Sabina, la vacca tettona, si racconta: 9) umiliazione del cornuto
di
Federico&Sabina
genere
dominazione
La mano di Lorenzo mi lascia i capelli solo per puntare un dito verso la porta.
"Vieni dentro, cornuto."
La voce è una frustata allegra. Antonio sussulta, il suo cazzo ancora in pugno, gli occhiali storti che riflettono la lampadina nuda. Non si muove. La vergogna gli ha incollato i piedi al pavimento.
Vincenzo si alza dal letto — la pancia che balla, il sudore che cola — e in due passi è sulla soglia. Le sue dita gialle artigliano il braccio di Antonio e lo strattonano nella stanza. La porta cigola, si richiude. L'odore del nostro sesso lo avvolge all'improvviso, lo vedo arricciare il naso, ma il suo cazzo non cala di un millimetro.
"Guarda che roba," sghignazza Matteo dal letto. "Il fidanzatino ha il cazzo di marmo mentre guarda la sua donna fatta a pezzi."
"Non è più sua." Il barista mi afferra la nuca, mi spinge verso il bordo del materasso. "È nostra. E adesso il cornuto ci ringrazia. In ginocchio, Antonio."
Antonio cade in ginocchio senza resistere. I pantaloncini beige sono una macchia scura all'altezza dell'inguine, bagnati del suo stesso liquido. Il respiro gli esce a rantoli irregolari, la maglietta appiccicata al petto. Non ha detto una parola. Non può.
Mi sporgo verso di lui. Le tettone mi pendono pesanti, i capezzoli violacei quasi sfiorano il pavimento lurido. "Antonio..." La voce mi esce roca, un sussurro che sa ancora di sperma.
Lui alza gli occhi. Dietro le lenti sporche, il suo sguardo è un miscuglio di orrore e fame che non avevo mai visto prima.
"Baciala." Il barista mi spinge la testa verso di lui. "Voglio vedere se il cornuto sa baciare come noi."
Le labbra di Antonio tremano contro le mie. È un bacio timido, esitante, che sa di dentifricio e di qualcosa di amaro — l'eccitazione sua, forse. Poi la mia lingua gli forza i denti, entra. Gli riempio la bocca del sapore di tutti loro, dello sperma vecchio e del mio liquido e della mia saliva sporca. Lui geme. Un gemito strozzato, animalesco, che mi vibra contro il palato.
La fica mi si contrae a vuoto.
"Lecca, cornuto. Senti quanti cazzi hanno scopato la tua donna?" Lorenzo ride da dietro.
Antonio succhia. La sua lingua si muove goffa, disperata, raccoglie ogni traccia di loro dalla mia bocca. Lo sento ingoiare. Un brivido mi corre lungo la schiena.
Matteo si è avvicinato. Le sue dita mi trovano il culo, premono. "Adesso la tua donna ti fa un regalo, cornuto. Ti succhia il cazzo mentre noi guardiamo."
Mi spingono giù. La faccia all'altezza dell'inguine di Antonio. I suoi pantaloncini sono una tenda tesa, il glande che sbuca dall'elastico, violaceo e lucido. L'odore di lui mi riempie le narici — un odore pulito, di bagnoschiuma e di maschio eccitato, così diverso da quello dei miei padroni che quasi mi stordisce.
"Abbassa i pantaloni, idiota." Vincenzo gli dà uno scappellotto sulla nuca.
Antonio ubbidisce. Le mani gli tremano così forte che quasi si strappa i pantaloncini. Il cazzo salta fuori — duro, teso, la punta che gronda un filo trasparente. È più piccolo di quello dei miei padroni, ma è lì, pulsante, e sta per essere mio.
"Succhialo, puttana." Il barista mi preme la nuca. "Fai sentire al cornuto come succhia il cazzo la sua ex fidanzata."
La lingua parte da sola. Un leccare lento, dalla base alla punta, che raccoglie la goccia salata e la porta in bocca. Antonio geme — un suono spezzato che non gli avevo mai sentito.
"Ti piace?" La mia voce è un sussurro roco contro il suo glande. "Ti piace che la tua Sabina sia diventata la troia di questi quattro maiali?"
Lui non risponde. Ma il suo cazzo pulsa, una goccia nuova che mi cola sul labbro.
"Rispondi, cornuto." Lorenzo gli tira i capelli. "Ti piace?"
"Sì." La voce di Antonio è un rantolo. "Sì, mi piace."
La fica mi esplode di piacere. Un rivolo caldo mi cola sulla coscia mentre apro la bocca e lo prendo tutto. Il suo cazzo mi riempie la gola, e il suono che fa è un singhiozzo strozzato. Le mie labbra scivolano su e giù, la lingua gli avvolge il glande, succhia via ogni goccia. Lui spinge — un movimento involontario del bacino che me lo fa arrivare fino al fondo.
"Guardalo," sghignazza Matteo. "Il cornuto scopa la bocca della sua donna."
"E lei gode." Vincenzo mi ha infilato due dita nella fica da dietro, le muove piano. "Senti com'è bagnata? Le piace succhiare il cazzo del suo ex davanti a noi."
È vero. Il piacere è una morsa che mi stringe il basso ventre, le contrazioni sono già lì, la fica pulsa intorno alle dita di Vincenzo mentre la mia bocca lavora sul cazzo di Antonio. L'umiliazione è un fuoco liquido — la vergogna sua e la mia mescolate insieme, un cocktail che mi fa venire voglia di urlare.
"Succhia più forte, troia." Il barista mi afferra i capelli, mi guida il ritmo. "Voglio sentire il cornuto urlare."
La testa mi va su e giù, sempre più veloce. Le labbra gli avvolgono il glande, la lingua preme sul solco, le mie mani gli afferrano i testicoli, li strizzano piano. Lui geme, un suono sempre più forte, sempre più animalesco. Il bacino spinge, si ritrae, spinge ancora. Lo sento vicino — il cazzo si gonfia, pulsa.
"Adesso sborrale in bocca, cornuto!" Lorenzo gli sbatte una mano sulla schiena. "Riempila! È il tuo ultimo regalo da fidanzato!"
Antonio esplode. Il primo fiotto mi centra il palato — denso, caldo, un sapore amaro e pulito insieme. Il secondo mi riempie la bocca. Il terzo mi scende in gola, e deglutisco, deglutisco mentre lui continua a venire, la mano del barista che mi tiene ferma, le dita di Vincenzo nella fica che mi spingono oltre.
L'orgasmo mi monta senza preavviso. La vagina si stringe intorno alle dita di Vincenzo, il clitoride si ritrae, e il liquido esplode — uno schizzo caldo che gli bagna la mano, mi cola sulle cosce, allaga il pavimento già lurido. Grido intorno al cazzo di Antonio, un urlo muto che lui sente, che lo fa gemere ancora più forte.
"La troia è venuta mentre succhiava il cazzo del cornuto!" Matteo batte le mani.
"Così si fa." Il barista mi lascia i capelli. Mi stacco dal cazzo di Antonio con uno schiocco umido, un filo di sperma e saliva che ci unisce ancora. Lui è in ginocchio, gli occhi persi, il cazzo che ancora pulsa e gocciola. La maglietta è fradicia di sudore, il viso una maschera di vergogna e beatitudine.
"Adesso sali sul letto, cornuto." Vincenzo lo afferra per un braccio, lo tira su. "Hai guadagnato un posto."
Antonio si lascia trascinare. Crolla sul materasso lurido, tra le lenzuola sporche di noi cinque. Lorenzo e Matteo gli fanno spazio, ridendo. Il barista mi tira accanto a lui, la mia schiena contro la sua pancia sudata. Vincenzo si sdraia dall'altro lato, le dita gialle che mi accarezzano le tettone.
Siamo in sei. Sul letto lercio. Un ammasso di corpi sudati e sporchi di sperma.
"Dobbiamo parlare del lavoro," dice il barista, la voce bassa. La mano mi stringe forte una tetta, il pollice preme sul capezzolo. "La palestra di boxe. Devi cominciare la prossima settimana. E dobbiamo decidere come ti vesti."
"Qualcosa di osceno," grugnisce Vincenzo. "Voglio che quei pugili ti guardino e gli venga il cazzo duro all'istante."
Lorenzo si solleva su un gomito. I capelli lunghi gli ricadono sulle spalle. "Una camicetta. Di jeans. Con i bottoni. Stretta, che le tiri sulle tettone."
"E i bottoni devono saltare quando si muove." Matteo ride, la voce grassa di malizia. "Così le guardano le tettone e pregano che escano fuori."
La sua mano artiglia l'aria davanti a me, mimando il gesto di strappare la camicetta immaginaria. "Immagina, quando alza le braccia per prendere un bicchiere dal lavandino, pop — il primo bottone salta. Il seno sinistro si intravede, metà areola già scoperta. Loro lì, al bancone, con il caffè che si fredda in mano, gli occhi incollati a quella fessura che si allarga."
"E quando si china a pulire il tavolo," continua Vincenzo, il suo alito caldo che mi accarezza la nuca, "il secondo bottone cede. Pop — le tettone pendono, quasi libere, trattenute solo dall'ultimo bottone. Quei pugili vedono il solco tra di loro, il sudore che cola giù, e si immaginano di infilargli il cazzo in mezzo."
Il mio respiro si fa corto. L'immagine è così vivida che sento già la stoffa tirare sul seno, la tensione dei bottoni che cedono uno a uno. La fica mi pulsa in risposta, un rivolo caldo che mi cola lungo l'interno coscia.
"Ma è il terzo bottone il più importante," sussurra Lorenzo, avvicinando il viso al mio. "Quello all'altezza della pancia. Quando si piega per prendere qualcosa da terra, pop — e le tettone escono completamente. Libere. Oscene. I capezzoli duri che puntano verso di loro come due ditaccia."
Il barista annuisce, una luce feroce negli occhi. "E loro non possono toccare. Devono solo guardare. Guardare e farsi venire il cazzo duro, mentre tu ti muovi tra i tavoli, con quelle tettone enormi che ballano, il seno nudo che dondola a ogni passo."
"Così, quando torni da noi la sera," conclude Matteo, "sarai già piena del loro desiderio. Lo avrai assorbito con la pelle. E noi te lo tireremo fuori, goccia a goccia."
"Pantaloncini corti," aggiunge Lorenzo, la voce che si fa sognante. "Jeans anche quelli. Mini. Talmente corti che le vedano il culo quando si china a pulire."
La sua mano scende lungo la mia schiena, si ferma sul punto esatto dove il culo inizia a incurvarsi. Le dita premono, scavano nella carne morbida. "Voglio che siano attillati. Cuciti addosso come una seconda pelle. Che ogni volta che si muove, la stoffa le si infili nella fessura del culo, mostri la forma delle grandi chiappe, faccia impazzire quei pugili."
"No," interviene Vincenzo, scostando una ciocca di capelli dal mio orecchio. La sua voce è un ronzio caldo. "Non solo corti. Devono avere i bordi sfilacciati, come strappati. Che sembri che se li sia tolti di dosso di fretta la notte prima e rimessi senza stirarli. Segni di scopate."
Matteo annuisce, gli occhi che brillano come carboni nella penombra. "E quando si piega — immaginate quando si piega per prendere un tovagliolo caduto — la stoffa risale, scopre le natiche, lascia intravedere l'ombra della fica da dietro. Loro vedono la pelle bianca delle sue chiappe, il solco che si apre, e si chiedono se ha le mutande."
"E non le ha," grugnisce il barista. "Non ne avrà mai più. Voglio che quei pugili vedano il contorno della sua figa attraverso i jeans. Il rigonfiamento delle grandi labbra. La linea bagnata quando sarà eccitata, perché sarà eccitata, ogni cazzo di minuto."
La mia fica pulsa più forte. La descrizione è così vivida che sento già la stoffa ruvida dei pantaloncini immaginari infilarsi tra le natiche, la tensione del tessuto che preme sul clitoride.
Lorenzo mi afferra il mento, mi gira il viso verso di lui. "E il davanti. Voglio che la zip sia corta, che non arrivi fino in cima. Che lasci scoperto l'osso del pube, quel piccolo cuscinetto di carne, così quando i pantaloncini le si abbassano un po', si vede il triangolo di peli — se li lascerai crescere — o la pelle liscia se ti raderai. Loro vedranno l'inizio della tua figa, e la loro immaginazione farà il resto."
"E i sandali?" chiede Matteo, con un sorriso malizioso.
"Sandali bassi, infradito," dice il barista. "Quelli che fanno rumore quando cammini. Sclap sclap sclap, così loro sanno che stai arrivando. I piedi nudi, le caviglie sottili, i polpacci che si tendono a ogni passo. Lassù, dove iniziano le cosce, la pelle nuda, bagnata di sudore estivo."
La sua voce si fa più bassa. "Voglio che cammini lentamente. Che fai dondolare le tettone. Che il culo ondeggi come una barca in tempesta. Voglio che la guardino, quei maiali, e che il caffè gli si freddi in mano. E quando torni qui, la sera, voglio sentire sulla tua pelle tutto il desiderio che ti hanno lanciato addosso."
Antonio, accanto a noi, emette un gemito strozzato. Il suo cazzo è di nuovo duro, pulsante, un filo di liquido che gli cola sulla pancia. Lo guarda, lo guarda mentre tutti parlano di come mi vestiranno, e non riesce a smettere di toccarsi.
Il barista segue il mio sguardo. Sorride. "Vedi, puttana? Anche il cornuto approva."
Il barista mi pizzica il capezzolo. "Che ne dici, puttana? Ti piace l'idea?"
La fica mi pulsa ancora. "Sì, padrone."
"E tu, cornuto?" Vincenzo allunga una gamba, dà un colpetto ad Antonio con il piede nudo. "Cosa ne pensi? Come dobbiamo vestire la tua ex fidanzata?"
Antonio è sdraiato di traverso, gli occhi al soffitto. Il respiro è ancora affannoso, il cazzo semi-duro appoggiato sulla pancia. Non risponde subito. Poi la voce gli esce, roca, rotta.
"I bottoni... devono essere pochi. Tre. Così si aprono subito."
Tutti scoppiano a ridere.
"Il cornuto ha le idee chiare!" sghignazza Lorenzo.
"Bravo, Antonio." Il barista mi solleva la tettona, la soppesa. "Allora deciso. Camicetta jeans con tre bottoni. Mini pantaloncini jeans. Niente reggiseno. Niente mutande."
"E sandali bassi," aggiunge Matteo. "Così quando cammina le ballano le tettone."
La discussione continua. Loro parlano di me come se fossi un oggetto da allestire, e ogni parola mi entra nelle ovaie come una scossa. I capezzoli sono due punte dure, la fica cola ancora. Antonio ogni tanto mormora qualcosa, suggerisce, e loro ridono, lo prendono in giro, ma ascoltano.
"Allora è deciso." Il barista mi gira verso di lui, il suo ghigno a un centimetro dal mio viso. "Da lunedì cominci. E ogni giorno, quando torni dalla palestra, noi ti aspettiamo qui. Per controllare come ti hanno guardata i pugili."
"E per punirti se non ti sei fatta guardare abbastanza." Vincenzo mi morde l'orecchio.
La fica si contrae a vuoto. Il respiro mi si spezza. "Sì, padroni."
Antonio, accanto a noi, emette un gemito. Il suo cazzo è di nuovo duro.
[P.S.: per commenti federicoesabina@hotmail.it oppure https://federicoesabina.wixsite.com/sabina]
"Vieni dentro, cornuto."
La voce è una frustata allegra. Antonio sussulta, il suo cazzo ancora in pugno, gli occhiali storti che riflettono la lampadina nuda. Non si muove. La vergogna gli ha incollato i piedi al pavimento.
Vincenzo si alza dal letto — la pancia che balla, il sudore che cola — e in due passi è sulla soglia. Le sue dita gialle artigliano il braccio di Antonio e lo strattonano nella stanza. La porta cigola, si richiude. L'odore del nostro sesso lo avvolge all'improvviso, lo vedo arricciare il naso, ma il suo cazzo non cala di un millimetro.
"Guarda che roba," sghignazza Matteo dal letto. "Il fidanzatino ha il cazzo di marmo mentre guarda la sua donna fatta a pezzi."
"Non è più sua." Il barista mi afferra la nuca, mi spinge verso il bordo del materasso. "È nostra. E adesso il cornuto ci ringrazia. In ginocchio, Antonio."
Antonio cade in ginocchio senza resistere. I pantaloncini beige sono una macchia scura all'altezza dell'inguine, bagnati del suo stesso liquido. Il respiro gli esce a rantoli irregolari, la maglietta appiccicata al petto. Non ha detto una parola. Non può.
Mi sporgo verso di lui. Le tettone mi pendono pesanti, i capezzoli violacei quasi sfiorano il pavimento lurido. "Antonio..." La voce mi esce roca, un sussurro che sa ancora di sperma.
Lui alza gli occhi. Dietro le lenti sporche, il suo sguardo è un miscuglio di orrore e fame che non avevo mai visto prima.
"Baciala." Il barista mi spinge la testa verso di lui. "Voglio vedere se il cornuto sa baciare come noi."
Le labbra di Antonio tremano contro le mie. È un bacio timido, esitante, che sa di dentifricio e di qualcosa di amaro — l'eccitazione sua, forse. Poi la mia lingua gli forza i denti, entra. Gli riempio la bocca del sapore di tutti loro, dello sperma vecchio e del mio liquido e della mia saliva sporca. Lui geme. Un gemito strozzato, animalesco, che mi vibra contro il palato.
La fica mi si contrae a vuoto.
"Lecca, cornuto. Senti quanti cazzi hanno scopato la tua donna?" Lorenzo ride da dietro.
Antonio succhia. La sua lingua si muove goffa, disperata, raccoglie ogni traccia di loro dalla mia bocca. Lo sento ingoiare. Un brivido mi corre lungo la schiena.
Matteo si è avvicinato. Le sue dita mi trovano il culo, premono. "Adesso la tua donna ti fa un regalo, cornuto. Ti succhia il cazzo mentre noi guardiamo."
Mi spingono giù. La faccia all'altezza dell'inguine di Antonio. I suoi pantaloncini sono una tenda tesa, il glande che sbuca dall'elastico, violaceo e lucido. L'odore di lui mi riempie le narici — un odore pulito, di bagnoschiuma e di maschio eccitato, così diverso da quello dei miei padroni che quasi mi stordisce.
"Abbassa i pantaloni, idiota." Vincenzo gli dà uno scappellotto sulla nuca.
Antonio ubbidisce. Le mani gli tremano così forte che quasi si strappa i pantaloncini. Il cazzo salta fuori — duro, teso, la punta che gronda un filo trasparente. È più piccolo di quello dei miei padroni, ma è lì, pulsante, e sta per essere mio.
"Succhialo, puttana." Il barista mi preme la nuca. "Fai sentire al cornuto come succhia il cazzo la sua ex fidanzata."
La lingua parte da sola. Un leccare lento, dalla base alla punta, che raccoglie la goccia salata e la porta in bocca. Antonio geme — un suono spezzato che non gli avevo mai sentito.
"Ti piace?" La mia voce è un sussurro roco contro il suo glande. "Ti piace che la tua Sabina sia diventata la troia di questi quattro maiali?"
Lui non risponde. Ma il suo cazzo pulsa, una goccia nuova che mi cola sul labbro.
"Rispondi, cornuto." Lorenzo gli tira i capelli. "Ti piace?"
"Sì." La voce di Antonio è un rantolo. "Sì, mi piace."
La fica mi esplode di piacere. Un rivolo caldo mi cola sulla coscia mentre apro la bocca e lo prendo tutto. Il suo cazzo mi riempie la gola, e il suono che fa è un singhiozzo strozzato. Le mie labbra scivolano su e giù, la lingua gli avvolge il glande, succhia via ogni goccia. Lui spinge — un movimento involontario del bacino che me lo fa arrivare fino al fondo.
"Guardalo," sghignazza Matteo. "Il cornuto scopa la bocca della sua donna."
"E lei gode." Vincenzo mi ha infilato due dita nella fica da dietro, le muove piano. "Senti com'è bagnata? Le piace succhiare il cazzo del suo ex davanti a noi."
È vero. Il piacere è una morsa che mi stringe il basso ventre, le contrazioni sono già lì, la fica pulsa intorno alle dita di Vincenzo mentre la mia bocca lavora sul cazzo di Antonio. L'umiliazione è un fuoco liquido — la vergogna sua e la mia mescolate insieme, un cocktail che mi fa venire voglia di urlare.
"Succhia più forte, troia." Il barista mi afferra i capelli, mi guida il ritmo. "Voglio sentire il cornuto urlare."
La testa mi va su e giù, sempre più veloce. Le labbra gli avvolgono il glande, la lingua preme sul solco, le mie mani gli afferrano i testicoli, li strizzano piano. Lui geme, un suono sempre più forte, sempre più animalesco. Il bacino spinge, si ritrae, spinge ancora. Lo sento vicino — il cazzo si gonfia, pulsa.
"Adesso sborrale in bocca, cornuto!" Lorenzo gli sbatte una mano sulla schiena. "Riempila! È il tuo ultimo regalo da fidanzato!"
Antonio esplode. Il primo fiotto mi centra il palato — denso, caldo, un sapore amaro e pulito insieme. Il secondo mi riempie la bocca. Il terzo mi scende in gola, e deglutisco, deglutisco mentre lui continua a venire, la mano del barista che mi tiene ferma, le dita di Vincenzo nella fica che mi spingono oltre.
L'orgasmo mi monta senza preavviso. La vagina si stringe intorno alle dita di Vincenzo, il clitoride si ritrae, e il liquido esplode — uno schizzo caldo che gli bagna la mano, mi cola sulle cosce, allaga il pavimento già lurido. Grido intorno al cazzo di Antonio, un urlo muto che lui sente, che lo fa gemere ancora più forte.
"La troia è venuta mentre succhiava il cazzo del cornuto!" Matteo batte le mani.
"Così si fa." Il barista mi lascia i capelli. Mi stacco dal cazzo di Antonio con uno schiocco umido, un filo di sperma e saliva che ci unisce ancora. Lui è in ginocchio, gli occhi persi, il cazzo che ancora pulsa e gocciola. La maglietta è fradicia di sudore, il viso una maschera di vergogna e beatitudine.
"Adesso sali sul letto, cornuto." Vincenzo lo afferra per un braccio, lo tira su. "Hai guadagnato un posto."
Antonio si lascia trascinare. Crolla sul materasso lurido, tra le lenzuola sporche di noi cinque. Lorenzo e Matteo gli fanno spazio, ridendo. Il barista mi tira accanto a lui, la mia schiena contro la sua pancia sudata. Vincenzo si sdraia dall'altro lato, le dita gialle che mi accarezzano le tettone.
Siamo in sei. Sul letto lercio. Un ammasso di corpi sudati e sporchi di sperma.
"Dobbiamo parlare del lavoro," dice il barista, la voce bassa. La mano mi stringe forte una tetta, il pollice preme sul capezzolo. "La palestra di boxe. Devi cominciare la prossima settimana. E dobbiamo decidere come ti vesti."
"Qualcosa di osceno," grugnisce Vincenzo. "Voglio che quei pugili ti guardino e gli venga il cazzo duro all'istante."
Lorenzo si solleva su un gomito. I capelli lunghi gli ricadono sulle spalle. "Una camicetta. Di jeans. Con i bottoni. Stretta, che le tiri sulle tettone."
"E i bottoni devono saltare quando si muove." Matteo ride, la voce grassa di malizia. "Così le guardano le tettone e pregano che escano fuori."
La sua mano artiglia l'aria davanti a me, mimando il gesto di strappare la camicetta immaginaria. "Immagina, quando alza le braccia per prendere un bicchiere dal lavandino, pop — il primo bottone salta. Il seno sinistro si intravede, metà areola già scoperta. Loro lì, al bancone, con il caffè che si fredda in mano, gli occhi incollati a quella fessura che si allarga."
"E quando si china a pulire il tavolo," continua Vincenzo, il suo alito caldo che mi accarezza la nuca, "il secondo bottone cede. Pop — le tettone pendono, quasi libere, trattenute solo dall'ultimo bottone. Quei pugili vedono il solco tra di loro, il sudore che cola giù, e si immaginano di infilargli il cazzo in mezzo."
Il mio respiro si fa corto. L'immagine è così vivida che sento già la stoffa tirare sul seno, la tensione dei bottoni che cedono uno a uno. La fica mi pulsa in risposta, un rivolo caldo che mi cola lungo l'interno coscia.
"Ma è il terzo bottone il più importante," sussurra Lorenzo, avvicinando il viso al mio. "Quello all'altezza della pancia. Quando si piega per prendere qualcosa da terra, pop — e le tettone escono completamente. Libere. Oscene. I capezzoli duri che puntano verso di loro come due ditaccia."
Il barista annuisce, una luce feroce negli occhi. "E loro non possono toccare. Devono solo guardare. Guardare e farsi venire il cazzo duro, mentre tu ti muovi tra i tavoli, con quelle tettone enormi che ballano, il seno nudo che dondola a ogni passo."
"Così, quando torni da noi la sera," conclude Matteo, "sarai già piena del loro desiderio. Lo avrai assorbito con la pelle. E noi te lo tireremo fuori, goccia a goccia."
"Pantaloncini corti," aggiunge Lorenzo, la voce che si fa sognante. "Jeans anche quelli. Mini. Talmente corti che le vedano il culo quando si china a pulire."
La sua mano scende lungo la mia schiena, si ferma sul punto esatto dove il culo inizia a incurvarsi. Le dita premono, scavano nella carne morbida. "Voglio che siano attillati. Cuciti addosso come una seconda pelle. Che ogni volta che si muove, la stoffa le si infili nella fessura del culo, mostri la forma delle grandi chiappe, faccia impazzire quei pugili."
"No," interviene Vincenzo, scostando una ciocca di capelli dal mio orecchio. La sua voce è un ronzio caldo. "Non solo corti. Devono avere i bordi sfilacciati, come strappati. Che sembri che se li sia tolti di dosso di fretta la notte prima e rimessi senza stirarli. Segni di scopate."
Matteo annuisce, gli occhi che brillano come carboni nella penombra. "E quando si piega — immaginate quando si piega per prendere un tovagliolo caduto — la stoffa risale, scopre le natiche, lascia intravedere l'ombra della fica da dietro. Loro vedono la pelle bianca delle sue chiappe, il solco che si apre, e si chiedono se ha le mutande."
"E non le ha," grugnisce il barista. "Non ne avrà mai più. Voglio che quei pugili vedano il contorno della sua figa attraverso i jeans. Il rigonfiamento delle grandi labbra. La linea bagnata quando sarà eccitata, perché sarà eccitata, ogni cazzo di minuto."
La mia fica pulsa più forte. La descrizione è così vivida che sento già la stoffa ruvida dei pantaloncini immaginari infilarsi tra le natiche, la tensione del tessuto che preme sul clitoride.
Lorenzo mi afferra il mento, mi gira il viso verso di lui. "E il davanti. Voglio che la zip sia corta, che non arrivi fino in cima. Che lasci scoperto l'osso del pube, quel piccolo cuscinetto di carne, così quando i pantaloncini le si abbassano un po', si vede il triangolo di peli — se li lascerai crescere — o la pelle liscia se ti raderai. Loro vedranno l'inizio della tua figa, e la loro immaginazione farà il resto."
"E i sandali?" chiede Matteo, con un sorriso malizioso.
"Sandali bassi, infradito," dice il barista. "Quelli che fanno rumore quando cammini. Sclap sclap sclap, così loro sanno che stai arrivando. I piedi nudi, le caviglie sottili, i polpacci che si tendono a ogni passo. Lassù, dove iniziano le cosce, la pelle nuda, bagnata di sudore estivo."
La sua voce si fa più bassa. "Voglio che cammini lentamente. Che fai dondolare le tettone. Che il culo ondeggi come una barca in tempesta. Voglio che la guardino, quei maiali, e che il caffè gli si freddi in mano. E quando torni qui, la sera, voglio sentire sulla tua pelle tutto il desiderio che ti hanno lanciato addosso."
Antonio, accanto a noi, emette un gemito strozzato. Il suo cazzo è di nuovo duro, pulsante, un filo di liquido che gli cola sulla pancia. Lo guarda, lo guarda mentre tutti parlano di come mi vestiranno, e non riesce a smettere di toccarsi.
Il barista segue il mio sguardo. Sorride. "Vedi, puttana? Anche il cornuto approva."
Il barista mi pizzica il capezzolo. "Che ne dici, puttana? Ti piace l'idea?"
La fica mi pulsa ancora. "Sì, padrone."
"E tu, cornuto?" Vincenzo allunga una gamba, dà un colpetto ad Antonio con il piede nudo. "Cosa ne pensi? Come dobbiamo vestire la tua ex fidanzata?"
Antonio è sdraiato di traverso, gli occhi al soffitto. Il respiro è ancora affannoso, il cazzo semi-duro appoggiato sulla pancia. Non risponde subito. Poi la voce gli esce, roca, rotta.
"I bottoni... devono essere pochi. Tre. Così si aprono subito."
Tutti scoppiano a ridere.
"Il cornuto ha le idee chiare!" sghignazza Lorenzo.
"Bravo, Antonio." Il barista mi solleva la tettona, la soppesa. "Allora deciso. Camicetta jeans con tre bottoni. Mini pantaloncini jeans. Niente reggiseno. Niente mutande."
"E sandali bassi," aggiunge Matteo. "Così quando cammina le ballano le tettone."
La discussione continua. Loro parlano di me come se fossi un oggetto da allestire, e ogni parola mi entra nelle ovaie come una scossa. I capezzoli sono due punte dure, la fica cola ancora. Antonio ogni tanto mormora qualcosa, suggerisce, e loro ridono, lo prendono in giro, ma ascoltano.
"Allora è deciso." Il barista mi gira verso di lui, il suo ghigno a un centimetro dal mio viso. "Da lunedì cominci. E ogni giorno, quando torni dalla palestra, noi ti aspettiamo qui. Per controllare come ti hanno guardata i pugili."
"E per punirti se non ti sei fatta guardare abbastanza." Vincenzo mi morde l'orecchio.
La fica si contrae a vuoto. Il respiro mi si spezza. "Sì, padroni."
Antonio, accanto a noi, emette un gemito. Il suo cazzo è di nuovo duro.
[P.S.: per commenti federicoesabina@hotmail.it oppure https://federicoesabina.wixsite.com/sabina]
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