Sabina, la vacca tettona, si racconta: 11) La sveglia del mattino

di
genere
dominazione

Il sonno mi inghiotte ancora. Non so per quanto tempo. Il peso del barista è una coltre calda che mi fascia le spalle, il suo braccio ancora gettato sopra di me come un tronco. Le lenzuola sono un groviglio appiccicoso di sudore e sperma e urina rappresa. Respiro a fondo. Il suo odore mi entra nelle narici — quell'odore di vecchio, di cantina, di frittura, di sesso che ormai è anche il mio odore. Mi ci immergo come in un lago tiepido. Le tettone sono schiacciate contro il suo petto sudato, i capezzoli gonfi che strusciano contro i peli grigi. La fica mi pulsa ancora, umida. Il culo è aperto, sporco. Non sento altro che questo calore animale che mi culla verso il fondo del torpore.
Poi la mano mi afferra il fianco.
Dita gialle, unghie nere che mi graffiano la pelle con una pressione che riconoscerei tra mille. Vincenzo. Il corpo reagisce prima del cervello. La vagina si contrae a vuoto, un rivolo caldo mi cola fuori e mi bagna l'interno coscia. Non apro gli occhi. La stanchezza è una pasta densa che tiene giù le palpebre. Ma quelle dita mi scavano la carne, mi aprono le natiche con una lentezza da macellaio, e io so cosa sta arrivando.
«Guarda che culo morbido.» La voce di Vincenzo è un ronzio catarroso che mi arriva da dietro la nuca. «Dorme come un angioletto troia.»
«Lasciala dormire,» sussurra Lorenzo. Il suo fiato mi solletica la schiena nuda, i suoi capelli lunghi mi spazzolano le scapole. «Entra piano. Voglio vederle la faccia quando sente due cazzi nel sonno.»
Un glande preme contro l'anello. Caldo, bagnato — sento il liquido che cola, che lubrifica la carne senza bisogno d'altro. Lorenzo. È il suo cazzo, lo riconosco dalla forma, dalla giovinezza della pelle, dal modo in cui spinge senza esitare. Il buco è ancora aperto, sporco dello sperma di ieri. Entra senza resistenza. Un gemito mi scappa di gola, ancora annebbiato dal torpore, un suono strozzato che è metà sogno e metà resa. Il suo cazzo mi riempie il retto con una lentezza che potrebbe essere tenerezza, se non fosse per le dita che mi graffiano i fianchi.
Poi Vincenzo mi gira. Una mano callosa mi afferra la coscia sinistra, la solleva verso l'alto. La fica è lì, nuda, gonfia, le grandi labbra che si aprono da sole. Il suo cazzo mi preme l'ingresso — spesso, venato, la punta che spinge senza chiedere. Entra. Due cazzi dentro di me. Fica e culo. Apro gli occhi in un sussulto che è un singhiozzo.
«Buongiorno, vacca.» Vincenzo mi affonda fino in fondo, il pube mi sbatte contro il clitoride con uno schiocco umido.
Non rispondo. Gemo soltanto. La mia faccia è un quadro di sonno e piacere. Loro ridono.
«Guardala,» sghignazza Lorenzo da dietro. Le sue anche cominciano a muoversi, piccole spinte che mi scavano l'intestino. «Si sveglia già con due cazzi nei buchi e ancora non capisce dove sta.»
«Sei la nostra sveglia mattutina, puttana,» grugnisce Vincenzo. La mano mi cerca la tetta sinistra, la strizza. Il capezzolo gli scappa tra indice e medio, e tira. Un dolore che mi esplode direttamente nel basso ventre, una scarica che mi fa contrarre la fica intorno al suo cazzo.
«Ti piace la colazione a base di cazzi, troia?»
Il gemito successivo è più forte. «Sì. Sì, padrone.»
«Così si fa.»
Cominciano a muoversi insieme. Non coordinati — un ritmo bestiale dove quando uno affonda l'altro si ritrae. Lorenzo dietro spinge lento, profondo, il suo cazzo mi raschia la parete del retto. Vincenzo davanti mi riempie la fica fino alla cervice, il glande che preme, che bussa. Non sono mai vuota. Mai. La membrana tra i due cazzi è una parete sottile che brucia, che tende, che mi fa sentire ogni vena di entrambi.
Il barista russa ancora accanto a me. La sua pancia sudata è un mare di carne che vibra a ogni mia scossa. Il braccio mi è scivolato, la canottiera bianca gli fascia il torso enorme, e dorme. Dorme mentre i suoi due compari mi scopano nel suo letto lurido. L'idea mi fa pulsare il clitoride.
«Ti piace, eh?» Vincenzo mi ha visto la faccia. «Ti piace che il vecchio porco dorma mentre noi ti sfondiamo? Ti piace essere la puttana di tutti?»
«Sì! Sì, padrone!»
Lorenzo mi morde la spalla. Un morso leggero, che lascia il segno. «Puttana schifosa. Ti piace essere svegliata con due cazzi nei buchi? Ti piace essere la nostra vacca da monta anche all'alba?»
Ogni suo insulto mi entra nelle ovaie e mi esplode dentro. La fica si contrae, stringe Vincenzo così forte che lui grugnisce. «Cazzo, senti come mi munge? La troia sta già per venire!»
«Basta riempirle i buchi e gode,» ride Lorenzo. Le sue mani mi afferrano i fianchi, mi tengono ferma. Spinge più forte. Il suono dei nostri fluidi riempie la stanza, uno schiocco umido continuo, un contrappunto al russare del barista.
Poi le parole cambiano ritmo. Diventano un diluvio.
«Vacca lurida.» «Sborratoio con le tettone.» «Ti faccio un figlio nella pancia.» «E io nel culo, così sei incinta in due buchi.» «Troia. Puttana da marciapiede.» «Pulisci-cazzi.» Ogni insulto è una scossa, ogni frase mi spinge più vicino all'orlo. I miei capezzoli sono due punte dure che si ritraggono, il clitoride è un punto di fuoco pulsante. Il respiro mi esce a rantoli irregolari, le gambe tremano tra le loro mani.
«Di' che sei la nostra troia,» grugnisce Vincenzo. Il suo viso è a un centimetro dal mio, le gocce di sudore che mi cadono dalla fronte si mescolano alle sue. L'alito di vino e denti marci mi riempie le narici, mi impregna la bocca anche se non mi bacia.
«Sono la vostra troia!»
«Di' che ci ami.»
«Vi amo, padroni! Vi amo!»
L'orgasmo esplode. Non è un'onda — è uno schiaffo. Una contrazione brutale che mi parte dal collo dell'utero e mi serra intorno a entrambi i cazzi nello stesso istante. Il clitoride si ritrae sotto il cappuccio, pulsa, e il liquido schizza fuori dall'uretra — un getto caldo, inodore, che bagna il ventre di Vincenzo, le lenzuola, la pancia del barista che si agita nel sonno. Urlo. Un urlo strozzato che sa di sonno e di sesso, che rimbalza sulle pareti del monolocale e torna indietro.
Vincenzo spinge fino in fondo. «Prendila, puttana.» Il suo cazzo pulsa, si gonfia. Il primo fiotto mi centra il collo dell'utero — denso, bianco, una colla appiccicosa che sento risalire e colare. Un secondo fiotto. Un terzo. Mi riempie, mi trabocca, il suo sperma mi esce dalla fica e mi scende lungo le cosce mentre lui continua a spingere, a spingere, a svuotarsi con un grugnito.
Lorenzo dietro non smette. Il suo ritmo accelera. «Anch'io, troia. Prendi la mia sborra nel culo.» Spinge forte, si blocca. Il suo glande pulsa, e il calore mi invade l'intestino — un fiotto abbondante, denso, che sento scorrere e uscire, scivolarmi tra le natiche, mescolarsi al fiume di liquido che già cola.
Restano dentro. Tutti e due. I loro cazzi ancora duri, ancora pulsanti, mi tengono piena. Il barista si è svegliato. La sua mano enorme mi cerca il viso, mi gira verso di lui. I suoi occhi sono due fessure lucide, il ghigno una mezzaluna storta.
«La mia puttanella. Sempre in calore. Sempre sveglia con un cazzo dentro.»
Mi bacia. La lingua mi invade — sa di vino vecchio, di sigaro, di me. Mentre mi bacia, Vincenzo e Lorenzo ricominciano a muoversi. Lenti, senza fretta. Dentro e fuori, dentro e fuori. Mi tengono su di giri, il piacere non cala. È uno stato, un ronzio costante sotto la pelle.
Il barista si stacca dal bacio. «Ti amo, vacca schifosa. La mia troia dalle grandi tettone. Non ti lascio più.»
«Non vi lascio più,» rantolo. La voce rotta dalle spinte ancora in corso. «Sono vostra. Vostra. Per sempre.»
Lorenzo ride, una vibrazione che sento nel culo. «Hai sentito, zio? Ha detto per sempre.»
«Lo so. È la nostra puttana fissa. La nostra proprietà.»
Vincenzo si sfila dalla fica con uno schiocco. Mi gira. Adesso sono sopra Lorenzo, il suo cazzo ancora nel culo, il viso premuto contro il petto sudate del barista. Vincenzo mi si inginocchia davanti, il glande lucido mi preme le labbra. Apro la bocca. Entra. Ha il sapore della mia stessa fica mescolato al suo sperma, e io succhio. La lingua gli avvolge l'asta, scende, risale, pulisce via ogni traccia.
«Brava pulisci-cazzi,» grugnisce.
Lorenzo sotto di me spinge, e a ogni affondo il cazzo di Vincenzo mi arriva più in fondo. La gola mi si riempie, il respiro manca. Ma non smetto. Succhio più forte, sento il glande gonfiarsi. Il getto mi riempie la bocca — denso, colloso, un globo bianco che mi trabocca dalle labbra e mi cola sul mento, tra le tettone. Ingoio. Ingoio ancora. E intanto il barista mi ha afferrato la tettona destra, la strizza, il pollice preme il capezzolo violaceo.
Il sonno è un ricordo. Esiste solo questo — l'alba che filtra dalla finestra, il letto lurido, i loro corpi sudati che mi seppelliscono, i loro cazzi che mi riempiono uno dopo l'altro. La testa mi gira. La fica pulsa, il culo pulsa. Non ci sono più io. C'è solo questo corpo che prende e gode e urla grazie.
E quando tutto rallenta, quando i loro respiri si fanno meno affannosi, il barista mi prende il mento tra le dita sudate. Sorride.
«Non ringraziare, vacca. Tanto non abbiamo ancora finito.»

[P.S.: per commenti federicoesabina@hotmail.it oppure https://federicoesabina.wixsite.com/sabina]
scritto il
2026-07-16
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