Sabina, la vacca tettona, si racconta: 6) posseduta al mare, notte con altri due nipoti
di
Federico&Sabina
genere
dominazione
Di giorno ogni tanto mi facevano andare nel retro del bar a fargli un pompino, o al vecchio porco barista o a Vincenzo. Ogni volta dovevo inventare una scusa per Antonio, che diventava sempre piu’ cornuto senza saperlo. E questa sera avevano deciso che dovevo farmi scopare da altri due loro nipoti cui avevano parlato di me … ennesima scusa per Antonio e …
La porta era già aperta. O forse non l'avevo nemmeno bussata — il corpo sapeva dove andare, anche se la testa urlava ancora, un grido fioco e lontano come il rumore del mare dietro le dune. L'odore della casa mi ha investito sulla soglia: frittura stantia, sudore vecchio, vino andato a male. L'odore dei padroni. E sotto, qualcosa di nuovo — un sentore giovane, di dopobarba scadente e pelle pulita. I nipoti. Il cuore mi ha martellato contro lo sterno, così forte che le tettone hanno tremato dentro il vestito rosso.
Il barista mi aspettava in piedi accanto al tavolo. La canottiera gli fasciava la pancia sudata, e il ghigno gli spaccava la faccia a metà. Vincenzo era sullo sgabello, le dita gialle intrecciate sul ventre. Dietro di loro, due sagome che non avevo mai visto. Lorenzo e Matteo. I nuovi nipoti bagnini.
Lorenzo aveva i capelli lunghi, spettinati, che gli ricadevano sulle spalle abbronzate. Il torso era nudo, muscoli asciutti disegnati sotto la pelle lucida di sudore. Matteo, accanto a lui, legava i capelli dietro la nuca con un gesto rapido, lo sguardo piantato sulle mie cosce. Due corpi giovani, sodi, affamati. Quando mi hanno vista, si sono scambiati un'occhiata. Un lampo di denti bianchi.
"Ecco la puttana delle tettone." La voce del barista era una raspa roca. "Venite a prendere il vostro regalo."
Lorenzo si è mosso per primo. Le sue mani mi hanno preso i fianchi senza chiedere, mi hanno girata verso il tavolo. Non avevo ancora detto una parola — la gola era un nodo di vergogna e attesa. Matteo mi è arrivato davanti, la sua ombra mi ha coperto la faccia. I suoi occhi scuri mi hanno cercato dentro. "Guarda che roba," ha mormorato, le dita che mi afferravano la scollatura. Uno strattone: il vestito si è strappato, o forse si è aperto da solo. Le tettone sono esplose fuori, pesanti e gonfie, con i segni viola ancora impressi sulla carne.
Un verso gutturale è uscito dalla gola di Lorenzo. Dietro di me, le sue dita ruvide mi hanno stretto i seni da sotto, sollevandoli. "Mio zio non mentiva. Sono enormi." I pollici hanno trovato i capezzoli, li hanno premuti, torcendoli. Il gemito mi è scappato prima di poterlo trattenere.
"Tocca a me." Matteo mi ha preso il mento, alzandomi la faccia. Le sue labbra erano sottili, calde, premevano già sulle mie. Un bacio diverso da quelli dei vecchi — meno acido, più affamato. La lingua mi ha aperto i denti, mi ha riempito la bocca con un sapore di sale e birra e qualcosa di giovane, di animale. Le ginocchia mi hanno tremato. Dietro, Lorenzo mi aveva già strappato le mutandine, le dita mi scavavano tra le natiche. Il suo respiro era caldo sulla nuca, sul collo, mentre cercava il buco del culo già bagnato di qualcosa che non era solo sudore.
"Adesso ti inculo, puttanella tettona." La voce di Lorenzo mi è esplosa nell'orecchio. Le mani mi hanno piegato in avanti, la pancia contro il tavolo ruvido. Da dietro, il suo cazzo ha spinto — un colpo secco, profondo, che mi ha riempito l'intestino. L'urlo mi è morto nella bocca di Matteo, che continuava a baciarmi, a succhiarmi la lingua, a spingere la saliva in gola. Ingoiavo tutto. Il loro sputo, il loro fiato.
Lorenzo ha cominciato a muoversi. Spin lente, lunghe, che mi scavavano fino in fondo. Il bacino sbatteva contro le natiche, la sua pancia piatta e dura premeva sulla schiena. Davanti, Matteo mi ha preso le tettone, le ha strizzate, sollevate, mentre la sua lingua mi esplorava la bocca con un ritmo identico a quello del cazzo nel culo. Erano sincroni senza essersi messi d'accordo. Due bestie giovani che mi usavano insieme, coordinate dal solo istinto.
Poi Matteo si è staccato dal bacio. Un filo di saliva ci univa ancora. "Voglio la sua fica." La voce era roca, già spezzata.
Mi ha afferrato le cosce, sollevandomi. Lorenzo ha capito, mi ha tenuta per i fianchi. In due, mi hanno issata sul tavolo, schiena contro il petto sudato di Lorenzo, gambe aperte e penzoloni. Il suo cazzo non è mai uscito dal culo — si è solo spostato con me, sempre dentro, sempre pieno. Matteo si è messo tra le mie cosce, il suo glande ha spinto contro la fica che grondava già, che si apriva da sola. È entrato tutto insieme.
Due cazzi. Giovani, duri, enormi. Dentro di me. Uno nella fica, uno nel culo. La sensazione era un cerchio di fuoco che mi saliva dall'inguine, mi riempiva il basso ventre di una pressione insostenibile. L'utero mi ha pulsato. La cervice si è contratta. Il gemito che ho tirato fuori era un verso che non conoscevo — un rantolo strozzato che ha fatto ridere Lorenzo.
"La tettona troia geme già."
"Puttana." Matteo ha affondato il viso nel mio collo, leccando il sudore. "Prendi tutto, puttana. Prendi i nostri cazzi."
Sono partiti insieme. Un ritmo spezzato, animalesco, dove quando uno spingeva l'altro si ritirava, e io non ero mai vuota. Mai. La parete sottile tra i due cazzi bruciava, si tendeva, li sentivo sfregare l'uno contro l'altro attraverso la carne. Il piacere era così denso da togliermi il respiro, e quando riprendevo fiato, trovavo la bocca di Matteo che mi beveva il gemito, la sua lingua che mi spingeva saliva e parole sporche.
"Ti piace, eh? Ti piace essere riempita da due cazzi?"
Dietro di me, Lorenzo mi ha preso i seni da sopra le spalle, le sue dita affondavano nella carne violacea. "Queste tettone sono una droga." Ha stretto. Il dolore mi ha strappato un urlo, che Matteo ha catturato con un altro bacio. Questa volta era diverso — più lento, quasi tenero, se non fosse stato per la violenza con cui mi scopava la fica. Le labbra mi succhiavano, la lingua mi accarezzava, e intanto il suo cazzo mi sfondava senza pietà.
Dall'angolo della stanza, un grugnito. Il barista. Seduto sulla poltrona sfondata, la cerniera aperta, il cazzo in mano che si massaggiava con lentezza. Vincenzo accanto a lui faceva lo stesso, la pancia che gli tremava a ogni respiro, gli occhi lucidi fissi sui miei seni che ballavano a ogni spinta. "Guardala," ha borbottato Vincenzo. "La nostra vacca. Adesso la montano i nostri nipoti."
Le parole dei padroni mi sono entrate nelle ovaie come un pugno caldo. La vergogna mi ha invaso il petto, il viso, mentre la fica stringeva ancora di più. Lorenzo lo ha sentito. "Spremila," ha detto a Matteo. "Sta per venire."
Matteo ha accelerato. Le spinte sono diventate colpi violenti, il glande urtava contro la cervice, la sua bocca mi ha mangiato l'ultimo gemito. Poi l'orgasmo è esploso. Non graduale — una bomba. Le contrazioni sono partite dal collo dell'utero, la vagina si è serrata intorno al suo cazzo, mentre il retto stringeva quello di Lorenzo. Il clitoride si è ritratto, ma il piacere non è calato: è rimbalzato e mi ha travolta di nuovo. Un secondo picco, più nero, più profondo, che mi ha strappato un urlo pieno.
E mentre urlavo, ho sentito il getto. Uno schizzo caldo, il mio stesso liquido, che mi usciva a fiotti dall'uretra e inondava il ventre di Matteo, le sue cosce, il pavimento. Lui ha allargato gli occhi. "Cazzo, guarda... la troia mi allaga."
Lorenzo ha riso, un suono roco. "Zio, avevi ragione. È una fontana."
I vecchi nell'angolo grugnivano, le mani che si muovevano più rapide sui cazzi. "Riempila," ha ringhiato il barista. "Mettetela incinta, ragazzi."
Matteo mi ha afferrato la nuca, mi ha costretto a guardarlo. "Hai sentito? Ti fecondiamo. Ti riempiamo la pancia." Le sue parole erano un coltello che mi squarciava il basso ventre di un piacere insostenibile. "Dopo che avremo sborrato dentro di te, sarai piena del nostro seme. Nostra. Per sempre."
La testa mi girava. Lorenzo mi ha cercato la bocca da dietro, la sua lingua sapeva di sudore e di me, la sua saliva mi colava in gola mentre le spinte riprendevano. Più lente, più profonde. Studiate. "Prendi tutto, puttana. Ogni goccia." E intanto Matteo mi baciava da davanti, alternandosi con una violenza che pareva amore. Un bacio, una spinta. Un altro bacio, un'altra spinta. Le loro salive si mescolavano nella mia bocca, due sapori giovani e affamati che mi riempivano la gola.
Dietro di me, Lorenzo ha accelerato. Il suo respiro si è fatto irregolare, il ventre mi sbatteva contro le natiche con colpi disordinati. "Sto per venire," ha grugnito. "Ti riempio il culo, troia."
Matteo ha capito. Ha affondato fino in fondo, la sua mano mi premeva sul basso ventre, sentivo il glande contro la cervice. "Vieni insieme a me. Adesso." E poi l'ha fatto.
Lorenzo è esploso per primo. Un fiotto caldo, denso, che mi ha invaso l'intestino con una cascata di sperma giovane. L'ho sentito scorrere, riempirmi, strabordare. Matteo lo ha seguito un secondo dopo — il suo cazzo si è gonfiato, ha pulsato, e ha eruttato dentro la mia fica un getto dopo l'altro. La quantità era troppa. Usciva fuori, colava sulle cosce, si mescolava al mio liquido.
Ma non era ancora finita. Lorenzo si è sfilato, il suo sperma mi colava dal culo in rivoli densi. Mi ha afferrato i fianchi, mi ha girato a pancia in su, sul tavolo. Matteo mi era ancora dentro, e Lorenzo si è inginocchiato sopra di me, il suo cazzo lucido puntato verso il mio viso. "Apri la bocca, vacca."
L'ho fatto.
Quello che è uscito dal suo cazzo era un torrente. Uno sperma bianco, a grumi spessi, che mi ha centrato la lingua, il palato, la gola. Ne ho ingoiato un po', ma la quantità era troppa — mi colava dagli angoli della bocca, mi scendeva sul mento, mi inondava il collo e le tettone. Matteo intanto spingeva ancora dentro la fica, e un altro getto mi è esploso sulla pancia, sul petto, mescolandosi al lago bianco che già mi copriva.
Dall'angolo, due gemiti. Il barista e Vincenzo, le mani ferme, i loro cazzi ancora duri. "Adesso tocca a noi," ha gracchiato Vincenzo alzandosi. "La vogliamo ancora."
I due giovani si sono scostati quel tanto che bastava, ansimando, i cazzi ancora gonfi. Matteo si è chinato su di me, leccandomi lo sperma dal mento. "Non abbiamo finito."
Le mani di Vincenzo mi artigliano i fianchi. Mi tirano giù dal tavolo come un sacco di carne. I piedi nudi scivolano sul pavimento appiccicoso, le gambe molli non reggono il peso, ma lui non mi lascia cadere. Mi gira, mi piega in avanti. La pancia contro il bordo del tavolo, le tettone che schiacciano contro il legno ruvido e si deformano. I capezzoli, già gonfi e violacei, graffiano la superficie.
"Adesso la vacca la prendo io," grugnisce Vincenzo. La voce è catarro e vino acido.
Il suo cazzo mi cerca il culo. Lo trova senza mani, spinge. Entra tutto insieme — il buco è ancora aperto, ancora sporco dello sperma di Lorenzo, e il glande di Vincenzo ci scivola dentro con uno schiocco umido. Un gemito mi muore in gola. Le sue dita gialle mi afferrano le anche, affondano nella carne, e lui comincia a pompare. Colpi lenti, profondi, che mi arrivano fino allo stomaco. La pancia sudata mi sbatte contro le natiche a ogni spinta.
Davanti a me, Matteo si è già piazzato. Il suo cazzo è ancora duro, lucido di noi due. Mi punta la bocca. "Apri, puttana." Le sue dita mi prendono i capelli, tirano. La mascella mi si apre da sola. Il glande mi preme sulle labbra, spinge. Il sapore è salato — il mio stesso liquido mescolato al suo sperma giovane. La lingua parte da sola, lecca il solco, la base, mentre lui affonda fino in gola. Il riflesso faringeo si attiva, un conato che mi scuote le spalle. Lui non aspetta. Spinge ancora.
E intanto, dietro di me, Vincenzo mi scava il culo con un ritmo che non conosce pietà.
Il barista si è alzato dalla poltrona. La sua ombra mi copre da sinistra. La cerniera è ancora aperta, il cazzo duro tra le dita sudate. Si china su di me. La sua lingua ruvida mi lecca la schiena, risale lungo la spina dorsale, raccoglie il sudore misto allo sperma colato prima. La sua mano mi afferra la tetta sinistra, la strizza. Le dita tozze sprofondano nella carne segnata. Il dolore mi strappa un gemito che muore intorno al cazzo di Matteo.
"La troietta geme ancora," mormora il barista contro la mia nuca. L'alito di vino mi riempie le narici. "Ha ancora fame."
Lorenzo si è spostato. È dietro Matteo, il suo cazzo ancora duro in mano. Aspetta. I suoi occhi scuri mi fissano, guardano la bocca piena, le tettone che ballano a ogni spinta di Vincenzo. Si massaggia con lentezza. "Voglio la sua fica," dice. La voce è roca, impaziente.
Matteo si sfila dalla bocca con uno schiocco umido. La saliva mi cola dal mento, densa e filante. Mi afferra le cosce, mi solleva. Vincenzo si ritira dal culo quel tanto che basta per permettergli di girarmi. Mi ritrovo a cavalcioni su Matteo, la schiena contro il suo petto sudato. Il suo cazzo mi entra nella fica dal basso, mi riempie fino alla cervice. Un gemito pieno mi esce dalla gola.
Poi Lorenzo mi è addosso da dietro. Il suo cazzo mi cerca il culo, lo trova già bagnato, spinge. Entra. Due cazzi dentro di me — Matteo nella fica, Lorenzo nel culo. La parete sottile tra i due si tende, brucia. Li sento sfregare l'uno contro l'altro attraverso la carne. Il respiro si blocca. La testa mi cade all'indietro, contro la spalla di Lorenzo.
"Guarda la puttana," grugnisce il barista. È in piedi davanti a me, il cazzo puntato verso il mio viso. "Adesso ti riempio la gola mentre loro ti scopano."
Le sue dita mi afferrano la mascella, aprono. Il glande mi entra in bocca proprio mentre Lorenzo e Matteo cominciano a muoversi insieme. Un ritmo sincrono: quando Matteo spinge nella fica, Lorenzo si ritrae dal culo. Quando Lorenzo affonda, Matteo esce. Non sono mai vuota. Mai. Tre cazzi dentro di me — bocca, fica, culo. Tre buchi riempiti. Il pensiero mi accende qualcosa di oscuro, una vergogna che si trasforma in piacere liquido tra le cosce.
Il barista mi scopa la bocca con colpi corti e rabbiosi, il pube che mi sbatte contro il naso. Il suo odore mi riempie le narici — sudore, frittura, sperma vecchio. Respiro la sua puzza e la mia testa si svuota. Matteo spinge dal basso, il glande urta contro la cervice a ogni affondo. Lorenzo mi scava il culo con movimenti lenti, profondi, le sue mani mi afferrano le tettone da dietro, le strizzano, le torcono. Le pinze non ci sono più, ma i segni sì, e ogni pressione rinnova il dolore. Il dolore mi manda scariche direttamente al clitoride.
Il barista si sfila dalla bocca. Sbava. "Cambio," ringhia. "Voglio la sua fica."
Mi afferra i fianchi, mi strappa da Matteo. Il vuoto è uno shock. Poi mi butta sul pavimento, gambe aperte. La schiena contro il freddo appiccicoso, le tettone che rotolano verso l'alto. Il suo corpo enorme mi copre, la pancia sudata mi schiaccia i seni. Il suo cazzo mi entra nella fica senza preavviso, mi riempie fino in fondo. Il gemito che tiro fuori è un verso strozzato.
Vincenzo è già sopra di me. Le sue ginocchia mi affiancano la testa, il suo cazzo mi punta la bocca. "Apri, vacca." Ubbidisco. Il glande mi entra in gola mentre il barista mi scopa la fica. Il sapore è acido, di vecchio e di sperma e di qualcosa che non voglio nominare. La lingua si muove da sola, lecca, succhia. Lui spinge fino al fondo, il pube mi sbatte contro il naso.
Poi Lorenzo si inginocchia tra le mie gambe, accanto al barista. Il suo cazzo mi cerca il culo. Lo trova. Spinge. Di nuovo piena. Di nuovo tre cazzi. Il barista nella fica, Lorenzo nel culo, Vincenzo in bocca. Tre corpi che mi schiacciano, tre pance — una sudata e molle, due piatte e dure — che mi avvolgono. Il loro odore è un miscuglio che mi riempie i polmoni: vecchio e giovane, acido e salato, frittura e dopobarba. Respiro tutto. E più respiro, più la fica mi si stringe.
Matteo si è inginocchiato accanto alla mia testa. Il suo cazzo è ancora duro, lucido. Lo prende in mano, se lo massaggia guardandomi. "Voglio sborrarle in faccia," dice. La voce è un sussurro roco.
Il barista accelera. Le spinte si fanno irregolari, il pube mi sbatte contro il clitoride a ogni colpo. "Prendila, troia," grugnisce. "Prendi la sborra del tuo padrone." E poi esplode. Il suo sperma mi inonda la cervice, fiotti caldi e densi che mi riempiono la vagina e strabordano fuori. Mentre viene, la sua bocca mi cerca, mi bacia. Un bacio sporco, affamato, la lingua che mi spinge saliva e gemiti in gola.
L'orgasmo mi monta senza preavviso. Le contrazioni partono dal collo dell'utero, la vagina stringe il cazzo del barista, il retto si serra intorno a quello di Lorenzo. Il clitoride si ritrae, pulsa, e il piacere esplode — un lampo nero che mi cancella la vista. Grido. Il suono muore intorno al cazzo di Vincenzo, che beve il mio urlo senza rallentare. Il liquido mi schizza dalla fica, un getto caldo che bagna il ventre del barista e il pavimento sotto di noi.
Vincenzo si sfila dalla bocca. Il suo cazzo pulsa. "Adesso ti riempio la gola," grugnisce. La mano mi afferra i capelli, tiene ferma la testa. Il primo fiotto mi centra la lingua — denso, salato, amaro. Il secondo mi riempie la bocca. Il terzo mi esplode sulle labbra, mi cola sul mento. Ne ingoio un po', ma la quantità è troppa. Lo sperma mi esce dagli angoli della bocca, mi scende lungo il collo, mi si mescola al sudore.
Lorenzo non ha ancora finito. Le sue spinte nel culo si fanno violente, disordinate. "Ti riempio, puttana," ringhia. Poi si blocca. Lo sento esplodere dentro di me, il suo sperma giovane che mi invade l'intestino con una colata calda. Un gemito gli esce di gola, un ruggito spezzato che mi fa vibrare la schiena.
Matteo non aspetta. Si china su di me, il cazzo puntato verso il viso. "Anch'io." E viene. Il suo sperma mi atterra sulla fronte, sulle guance, sulle labbra già piene di quello di Vincenzo. Un grumo denso mi si posa su un occhio, mi cola lungo il naso. Apro la bocca per respirare e ne entra ancora — il sapore di tutti e quattro mescolato, un miscuglio salato e amaro che mi riempie la testa di un ronzio spesso.
Il barista si sfila dalla fica. Il vuoto è un buco pulsante. Si alza in piedi, mi guarda dall'alto. Il suo cazzo è ancora duro, lucido di noi due. "La troia è piena," dice. "Ma non abbiamo ancora finito."
Vincenzo annuisce. Il suo cazzo non è calato di un millimetro. Lorenzo e Matteo si scambiano un'occhiata, un lampo di denti bianchi. "Zio, hai ragione," dice Lorenzo. "Questa non si ferma mai."
Le loro mani mi afferrano. Mi sollevano, mi girano. Non so più chi mi tocca, chi mi scopa, chi mi riempie. Le loro voci si mescolano in un ronzio senza parole — solo grugniti, insulti, gemiti. "Puttana." "Vacca." "Tutte le tue tettone sono nostre." "Ti fecondiamo." "Ti mettiamo incinta." "Nostra." "Nostra."
Sono carne. Sono un buco. Sono quattro buchi — bocca, fica, culo, e la pelle, che loro coprono di sperma, di sudore, di saliva. I loro corpi mi schiacciano, mi avvolgono, mi seppelliscono. Non c'è pausa. Non c'è respiro. Solo il ritmo dei loro cazzi che si alternano, mi riempiono, mi svuotano, mi riempiono ancora.
Il barista mi cerca la bocca. La sua lingua mi invade, mi soffoca. Sa di sperma e vino e di me. Lo bacio come se fosse l'ultima cosa che faccio.
Il bacio si spezza con uno schiocco umido. La lingua del barista mi lascia la bocca piena del suo sapore acido, e prima che possa riprendere fiato, le sue dita mi artigliano i capelli. Tira. Il cuoio capelluto brucia.
"In ginocchio, vacca."
Crollo. Le ginocchia sbattono sul pavimento appiccicoso. Davanti a me, il suo cazzo è un palo lucido di sperma vecchio e del mio liquido, ancora duro, ancora pulsante. L'odore mi sale nelle narici — acre, salato, nostro.
"Pulisci tutto con la lingua."
La voce è una raspa che mi gratta via l'ultimo pensiero. La lingua parte da sola. Un lecco lento, dalla base del suo cazzo fino al glande. Il sapore esplode — denso, amarognolo, con una punta di metallo e sudore. Le sue dita mi stringono i capelli più forte.
"Brava la mia troia puliscicazzi. Lecca via lo sporco che hai lasciato."
Mia. La parola mi entra nelle ovaie come una scarica elettrica. La fica, ancora piena del suo sperma e di quello di Lorenzo, si contrae. Un rivolo caldo mi cola lungo l'interno coscia mentre la lingua ricomincia il suo percorso. Succhio via il bianco denso che gli imbratta il solco del glande. Lo sento sussultare.
Da dietro, un grugnito. Vincenzo. "Guardala, sembra una cagnolina affamata."
Matteo ride, un suono giovane e crudele. "Zio, avevi ragione. Basta insultarla e si bagna."
Le loro parole mi sbattono contro la pelle come schiaffi. E ogni schiaffo mi accende qualcosa nel basso ventre. La lingua accelera, ripulisce la base, scende fino ai testicoli, raccoglie con cura ogni traccia di sperma rappreso. Sento i loro occhi su di me — sulla schiena nuda, sul culo ancora segnato, sulle tettone che ballano a ogni movimento. I capezzoli mi sfiorano il pavimento, due punte gonfie e violacee che graffiano il legno appiccicoso.
"Guarda come si muove," sussurra Lorenzo. "Le piacciono le nostre parole sporche."
Il barista mi strappa la testa all'indietro. I suoi occhi lucidi mi fissano. "Ti piace essere la nostra puttana pulisci-cazzi, vero?"
"Sì." La voce mi esce roca, rotta.
"Allora dillo. Di' che sei la nostra troia."
La gola mi brucia. Le parole mi escono, a fatica, prima che possa fermarle. "Sono la vostra troia. La vostra puttana pulisci-cazzi."
Il sorriso gli spacca la faccia a metà. "Ancora."
"Sono la vostra troia. La vostra puttana. La vostra vacca da monta." Ogni parola è un colpo di frusta che mi fa contrarre la fica. Il piacere monta, un'ondata calda che mi sale dal basso ventre e mi annaffia le cosce. Respiro a fatica. L'aria puzza di noi quattro, di sperma e sudore e umiliazione.
Il barista mi spinge via. "Adesso l'amico. Pulisci Vincenzo."
Inciampo verso di lui. La sua pancia enorme mi sovrasta, la pelle sudata luccica nella luce gialla. Il suo cazzo è ancora più sporco — il mio liquido rappreso, il suo stesso sperma, tracce di quello di suo nipote. Avvicino la bocca. L'odore mi assale: aspro, di formaggio vecchio e vino. La lingua tocca la base.
"Piano, vacca. Goditela." Le dita gialle mi afferrano la nuca, premono. "Senti quanto sei lurida?"
Lecco via una crosta biancastra. Il sapore è intenso, mi riempie la testa di un ronzio spesso. È disgustoso. È perfetto. La sua mano mi guida su e giù, mentre le parole mi entrano nelle orecchie.
"Così, lecca tutto. Pulisci il cazzo che ti ha inseminato il culo. Quello che ti ha fatto urlare come una bestia."
La fica mi pulsa. Un'altra scarica elettrica mi attraversa il ventre. La lingua accelera, ripulisce il glande con cura, scende a leccare le grandi palle gonfie. Lui grugnisce.
"Brava troia. Dillo ancora che sei nostra."
Stacco la bocca quel tanto che basta. "Sono vostra. Sono la vostra puttana."
"Di chi?"
"Di tutti e quattro. Del barista, di Vincenzo, di Lorenzo, di Matteo. Sono la vostra troia." Le parole mi escono in un rantolo. La vergogna mi arrossa le guance, ma tra le cosce sono un lago. Sento il mio stesso liquido colarmi sulle cosce e gocciolare sul pavimento.
Lorenzo mi afferra per un braccio. "Adesso tocca a me, puttanella."
Mi giro verso di lui. Il suo cazzo è giovane, liscio, ancora coperto del mio squirting e del suo sperma. I muscoli del suo ventre fremono mentre mi avvicino. La lingua parte dal basso. Il sapore è diverso — meno aspro, più salato, con una punta di qualcosa di dolce. I suoi gemiti mi riempiono le orecchie mentre lecco.
"Ti piace pulire i cazzi dei nipoti, eh? Dopo che ti abbiamo scopato tutti i buchi?" La voce di Matteo mi arriva da sopra la testa. Sento le sue dita che mi afferrano una tetta, la strizzano. Il dolore mi strappa un mugolio che muore sulla pelle di Lorenzo.
"Rispondi." Matteo stringe più forte il capezzolo.
"Sì." La voce è un soffio. "Mi piace. Mi piace essere la vostra puttana."
"Allora pulisci anche me."
Lorenzo mi lascia andare. Mi sporgo verso Matteo, la lingua tesa. Il suo cazzo sa di noi — di me, di suo cugino, dei vecchi. Un miscuglio che non dovrebbe piacermi ma che mi fa venire voglia di leccare fino a scomparire. Passo la lingua su ogni centimetro, succhio via ogni traccia. Lui mi tiene i capelli, tira piano.
"Brava. Sei una sporca troia pulisci-cazzi. Nata per questo."
Le parole mi esplodono dentro. La fica si contrae a vuoto, una fitta così forte che devo stringere le cosce. Il piacere è una morsa che mi prende il basso ventre, lo torce. Un gemito mi scappa.
"Guarda," grugnisce Vincenzo. "Sta per venire solo a sentirsi insultare."
Il barista si china, il suo alito di vino mi avvolge l'orecchio. "Vieni, puttana. Vieni mentre pulisci i nostri cazzi sporchi. Vieni come la vacca in calore che sei."
E io vengo.
L'orgasmo esplode senza preavviso, una bomba calda che mi parte dal collo dell'utero. La vagina pulsa, si stringe intorno al vuoto, mentre il clitoride si ritrae sotto il cappuccio. Il piacere è un ronzio nero che mi cancella la vista. Continuo a leccare il cazzo di Matteo, la lingua che non si ferma, mentre le contrazioni mi squassano il corpo. Un fiotto caldo mi esce dall'uretra — il mio liquido che zampilla sul pavimento, che mi bagna le cosce, che allaga il legno sotto di me.
I quattro scoppiano a ridere. Un coro di grugniti soddisfatti.
"La troia ha allagato di nuovo."
"Solo a sentirsi chiamare pulisci-cazzi."
"Nata per questo."
"Una fontana."
Le loro voci mi avvolgono come una coperta. Sono a quattro zampe sul pavimento appiccicoso, i capelli incollati alla fronte, le tettone che penzolano con i capezzoli violacei. La bocca sa di tutti loro. Il mio corpo è un campo di battaglia — lividi, graffi, sperma secco sulla pelle, liquido caldo che mi cola tra le cosce.
Ma il piacere non cala. Le loro parole mi tengono sospesa in una vibrazione costante tra le gambe.
Il barista mi afferra il mento, alza. La sua faccia sudata è a un centimetro dalla mia.
"Non hai finito. Voglio che ti pulisci anche la faccia con le nostre mani. Lecca le dita che ti hanno torturato le tettone, vacca."
Le sue dita tozze mi premono sulle labbra. Sanno di sigaro e sudore. La lingua parte da sola, lecca la sporcizia sotto le unghie nere. Poi Vincenzo mi infila le sue in bocca, due badili giallastri che sanno di formaggio vecchio. Le risucchio a fondo, sento le sue unghie graffiarmi il palato. Il piacere mi dà una scossa.
Lorenzo e Matteo si inginocchiano accanto a me. Le loro mani giovani, pulite, mi accarezzano le guance mentre io lecco. "Brava puttanella." "Ci piaci così, sporca e sottomessa."
Ogni parola è una scossa. La fica non ha mai smesso di pulsare. Le contrazioni sono più lievi adesso, ma costanti, un tremore profondo che mi tiene sull'orlo.
Il barista mi lascia andare la testa. Cado di lato, le gambe senza forza. Loro sono in piedi sopra di me, quattro ombre enormi che mi bloccano la luce. I loro cazzi sono ancora duri, puntati verso il mio corpo.
"Adesso che ci hai pulito, siamo pronti per sporcarti di nuovo." La voce del barista è una promessa. "Ma stavolta, prima di riempirti, vogliamo sentirti ripetere quello che sei. Vogliamo che gridi chi sei."
Mi giro a pancia in su. Le tettone rotolano verso l'alto, i capezzoli puntano il soffitto. Il respiro è un affanno rotto. La bocca si apre da sola.
"Sono la vostra troia. La vostra puttana pulisci-cazzi. La vostra vacca da monta." Le parole mi escono in un grido roco.
Loro sorridono.
[P.S.: per commenti federicoesabina@hotmail.it oppure https://federicoesabina.wixsite.com/sabina]
La porta era già aperta. O forse non l'avevo nemmeno bussata — il corpo sapeva dove andare, anche se la testa urlava ancora, un grido fioco e lontano come il rumore del mare dietro le dune. L'odore della casa mi ha investito sulla soglia: frittura stantia, sudore vecchio, vino andato a male. L'odore dei padroni. E sotto, qualcosa di nuovo — un sentore giovane, di dopobarba scadente e pelle pulita. I nipoti. Il cuore mi ha martellato contro lo sterno, così forte che le tettone hanno tremato dentro il vestito rosso.
Il barista mi aspettava in piedi accanto al tavolo. La canottiera gli fasciava la pancia sudata, e il ghigno gli spaccava la faccia a metà. Vincenzo era sullo sgabello, le dita gialle intrecciate sul ventre. Dietro di loro, due sagome che non avevo mai visto. Lorenzo e Matteo. I nuovi nipoti bagnini.
Lorenzo aveva i capelli lunghi, spettinati, che gli ricadevano sulle spalle abbronzate. Il torso era nudo, muscoli asciutti disegnati sotto la pelle lucida di sudore. Matteo, accanto a lui, legava i capelli dietro la nuca con un gesto rapido, lo sguardo piantato sulle mie cosce. Due corpi giovani, sodi, affamati. Quando mi hanno vista, si sono scambiati un'occhiata. Un lampo di denti bianchi.
"Ecco la puttana delle tettone." La voce del barista era una raspa roca. "Venite a prendere il vostro regalo."
Lorenzo si è mosso per primo. Le sue mani mi hanno preso i fianchi senza chiedere, mi hanno girata verso il tavolo. Non avevo ancora detto una parola — la gola era un nodo di vergogna e attesa. Matteo mi è arrivato davanti, la sua ombra mi ha coperto la faccia. I suoi occhi scuri mi hanno cercato dentro. "Guarda che roba," ha mormorato, le dita che mi afferravano la scollatura. Uno strattone: il vestito si è strappato, o forse si è aperto da solo. Le tettone sono esplose fuori, pesanti e gonfie, con i segni viola ancora impressi sulla carne.
Un verso gutturale è uscito dalla gola di Lorenzo. Dietro di me, le sue dita ruvide mi hanno stretto i seni da sotto, sollevandoli. "Mio zio non mentiva. Sono enormi." I pollici hanno trovato i capezzoli, li hanno premuti, torcendoli. Il gemito mi è scappato prima di poterlo trattenere.
"Tocca a me." Matteo mi ha preso il mento, alzandomi la faccia. Le sue labbra erano sottili, calde, premevano già sulle mie. Un bacio diverso da quelli dei vecchi — meno acido, più affamato. La lingua mi ha aperto i denti, mi ha riempito la bocca con un sapore di sale e birra e qualcosa di giovane, di animale. Le ginocchia mi hanno tremato. Dietro, Lorenzo mi aveva già strappato le mutandine, le dita mi scavavano tra le natiche. Il suo respiro era caldo sulla nuca, sul collo, mentre cercava il buco del culo già bagnato di qualcosa che non era solo sudore.
"Adesso ti inculo, puttanella tettona." La voce di Lorenzo mi è esplosa nell'orecchio. Le mani mi hanno piegato in avanti, la pancia contro il tavolo ruvido. Da dietro, il suo cazzo ha spinto — un colpo secco, profondo, che mi ha riempito l'intestino. L'urlo mi è morto nella bocca di Matteo, che continuava a baciarmi, a succhiarmi la lingua, a spingere la saliva in gola. Ingoiavo tutto. Il loro sputo, il loro fiato.
Lorenzo ha cominciato a muoversi. Spin lente, lunghe, che mi scavavano fino in fondo. Il bacino sbatteva contro le natiche, la sua pancia piatta e dura premeva sulla schiena. Davanti, Matteo mi ha preso le tettone, le ha strizzate, sollevate, mentre la sua lingua mi esplorava la bocca con un ritmo identico a quello del cazzo nel culo. Erano sincroni senza essersi messi d'accordo. Due bestie giovani che mi usavano insieme, coordinate dal solo istinto.
Poi Matteo si è staccato dal bacio. Un filo di saliva ci univa ancora. "Voglio la sua fica." La voce era roca, già spezzata.
Mi ha afferrato le cosce, sollevandomi. Lorenzo ha capito, mi ha tenuta per i fianchi. In due, mi hanno issata sul tavolo, schiena contro il petto sudato di Lorenzo, gambe aperte e penzoloni. Il suo cazzo non è mai uscito dal culo — si è solo spostato con me, sempre dentro, sempre pieno. Matteo si è messo tra le mie cosce, il suo glande ha spinto contro la fica che grondava già, che si apriva da sola. È entrato tutto insieme.
Due cazzi. Giovani, duri, enormi. Dentro di me. Uno nella fica, uno nel culo. La sensazione era un cerchio di fuoco che mi saliva dall'inguine, mi riempiva il basso ventre di una pressione insostenibile. L'utero mi ha pulsato. La cervice si è contratta. Il gemito che ho tirato fuori era un verso che non conoscevo — un rantolo strozzato che ha fatto ridere Lorenzo.
"La tettona troia geme già."
"Puttana." Matteo ha affondato il viso nel mio collo, leccando il sudore. "Prendi tutto, puttana. Prendi i nostri cazzi."
Sono partiti insieme. Un ritmo spezzato, animalesco, dove quando uno spingeva l'altro si ritirava, e io non ero mai vuota. Mai. La parete sottile tra i due cazzi bruciava, si tendeva, li sentivo sfregare l'uno contro l'altro attraverso la carne. Il piacere era così denso da togliermi il respiro, e quando riprendevo fiato, trovavo la bocca di Matteo che mi beveva il gemito, la sua lingua che mi spingeva saliva e parole sporche.
"Ti piace, eh? Ti piace essere riempita da due cazzi?"
Dietro di me, Lorenzo mi ha preso i seni da sopra le spalle, le sue dita affondavano nella carne violacea. "Queste tettone sono una droga." Ha stretto. Il dolore mi ha strappato un urlo, che Matteo ha catturato con un altro bacio. Questa volta era diverso — più lento, quasi tenero, se non fosse stato per la violenza con cui mi scopava la fica. Le labbra mi succhiavano, la lingua mi accarezzava, e intanto il suo cazzo mi sfondava senza pietà.
Dall'angolo della stanza, un grugnito. Il barista. Seduto sulla poltrona sfondata, la cerniera aperta, il cazzo in mano che si massaggiava con lentezza. Vincenzo accanto a lui faceva lo stesso, la pancia che gli tremava a ogni respiro, gli occhi lucidi fissi sui miei seni che ballavano a ogni spinta. "Guardala," ha borbottato Vincenzo. "La nostra vacca. Adesso la montano i nostri nipoti."
Le parole dei padroni mi sono entrate nelle ovaie come un pugno caldo. La vergogna mi ha invaso il petto, il viso, mentre la fica stringeva ancora di più. Lorenzo lo ha sentito. "Spremila," ha detto a Matteo. "Sta per venire."
Matteo ha accelerato. Le spinte sono diventate colpi violenti, il glande urtava contro la cervice, la sua bocca mi ha mangiato l'ultimo gemito. Poi l'orgasmo è esploso. Non graduale — una bomba. Le contrazioni sono partite dal collo dell'utero, la vagina si è serrata intorno al suo cazzo, mentre il retto stringeva quello di Lorenzo. Il clitoride si è ritratto, ma il piacere non è calato: è rimbalzato e mi ha travolta di nuovo. Un secondo picco, più nero, più profondo, che mi ha strappato un urlo pieno.
E mentre urlavo, ho sentito il getto. Uno schizzo caldo, il mio stesso liquido, che mi usciva a fiotti dall'uretra e inondava il ventre di Matteo, le sue cosce, il pavimento. Lui ha allargato gli occhi. "Cazzo, guarda... la troia mi allaga."
Lorenzo ha riso, un suono roco. "Zio, avevi ragione. È una fontana."
I vecchi nell'angolo grugnivano, le mani che si muovevano più rapide sui cazzi. "Riempila," ha ringhiato il barista. "Mettetela incinta, ragazzi."
Matteo mi ha afferrato la nuca, mi ha costretto a guardarlo. "Hai sentito? Ti fecondiamo. Ti riempiamo la pancia." Le sue parole erano un coltello che mi squarciava il basso ventre di un piacere insostenibile. "Dopo che avremo sborrato dentro di te, sarai piena del nostro seme. Nostra. Per sempre."
La testa mi girava. Lorenzo mi ha cercato la bocca da dietro, la sua lingua sapeva di sudore e di me, la sua saliva mi colava in gola mentre le spinte riprendevano. Più lente, più profonde. Studiate. "Prendi tutto, puttana. Ogni goccia." E intanto Matteo mi baciava da davanti, alternandosi con una violenza che pareva amore. Un bacio, una spinta. Un altro bacio, un'altra spinta. Le loro salive si mescolavano nella mia bocca, due sapori giovani e affamati che mi riempivano la gola.
Dietro di me, Lorenzo ha accelerato. Il suo respiro si è fatto irregolare, il ventre mi sbatteva contro le natiche con colpi disordinati. "Sto per venire," ha grugnito. "Ti riempio il culo, troia."
Matteo ha capito. Ha affondato fino in fondo, la sua mano mi premeva sul basso ventre, sentivo il glande contro la cervice. "Vieni insieme a me. Adesso." E poi l'ha fatto.
Lorenzo è esploso per primo. Un fiotto caldo, denso, che mi ha invaso l'intestino con una cascata di sperma giovane. L'ho sentito scorrere, riempirmi, strabordare. Matteo lo ha seguito un secondo dopo — il suo cazzo si è gonfiato, ha pulsato, e ha eruttato dentro la mia fica un getto dopo l'altro. La quantità era troppa. Usciva fuori, colava sulle cosce, si mescolava al mio liquido.
Ma non era ancora finita. Lorenzo si è sfilato, il suo sperma mi colava dal culo in rivoli densi. Mi ha afferrato i fianchi, mi ha girato a pancia in su, sul tavolo. Matteo mi era ancora dentro, e Lorenzo si è inginocchiato sopra di me, il suo cazzo lucido puntato verso il mio viso. "Apri la bocca, vacca."
L'ho fatto.
Quello che è uscito dal suo cazzo era un torrente. Uno sperma bianco, a grumi spessi, che mi ha centrato la lingua, il palato, la gola. Ne ho ingoiato un po', ma la quantità era troppa — mi colava dagli angoli della bocca, mi scendeva sul mento, mi inondava il collo e le tettone. Matteo intanto spingeva ancora dentro la fica, e un altro getto mi è esploso sulla pancia, sul petto, mescolandosi al lago bianco che già mi copriva.
Dall'angolo, due gemiti. Il barista e Vincenzo, le mani ferme, i loro cazzi ancora duri. "Adesso tocca a noi," ha gracchiato Vincenzo alzandosi. "La vogliamo ancora."
I due giovani si sono scostati quel tanto che bastava, ansimando, i cazzi ancora gonfi. Matteo si è chinato su di me, leccandomi lo sperma dal mento. "Non abbiamo finito."
Le mani di Vincenzo mi artigliano i fianchi. Mi tirano giù dal tavolo come un sacco di carne. I piedi nudi scivolano sul pavimento appiccicoso, le gambe molli non reggono il peso, ma lui non mi lascia cadere. Mi gira, mi piega in avanti. La pancia contro il bordo del tavolo, le tettone che schiacciano contro il legno ruvido e si deformano. I capezzoli, già gonfi e violacei, graffiano la superficie.
"Adesso la vacca la prendo io," grugnisce Vincenzo. La voce è catarro e vino acido.
Il suo cazzo mi cerca il culo. Lo trova senza mani, spinge. Entra tutto insieme — il buco è ancora aperto, ancora sporco dello sperma di Lorenzo, e il glande di Vincenzo ci scivola dentro con uno schiocco umido. Un gemito mi muore in gola. Le sue dita gialle mi afferrano le anche, affondano nella carne, e lui comincia a pompare. Colpi lenti, profondi, che mi arrivano fino allo stomaco. La pancia sudata mi sbatte contro le natiche a ogni spinta.
Davanti a me, Matteo si è già piazzato. Il suo cazzo è ancora duro, lucido di noi due. Mi punta la bocca. "Apri, puttana." Le sue dita mi prendono i capelli, tirano. La mascella mi si apre da sola. Il glande mi preme sulle labbra, spinge. Il sapore è salato — il mio stesso liquido mescolato al suo sperma giovane. La lingua parte da sola, lecca il solco, la base, mentre lui affonda fino in gola. Il riflesso faringeo si attiva, un conato che mi scuote le spalle. Lui non aspetta. Spinge ancora.
E intanto, dietro di me, Vincenzo mi scava il culo con un ritmo che non conosce pietà.
Il barista si è alzato dalla poltrona. La sua ombra mi copre da sinistra. La cerniera è ancora aperta, il cazzo duro tra le dita sudate. Si china su di me. La sua lingua ruvida mi lecca la schiena, risale lungo la spina dorsale, raccoglie il sudore misto allo sperma colato prima. La sua mano mi afferra la tetta sinistra, la strizza. Le dita tozze sprofondano nella carne segnata. Il dolore mi strappa un gemito che muore intorno al cazzo di Matteo.
"La troietta geme ancora," mormora il barista contro la mia nuca. L'alito di vino mi riempie le narici. "Ha ancora fame."
Lorenzo si è spostato. È dietro Matteo, il suo cazzo ancora duro in mano. Aspetta. I suoi occhi scuri mi fissano, guardano la bocca piena, le tettone che ballano a ogni spinta di Vincenzo. Si massaggia con lentezza. "Voglio la sua fica," dice. La voce è roca, impaziente.
Matteo si sfila dalla bocca con uno schiocco umido. La saliva mi cola dal mento, densa e filante. Mi afferra le cosce, mi solleva. Vincenzo si ritira dal culo quel tanto che basta per permettergli di girarmi. Mi ritrovo a cavalcioni su Matteo, la schiena contro il suo petto sudato. Il suo cazzo mi entra nella fica dal basso, mi riempie fino alla cervice. Un gemito pieno mi esce dalla gola.
Poi Lorenzo mi è addosso da dietro. Il suo cazzo mi cerca il culo, lo trova già bagnato, spinge. Entra. Due cazzi dentro di me — Matteo nella fica, Lorenzo nel culo. La parete sottile tra i due si tende, brucia. Li sento sfregare l'uno contro l'altro attraverso la carne. Il respiro si blocca. La testa mi cade all'indietro, contro la spalla di Lorenzo.
"Guarda la puttana," grugnisce il barista. È in piedi davanti a me, il cazzo puntato verso il mio viso. "Adesso ti riempio la gola mentre loro ti scopano."
Le sue dita mi afferrano la mascella, aprono. Il glande mi entra in bocca proprio mentre Lorenzo e Matteo cominciano a muoversi insieme. Un ritmo sincrono: quando Matteo spinge nella fica, Lorenzo si ritrae dal culo. Quando Lorenzo affonda, Matteo esce. Non sono mai vuota. Mai. Tre cazzi dentro di me — bocca, fica, culo. Tre buchi riempiti. Il pensiero mi accende qualcosa di oscuro, una vergogna che si trasforma in piacere liquido tra le cosce.
Il barista mi scopa la bocca con colpi corti e rabbiosi, il pube che mi sbatte contro il naso. Il suo odore mi riempie le narici — sudore, frittura, sperma vecchio. Respiro la sua puzza e la mia testa si svuota. Matteo spinge dal basso, il glande urta contro la cervice a ogni affondo. Lorenzo mi scava il culo con movimenti lenti, profondi, le sue mani mi afferrano le tettone da dietro, le strizzano, le torcono. Le pinze non ci sono più, ma i segni sì, e ogni pressione rinnova il dolore. Il dolore mi manda scariche direttamente al clitoride.
Il barista si sfila dalla bocca. Sbava. "Cambio," ringhia. "Voglio la sua fica."
Mi afferra i fianchi, mi strappa da Matteo. Il vuoto è uno shock. Poi mi butta sul pavimento, gambe aperte. La schiena contro il freddo appiccicoso, le tettone che rotolano verso l'alto. Il suo corpo enorme mi copre, la pancia sudata mi schiaccia i seni. Il suo cazzo mi entra nella fica senza preavviso, mi riempie fino in fondo. Il gemito che tiro fuori è un verso strozzato.
Vincenzo è già sopra di me. Le sue ginocchia mi affiancano la testa, il suo cazzo mi punta la bocca. "Apri, vacca." Ubbidisco. Il glande mi entra in gola mentre il barista mi scopa la fica. Il sapore è acido, di vecchio e di sperma e di qualcosa che non voglio nominare. La lingua si muove da sola, lecca, succhia. Lui spinge fino al fondo, il pube mi sbatte contro il naso.
Poi Lorenzo si inginocchia tra le mie gambe, accanto al barista. Il suo cazzo mi cerca il culo. Lo trova. Spinge. Di nuovo piena. Di nuovo tre cazzi. Il barista nella fica, Lorenzo nel culo, Vincenzo in bocca. Tre corpi che mi schiacciano, tre pance — una sudata e molle, due piatte e dure — che mi avvolgono. Il loro odore è un miscuglio che mi riempie i polmoni: vecchio e giovane, acido e salato, frittura e dopobarba. Respiro tutto. E più respiro, più la fica mi si stringe.
Matteo si è inginocchiato accanto alla mia testa. Il suo cazzo è ancora duro, lucido. Lo prende in mano, se lo massaggia guardandomi. "Voglio sborrarle in faccia," dice. La voce è un sussurro roco.
Il barista accelera. Le spinte si fanno irregolari, il pube mi sbatte contro il clitoride a ogni colpo. "Prendila, troia," grugnisce. "Prendi la sborra del tuo padrone." E poi esplode. Il suo sperma mi inonda la cervice, fiotti caldi e densi che mi riempiono la vagina e strabordano fuori. Mentre viene, la sua bocca mi cerca, mi bacia. Un bacio sporco, affamato, la lingua che mi spinge saliva e gemiti in gola.
L'orgasmo mi monta senza preavviso. Le contrazioni partono dal collo dell'utero, la vagina stringe il cazzo del barista, il retto si serra intorno a quello di Lorenzo. Il clitoride si ritrae, pulsa, e il piacere esplode — un lampo nero che mi cancella la vista. Grido. Il suono muore intorno al cazzo di Vincenzo, che beve il mio urlo senza rallentare. Il liquido mi schizza dalla fica, un getto caldo che bagna il ventre del barista e il pavimento sotto di noi.
Vincenzo si sfila dalla bocca. Il suo cazzo pulsa. "Adesso ti riempio la gola," grugnisce. La mano mi afferra i capelli, tiene ferma la testa. Il primo fiotto mi centra la lingua — denso, salato, amaro. Il secondo mi riempie la bocca. Il terzo mi esplode sulle labbra, mi cola sul mento. Ne ingoio un po', ma la quantità è troppa. Lo sperma mi esce dagli angoli della bocca, mi scende lungo il collo, mi si mescola al sudore.
Lorenzo non ha ancora finito. Le sue spinte nel culo si fanno violente, disordinate. "Ti riempio, puttana," ringhia. Poi si blocca. Lo sento esplodere dentro di me, il suo sperma giovane che mi invade l'intestino con una colata calda. Un gemito gli esce di gola, un ruggito spezzato che mi fa vibrare la schiena.
Matteo non aspetta. Si china su di me, il cazzo puntato verso il viso. "Anch'io." E viene. Il suo sperma mi atterra sulla fronte, sulle guance, sulle labbra già piene di quello di Vincenzo. Un grumo denso mi si posa su un occhio, mi cola lungo il naso. Apro la bocca per respirare e ne entra ancora — il sapore di tutti e quattro mescolato, un miscuglio salato e amaro che mi riempie la testa di un ronzio spesso.
Il barista si sfila dalla fica. Il vuoto è un buco pulsante. Si alza in piedi, mi guarda dall'alto. Il suo cazzo è ancora duro, lucido di noi due. "La troia è piena," dice. "Ma non abbiamo ancora finito."
Vincenzo annuisce. Il suo cazzo non è calato di un millimetro. Lorenzo e Matteo si scambiano un'occhiata, un lampo di denti bianchi. "Zio, hai ragione," dice Lorenzo. "Questa non si ferma mai."
Le loro mani mi afferrano. Mi sollevano, mi girano. Non so più chi mi tocca, chi mi scopa, chi mi riempie. Le loro voci si mescolano in un ronzio senza parole — solo grugniti, insulti, gemiti. "Puttana." "Vacca." "Tutte le tue tettone sono nostre." "Ti fecondiamo." "Ti mettiamo incinta." "Nostra." "Nostra."
Sono carne. Sono un buco. Sono quattro buchi — bocca, fica, culo, e la pelle, che loro coprono di sperma, di sudore, di saliva. I loro corpi mi schiacciano, mi avvolgono, mi seppelliscono. Non c'è pausa. Non c'è respiro. Solo il ritmo dei loro cazzi che si alternano, mi riempiono, mi svuotano, mi riempiono ancora.
Il barista mi cerca la bocca. La sua lingua mi invade, mi soffoca. Sa di sperma e vino e di me. Lo bacio come se fosse l'ultima cosa che faccio.
Il bacio si spezza con uno schiocco umido. La lingua del barista mi lascia la bocca piena del suo sapore acido, e prima che possa riprendere fiato, le sue dita mi artigliano i capelli. Tira. Il cuoio capelluto brucia.
"In ginocchio, vacca."
Crollo. Le ginocchia sbattono sul pavimento appiccicoso. Davanti a me, il suo cazzo è un palo lucido di sperma vecchio e del mio liquido, ancora duro, ancora pulsante. L'odore mi sale nelle narici — acre, salato, nostro.
"Pulisci tutto con la lingua."
La voce è una raspa che mi gratta via l'ultimo pensiero. La lingua parte da sola. Un lecco lento, dalla base del suo cazzo fino al glande. Il sapore esplode — denso, amarognolo, con una punta di metallo e sudore. Le sue dita mi stringono i capelli più forte.
"Brava la mia troia puliscicazzi. Lecca via lo sporco che hai lasciato."
Mia. La parola mi entra nelle ovaie come una scarica elettrica. La fica, ancora piena del suo sperma e di quello di Lorenzo, si contrae. Un rivolo caldo mi cola lungo l'interno coscia mentre la lingua ricomincia il suo percorso. Succhio via il bianco denso che gli imbratta il solco del glande. Lo sento sussultare.
Da dietro, un grugnito. Vincenzo. "Guardala, sembra una cagnolina affamata."
Matteo ride, un suono giovane e crudele. "Zio, avevi ragione. Basta insultarla e si bagna."
Le loro parole mi sbattono contro la pelle come schiaffi. E ogni schiaffo mi accende qualcosa nel basso ventre. La lingua accelera, ripulisce la base, scende fino ai testicoli, raccoglie con cura ogni traccia di sperma rappreso. Sento i loro occhi su di me — sulla schiena nuda, sul culo ancora segnato, sulle tettone che ballano a ogni movimento. I capezzoli mi sfiorano il pavimento, due punte gonfie e violacee che graffiano il legno appiccicoso.
"Guarda come si muove," sussurra Lorenzo. "Le piacciono le nostre parole sporche."
Il barista mi strappa la testa all'indietro. I suoi occhi lucidi mi fissano. "Ti piace essere la nostra puttana pulisci-cazzi, vero?"
"Sì." La voce mi esce roca, rotta.
"Allora dillo. Di' che sei la nostra troia."
La gola mi brucia. Le parole mi escono, a fatica, prima che possa fermarle. "Sono la vostra troia. La vostra puttana pulisci-cazzi."
Il sorriso gli spacca la faccia a metà. "Ancora."
"Sono la vostra troia. La vostra puttana. La vostra vacca da monta." Ogni parola è un colpo di frusta che mi fa contrarre la fica. Il piacere monta, un'ondata calda che mi sale dal basso ventre e mi annaffia le cosce. Respiro a fatica. L'aria puzza di noi quattro, di sperma e sudore e umiliazione.
Il barista mi spinge via. "Adesso l'amico. Pulisci Vincenzo."
Inciampo verso di lui. La sua pancia enorme mi sovrasta, la pelle sudata luccica nella luce gialla. Il suo cazzo è ancora più sporco — il mio liquido rappreso, il suo stesso sperma, tracce di quello di suo nipote. Avvicino la bocca. L'odore mi assale: aspro, di formaggio vecchio e vino. La lingua tocca la base.
"Piano, vacca. Goditela." Le dita gialle mi afferrano la nuca, premono. "Senti quanto sei lurida?"
Lecco via una crosta biancastra. Il sapore è intenso, mi riempie la testa di un ronzio spesso. È disgustoso. È perfetto. La sua mano mi guida su e giù, mentre le parole mi entrano nelle orecchie.
"Così, lecca tutto. Pulisci il cazzo che ti ha inseminato il culo. Quello che ti ha fatto urlare come una bestia."
La fica mi pulsa. Un'altra scarica elettrica mi attraversa il ventre. La lingua accelera, ripulisce il glande con cura, scende a leccare le grandi palle gonfie. Lui grugnisce.
"Brava troia. Dillo ancora che sei nostra."
Stacco la bocca quel tanto che basta. "Sono vostra. Sono la vostra puttana."
"Di chi?"
"Di tutti e quattro. Del barista, di Vincenzo, di Lorenzo, di Matteo. Sono la vostra troia." Le parole mi escono in un rantolo. La vergogna mi arrossa le guance, ma tra le cosce sono un lago. Sento il mio stesso liquido colarmi sulle cosce e gocciolare sul pavimento.
Lorenzo mi afferra per un braccio. "Adesso tocca a me, puttanella."
Mi giro verso di lui. Il suo cazzo è giovane, liscio, ancora coperto del mio squirting e del suo sperma. I muscoli del suo ventre fremono mentre mi avvicino. La lingua parte dal basso. Il sapore è diverso — meno aspro, più salato, con una punta di qualcosa di dolce. I suoi gemiti mi riempiono le orecchie mentre lecco.
"Ti piace pulire i cazzi dei nipoti, eh? Dopo che ti abbiamo scopato tutti i buchi?" La voce di Matteo mi arriva da sopra la testa. Sento le sue dita che mi afferrano una tetta, la strizzano. Il dolore mi strappa un mugolio che muore sulla pelle di Lorenzo.
"Rispondi." Matteo stringe più forte il capezzolo.
"Sì." La voce è un soffio. "Mi piace. Mi piace essere la vostra puttana."
"Allora pulisci anche me."
Lorenzo mi lascia andare. Mi sporgo verso Matteo, la lingua tesa. Il suo cazzo sa di noi — di me, di suo cugino, dei vecchi. Un miscuglio che non dovrebbe piacermi ma che mi fa venire voglia di leccare fino a scomparire. Passo la lingua su ogni centimetro, succhio via ogni traccia. Lui mi tiene i capelli, tira piano.
"Brava. Sei una sporca troia pulisci-cazzi. Nata per questo."
Le parole mi esplodono dentro. La fica si contrae a vuoto, una fitta così forte che devo stringere le cosce. Il piacere è una morsa che mi prende il basso ventre, lo torce. Un gemito mi scappa.
"Guarda," grugnisce Vincenzo. "Sta per venire solo a sentirsi insultare."
Il barista si china, il suo alito di vino mi avvolge l'orecchio. "Vieni, puttana. Vieni mentre pulisci i nostri cazzi sporchi. Vieni come la vacca in calore che sei."
E io vengo.
L'orgasmo esplode senza preavviso, una bomba calda che mi parte dal collo dell'utero. La vagina pulsa, si stringe intorno al vuoto, mentre il clitoride si ritrae sotto il cappuccio. Il piacere è un ronzio nero che mi cancella la vista. Continuo a leccare il cazzo di Matteo, la lingua che non si ferma, mentre le contrazioni mi squassano il corpo. Un fiotto caldo mi esce dall'uretra — il mio liquido che zampilla sul pavimento, che mi bagna le cosce, che allaga il legno sotto di me.
I quattro scoppiano a ridere. Un coro di grugniti soddisfatti.
"La troia ha allagato di nuovo."
"Solo a sentirsi chiamare pulisci-cazzi."
"Nata per questo."
"Una fontana."
Le loro voci mi avvolgono come una coperta. Sono a quattro zampe sul pavimento appiccicoso, i capelli incollati alla fronte, le tettone che penzolano con i capezzoli violacei. La bocca sa di tutti loro. Il mio corpo è un campo di battaglia — lividi, graffi, sperma secco sulla pelle, liquido caldo che mi cola tra le cosce.
Ma il piacere non cala. Le loro parole mi tengono sospesa in una vibrazione costante tra le gambe.
Il barista mi afferra il mento, alza. La sua faccia sudata è a un centimetro dalla mia.
"Non hai finito. Voglio che ti pulisci anche la faccia con le nostre mani. Lecca le dita che ti hanno torturato le tettone, vacca."
Le sue dita tozze mi premono sulle labbra. Sanno di sigaro e sudore. La lingua parte da sola, lecca la sporcizia sotto le unghie nere. Poi Vincenzo mi infila le sue in bocca, due badili giallastri che sanno di formaggio vecchio. Le risucchio a fondo, sento le sue unghie graffiarmi il palato. Il piacere mi dà una scossa.
Lorenzo e Matteo si inginocchiano accanto a me. Le loro mani giovani, pulite, mi accarezzano le guance mentre io lecco. "Brava puttanella." "Ci piaci così, sporca e sottomessa."
Ogni parola è una scossa. La fica non ha mai smesso di pulsare. Le contrazioni sono più lievi adesso, ma costanti, un tremore profondo che mi tiene sull'orlo.
Il barista mi lascia andare la testa. Cado di lato, le gambe senza forza. Loro sono in piedi sopra di me, quattro ombre enormi che mi bloccano la luce. I loro cazzi sono ancora duri, puntati verso il mio corpo.
"Adesso che ci hai pulito, siamo pronti per sporcarti di nuovo." La voce del barista è una promessa. "Ma stavolta, prima di riempirti, vogliamo sentirti ripetere quello che sei. Vogliamo che gridi chi sei."
Mi giro a pancia in su. Le tettone rotolano verso l'alto, i capezzoli puntano il soffitto. Il respiro è un affanno rotto. La bocca si apre da sola.
"Sono la vostra troia. La vostra puttana pulisci-cazzi. La vostra vacca da monta." Le parole mi escono in un grido roco.
Loro sorridono.
[P.S.: per commenti federicoesabina@hotmail.it oppure https://federicoesabina.wixsite.com/sabina]
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