Sabina, la vacca tettona, si racconta: 10) Risveglio della vacca tettona, la bocca piena di sborra
di
Federico&Sabina
genere
dominazione
Le notti successive il vecchio bastardo barista mi ordina di dormire a casa sua.
La prima cosa che mi sveglia è il calore. Un calore che non è solo l'afa di agosto, ma un peso, un ingombro vero, una massa di carne enorme che mi schiaccia contro le lenzuola luride. Il barista dorme abbracciandomi, il suo braccio pesante sopra le mie spalle, il petto sudato e peloso premuto contro la mia bocca. La sua ascella puzza — un odore acre, denso, di vecchio sudore rappreso e di quell'odore suo, quello che ho imparato a riconoscere, che mi dice padrone.
Respiro il suo fetore e non mi sposto. Mi piace. Mi piace essere sepolta sotto di lui, distesa su un fianco, la testa nel suo braccio, il suo cuore che mi batte contro i denti, il suo russare pesante nell'orecchio. Le tettone sono schiacciate, il peso della sua pancia mi preme contro le costole, e nonostante tutto — il caldo, la puzza, la stanchezza — sento un senso di protezione, quasi di sicurezza. Come se niente, qui sotto, potesse toccarmi. Lui c'è. Lui mi copre. Lui si è svuotato le palle dentro di me per tutta la notte chiamandomi il suo sborratoio, e adesso russa beato come un orso che ha finito di mangiare.
Poi lo sento. Contro la mia pancia. Il suo cazzone — duro, grosso, bollente — pulsa contro la mia pelle. L'erezione preme, gonfia, e io so cosa è. La mattina. L'urina che preme, che riempie la vescica e spinge, che rende il glande ipersensibile, quasi dolorante. So che i maschi sono così all'alba — il cazzo in tensione, la punta scoperta, quella fessura umida che trema a ogni battito. La sento già, quella fessura. Mi chiama.
Con fatica mi abbasso, stretta tra le sue masse di carne. Le lenzuola sono un nodo appiccicoso di sudore e sperma vecchio. Scivolo giù piano, il suo braccio mi lascia andare senza svegliarsi, e la mia faccia arriva all'altezza della sua pancia. Il cazzone è lì — dritto, scappellato, violaceo. La punta è lucida, un filo di liquido trasparente che cola, che brilla nella penombra dell'alba. È grosso. Gonfio. Pulsante. L'erezione più spaventosa che abbia mai visto, e io la conosco, questa erezione, mi ha scavato la fica e il culo per tutta la notte, ma adesso è diversa — adesso è una cosa viva, sensibile, che trema a ogni minima corrente d'aria.
Mi sporgo. Le labbra sfiorano il glande senza toccarlo davvero, e già sento il calore che emana, un calore animale che mi pizzica la lingua prima ancora che la lingua parta. La punta è bagnata, il liquido è salato, e io lo raccolgo con una leccata piccola, appena un soffio, la punta della lingua che passa sulla fessura e si ritrae.
Lui vibra. Il cazzo intero ha un fremito, una scossa che gli corre lungo l'asta, e io lo sento sulla lingua come un animale spaventato.
Ti piace, padrone? Ti piace la mia lingua sulla tua fessura?
Non parlo. Respiro piano, il fiato caldo gli bagna il glande, e poi torno a leccare. Piccoli colpetti di lingua sulla punta, carezze leggerissime che lo fanno impazzire. La fessura si apre, si chiude, gocciola un altro filo — più denso, adesso — e io lo bevo, lo succhio via con un bacio a labbra chiuse. Le mie labbra gli avvolgono il glande senza pressione, solo un contatto vellutato, e sento il suo battito accelerare. Il cuore gli martella nel petto, il respiro gli cambia.
Si sveglia.
Un tremito gli scuote la pancia. Il braccio si tende, la mano cerca qualcosa, trova i miei capelli, li afferra debole. La voce gli esce in un rantolo catarroso.
"Che cazzo... che..."
Non finisce la frase. La mia lingua ha appena disegnato un cerchio intorno al glande, lentissimo, e lui geme — un gemito roco, stupito, che mi vibra sulle labbra.
"Buongiorno, padrone." La mia voce è un sussurro contro la sua fessura.
Lui ansima. "Cosa stai... ah..."
Lo zittisco con la bocca. Le labbra gli scivolano giù sull'asta, piano, senza fretta. Non è il pompino meccanico che gli ho fatto cento volte. Questo è diverso. È lento. È una tortura. La lingua gli striscia sulla vena gonfia, la segue, la percorre tutta fino alla base, e quando risale, succhio piano. Poco. Un risucchio minimo, come se gli bevessi via l'anima goccia a goccia.
Lui trema. Una scarica elettrica gli percorre le cosce, i muscoli della pancia scattano, il respiro è un rantolo spezzato.
"Puttana..." La voce gli esce roca. "Che mi stai facendo, puttana..."
Sorrido intorno al suo glande. Le dita mi stringono i capelli, ma è una presa molle — lui è in mio potere, adesso. Il cazzo pulsa a tempo col mio succhiare, e ogni volta che lo lascio, ogni volta che la punta sfugge dalle labbra, lui emette un verso — un suono spezzato, un singhiozzo che non controlla più.
Torno sulla fessura. La lingua la percorre piano, la bacia, spinge appena, poi la mordo — un morso senza denti, solo le labbra che premono. Lui urla. Un urlo rauco che rimbalza nel letto lurido. Poi torna a gemere, a tremare, a contorcersi. La pancia gli balla, il sudore gli cola a rivoli, mescolato al mio, e io lo sento sulla lingua — il sapore del suo corpo, il sale della sua pelle, il liquido amaro che gli esce dal glande e che io bevo, bevo, senza smettere mai di leccare.
"Lo sai," rantola, la voce rotta, "lo sai che sei la mia troia... la mia vacca... ah, cazzo..."
"Sì, padrone."
Glielo dico con la bocca piena, la lingua che gli avvolge la base e risale, le labbra che gli succhiano via la goccia che cola. Lui trema più forte. Le sue dita mi strappano i capelli con uno strattone, poi mollano, accarezzano, graffiano.
"Ti amo, troia schifosa." La voce è un rantolo. "Ti amo anche se sei... ah... sei una puttana da marciapiede... una... una..."
Non finisce. Il cazzo gli esplode. Il primo fiotto mi centra il palato — denso, bianco, un globo appiccicoso che mi riempie la bocca in un istante. Il secondo mi arriva in gola, lo ingoio, ma ne arriva ancora — una quantità che non finisce, che mi trabocca dalle labbra, che mi cola sul mento. Il terzo, il quarto — non li conto più. La mia bocca è piena, la gola si chiude, deglutisco a forza e lui geme, spinge i fianchi, si svuota con un ruggito.
"Prendila tutta, sborratoio. Prendila."
E io la prendo. Ingoio. Lo sperma è colloso, bianco, denso come colla, e ce n'è troppo — un'altra ondata mi esce dagli angoli della bocca, mi cola sulle tettone, mi impasta il mento. Il sapore è acre, salato. Il suo sapore. Lui geme, il cazzo ancora duro che pulsa, e quando finalmente smette, quando l'ultimo fiotto mi si deposita sulla lingua, io rimango lì, la bocca ancora intorno al suo glande, a succhiare piano.
Lui trema. "Continua," rantola. "Continua a succhiare, puttana."
Obbedisco. La bocca gli scivola su e giù, lenta, senza urgenza. Il cazzo è ipersensibile — lo sento vibrare a ogni mio movimento, lo sento fremere sulla lingua, quasi dolorante. Lui si contorce, ansima, grugnisce insulti e parole dolci mescolate insieme.
"Ti amo... vacca... sei la mia... ah... la mia puttana preferita... non ti lascio più andare... sei il mio sborratoio, il mio... il mio..."
Una pausa. Il respiro gli cambia. Un gemito diverso, più profondo, gli sale dal ventre.
"Non ti muovere."
Lo sento. L'asta gli si gonfia, la fessura si apre, e poi il getto arriva — un fiotto caldo, liquido, che mi riempie la bocca. Non è sperma. È urina. Un sapore salato, acre, che mi cola in gola prima che possa fermarlo. Lui geme, spinge, e il getto continua — mi esce dalla bocca, mi cola sul mento, mi scende tra le tettone. La sua urina calda mi bagna il viso, il collo, i seni. Lui mi tiene ferma, la mano nei capelli, e mi piscia addosso come una bestia che marca il territorio.
"Prendila, troia. Prendi la mia pisciata. Sei mia. Mia. Il mio sborratoio, il mio pisciatoio, la mia... ah..."
Il getto rallenta, si ferma. L'ultimo rivolo mi cola sul capezzolo, caldo, e io rimango lì, la bocca aperta, leccandomi via l'urina dalle labbra. Sa di lui. Sa di padrone.
Lui mi afferra — le braccia enormi mi circondano, mi tirano su, mi schiacciano contro il suo petto sudato. La sua bocca mi cerca, mi bacia, la lingua piena di vino vecchio e catarro mi invade, mi pulisce via il suo stesso sapore. Un bacio sporco, osceno, che sa di urina e sperma.
"La mia tettona troia." La voce mi vibra sulle labbra. "La mia vacca lurida. Quanto ti amo, puttana."
Mi stringe più forte. La sua pancia mi preme contro le tettone, il suo cazzo ancora duro mi scivola tra le cosce sporche. Fuori dalla finestra, il sole sta sorgendo sul mare, ma io non lo vedo. Vedo solo lui.
"Ancora," sussurro. "Ancora, padrone."
[P.S.: per commenti federicoesabina@hotmail.it oppure https://federicoesabina.wixsite.com/sabina]
La prima cosa che mi sveglia è il calore. Un calore che non è solo l'afa di agosto, ma un peso, un ingombro vero, una massa di carne enorme che mi schiaccia contro le lenzuola luride. Il barista dorme abbracciandomi, il suo braccio pesante sopra le mie spalle, il petto sudato e peloso premuto contro la mia bocca. La sua ascella puzza — un odore acre, denso, di vecchio sudore rappreso e di quell'odore suo, quello che ho imparato a riconoscere, che mi dice padrone.
Respiro il suo fetore e non mi sposto. Mi piace. Mi piace essere sepolta sotto di lui, distesa su un fianco, la testa nel suo braccio, il suo cuore che mi batte contro i denti, il suo russare pesante nell'orecchio. Le tettone sono schiacciate, il peso della sua pancia mi preme contro le costole, e nonostante tutto — il caldo, la puzza, la stanchezza — sento un senso di protezione, quasi di sicurezza. Come se niente, qui sotto, potesse toccarmi. Lui c'è. Lui mi copre. Lui si è svuotato le palle dentro di me per tutta la notte chiamandomi il suo sborratoio, e adesso russa beato come un orso che ha finito di mangiare.
Poi lo sento. Contro la mia pancia. Il suo cazzone — duro, grosso, bollente — pulsa contro la mia pelle. L'erezione preme, gonfia, e io so cosa è. La mattina. L'urina che preme, che riempie la vescica e spinge, che rende il glande ipersensibile, quasi dolorante. So che i maschi sono così all'alba — il cazzo in tensione, la punta scoperta, quella fessura umida che trema a ogni battito. La sento già, quella fessura. Mi chiama.
Con fatica mi abbasso, stretta tra le sue masse di carne. Le lenzuola sono un nodo appiccicoso di sudore e sperma vecchio. Scivolo giù piano, il suo braccio mi lascia andare senza svegliarsi, e la mia faccia arriva all'altezza della sua pancia. Il cazzone è lì — dritto, scappellato, violaceo. La punta è lucida, un filo di liquido trasparente che cola, che brilla nella penombra dell'alba. È grosso. Gonfio. Pulsante. L'erezione più spaventosa che abbia mai visto, e io la conosco, questa erezione, mi ha scavato la fica e il culo per tutta la notte, ma adesso è diversa — adesso è una cosa viva, sensibile, che trema a ogni minima corrente d'aria.
Mi sporgo. Le labbra sfiorano il glande senza toccarlo davvero, e già sento il calore che emana, un calore animale che mi pizzica la lingua prima ancora che la lingua parta. La punta è bagnata, il liquido è salato, e io lo raccolgo con una leccata piccola, appena un soffio, la punta della lingua che passa sulla fessura e si ritrae.
Lui vibra. Il cazzo intero ha un fremito, una scossa che gli corre lungo l'asta, e io lo sento sulla lingua come un animale spaventato.
Ti piace, padrone? Ti piace la mia lingua sulla tua fessura?
Non parlo. Respiro piano, il fiato caldo gli bagna il glande, e poi torno a leccare. Piccoli colpetti di lingua sulla punta, carezze leggerissime che lo fanno impazzire. La fessura si apre, si chiude, gocciola un altro filo — più denso, adesso — e io lo bevo, lo succhio via con un bacio a labbra chiuse. Le mie labbra gli avvolgono il glande senza pressione, solo un contatto vellutato, e sento il suo battito accelerare. Il cuore gli martella nel petto, il respiro gli cambia.
Si sveglia.
Un tremito gli scuote la pancia. Il braccio si tende, la mano cerca qualcosa, trova i miei capelli, li afferra debole. La voce gli esce in un rantolo catarroso.
"Che cazzo... che..."
Non finisce la frase. La mia lingua ha appena disegnato un cerchio intorno al glande, lentissimo, e lui geme — un gemito roco, stupito, che mi vibra sulle labbra.
"Buongiorno, padrone." La mia voce è un sussurro contro la sua fessura.
Lui ansima. "Cosa stai... ah..."
Lo zittisco con la bocca. Le labbra gli scivolano giù sull'asta, piano, senza fretta. Non è il pompino meccanico che gli ho fatto cento volte. Questo è diverso. È lento. È una tortura. La lingua gli striscia sulla vena gonfia, la segue, la percorre tutta fino alla base, e quando risale, succhio piano. Poco. Un risucchio minimo, come se gli bevessi via l'anima goccia a goccia.
Lui trema. Una scarica elettrica gli percorre le cosce, i muscoli della pancia scattano, il respiro è un rantolo spezzato.
"Puttana..." La voce gli esce roca. "Che mi stai facendo, puttana..."
Sorrido intorno al suo glande. Le dita mi stringono i capelli, ma è una presa molle — lui è in mio potere, adesso. Il cazzo pulsa a tempo col mio succhiare, e ogni volta che lo lascio, ogni volta che la punta sfugge dalle labbra, lui emette un verso — un suono spezzato, un singhiozzo che non controlla più.
Torno sulla fessura. La lingua la percorre piano, la bacia, spinge appena, poi la mordo — un morso senza denti, solo le labbra che premono. Lui urla. Un urlo rauco che rimbalza nel letto lurido. Poi torna a gemere, a tremare, a contorcersi. La pancia gli balla, il sudore gli cola a rivoli, mescolato al mio, e io lo sento sulla lingua — il sapore del suo corpo, il sale della sua pelle, il liquido amaro che gli esce dal glande e che io bevo, bevo, senza smettere mai di leccare.
"Lo sai," rantola, la voce rotta, "lo sai che sei la mia troia... la mia vacca... ah, cazzo..."
"Sì, padrone."
Glielo dico con la bocca piena, la lingua che gli avvolge la base e risale, le labbra che gli succhiano via la goccia che cola. Lui trema più forte. Le sue dita mi strappano i capelli con uno strattone, poi mollano, accarezzano, graffiano.
"Ti amo, troia schifosa." La voce è un rantolo. "Ti amo anche se sei... ah... sei una puttana da marciapiede... una... una..."
Non finisce. Il cazzo gli esplode. Il primo fiotto mi centra il palato — denso, bianco, un globo appiccicoso che mi riempie la bocca in un istante. Il secondo mi arriva in gola, lo ingoio, ma ne arriva ancora — una quantità che non finisce, che mi trabocca dalle labbra, che mi cola sul mento. Il terzo, il quarto — non li conto più. La mia bocca è piena, la gola si chiude, deglutisco a forza e lui geme, spinge i fianchi, si svuota con un ruggito.
"Prendila tutta, sborratoio. Prendila."
E io la prendo. Ingoio. Lo sperma è colloso, bianco, denso come colla, e ce n'è troppo — un'altra ondata mi esce dagli angoli della bocca, mi cola sulle tettone, mi impasta il mento. Il sapore è acre, salato. Il suo sapore. Lui geme, il cazzo ancora duro che pulsa, e quando finalmente smette, quando l'ultimo fiotto mi si deposita sulla lingua, io rimango lì, la bocca ancora intorno al suo glande, a succhiare piano.
Lui trema. "Continua," rantola. "Continua a succhiare, puttana."
Obbedisco. La bocca gli scivola su e giù, lenta, senza urgenza. Il cazzo è ipersensibile — lo sento vibrare a ogni mio movimento, lo sento fremere sulla lingua, quasi dolorante. Lui si contorce, ansima, grugnisce insulti e parole dolci mescolate insieme.
"Ti amo... vacca... sei la mia... ah... la mia puttana preferita... non ti lascio più andare... sei il mio sborratoio, il mio... il mio..."
Una pausa. Il respiro gli cambia. Un gemito diverso, più profondo, gli sale dal ventre.
"Non ti muovere."
Lo sento. L'asta gli si gonfia, la fessura si apre, e poi il getto arriva — un fiotto caldo, liquido, che mi riempie la bocca. Non è sperma. È urina. Un sapore salato, acre, che mi cola in gola prima che possa fermarlo. Lui geme, spinge, e il getto continua — mi esce dalla bocca, mi cola sul mento, mi scende tra le tettone. La sua urina calda mi bagna il viso, il collo, i seni. Lui mi tiene ferma, la mano nei capelli, e mi piscia addosso come una bestia che marca il territorio.
"Prendila, troia. Prendi la mia pisciata. Sei mia. Mia. Il mio sborratoio, il mio pisciatoio, la mia... ah..."
Il getto rallenta, si ferma. L'ultimo rivolo mi cola sul capezzolo, caldo, e io rimango lì, la bocca aperta, leccandomi via l'urina dalle labbra. Sa di lui. Sa di padrone.
Lui mi afferra — le braccia enormi mi circondano, mi tirano su, mi schiacciano contro il suo petto sudato. La sua bocca mi cerca, mi bacia, la lingua piena di vino vecchio e catarro mi invade, mi pulisce via il suo stesso sapore. Un bacio sporco, osceno, che sa di urina e sperma.
"La mia tettona troia." La voce mi vibra sulle labbra. "La mia vacca lurida. Quanto ti amo, puttana."
Mi stringe più forte. La sua pancia mi preme contro le tettone, il suo cazzo ancora duro mi scivola tra le cosce sporche. Fuori dalla finestra, il sole sta sorgendo sul mare, ma io non lo vedo. Vedo solo lui.
"Ancora," sussurro. "Ancora, padrone."
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