetta jeans varcano la soglia, il rumore si ferma.
I sacchi oscillano vuoti. I bilancieri restano sospesi. Dieci, dodici, quindici teste si girano verso di me, gli occhi mi si attaccano addosso. Le tettone. La scollatura. Il cazzo d'argento che ciondola. Il rossetto rosso. I pantaloncini che mi mangiano la fica.
Sento i loro sguardi entrarmi sotto la stoffa, scoparmi con gli occhi. Un brivido mi corre dalla nuca al coccige, la fica mi si bagna ancora di più. I pantaloncini sono inzuppati.
"Sbrigati, troia," mi sussurra Antonio da dietro. La sua voce è roca. "Ti stanno aspettando."
Non rispondo. Le gambe mi tremano mentre attraverso la palestra. Sento i loro mormorii, risate basse, un fischio. "Guarda che tettone." "Cazzo, che roba." "Ma quella è la nuova donna delle pulizie?" "Pulirà i cazzi più che i pavimenti."
Ridono. Io cammino. La vergogna mi arrossa le guance, ma tra le cosce il calore è un lago.
Un uomo, Marcus — un nero colossale, la pelle lucida, i muscoli che sembrano corde, il cranio rasato, i pantaloncini che gli fasciano un cazzone già semi-duro — mi si para davanti. "Sei la nuova?" La voce è un basso che mi vibra nello sterno. "Vieni, ti insegno. Il corpo a corpo. Devi imparare a schivare."
Mi prende il polso. Le sue dita sono una morsa calda. Mi trascina verso il ring.
Salgo. Il ring è di corde rosse, il pavimento di tela che sa di gomma e sudore vecchio. Loro mi seguono — altri pugili, bestioni che si arrampicano intorno a me formando un cerchio. Sento il loro odore salire, concentrarsi, un muro di puzza maschia che mi fa girare la testa.
Il nero mi è dietro. Mi afferra le braccia, me le alza sopra la testa. Le ascelle mi si scoprono, il sudore mi cola lungo i fianchi. Sento un bottone cedere — pop — e la camicetta si apre, la tetta sinistra quasi fuori. Lui mi preme il corpo contro la schiena. Il suo petto è una lastra di muscoli bollenti, il sudore mi impasta la camicetta. E attraverso i pantaloncini sottili, sento il suo cazzo — un palo enorme, caldo, duro, che mi preme tra le natiche.
"Così," mi sussurra nell'orecchio. Il suo fiato puzza di sudore e qualcosa di affamato. "Devi schiacciarti a me. Se no ti colpiscono."
Davanti a me, un bianco, Dario, altrettanto enorme — petto coperto di peli biondi, mani come badili, cazzo già gonfio visibile attraverso i pantaloncini — mi si avvicina. Anche lui mi afferra le braccia sopra la testa, le sue dita si intrecciano a quelle del nero. Mi ritrovo inarcata, le tettone che puntano dritte verso il suo petto sudato, sudate, il cazzo d'argento che mi oscilla nel solco.
"Schiva," grugnisce il bianco. E mi spinge contro il nero. Poi il nero mi spinge contro il bianco. Mi schiacciano tra loro due, i loro petti enormi mi comprimono le tettone, il sudore mi impasta, i loro cazzi mi premono — quello del nero dietro, contro il culo, quello del bianco davanti, contro la fica. La stoffa dei pantaloncini ormai è un velo inutile.
La fica mi pulsa. Un gemito mi scappa.
"La tettona geme," dice il bianco. Il suo viso è a un centimetro dal mio, gli occhi azzurri pieni di fame. "Ti piace il corpo a corpo, troietta?"
Non rispondo. Non posso. Lui abbassa la testa e mi bacia, e il mondo intorno si dissolve.
Non è un bacio come quelli che ho subito finora — non è l’approccio bavoso e meccanico dei vecchi porci, non è il bacio timido e insicuro di Antonio. Questo è giovane. Violento. Affamato. La bocca di Dario mi piomba addosso come un pugno, le labbra carnose che mi schiacciano contro i denti, e la lingua entra subito — non chiede, non esita, mi invade come se avesse sempre avuto diritto di stare lì. Sento il sapore del suo sudore, misto a qualcosa di metallico, il sapore del ring, della fatica, della rabbia compressa in muscoli che tremano. La sua lingua mi fruga, mi spalanca, mi riempie la bocca di saliva calda e di un desiderio così nudo che mi fa male la gola.
Dietro di me, Marcus non sta fermo. La sua lingua larga mi risale la nuca, lenta, come un animale che annusa la preda prima di mordere. Il calore umido mi cola lungo la colonna vertebrale, si ferma dietro l’orecchio, dove la pelle è più sottile, più sensibile. Lui lecca, poi morde — un morso leggero, appena un accenno, ma mi strappa un gemito che Dario inghiotte nella sua bocca. Marcus soffia il suo fiato caldo dentro il mio orecchio, e sento il suo petto premersi contro la mia schiena, i capezzoli duri che mi graffiano attraverso la stoffa sottile.
"Ti piace, troietta?" La voce di Dario vibra dentro la mia bocca. "Ti piace essere baciata da un uomo vero?"
Non posso rispondere. La sua lingua mi tiene prigioniera, mi costringe a ingoiare il suo sapore, a mescolarlo con il mio. E mentre lui mi divora la bocca, la sua mano sinistra mi trova una tetta, una tettona — la afferra, la strizza, la spreme come se volesse cavarne latte. Il capezzolo gli si incastra tra indice e medio, e lui tira, lo stira verso l'alto, e il dolore-piacere mi parte dal seno e mi scende dritto alla fica, un filo elettrico che mi fa contorcere il bacino.
Marcus ne approfitta. Il suo corpo si incastra meglio al mio, il suo cazzo — sempre duro, sempre enorme — mi preme tra le natiche attraverso i pantaloncini bagnati. Lui non entra, non ancora. Lui strofina. Spinge il glande contro la stoffa, mi massaggia l'ano attraverso il jeans sottile, e ogni sfregamento mi fa pulsare la fica, mi fa gemere nella bocca di Dario. La sua mano destra mi scende sulla pancia, preme sotto l'ombelico proprio dove sento il cazzo di Dario premere da dentro, una pressione che mi fa sentire piena anche se sono ancora vestita.
"Guardala," sento dire a qualcuno. "La troia sta venendo solo con i baci."
Una risata. Poi un'altra voce: "Non hai visto? Si sta già bagnando. Scommetto che le cola fino alle caviglie."
La vergogna mi arrossa le guance, ma tra le cosce il calore è una fiamma. Dario si stacca dal bacio, finalmente, e io rimango lì, a bocca aperta, a respirare il suo fiato — un sapore di menta e sudore vecchio e desiderio. Le sue labbra sono gonfie, lo stesso rossetto rosso che mi ha sporcato la bocca adesso è sbavato intorno alla sua. Mi guarda, gli occhi azzurri che mi scavano dentro, e mi dice:
"Adesso, puttana. Adesso ti scopo davanti a tutti."
Il suo pollice mi preme il labbro inferiore, mi apre la bocca di nuovo, e mi sputa in gola. Un gesto di disprezzo. Un gesto che mi riempie la bocca del suo sapore acido.
E io ingoio.
"Avete visto?" grida uno dei pugili intorno al ring. "La troia è già bagnata!"
"Si vede da come trema!"
"Scopala, Dario! Scopala, Marcus!"
Marco. Il nero si chiama Marcus. Dario è il bianco con gli occhi azzurri. Mi stacco dal bacio di Dario quel tanto che basta per respirare, e vedo la scena intorno: i pugili in cerchio, le mani nei pantaloncini, cazzi enormi che si massaggiano, insulti che volano. "Sfondala." "Riempila." "Fate presto che poi tocca a noi."
E giù dal ring, sulle sedie, Antonio. Seduto con gli occhiali storti, la mano chiusa intorno al cazzo duro, che si masturba guardando. Accanto a lui, il barista e Vincenzo, le pance sudate che ballano, i cazzi in pugno. Lorenzo e Matteo in piedi, la mano nei pantaloni.
Mi stanno tutti guardando. I miei padroni. Il mio ex. I pugili. Dieci, dodici, quindici bestie eccitate che vogliono scoparmi.
E la vergogna mi fa godere.
Dario mi strappa la camicetta. I due bottoni saltano insieme, la stoffa si apre, e le tettone esplodono fuori — gonfie, violacee, sudate, i capezzoli duri che puntano verso di lui. Un boato di approvazione sale dal ring.
"Queste sono le tettone più oscene che abbia mai visto," ringhia Marcus da dietro. Le sue mani mi afferrano i seni da sotto, li sollevano, li strizzano. Le sue palme nere sulla mia carne bianca sono un contrasto che mi manda scariche direttamente al clitoride.
"Adesso i pantaloncini." Dario mi afferra il girovita, strappa il bottone. I pantaloncini jeans mi scivolano giù, mi si incastrano alle ginocchia. La fica è nuda, bagnata, il mio liquido che mi cola sulle cosce.
"Puttana da mettere incinta," mormora Dario. "Sei già fradicia." La sua mano mi trova la fica, due dita entrano senza preavviso, mi scavano. "E stretta. Nonostante tutti quelli che ti hanno già scopata."
"Tutti?" Marcus ride. "Chi l'ha già avuta?"
"I suoi padroni," grida il barista da bordo ring. "Noi quattro. E il cornuto, suo ex."
"Allora adesso tocca a noi."
Marcus mi gira. Mi butta supina sul telo del ring, le tettone che rotolano verso l'alto. Dario mi è subito addosso — la sua bocca mi cerca, mi bacia di nuovo, la lingua mi invade mentre le sue dita mi aprono la fica e il suo cazzo — un palo bianco, venato, enorme — mi preme contro l'ingresso.
Entra.
Un urlo mi esplode nella sua bocca. Il cazzo di Dario mi riempie fino alla cervice, una pressione che mi svuota i polmoni. Spinge. Il suo pube sbatte contro il clitoride, e dietro di me, sento Marcus inginocchiarsi, le sue mani mi sollevano il bacino, mi aprono le natiche.
Il suo cazzo mi cerca il culo. È ancora più grosso di quello di Dario. Il glande preme contro l'anello, spinge. Il dolore è un ago rovente. Poi si apre, scivola dentro, e il gemito che tiro fuori è un verso animale.
Due cazzi enormi dentro di me. Uno nella fica, uno nel culo. Entrambi di colossi sudati, bestioni pesanti più di cento chili ciascuno. Dario sotto di me, il petto peloso che mi schiaccia le tettone, la sua bocca che mi mangia, la sua lingua che mi riempie di saliva. Marcus sopra di me, il peso di entrambi che mi seppellisce, il suo sudore che mi gronda addosso, le sue parole sporche che mi esplodono nell'orecchio.
"Adesso ti scopo come una vacca, troia. Prendilo tutto."
Cominciano a muoversi. Non coordinati — un ritmo bestiale dove quando uno affonda l'altro si ritrae, e io non sono mai vuota. Mai. Sempre piena. La parete tra i due cazzi brucia, si tende, li sento sfregare l'uno contro l'altro attraverso la carne, la mia carne.
"Ti piace?" Dario mi succhia il labbro. "Ti piace essere scopata da due veri uomini?"
Non rispondo. Gemo. Un gemito lungo, spezzato a ogni spinta.
"Rispondi, troia!" Marcus spinge più forte nel culo.
"Sì! Sì, mi piace!"
"Incornare il tuo ex!" Dario mi afferra i seni, li strizza. "Scoparti davanti ai tuoi padroni!"
"Sì! Sì!"
"E sai cosa faccio adesso?" Dario rallenta. Il suo glande preme contro la cervice. "Ti insemino. Ti fecondo. Tu e io. Adesso."
La parola fecondo mi esplode nelle ovaie. L'orgasmo monta senza che possa fermarlo — un'esplosione nera, una contrazione brutale che mi stringe intorno a entrambi i cazzi. Il clitoride si ritrae, pulsa, ma il piacere non cala. Grido. Un grido che rimbalza sulla lamiera del capannone mentre il mio liquido schizza fuori, inonda il ventre di Dario, gli bagna le cosce, allaga il telo del ring.
Dario spinge fino in fondo. Il suo cazzo pulsa, si gonfia, e poi esplode — un fiotto caldo, denso, che mi riempie l'utero e straborda fuori in rivoli bianchi. Marcus lo segue, un secondo dopo, il suo sperma mi inonda il culo con un ruggito.
E intorno al ring, i pugili urlano.
"Adesso tocca a noi!"
[P.S.: per commenti federicoesabina@hotmail.it oppure https://federicoesabina.wixsite.com/sabina]
La palestra è un capannone di lamiera. Sento l'odore prima ancora di aprire la porta — un misto di sudore vecchio, cuoio, borotalco, e qualcosa di aspro che riconosco. L'odore dei maschi. Di molti maschi. La porta cigola e l'odore mi investe in pieno, mi entra nelle narici, mi scende in gola.
Dentro, l'afa è ancora più densa. Niente aria condizionata, solo un ventilatore a pale che rimescola aria calda. Il tanfo di ascelle e fatica è così spesso che quasi lo mastico. E loro sono lì.
Pesi massimi. Colossi. Uomini enormi, neri e bianchi, che si allenano ai sacchi, sollevano bilancieri, saltano la corda con un ritmo che fa tremare il pavimento. Sudati. I dorsi nudi luccicano, i pantaloncini leggeri aderiscono alle cosce, ai culi, ai cazzi. E quando entro, quando le mie tettone strizzate nella camicetta jeans varcano la soglia, il rumore si ferma.
I sacchi oscillano vuoti. I bilancieri restano sospesi. Dieci, dodici, quindici teste si girano verso di me, gli occhi mi si attaccano addosso. Le tettone. La scollatura. Il cazzo d'argento che ciondola. Il rossetto rosso. I pantaloncini che mi mangiano la fica.
Sento i loro sguardi entrarmi sotto la stoffa, scoparmi con gli occhi. Un brivido mi corre dalla nuca al coccige, la fica mi si bagna ancora di più. I pantaloncini sono inzuppati.
"Sbrigati, troia," mi sussurra Antonio da dietro. La sua voce è roca. "Ti stanno aspettando."
Non rispondo. Le gambe mi tremano mentre attraverso la palestra. Sento i loro mormorii, risate basse, un fischio. "Guarda che tettone." "Cazzo, che roba." "Ma quella è la nuova donna delle pulizie?" "Pulirà i cazzi più che i pavimenti."
Ridono. Io cammino. La vergogna mi arrossa le guance, ma tra le cosce il calore è un lago.
Un uomo, Marcus — un nero colossale, la pelle lucida, i muscoli che sembrano corde, il cranio rasato, i pantaloncini che gli fasciano un cazzone già semi-duro — mi si para davanti. "Sei la nuova?" La voce è un basso che mi vibra nello sterno. "Vieni, ti insegno. Il corpo a corpo. Devi imparare a schivare."
Mi prende il polso. Le sue dita sono una morsa calda. Mi trascina verso il ring.
Salgo. Il ring è di corde rosse, il pavimento di tela che sa di gomma e sudore vecchio. Loro mi seguono — altri pugili, bestioni che si arrampicano intorno a me formando un cerchio. Sento il loro odore salire, concentrarsi, un muro di puzza maschia che mi fa girare la testa.
Il nero mi è dietro. Mi afferra le braccia, me le alza sopra la testa. Le ascelle mi si scoprono, il sudore mi cola lungo i fianchi. Sento un bottone cedere — pop — e la camicetta si apre, la tetta sinistra quasi fuori. Lui mi preme il corpo contro la schiena. Il suo petto è una lastra di muscoli bollenti, il sudore mi impasta la camicetta. E attraverso i pantaloncini sottili, sento il suo cazzo — un palo enorme, caldo, duro, che mi preme tra le natiche.
"Così," mi sussurra nell'orecchio. Il suo fiato puzza di sudore e qualcosa di affamato. "Devi schiacciarti a me. Se no ti colpiscono."
Davanti a me, un bianco, Dario, altrettanto enorme — petto coperto di peli biondi, mani come badili, cazzo già gonfio visibile attraverso i pantaloncini — mi si avvicina. Anche lui mi afferra le braccia sopra la testa, le sue dita si intrecciano a quelle del nero. Mi ritrovo inarcata, le tettone che puntano dritte verso il suo petto sudato, sudate, il cazzo d'argento che mi oscilla nel solco.
"Schiva," grugnisce il bianco. E mi spinge contro il nero. Poi il nero mi spinge contro il bianco. Mi schiacciano tra loro due, i loro petti enormi mi comprimono le tettone, il sudore mi impasta, i loro cazzi mi premono — quello del nero dietro, contro il culo, quello del bianco davanti, contro la fica. La stoffa dei pantaloncini ormai è un velo inutile.
La fica mi pulsa. Un gemito mi scappa.
"La tettona geme," dice il bianco. Il suo viso è a un centimetro dal mio, gli occhi azzurri pieni di fame. "Ti piace il corpo a corpo, troietta?"
Non rispondo. Non posso. Lui abbassa la testa e mi bacia, e il mondo intorno si dissolve.
Non è un bacio come quelli che ho subito finora — non è l’approccio bavoso e meccanico dei vecchi porci, non è il bacio timido e insicuro di Antonio. Questo è giovane. Violento. Affamato. La bocca di Dario mi piomba addosso come un pugno, le labbra carnose che mi schiacciano contro i denti, e la lingua entra subito — non chiede, non esita, mi invade come se avesse sempre avuto diritto di stare lì. Sento il sapore del suo sudore, misto a qualcosa di metallico, il sapore del ring, della fatica, della rabbia compressa in muscoli che tremano. La sua lingua mi fruga, mi spalanca, mi riempie la bocca di saliva calda e di un desiderio così nudo che mi fa male la gola.
Dietro di me, Marcus non sta fermo. La sua lingua larga mi risale la nuca, lenta, come un animale che annusa la preda prima di mordere. Il calore umido mi cola lungo la colonna vertebrale, si ferma dietro l’orecchio, dove la pelle è più sottile, più sensibile. Lui lecca, poi morde — un morso leggero, appena un accenno, ma mi strappa un gemito che Dario inghiotte nella sua bocca. Marcus soffia il suo fiato caldo dentro il mio orecchio, e sento il suo petto premersi contro la mia schiena, i capezzoli duri che mi graffiano attraverso la stoffa sottile.
"Ti piace, troietta?" La voce di Dario vibra dentro la mia bocca. "Ti piace essere baciata da un uomo vero?"
Non posso rispondere. La sua lingua mi tiene prigioniera, mi costringe a ingoiare il suo sapore, a mescolarlo con il mio. E mentre lui mi divora la bocca, la sua mano sinistra mi trova una tetta, una tettona — la afferra, la strizza, la spreme come se volesse cavarne latte. Il capezzolo gli si incastra tra indice e medio, e lui tira, lo stira verso l'alto, e il dolore-piacere mi parte dal seno e mi scende dritto alla fica, un filo elettrico che mi fa contorcere il bacino.
Marcus ne approfitta. Il suo corpo si incastra meglio al mio, il suo cazzo — sempre duro, sempre enorme — mi preme tra le natiche attraverso i pantaloncini bagnati. Lui non entra, non ancora. Lui strofina. Spinge il glande contro la stoffa, mi massaggia l'ano attraverso il jeans sottile, e ogni sfregamento mi fa pulsare la fica, mi fa gemere nella bocca di Dario. La sua mano destra mi scende sulla pancia, preme sotto l'ombelico proprio dove sento il cazzo di Dario premere da dentro, una pressione che mi fa sentire piena anche se sono ancora vestita.
"Guardala," sento dire a qualcuno. "La troia sta venendo solo con i baci."
Una risata. Poi un'altra voce: "Non hai visto? Si sta già bagnando. Scommetto che le cola fino alle caviglie."
La vergogna mi arrossa le guance, ma tra le cosce il calore è una fiamma. Dario si stacca dal bacio, finalmente, e io rimango lì, a bocca aperta, a respirare il suo fiato — un sapore di menta e sudore vecchio e desiderio. Le sue labbra sono gonfie, lo stesso rossetto rosso che mi ha sporcato la bocca adesso è sbavato intorno alla sua. Mi guarda, gli occhi azzurri che mi scavano dentro, e mi dice:
"Adesso, puttana. Adesso ti scopo davanti a tutti."
Il suo pollice mi preme il labbro inferiore, mi apre la bocca di nuovo, e mi sputa in gola. Un gesto di disprezzo. Un gesto che mi riempie la bocca del suo sapore acido.
E io ingoio.
"Avete visto?" grida uno dei pugili intorno al ring. "La troia è già bagnata!"
"Si vede da come trema!"
"Scopala, Dario! Scopala, Marcus!"
Marco. Il nero si chiama Marcus. Dario è il bianco con gli occhi azzurri. Mi stacco dal bacio di Dario quel tanto che basta per respirare, e vedo la scena intorno: i pugili in cerchio, le mani nei pantaloncini, cazzi enormi che si massaggiano, insulti che volano. "Sfondala." "Riempila." "Fate presto che poi tocca a noi."
E giù dal ring, sulle sedie, Antonio. Seduto con gli occhiali storti, la mano chiusa intorno al cazzo duro, che si masturba guardando. Accanto a lui, il barista e Vincenzo, le pance sudate che ballano, i cazzi in pugno. Lorenzo e Matteo in piedi, la mano nei pantaloni.
Mi stanno tutti guardando. I miei padroni. Il mio ex. I pugili. Dieci, dodici, quindici bestie eccitate che vogliono scoparmi.
E la vergogna mi fa godere.
Dario mi strappa la camicetta. I due bottoni saltano insieme, la stoffa si apre, e le tettone esplodono fuori — gonfie, violacee, sudate, i capezzoli duri che puntano verso di lui. Un boato di approvazione sale dal ring.
"Queste sono le tettone più oscene che abbia mai visto," ringhia Marcus da dietro. Le sue mani mi afferrano i seni da sotto, li sollevano, li strizzano. Le sue palme nere sulla mia carne bianca sono un contrasto che mi manda scariche direttamente al clitoride.
"Adesso i pantaloncini." Dario mi afferra il girovita, strappa il bottone. I pantaloncini jeans mi scivolano giù, mi si incastrano alle ginocchia. La fica è nuda, bagnata, il mio liquido che mi cola sulle cosce.
"Puttana da mettere incinta," mormora Dario. "Sei già fradicia." La sua mano mi trova la fica, due dita entrano senza preavviso, mi scavano. "E stretta. Nonostante tutti quelli che ti hanno già scopata."
"Tutti?" Marcus ride. "Chi l'ha già avuta?"
"I suoi padroni," grida il barista da bordo ring. "Noi quattro. E il cornuto, suo ex."
"Allora adesso tocca a noi."
Marcus mi gira. Mi butta supina sul telo del ring, le tettone che rotolano verso l'alto. Dario mi è subito addosso — la sua bocca mi cerca, mi bacia di nuovo, la lingua mi invade mentre le sue dita mi aprono la fica e il suo cazzo — un palo bianco, venato, enorme — mi preme contro l'ingresso.
Entra.
Un urlo mi esplode nella sua bocca. Il cazzo di Dario mi riempie fino alla cervice, una pressione che mi svuota i polmoni. Spinge. Il suo pube sbatte contro il clitoride, e dietro di me, sento Marcus inginocchiarsi, le sue mani mi sollevano il bacino, mi aprono le natiche.
Il suo cazzo mi cerca il culo. È ancora più grosso di quello di Dario. Il glande preme contro l'anello, spinge. Il dolore è un ago rovente. Poi si apre, scivola dentro, e il gemito che tiro fuori è un verso animale.
Due cazzi enormi dentro di me. Uno nella fica, uno nel culo. Entrambi di colossi sudati, bestioni pesanti più di cento chili ciascuno. Dario sotto di me, il petto peloso che mi schiaccia le tettone, la sua bocca che mi mangia, la sua lingua che mi riempie di saliva. Marcus sopra di me, il peso di entrambi che mi seppellisce, il suo sudore che mi gronda addosso, le sue parole sporche che mi esplodono nell'orecchio.
"Adesso ti scopo come una vacca, troia. Prendilo tutto."
Cominciano a muoversi. Non coordinati — un ritmo bestiale dove quando uno affonda l'altro si ritrae, e io non sono mai vuota. Mai. Sempre piena. La parete tra i due cazzi brucia, si tende, li sento sfregare l'uno contro l'altro attraverso la carne, la mia carne.
"Ti piace?" Dario mi succhia il labbro. "Ti piace essere scopata da due veri uomini?"
Non rispondo. Gemo. Un gemito lungo, spezzato a ogni spinta.
"Rispondi, troia!" Marcus spinge più forte nel culo.
"Sì! Sì, mi piace!"
"Incornare il tuo ex!" Dario mi afferra i seni, li strizza. "Scoparti davanti ai tuoi padroni!"
"Sì! Sì!"
"E sai cosa faccio adesso?" Dario rallenta. Il suo glande preme contro la cervice. "Ti insemino. Ti fecondo. Tu e io. Adesso."
La parola fecondo mi esplode nelle ovaie. L'orgasmo monta senza che possa fermarlo — un'esplosione nera, una contrazione brutale che mi stringe intorno a entrambi i cazzi. Il clitoride si ritrae, pulsa, ma il piacere non cala. Grido. Un grido che rimbalza sulla lamiera del capannone mentre il mio liquido schizza fuori, inonda il ventre di Dario, gli bagna le cosce, allaga il telo del ring.
Dario spinge fino in fondo. Il suo cazzo pulsa, si gonfia, e poi esplode — un fiotto caldo, denso, che mi riempie l'utero e straborda fuori in rivoli bianchi. Marcus lo segue, un secondo dopo, il suo sperma mi inonda il culo con un ruggito.
E intorno al ring, i pugili urlano.
"Adesso tocca a noi!"
[P.S.: per commenti federicoesabina@hotmail.it oppure https://federicoesabina.wixsite.com/sabina]
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