Sabina, la vacca tettona, si racconta: 8) dichiarazioni d'amore nella notte oscena della vacca
di
Federico&Sabina
genere
dominazione
Le lenzuola erano un disastro. Sudore e sperma e chissà cos'altro avevano impregnato il cotone ruvido, trasformandolo in una mappa appiccicosa di tutto quello che eravamo stati nelle ore precedenti. Il letto cigolava sotto il nostro peso collettivo — cinque corpi distrutti, ammassati l'uno sull'altro come stracci sudati.
Io stavo al centro.
La schiena nuda premeva contro il materasso sfondato. Le gambe, ancora molli, erano aperte e abbandonate, una coscia premuta contro il fianco sudata del barista, l'altra schiacciata sotto il ginocchio di Lorenzo. Le tettone, gonfie e violacee, riposavano pesanti sul mio petto, i capezzoli ancora duri che sfioravano l'avambraccio di Vincenzo.
Puzzavo di loro. Noi tutti puzzavamo l'uno dell'altro, un miscuglio denso di sborra e fica e sudore e frittura e vino che ormai non distinguevo più dal mio stesso odore.
Ma nessuno dormiva.
Le loro mani mi accarezzavano. Non con urgenza, non con violenza — con una lentezza quasi tenera che mi faceva venire i brividi. Il barista mi teneva una tettona sudata nel palmo, il pollice che disegnava cerchi lenti intorno al capezzolo. Vincenzo mi passava le dita gialle tra i capelli, grattandomi delicatamente la nuca. Lorenzo mi accarezzava l'interno coscia, le sue dita giovani che risalivano piano, senza spingersi oltre. Matteo, sdraiato di traverso ai piedi del letto, mi baciava le caviglie.
"Guardala," mormorò il barista. La sua voce era una raspa bassa, quasi un sospiro. "Sembra un angelo sporco."
Vincenzo rise, un suono catarroso. "Un angelo troia."
"La nostra troia."
La parola mi entrò nelle ovaie come una scossa. La fica, ancora piena del loro sperma, si contrasse piano. Un rivolo caldo mi colò sulla coscia.
Il barista se ne accorse. Il suo ghigno si allargò. "Anche adesso. Anche distrutta, si bagna."
"Non è colpa mia." La voce mi uscì roca, rotta. "Siete voi."
"Nostra." Si chinò su di me. Le sue labbra mi sfiorarono la fronte, un bacio sporco di sudore. "Lo sai che mi sto innamorando di te, puttana?"
Il respiro mi si bloccò.
"Davvero." La sua mano mi strinse la tetta un po' più forte. "Vorrei passare la vita a scoparti. A farti scopare. A vederti venire mentre ti insulto." Il suo alito di vino mi avvolse il viso. "Non sei una scopata qualunque. Sei mia. Sei nostra. Ti tengo."
"Ti tengo anch'io," grugnì Vincenzo alle mie spalle. Le sue dita mi presero il mento, girandomi verso di lui. La sua faccia sudata era seria. "Sei la mia schiava sessuale ideale. Lo sai? La troia perfetta. Quella che gode quando le faccio male. Quella che urla mentre la torturo. Non ne troverò mai un'altra così."
La lingua mi passò sulle labbra senza che potessi controllarla. "Padrone..."
"Zitta. Non dire niente. Ascolta." Mi mollò il mento e riprese ad accarezzarmi i capelli. "Sei nostra. Punto."
Lorenzo si sollevò su un gomito. I suoi capelli lunghi gli ricadevano sulle spalle sudate, gli occhi scuri mi fissavano con un'intensità che non avevo visto prima. "Io te l'ho detto prima. Ma lo dico ancora." Mi prese la mano, me la portò alle labbra, me la baciò. Il suo bacio sapeva di me. "Ti sposerei. Domani. Anche adesso. Anche se sei la troia dei miei zii. Anche se sei stata scopata da tutti. Non me ne frega niente."
"Anch'io." Matteo si era fermato a baciarmi le caviglie. Alzò la testa, il suo sorriso tagliava la penombra. "Ti sposerei anch'io. Tutti e due. Ti terremmo a turno. O insieme, come prima. Come vuoi."
Il cuore mi martellava contro lo sterno. Le tettone tremavano a ogni battito.
Erano dichiarazioni d'amore oscene. Volgari. Sbagliate.
E mi facevano godere.
La fica pulsava, si contraeva a vuoto, spremeva fuori altro sperma e altro mio liquido. Le cosce mi tremavano. La mano di Lorenzo mi accarezzava l'interno coscia e io mi aprivo senza volerlo, gli facevo spazio. Le sue dita trovarono la fica bagnata, scivolarono dentro senza chiedere — due dita giovani e svelte che si muovevano piano, con dolcezza, mentre gli altri mi accarezzavano le tettone e la pancia e le spalle.
"Ti piace quello che ti diciamo, puttanella?" La voce di Matteo era un sussurro roco. Le sue labbra risalivano dalla caviglia al polpaccio, al ginocchio.
"Sì." Il gemito mi scappò prima di poterlo trattenere.
"Cosa ti piace?"
"Tutto. Le vostre parole. Le vostre mani. Essere vostra."
Il barista mi premette il pollice sul capezzolo. Piano. "Allora ascolta."
Si fermò. Le sue fossette lucide mi fissarono, e per un attimo non ci fu più il ghigno — solo una strana serietà che non gli avevo mai visto.
"Le vacanze col tuo fidanzato stanno finendo." La parola fidanzato la sputò come un insulto. "Ma tu non te ne vai. Io non ti lascio andare via. Hai capito?"
Il respiro mi si bloccò.
"Conosco i proprietari della palestra di boxe. Qui vicino, due minuti dalla spiaggia. Cercano una donna delle pulizie." Sorrise. "Ti faccio assumere. Così resti. Così rimani nostra. Ogni giorno, ogni notte — quando vogliamo, veniamo in palestra e ti scopiamo. O ti portiamo qui. O ti portiamo dai ragazzi. Quello che ci pare."
La mano di Lorenzo affondò le dita nella fica. Due dentro, poi tre. Le sentii muoversi, curvarsi, premere contro la parete interna.
"E tu sarai la nostra puttana fissa," continuò il barista. "Non una scopata di vacanza. La nostra proprietà. Ogni giorno. Per sempre."
Vincenzo mi strinse la nuca. "Rispondi, vacca."
Ma non potevo. Il piacere era già lì — le dita di Lorenzo mi scavavano la fica con movimenti lenti e profondi, il pollice del barista mi torturava il capezzolo, le labbra di Matteo erano arrivate all'interno coscia e leccavano via lo sperma che mi colava. Il mio corpo era un arco teso, la schiena inarcata, le tettone che puntavano il soffitto lurido.
"Sta per venire." Lorenzo rideva piano. "Solo a sentirsi dire che sarà nostra per sempre."
"Falla venire." Il barista mi mollò la tettona e mi afferrò il viso, costringendomi a guardarlo. "Vieni, puttana. Vieni mentre decidi di restare con noi."
La testa mi girava. Le sue parole erano una droga che mi annebbiava il cervello. Restare. Essere assunta come donna delle pulizie. Scopata ogni giorno. Ogni notte. Per sempre.
Il loro buco fisso.
"Vieni." Le dita di Lorenzo accelerarono. Il suo pollice trovò il clitoride, lo premette con movimenti circolari. "Vieni e dicci di sì."
Il gemito mi esplose in gola.
Poi lo vidi.
La porta era socchiusa. La porta che dava sul retro, quella da cui entravo ogni notte. E dietro la porta, seminascosto nell'ombra del corridoio, c'era una figura.
Antonio.
Il suo viso era una maschera di sudore e qualcosa di peggio. Gli occhiali erano storti, la bocca era semiaperta, la maglietta appiccicata al petto. Guardava. Aveva visto tutto. Aveva sentito tutto — le dichiarazioni d'amore oscene, la proposta di lavoro, le dita dentro di me.
E la sua mano era chiusa intorno al suo cazzo duro. Se lo stava masturbando.
Il tempo si fermò.
La vergogna mi investì come uno schiaffo. Mi vide. Lui mi vide lì, nuda e sporca e piena di loro, con le gambe aperte e le dita di un altro uomo nella fica. Mi aveva vista urlare e squirtare e leccare cazzi. Mi aveva sentita chiamare quei quattro maiali padroni. Aveva sentito tutto.
E si stava masturbando.
La vergogna esplose dentro di me come una bomba. E si trasformò in piacere. Un piacere così nero, così denso, così totale che la vista mi si annebbiò.
"PADRONI!"
L'urlo mi lacerò la gola mentre l'orgasmo mi squassava il corpo. La fica si strinse intorno alle dita di Lorenzo con una forza che lo fece grugnire. Il clitoride si ritrasse, pulsò, e il liquido esplose — uno schizzo caldo che zampillò dalla mia uretra in un getto violento, inondando la mano di Lorenzo, il letto, le lenzuola già luride.
"Sì! Sì, voglio essere la vostra vacca da monta per sempre! Vi amo! Vi amo, padroni!"
Le parole mi uscivano a volume pieno mentre il corpo tremava senza controllo. Le gambe scalciavano, le tettone ballavano, la schiena si inarcava. L'orgasmo non calava — rimbalzava e tornava, un secondo picco che mi strappò un altro urlo.
I quattro scoppiarono a ridere.
"Guardala! La troia ha detto che ci ama!"
"Vacca in calore!"
"Puttana eterna!"
Poi Lorenzo alzò la testa. Aveva visto dove guardavo. Aveva visto la porta. Aveva visto Antonio.
"Ragazzi." La sua voce era un sibilo divertito. "Abbiamo un ospite."
Tutti si girarono.
Antonio era immobile sulla soglia. Il suo cazzo era ancora in mano, duro, bagnato di un liquido trasparente che gli colava dalle dita. Il viso era una maschera di sudore e vergogna e eccitazione. Non disse niente. Non poteva.
"È il cornuto!" Il barista ruggì dal ridere. La sua pancia tremava. "Il fidanzatino è venuto a vedere la sua troia che si fa scopare!"
"E si sta anche segando!" Vincenzo si mise a sedere, gli occhi lucidi puntati su Antonio. "Guarda che cazzo duro che ha! Ti piace, eh? Ti piace vedere la tua donna fatta a pezzi dai veri uomini?"
Antonio non rispose. La sua mano accelerò sul cazzo, un movimento automatico che non riusciva a fermare.
"CORNUTO! CORNUTO!" Matteo batté le mani, ridendo. "La tua fidanzata è nostra! L'hai sentita? Ci ama! Ama noi! Non te!"
"Parla, idiota!" Lorenzo gli lanciò un cuscino sporco. "Di' qualcosa! O sei troppo impegnato a segarti?"
Il barista mi afferrò per i capelli, mi sollevò la testa, mi costrinse a guardare Antonio. "Salutalo, puttana. Saluta il tuo ex fidanzato. Digli che sei nostra."
La vergogna era un fuoco che mi divorava la faccia. Ma il piacere era più forte. Le contrazioni non si fermavano — la fica pulsava ancora, il liquido mi colava ancora, il corpo tremava ancora. E guardare Antonio, guardare la sua faccia distrutta e il suo cazzo duro, mi fece venire di nuovo.
"Sono loro, Antonio!" gridai, la voce rotta dall'estasi. "Sono loro! Sono la loro puttana! La loro vacca da monta! Non sono più tua!"
E venni di nuovo. Il terzo orgasmo esplose senza preavviso, uno squirt che mi svuotò sulla mano di Lorenzo e sulle lenzuola luride. Urlai. Urlai mentre loro ridevano, urlai mentre Antonio si masturbava, urlai mentre le loro mani mi palpavano le tettone e la fica e il culo.
"Brava puttana!"
"Così si fa!"
"Sei nostra! Per sempre!"
"Grazie," rantolai, le gambe che tremavano senza controllo. "Grazie, padroni. Grazie. Grazie."
[P.S.: per commenti federicoesabina@hotmail.it oppure https://federicoesabina.wixsite.com/sabina]
Io stavo al centro.
La schiena nuda premeva contro il materasso sfondato. Le gambe, ancora molli, erano aperte e abbandonate, una coscia premuta contro il fianco sudata del barista, l'altra schiacciata sotto il ginocchio di Lorenzo. Le tettone, gonfie e violacee, riposavano pesanti sul mio petto, i capezzoli ancora duri che sfioravano l'avambraccio di Vincenzo.
Puzzavo di loro. Noi tutti puzzavamo l'uno dell'altro, un miscuglio denso di sborra e fica e sudore e frittura e vino che ormai non distinguevo più dal mio stesso odore.
Ma nessuno dormiva.
Le loro mani mi accarezzavano. Non con urgenza, non con violenza — con una lentezza quasi tenera che mi faceva venire i brividi. Il barista mi teneva una tettona sudata nel palmo, il pollice che disegnava cerchi lenti intorno al capezzolo. Vincenzo mi passava le dita gialle tra i capelli, grattandomi delicatamente la nuca. Lorenzo mi accarezzava l'interno coscia, le sue dita giovani che risalivano piano, senza spingersi oltre. Matteo, sdraiato di traverso ai piedi del letto, mi baciava le caviglie.
"Guardala," mormorò il barista. La sua voce era una raspa bassa, quasi un sospiro. "Sembra un angelo sporco."
Vincenzo rise, un suono catarroso. "Un angelo troia."
"La nostra troia."
La parola mi entrò nelle ovaie come una scossa. La fica, ancora piena del loro sperma, si contrasse piano. Un rivolo caldo mi colò sulla coscia.
Il barista se ne accorse. Il suo ghigno si allargò. "Anche adesso. Anche distrutta, si bagna."
"Non è colpa mia." La voce mi uscì roca, rotta. "Siete voi."
"Nostra." Si chinò su di me. Le sue labbra mi sfiorarono la fronte, un bacio sporco di sudore. "Lo sai che mi sto innamorando di te, puttana?"
Il respiro mi si bloccò.
"Davvero." La sua mano mi strinse la tetta un po' più forte. "Vorrei passare la vita a scoparti. A farti scopare. A vederti venire mentre ti insulto." Il suo alito di vino mi avvolse il viso. "Non sei una scopata qualunque. Sei mia. Sei nostra. Ti tengo."
"Ti tengo anch'io," grugnì Vincenzo alle mie spalle. Le sue dita mi presero il mento, girandomi verso di lui. La sua faccia sudata era seria. "Sei la mia schiava sessuale ideale. Lo sai? La troia perfetta. Quella che gode quando le faccio male. Quella che urla mentre la torturo. Non ne troverò mai un'altra così."
La lingua mi passò sulle labbra senza che potessi controllarla. "Padrone..."
"Zitta. Non dire niente. Ascolta." Mi mollò il mento e riprese ad accarezzarmi i capelli. "Sei nostra. Punto."
Lorenzo si sollevò su un gomito. I suoi capelli lunghi gli ricadevano sulle spalle sudate, gli occhi scuri mi fissavano con un'intensità che non avevo visto prima. "Io te l'ho detto prima. Ma lo dico ancora." Mi prese la mano, me la portò alle labbra, me la baciò. Il suo bacio sapeva di me. "Ti sposerei. Domani. Anche adesso. Anche se sei la troia dei miei zii. Anche se sei stata scopata da tutti. Non me ne frega niente."
"Anch'io." Matteo si era fermato a baciarmi le caviglie. Alzò la testa, il suo sorriso tagliava la penombra. "Ti sposerei anch'io. Tutti e due. Ti terremmo a turno. O insieme, come prima. Come vuoi."
Il cuore mi martellava contro lo sterno. Le tettone tremavano a ogni battito.
Erano dichiarazioni d'amore oscene. Volgari. Sbagliate.
E mi facevano godere.
La fica pulsava, si contraeva a vuoto, spremeva fuori altro sperma e altro mio liquido. Le cosce mi tremavano. La mano di Lorenzo mi accarezzava l'interno coscia e io mi aprivo senza volerlo, gli facevo spazio. Le sue dita trovarono la fica bagnata, scivolarono dentro senza chiedere — due dita giovani e svelte che si muovevano piano, con dolcezza, mentre gli altri mi accarezzavano le tettone e la pancia e le spalle.
"Ti piace quello che ti diciamo, puttanella?" La voce di Matteo era un sussurro roco. Le sue labbra risalivano dalla caviglia al polpaccio, al ginocchio.
"Sì." Il gemito mi scappò prima di poterlo trattenere.
"Cosa ti piace?"
"Tutto. Le vostre parole. Le vostre mani. Essere vostra."
Il barista mi premette il pollice sul capezzolo. Piano. "Allora ascolta."
Si fermò. Le sue fossette lucide mi fissarono, e per un attimo non ci fu più il ghigno — solo una strana serietà che non gli avevo mai visto.
"Le vacanze col tuo fidanzato stanno finendo." La parola fidanzato la sputò come un insulto. "Ma tu non te ne vai. Io non ti lascio andare via. Hai capito?"
Il respiro mi si bloccò.
"Conosco i proprietari della palestra di boxe. Qui vicino, due minuti dalla spiaggia. Cercano una donna delle pulizie." Sorrise. "Ti faccio assumere. Così resti. Così rimani nostra. Ogni giorno, ogni notte — quando vogliamo, veniamo in palestra e ti scopiamo. O ti portiamo qui. O ti portiamo dai ragazzi. Quello che ci pare."
La mano di Lorenzo affondò le dita nella fica. Due dentro, poi tre. Le sentii muoversi, curvarsi, premere contro la parete interna.
"E tu sarai la nostra puttana fissa," continuò il barista. "Non una scopata di vacanza. La nostra proprietà. Ogni giorno. Per sempre."
Vincenzo mi strinse la nuca. "Rispondi, vacca."
Ma non potevo. Il piacere era già lì — le dita di Lorenzo mi scavavano la fica con movimenti lenti e profondi, il pollice del barista mi torturava il capezzolo, le labbra di Matteo erano arrivate all'interno coscia e leccavano via lo sperma che mi colava. Il mio corpo era un arco teso, la schiena inarcata, le tettone che puntavano il soffitto lurido.
"Sta per venire." Lorenzo rideva piano. "Solo a sentirsi dire che sarà nostra per sempre."
"Falla venire." Il barista mi mollò la tettona e mi afferrò il viso, costringendomi a guardarlo. "Vieni, puttana. Vieni mentre decidi di restare con noi."
La testa mi girava. Le sue parole erano una droga che mi annebbiava il cervello. Restare. Essere assunta come donna delle pulizie. Scopata ogni giorno. Ogni notte. Per sempre.
Il loro buco fisso.
"Vieni." Le dita di Lorenzo accelerarono. Il suo pollice trovò il clitoride, lo premette con movimenti circolari. "Vieni e dicci di sì."
Il gemito mi esplose in gola.
Poi lo vidi.
La porta era socchiusa. La porta che dava sul retro, quella da cui entravo ogni notte. E dietro la porta, seminascosto nell'ombra del corridoio, c'era una figura.
Antonio.
Il suo viso era una maschera di sudore e qualcosa di peggio. Gli occhiali erano storti, la bocca era semiaperta, la maglietta appiccicata al petto. Guardava. Aveva visto tutto. Aveva sentito tutto — le dichiarazioni d'amore oscene, la proposta di lavoro, le dita dentro di me.
E la sua mano era chiusa intorno al suo cazzo duro. Se lo stava masturbando.
Il tempo si fermò.
La vergogna mi investì come uno schiaffo. Mi vide. Lui mi vide lì, nuda e sporca e piena di loro, con le gambe aperte e le dita di un altro uomo nella fica. Mi aveva vista urlare e squirtare e leccare cazzi. Mi aveva sentita chiamare quei quattro maiali padroni. Aveva sentito tutto.
E si stava masturbando.
La vergogna esplose dentro di me come una bomba. E si trasformò in piacere. Un piacere così nero, così denso, così totale che la vista mi si annebbiò.
"PADRONI!"
L'urlo mi lacerò la gola mentre l'orgasmo mi squassava il corpo. La fica si strinse intorno alle dita di Lorenzo con una forza che lo fece grugnire. Il clitoride si ritrasse, pulsò, e il liquido esplose — uno schizzo caldo che zampillò dalla mia uretra in un getto violento, inondando la mano di Lorenzo, il letto, le lenzuola già luride.
"Sì! Sì, voglio essere la vostra vacca da monta per sempre! Vi amo! Vi amo, padroni!"
Le parole mi uscivano a volume pieno mentre il corpo tremava senza controllo. Le gambe scalciavano, le tettone ballavano, la schiena si inarcava. L'orgasmo non calava — rimbalzava e tornava, un secondo picco che mi strappò un altro urlo.
I quattro scoppiarono a ridere.
"Guardala! La troia ha detto che ci ama!"
"Vacca in calore!"
"Puttana eterna!"
Poi Lorenzo alzò la testa. Aveva visto dove guardavo. Aveva visto la porta. Aveva visto Antonio.
"Ragazzi." La sua voce era un sibilo divertito. "Abbiamo un ospite."
Tutti si girarono.
Antonio era immobile sulla soglia. Il suo cazzo era ancora in mano, duro, bagnato di un liquido trasparente che gli colava dalle dita. Il viso era una maschera di sudore e vergogna e eccitazione. Non disse niente. Non poteva.
"È il cornuto!" Il barista ruggì dal ridere. La sua pancia tremava. "Il fidanzatino è venuto a vedere la sua troia che si fa scopare!"
"E si sta anche segando!" Vincenzo si mise a sedere, gli occhi lucidi puntati su Antonio. "Guarda che cazzo duro che ha! Ti piace, eh? Ti piace vedere la tua donna fatta a pezzi dai veri uomini?"
Antonio non rispose. La sua mano accelerò sul cazzo, un movimento automatico che non riusciva a fermare.
"CORNUTO! CORNUTO!" Matteo batté le mani, ridendo. "La tua fidanzata è nostra! L'hai sentita? Ci ama! Ama noi! Non te!"
"Parla, idiota!" Lorenzo gli lanciò un cuscino sporco. "Di' qualcosa! O sei troppo impegnato a segarti?"
Il barista mi afferrò per i capelli, mi sollevò la testa, mi costrinse a guardare Antonio. "Salutalo, puttana. Saluta il tuo ex fidanzato. Digli che sei nostra."
La vergogna era un fuoco che mi divorava la faccia. Ma il piacere era più forte. Le contrazioni non si fermavano — la fica pulsava ancora, il liquido mi colava ancora, il corpo tremava ancora. E guardare Antonio, guardare la sua faccia distrutta e il suo cazzo duro, mi fece venire di nuovo.
"Sono loro, Antonio!" gridai, la voce rotta dall'estasi. "Sono loro! Sono la loro puttana! La loro vacca da monta! Non sono più tua!"
E venni di nuovo. Il terzo orgasmo esplose senza preavviso, uno squirt che mi svuotò sulla mano di Lorenzo e sulle lenzuola luride. Urlai. Urlai mentre loro ridevano, urlai mentre Antonio si masturbava, urlai mentre le loro mani mi palpavano le tettone e la fica e il culo.
"Brava puttana!"
"Così si fa!"
"Sei nostra! Per sempre!"
"Grazie," rantolai, le gambe che tremavano senza controllo. "Grazie, padroni. Grazie. Grazie."
[P.S.: per commenti federicoesabina@hotmail.it oppure https://federicoesabina.wixsite.com/sabina]
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