L'appartamento accanto 1

di
genere
dominazione

La lavatrice sbatteva contro il muro del bagno di servizio, un rumore sordo e ritmico che Elena sentiva fin dentro le ossa. Erano le otto di sera di un martedì qualunque. La tavola era apparecchiata per due, ma il piatto di Marco era vuoto, coperto solo dal riflesso della lampada a sospensione.
Elena si passò una mano sul viso, stanca. Lavorare tutto il giorno e poi tornare in una casa che sembrava un guscio vuoto cominciava a logorarla. Quando sentì il rumore della serratura, non si alzò. Rimase seduta, aspettando che lui compisse i soliti, identici gesti: le chiavi nel vassoio di svuotatasche, il sospiro profondo, il rumore delle scarpe sfilate all'ingresso.
"Scusa il ritardo, c'era un blocco sulla tangenziale", disse Marco entrando in cucina. Le diede un bacio distratto sulla tempia, un bacio che sapeva di formalità, prima di sedersi.
"Niente di nuovo", rispose lei, cercando di mantenere la voce neutra. "Ti ho scaldato la cena."
Mangiarono quasi in silenzio. Marco rispondeva a monosillabi, lo sguardo fisso sul telefono o sul piatto, perso nei suoi pensieri. Elena lo osservava di nascosto: le rughe sottili attorno ai suoi occhi, le mani forti che un tempo cercavano le sue sotto le coperte anche solo per stringerle, e che ora sembravano aver dimenticato come toccarla. Il pensiero che ci fosse un'altra donna non era più un sospetto passeggero; era diventato un chiodo fisso, un'ombra che camminava con lei per tutta la casa. C'era un'assenza in lui che non poteva essere solo stanchezza da lavoro.
"A cosa pensi?" gli chiese a bruciapelo, interrompendo il rumore delle posate.
Marco sollevò lo sguardo, colto di sorpresa. "A niente. Al preventivo per il cantiere di domani. Perché?"
"Perché sei distante, Marco. Da mesi." Elena sentì il nodo alla gola stringersi. "Sei qui, ma è come se parlassi con un fantasma. Se c'è qualcosa... se c'è qualcuna, ti prego, dimmelo. La sospensione mi sta uccidendo."
Marco posò la forchetta. La guardò per qualche secondo, sorpreso ed evidentemente dispiaciuto. "Elena, no. Ma cosa ti salta in mente? Non c'è nessun'altra. Te lo giuro. Amo te, la mia vita è qui."
"E allora perché non mi cerchi più?" La domanda le uscì dritta dal petto, cruda. "L'ultima volta è stata tre settimane fa, ed è durato dieci minuti. Sembrava che dovessi finire un compito. Non c'è passione, non c'è curiosità. Mi sento un pezzo d'arredamento."
Marco si strofinò gli occhi con le mani, appoggiando i gomiti sul tavolo. Quella reazione non era di colpevolezza, era qualcosa di diverso. Sembrava quasi sopraffatto da un peso che non riusciva a verbalizzare.
"Non è che non ti desidero", disse a bassa voce, quasi parlando a sé stesso. "È che... tutto è diventato così prevedibile, Elena. Sappiamo già come inizia, come continua e come finisce. Ogni volta. Mi sento svuotato da questa routine. A volte vado a letto e spero in qualcosa di diverso, ma poi facciamo sempre la stessa identica cosa, e l'entusiasmo sparisce prima ancora di iniziare."
Elena rimase in silenzio, ferita ma anche stranamente sollevata dal fatto che non ci fosse un'altra donna. Tuttavia, l'ammissione di Marco apriva una voragine diversa. "Qualcosa di diverso tipo cosa?" chiese, con un misto di timore e curiosità.
Marco non rispose subito. Si alzò per prendere un bicchiere d'acqua, dando le spalle alla moglie. Dalla finestra della cucina, lo sguardo cadeva inevitabilmente sul vialetto adiacente. La luce del portico del vicino, Stefano, era accesa. Si sentiva della musica soffusa provenire da là, il segno che il ragazzo era in casa, probabilmente a rilassarsi dopo una sessione di corsa, come faceva spesso.
Marco rimase a fissare quella luce per un minuto buono, mentre Elena lo osservava, tesa.
Quando si voltò, l'espressione di Marco era mutata. La stanchezza era ancora lì, ma nei suoi occhi si era accesa una scintilla strana, quasi febbrile, che Elena non vedeva da anni.
"Stavo pensando a oggi pomeriggio", disse Marco, la voce che si faceva improvvisamente più bassa, quasi confidenziale. "Sono tornato a casa prima per prendere degli attrezzi. Tu eri in giardino a stendere le lenzuola. C'era vento, e il vestito leggero ti si stringeva addosso."
Elena si irrigidì sulla sedia, sorpresa da quel cambio improvviso di tono. "E allora?"
"E allora ho notato che Stefano era sul suo balcone. Aveva un libro in mano, ma non lo stava leggendo. Guardava te. Ti ha fissata per tutto il tempo, guardava come muovevi le braccia, come la stoffa ti segnava le forme. E tu non te ne sei nemmeno accorta."
Elena sentì una strana fiammata salirle alle guance. "Marco, per favore... sarà stato un caso. E poi cosa c'entra questo con noi?"
Marco fece due passi verso di lei, appoggiando le mani sullo schienale della sedia vuota accanto a quella di Elena. Si chinò leggermente verso di lei. "Centra, perché sono rimasto a guardarlo dal vetro della finestra della camera. E invece di arrabbiarmi, invece di essere geloso... ho sentito qualcosa che non provavo da una vita. Mi è piaciuto vedere un uomo più giovane che ti desiderava. Ho immaginato cosa stesse pensando, cosa avrebbe voluto farti in quel momento, su quel prato."
Il respiro di Elena si fece improvvisamente più corto. Quella confessione la spiazzava, la spaventava, ma c'era una nota di calore sotterraneo che cominciava a farsi strada dentro di lei. "Sei impazzito?" sussurrò, senza però riuscire a distogliere lo sguardo dal suo.
"Forse", ammise Marco, con un mezzo sorriso che aveva un che di oscuro e magnetico. "Ma è la prima volta dopo mesi che mi sento davvero sveglio. Pensa a come sarebbe se domani, quando esci a curare le piante, decidessi di metterti qualcosa di un po' più corto. Solo per vedere se lui guarda di nuovo. E per far sapere a me come è andata."
Elena lo fissò, con il cuore che batteva a un ritmo disordinato. Quella confessione la spiazzava, la spaventava, ma c'era una nota di calore sotterraneo che cominciava a farsi strada dentro di lei. "Sei impazzito?" sussurrò, senza però riuscire a distogliere lo sguardo dal suo.
"Forse", ammise Marco, avvicinandosi ancora di un passo, ma senza toccarla. La distanza tra i loro corpi sembrava carica di un'elettricità nuova. "O forse sono solo sincero. Quando l'ho visto guardarti, ho capito cosa ci manca. Ci manca il senso del proibito, Elena. Il pensiero che tu non sia solo mia per scontato, ma che là fuori ci sia qualcuno che ti osserva e ti vuole."
Elena cercò di riprendere il controllo, stringendo le mani sul grembo. "Marco, Stefano è solo un ragazzo educato che abita accanto. Non c'è nulla di proibito in lui."
"Ed è proprio questo il bello", continuò Marco, e la sua voce si fece ancora più bassa, quasi un sussurro confidenziale che le sfiorava l'orecchio. "Non dobbiamo fare nulla. Non devi parlargli, non devi guardarlo. Voglio solo che tu lo tenga a mente. Voglio che la prossima volta che siamo a letto insieme, al buio, tu non pensi a me. Voglio che tu chiuda gli occhi e immagini che le mani che ti toccano non siano le mie, ma le sue."
Un brivido improvviso, freddo e caldo allo stesso tempo, attraversò la schiena di Elena. "È assurdo. Non potrei mai."
"Perché no?" la stuzzicò lui, con un sorriso sottile, quasi impercettibile. "Cosa c'è di male nell'immaginare? Immagina che lui entri qui dentro. Immagina che ti veda vestita come sei ora, o con qualcosa di molto più provocante, qualcosa che non indosseresti mai davanti a me. Pensa a come ti guarderebbe se sapesse che sotto quel tessuto non porti nulla. Pensa a quanto ti desidererebbe, sapendo che sei la moglie del suo vicino."
Elena sentì le guance bruciare. L'audacia di quelle parole, pronunciate da suo marito – l'uomo che negli ultimi mesi era stato un muro di apatia – la lasciava senza fiato. C'era qualcosa di perverso, di profondamente destabilizzante in quel gioco, eppure non poteva negare a se stessa che il suo battito cardiaco era accelerato come non succedeva da anni.
"Tu... tu vorresti davvero questo?" domandò lei, la voce che tremava leggermente.
"Voglio vederti cedere a questa fantasia," rispose Marco, fissandola dritta negli occhi con un'intensità quasi dolorosa. "Voglio che questo pensiero ti tormenti un po'. E quando sarai pronta, sarai tu a raccontarmi cosa hai immaginato."
Senza aggiungere un'altra parola, Marco si allontanò, lasciando il bicchiere sul tavolo, e salì le scale per andare a fare la doccia.
Elena rimase seduta in cucina, da sola. Il silenzio della casa era tornato, ma adesso era denso, pesante. Attraverso la finestra, la luce del portico di Stefano era ancora accesa. Per la prima volta da quando quel ragazzo si era trasferito lì, Elena non vide solo una casa vicina. Vide uno schermo su cui la mente di suo marito aveva appena proiettato un'ombra pericolosa e maliziosa. E, cosa ancora più spaventosa, si rese conto che non riusciva smettere di guardarla.
di
scritto il
2026-07-19
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