L'appartamento accanto 2
di
Tester
genere
dominazione
Nei giorni successivi Marco era tornato alla sua solita routine lavorativa, apparentemente identico al solito: la borsa di pelle lasciata all'ingresso, i commenti distratti sul telegiornale, le telefonate con i clienti. Eppure, sotto quella superficie di assoluta normalità, Elena percepiva una tensione sotterranea, come una corda tesa che bastava sfiorare per far vibrare tutta la casa.
Ogni volta che i loro sguardi si incrociavano a tavola, o nei corridoi stretti del piano di sopra, Marco le lanciava un'occhiata diversa. Non c'era più l'indifferenza dei mesi passati, ma una curiosità silenziosa e calcolata. Sembrava che stesse aspettando di vedere i segni del tarlo che le aveva inoculato nella mente.
E il tarlo, purtroppo per lei, funzionava fin troppo bene.
Il giovedì pomeriggio, mentre era in salotto a riordinare, Elena sentì il rumore del tagliaerba di Stefano nel giardino accanto. Fu un riflesso condizionato: si avvicinò alla finestra, nascondendosi parzialmente dietro la tenda di lino chiaro. Stefano era in pantaloncini, la pelle lucida di sudore sotto il sole di luglio, concentrato sul lavoro. Elena si trovò a osservare la linea delle sue spalle, il movimento dei muscoli delle braccia, sentendo una stretta improvvisa allo stomaco. Per la prima volta, non lo stava guardando come il ragazzo della porta accanto. Lo stava guardando attraverso gli occhi di Marco.
Quella sera Marco era già a letto, la schiena appoggiata alla testiera e un libro tra le mani, ma non stava leggendo. Elena uscì dal bagno indossando una camicia da notte di seta nera, un capo che non metteva da quasi due anni, sepolto in fondo al cassetto. Era corta, forse troppo, e scollata sul petto.
Quando si infilò sotto le lenzuola, sentì lo sguardo di Marco scivolare su di lei, lento e pesante come una carezza fisica. Lui posò il libro sul comodino e spense la lampada principale, lasciando accesa solo la piccola abat-jour che creava ombre calde sulle pareti.
Si girò di fianco, appoggiando la testa su una mano, guardandola dall'alto. "Ti sei guardata allo specchio prima di venire a letto?" chiese, la voce che nel buio sembrava più profonda.
Elena si strinse le coperte al petto, improvvisamente timida. "Sì. Perché?"
"Perché stavo pensando a Stefano", disse Marco, senza giri di parole, con quella stessa calma febbrile della sera prima. "Stavo pensando che se lui fosse qui, in questa stanza, non ti permetterebbe di nasconderti sotto le coperte. Se lui entrasse adesso, con i vestiti ancora sporchi del lavoro in giardino, e ti vedesse con quella seta nera... cosa pensi che farebbe?"
Elena trattenne il fiato. Il cuore le batteva così forte che temeva Marco potesse sentirlo. "Marco, ti prego... smettila."
"No, non voglio smettere. E non lo vuoi nemmeno tu", sussurrò lui, allungando una mano per accarezzarle lentamente il braccio, scoprendolo dalla coperta. "Immaginalo, Elena. Immagina che lui bussi alla porta. Tu vai ad aprire, pensando che sia un corriere, o che abbia bisogno di qualcosa. Sei vestita così. Lui ti guarda dall'alto in basso, gli occhi che gli si scuriscono per la sorpresa. Capisce subito che sotto quella seta non porti nient'altro."
Elena chiuse gli occhi. Nonostante cercasse di opporsi, l'immagine si formò nella sua mente con una nitidezza spaventosa. Poteva quasi vedere lo sguardo sorpreso e improvvisamente audace del vicino.
"Lui non è un uomo timido come me", continuò Marco, e la sua mano scivolò lungo il fianco di Elena, stringendo la stoffa della camicia da notte. "Lui non chiederebbe il permesso. Immagina che faccia un passo dentro casa, chiuda la porta dietro di sé e ti blocchi contro il muro dell'ingresso. Ti direbbe che ti osserva da mesi dalla sua finestra. Che quando sei in giardino non fa altro che pensare a come sarebbe spogliarti."
Un gemito soffocato sfuggì dalle labbra di Elena. La mano di Marco continuava a muoversi su di lei, ma nella sua mente quelle dita erano più grandi, più ruvide, segnate dal lavoro all'aperto.
"E poi? Cosa ti chiederebbe di fare?" la incalzò Marco, chinandosi su di lei, il suo respiro caldo sul collo della moglie. "Immagina che ti prenda per i polsi. Ti chiede di girarti, di appoggiare le mani contro la parete dell'ingresso, perché vuole guardarti da dietro. Ti chiede di sollevare da sola l'orlo di questa camicia da notte. Vuole vedere quanto sei disposta a obbedirgli, solo per il piacere di farsi guardare."
Elena sentì un'ondata di calore travolgerla. La perversità di quella richiesta immaginaria, il pensiero di una sottomissione così totale e spudorata a uno sconosciuto, le provocò una vertigine che non aveva mai provato prima.
"Lui... lui mi chiederebbe di non fare rumore", sussurrò Elena, cedendo per la prima volta al gioco, la voce ridotta a un filo tremante. "Mi direbbe che se grido, mio marito di là potrebbe sentire tutto. E che il brivido è proprio questo... farlo a pochi metri da te, mentre tu non sai nulla."
Marco ebbe un sussulto, un brivido d'eccitazione che attraversò tutto il suo corpo. Il fatto che lei avesse finalmente risposto, aggiungendo un dettaglio così audace alla fantasia, lo accese all'istante.
"Sì...", mormorò Marco, le sue mani che ora si facevano più urgenti, stringendole i fianchi con una forza che non le riserbava da anni. "Ti chiederebbe di più, Elena. Ti direbbe che non gli basta una volta. Ti chiederebbe di metterti alla finestra domani, quando sai che lui è in giardino, e di fare un piccolo gesto, un segnale segreto, solo per fargli capire che hai accettato di essere sua nella tua mente. Immagina la sua voce che ti ordina di farlo..."
In quel momento, l'immaginazione e la realtà si fusero. Marco la prese, ma nel buio della stanza, per tutta la notte, l'ombra del vicino rimase sospesa sopra di loro, come un regista invisibile di un gioco che era appena iniziato e che chiedeva già nuove, più audaci regole.
Ogni volta che i loro sguardi si incrociavano a tavola, o nei corridoi stretti del piano di sopra, Marco le lanciava un'occhiata diversa. Non c'era più l'indifferenza dei mesi passati, ma una curiosità silenziosa e calcolata. Sembrava che stesse aspettando di vedere i segni del tarlo che le aveva inoculato nella mente.
E il tarlo, purtroppo per lei, funzionava fin troppo bene.
Il giovedì pomeriggio, mentre era in salotto a riordinare, Elena sentì il rumore del tagliaerba di Stefano nel giardino accanto. Fu un riflesso condizionato: si avvicinò alla finestra, nascondendosi parzialmente dietro la tenda di lino chiaro. Stefano era in pantaloncini, la pelle lucida di sudore sotto il sole di luglio, concentrato sul lavoro. Elena si trovò a osservare la linea delle sue spalle, il movimento dei muscoli delle braccia, sentendo una stretta improvvisa allo stomaco. Per la prima volta, non lo stava guardando come il ragazzo della porta accanto. Lo stava guardando attraverso gli occhi di Marco.
Quella sera Marco era già a letto, la schiena appoggiata alla testiera e un libro tra le mani, ma non stava leggendo. Elena uscì dal bagno indossando una camicia da notte di seta nera, un capo che non metteva da quasi due anni, sepolto in fondo al cassetto. Era corta, forse troppo, e scollata sul petto.
Quando si infilò sotto le lenzuola, sentì lo sguardo di Marco scivolare su di lei, lento e pesante come una carezza fisica. Lui posò il libro sul comodino e spense la lampada principale, lasciando accesa solo la piccola abat-jour che creava ombre calde sulle pareti.
Si girò di fianco, appoggiando la testa su una mano, guardandola dall'alto. "Ti sei guardata allo specchio prima di venire a letto?" chiese, la voce che nel buio sembrava più profonda.
Elena si strinse le coperte al petto, improvvisamente timida. "Sì. Perché?"
"Perché stavo pensando a Stefano", disse Marco, senza giri di parole, con quella stessa calma febbrile della sera prima. "Stavo pensando che se lui fosse qui, in questa stanza, non ti permetterebbe di nasconderti sotto le coperte. Se lui entrasse adesso, con i vestiti ancora sporchi del lavoro in giardino, e ti vedesse con quella seta nera... cosa pensi che farebbe?"
Elena trattenne il fiato. Il cuore le batteva così forte che temeva Marco potesse sentirlo. "Marco, ti prego... smettila."
"No, non voglio smettere. E non lo vuoi nemmeno tu", sussurrò lui, allungando una mano per accarezzarle lentamente il braccio, scoprendolo dalla coperta. "Immaginalo, Elena. Immagina che lui bussi alla porta. Tu vai ad aprire, pensando che sia un corriere, o che abbia bisogno di qualcosa. Sei vestita così. Lui ti guarda dall'alto in basso, gli occhi che gli si scuriscono per la sorpresa. Capisce subito che sotto quella seta non porti nient'altro."
Elena chiuse gli occhi. Nonostante cercasse di opporsi, l'immagine si formò nella sua mente con una nitidezza spaventosa. Poteva quasi vedere lo sguardo sorpreso e improvvisamente audace del vicino.
"Lui non è un uomo timido come me", continuò Marco, e la sua mano scivolò lungo il fianco di Elena, stringendo la stoffa della camicia da notte. "Lui non chiederebbe il permesso. Immagina che faccia un passo dentro casa, chiuda la porta dietro di sé e ti blocchi contro il muro dell'ingresso. Ti direbbe che ti osserva da mesi dalla sua finestra. Che quando sei in giardino non fa altro che pensare a come sarebbe spogliarti."
Un gemito soffocato sfuggì dalle labbra di Elena. La mano di Marco continuava a muoversi su di lei, ma nella sua mente quelle dita erano più grandi, più ruvide, segnate dal lavoro all'aperto.
"E poi? Cosa ti chiederebbe di fare?" la incalzò Marco, chinandosi su di lei, il suo respiro caldo sul collo della moglie. "Immagina che ti prenda per i polsi. Ti chiede di girarti, di appoggiare le mani contro la parete dell'ingresso, perché vuole guardarti da dietro. Ti chiede di sollevare da sola l'orlo di questa camicia da notte. Vuole vedere quanto sei disposta a obbedirgli, solo per il piacere di farsi guardare."
Elena sentì un'ondata di calore travolgerla. La perversità di quella richiesta immaginaria, il pensiero di una sottomissione così totale e spudorata a uno sconosciuto, le provocò una vertigine che non aveva mai provato prima.
"Lui... lui mi chiederebbe di non fare rumore", sussurrò Elena, cedendo per la prima volta al gioco, la voce ridotta a un filo tremante. "Mi direbbe che se grido, mio marito di là potrebbe sentire tutto. E che il brivido è proprio questo... farlo a pochi metri da te, mentre tu non sai nulla."
Marco ebbe un sussulto, un brivido d'eccitazione che attraversò tutto il suo corpo. Il fatto che lei avesse finalmente risposto, aggiungendo un dettaglio così audace alla fantasia, lo accese all'istante.
"Sì...", mormorò Marco, le sue mani che ora si facevano più urgenti, stringendole i fianchi con una forza che non le riserbava da anni. "Ti chiederebbe di più, Elena. Ti direbbe che non gli basta una volta. Ti chiederebbe di metterti alla finestra domani, quando sai che lui è in giardino, e di fare un piccolo gesto, un segnale segreto, solo per fargli capire che hai accettato di essere sua nella tua mente. Immagina la sua voce che ti ordina di farlo..."
In quel momento, l'immaginazione e la realtà si fusero. Marco la prese, ma nel buio della stanza, per tutta la notte, l'ombra del vicino rimase sospesa sopra di loro, come un regista invisibile di un gioco che era appena iniziato e che chiedeva già nuove, più audaci regole.
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