Sotto la Tua guida - Capitolo 11 - Parte 2

di
genere
dominazione

30 maggio 2026 - parte 2
Marco mi osservava con un’intensità nuova. Il mio sguardo rimaneva nel suo, fermo, perché la sua mano sotto il mento non mi permetteva di abbassarlo. Non disse nulla, lasciò solo che i suoi occhi scendessero lentamente sulla mia bocca. Sentii il cuore accelerare subito. Le sue dita erano ancora lì, a sostenermi il viso, mentre lo sguardo si soffermava sulle mie labbra come se le stesse studiando. Il silenzio nella stanza si fece più denso, mi accorsi di trattenere il respiro senza volerlo. Poi, lentamente, lasciò il mio mento. «A quattro zampe»
L’ordine arrivò diretto. Mi mossi subito, posizionandomi accanto a lui con attenzione, cercando equilibrio sul morbido anche con i tacchi. Mi indicò il punto preciso. «Qui, giù»
Mi piegai lentamente in avanti, poggiando le mani sulle sue cosce. «Mani dietro la schiena»
Obbedii subito, intrecciandole dietro di me. Lui le prese immediatamente, stringendole in una sola mano per bloccarle con fermezza controllata e quel gesto mi diede sostegno per la posizione. Mi osservò un istante.
«Solleva quel bacino indietro»
La posizione mi rendeva ancora più esposta. Il cuore batteva forte, ma non era solo quello. Non era la vicinanza in sé a mettermi in difficoltà. Era il modo in cui ero lì e il fatto che non si trattasse di qualcuno qualunque. Era il mio Padrone e la parte più difficile da ammettere era che, nonostante il calore che mi saliva alle guance, non volevo spostarmi.
Mentre lo pensavo, sentii le sue dita scendere lungo la mia schiena. Un contatto leggero, quasi impercettibile. Un brivido mi attraversò subito, Marco lo percepì, continuò a muoversi con lentezza lungo tutta la linea della schiena, come se stesse misurando ogni reazione.
«Vedi?» disse a bassa voce, le sue dita arrivarono fino ai fianchi, poi risalirono lentamente. «Questo è quello che intendo» fece una pausa. «Quando rallenti…» il tocco era così leggero da farmi reagire a ogni passaggio. «…inizi davvero a sentire»
Un altro brivido mi attraversò la pelle. Rimasi immobile, cercando di regolare il respiro, ma il corpo non rispondeva più con la stessa precisione di prima. La sua presenza, il calore vicino, la mano che continuava a muoversi lenta sulla mia schiena, tutto si confondeva. Istintivamente scesi ancora un po' tra le sue gambe, avvicinandomi a ciò che era celato. Marco se ne accorse subito, la sua mano si fermò per un istante.
«Lo vuoi?» chiese.
Non avevo bisogno di chiedere cosa intendesse. Deglutii piano.
«Sì…» sussurrai, guardandolo dal basso. «Lo vorrei, Padrone»
«Allora bacialo»
Mi avvicinai lentamente. Mi morsi appena il labbro mentre riducevo la distanza rimasta. Quando le mie labbra sfiorarono il tessuto dei suoi pantaloni mi fermai un istante, poi lo baciai con calma, senza fretta. Marco rimase immobile per un attimo, poi lo sentii inspirare più a fondo a ogni bacio, mentre le sue dita tornavano sulla mia schiena, sfiorandola con lentezza. Continuai con lo stesso ritmo, senza accelerare. Poi, all’improvviso, cambiò tutto. Marco mi allontanò e mi spinse delicatamente indietro.
Mi ritrovai con la schiena appoggiata al bordo del divano e il corpo semi sdraiato sui cuscini, mi aprii le gambe piegandole e poggiandomi la pianta del piede sul divano. Si alzò senza dire nulla, prese un tablet dal mobile e tornò a sedersi su una poltrona posta di fronte a me. Non capii quel cambio repentino, ma lo accettai. Vidi il suo dito scorrere sullo schermo con calma, ogni tanto alzando lo sguardo verso di me osservandomi, poi ritornava al suo display.
Il suono del telefono spezzò il silenzio che si era creato, lo afferrò dal tavolino e rispose.
«Ciao»
La sua voce cambiò leggermente tono. Io rimasi immobile sul divano, cercando di non ascoltare… ma era impossibile.
«Sì, tutto tranquillo» continuò. «Siamo qui da stamattina»
Sollevò lo sguardo verso di me per un istante.
«Sì, sì… lo sai com’è quando ci vediamo. Chiacchiere, pranzo… le solite cose»
Una pausa, mentre ascoltava dall’altra parte.
«Sì, torno più tardi»
Un’altra breve pausa. Avevo capito che dall'altra parte c'era la moglie.
«Ah, esci stasera? Con le colleghe? Va bene… divertitevi»
Sorrise appena.
«No, tranquilla, quando rientro mi arrangio. A dopo»
Chiuse la chiamata e appoggiò il telefono sul tavolino accanto al tablet, che riprese subito in mano come se nulla fosse. Io invece restai immobile, ancora attraversata dall’imbarazzo di quella conversazione. Avevo incontrato sua moglie una sola volta, e quel dettaglio rendeva tutto più nitido nella mia testa. Dopo qualche secondo inspirai «Padrone…»
La sua attenzione non si spostò subito dal tablet.
«Sì?»
Esitai. Non era una richiesta difficile, ma in quel contesto sembrava quasi fuori posto. «Posso… andare in bagno?»
Questa volta alzò lo sguardo, mi osservò un istante, come se stesse semplicemente registrando la domanda, poi annuì. «Sì, vai»
Mi alzai subito e sentivo il suo sguardo seguirmi mentre mi avviavo verso la porta.
Prima di aprirla mi voltai istintivamente verso di lui, lo trovai con lo sguardo fisso verso di me, aprii ed entrai. Mi appoggiai al bordo del lavandino e rimasi immobile davanti allo specchio. Il riflesso non mi restituiva nulla di diverso da pochi minuti prima: capelli perfetti nella coda alta, trucco intatto, il collare al collo, l'intimo e i tacchi. Eppure la sensazione era cambiata.
Mi osservai con attenzione, come se stessi controllando un dettaglio che mi era sfuggito, tutto era al suo posto, ma dentro di me non era così ordinato.
Il pensiero tornò inevitabilmente a poco prima, alla sua mano negli slip, al contatto sulla pelle, alla distanza minima col suo cazzo, alla voglia che avevo avuto di toccarlo e a quanto fu difficile resistere dal tirarlo fuori. Pensai anche al momento in cui ciò sarebbe successo. Mi venne spontaneo abbassare lo sguardo, inspirando piano, non era stato solo imbarazzo. Era un’attenzione continua su di lui, sul suo corpo, sui suoi movimenti, oltre la consapevolezza di quanto fosse stato semplice lasciarmi andare a quella vicinanza.
Mi irrigidii appena a quel pensiero. Il calore che stava salendo al collo mi costrinse a sistemare a passarmi dell'acqua sulla pelle, come per raffreddarla. Quando sentii di essere di nuovo in controllo, uscì.
Quando tornai in soggiorno, Marco alzò subito lo sguardo dal tablet.
«Tutto bene?»
«Sì, Padrone» dissi, anche se c'era una cosa che mi ronzava in testa da quando ho messo piede in casa. Forse era il momento di parlare. Lui rimase in silenzio e mi osservò meglio, forse anche troppo, come se stesse leggendo qualcosa che io non avevo detto. Non aggiunse nulla, ma il suo sguardo cambiò leggermente.
«Padrone...» dissi, mentre lui mi fece cenno di parlare. Esitai qualche secondo. «...continuo a ricevere delle email»
Il suo sguardo sembrò un attimo confuso. «Dai lettori?»
Annuii. «Alcuni si sono preoccupati»
«Perché?»
«Perché non rispondo più»
«E tu come ti senti riguardo a questo?» chiese lasciando perdere un attimo ciò che stava facendo sul tablet e mettendosi all'ascolto. La domanda mi colse impreparata. Ci pensai qualche istante prima di rispondere.
«In colpa, credo»
«In colpa? Perché?»
«Perché sparire senza spiegazioni non mi sembra corretto» ammisi.
Rimase in silenzio per qualche secondo.
«Ti ho chiesto di rispondere alle loro email?»
«No, Padrone»
«Ti ho chiesto di mantenere i contatti con loro?»
«No» abbassai lo sguardo, conoscevo già la risposta che stava per darmi.
«Allora continua a fare ciò che ti ho ordinato...per ora il tuo compito non riguarda loro. Riguarda te»
Sentii una lieve stretta allo stomaco e annuii. Marco se ne accorse.
«Alice» sollevai lo sguardo. «So che ti dispiace. Ma non puoi occuparti contemporaneamente di tutto e di tutti»
Fece una breve pausa.
«In questo momento devi concentrarti sul tuo percorso»
Abbassai di nuovo gli occhi. Una parte di me continuava a sentirsi in colpa per quelle persone che mi scrivevano senza ricevere risposta. Ma sapevo anche che Marco non mi stava chiedendo qualcosa senza motivo.
«Sì, Padrone»
Lui annuì.
«Bene»
E capii che, almeno per il momento, l'argomento era chiuso.
«In posizione, ora» disse riprendendo in mano il suo tablet.
Mi mossi per posizionarmi come prima, ma mi fermò subito.
«No, in attesa»
Abbassai lo sguardo e obbedii, andando in ginocchio.
Lo sentii osservarmi ancora, non parlava e proprio quel silenzio aveva più peso di qualsiasi ordine.
Passò il tempo e i minuti che inizialmente sembravano normali, diventarono sempre più lunghi. Poco dopo il mio ritorno in sala, lo sentii mormorare un «Interessante» seguito dopo qualche minuto da un «Perfetto, scelto tutto», poi spense il tablet e rimase a fissarmi, silenzioso per un bel po'. All'improvviso si alzò «Hai sete?»
«No, Padrone»
Passò qualche minuto e ripeté la richiesta «Hai sete?»
«No, Padrone»
Ancora silenzio, poi lo senti alzarsi e trafficare in cucina, qualche secondo dopo me lo ritrovai davanti.
«Apri la bocca»
Non ebbi il tempo di pensare, che mi alzò leggermente il mento con una mano e avvicinò un bicchiere d’acqua alle labbra.
Il gesto fu lento, controllato, mandai giù ogni sorso che mi versava, finché il bicchiere non fu vuoto.
Lo abbassò senza fretta.
«Mangiare e bere non è opzionale» si allontanò di mezzo passo. «Sei mia responsabilità anche in questo»
Rimasi immobile. Solo dopo qualche secondo riprese.
«Da oggi voglio che bevi almeno un litro e mezzo d’acqua al giorno, il primo bicchiere appena sveglia, il resto della giornata distribuito, senza dimenticartene. Mi confermerai ogni sera di averlo fatto»
Mi si irrigidì lo stomaco. «Sì, Padrone»
Recuperò dal divano i miei vestiti e me li porse «Per oggi basta, direi che come primo giorno può bastare» quando fui rivestita, mi accompagnò alla porta.

Quando salii in auto e accesi il motore, mi resi conto dell’ora sul cruscotto. Le 18.00. Mi sembrava di essere entrata lì dentro da pochissimo e invece erano passate ore. Ore in cui, dentro quella casa, il tempo aveva perso il suo ritmo. Ripensai ai silenzi, alle pause, ai momenti apparentemente semplici. Non era successo nulla di come l’avevo immaginato entrando, eppure, uscendo, avevo la sensazione opposta, che fosse successo molto di più. Come se Marco avesse passato l’intera giornata a spostare qualcosa dentro di me senza che me ne accorgessi davvero. E forse era proprio questo il punto.

Quando aprii la porta di casa, il silenzio mi accolse immediatamente. La richiusi alle mie spalle e rimasi ferma per un istante, con la schiena appoggiata al legno e le chiavi ancora strette tra le dita. Quel silenzio era diverso da quello della sua casa, qui era vuoto, lì sembrava pieno di attesa.
Feci qualche passo nel corridoio dirigendomi verso le scale. Il rumore dei tacchi sul pavimento mi sembrò improvvisamente troppo forte, quasi fastidioso, come i pensieri che continuavano a rimbalzarmi nella testa senza lasciarmi tregua. Mi fermai sul primo gradino e me li sfilai lentamente, perché all’improvviso avevo bisogno di meno rumore.
Raggiunsi la mia stanza a piedi nudi e mi fermai davanti allo specchio dove, di solito, mi osservavo prima di uscire, restandoci qualche secondo. I capelli erano ancora perfettamente tirati nella coda alta. Il collare rosso fermo attorno al collo. Il trucco intatto. Sembravo identica a quando ero uscita quella mattina, eppure non mi sentivo affatto la stessa. Abbassai lentamente lo sguardo sul mio riflesso.
'Con me andrai più piano'
'Ti porterò lontano'
Chiusi gli occhi per un istante e subito tornarono le immagini della giornata.
Le sue mani.
La sua voce calma.
Il modo in cui mi aveva osservata per ore senza fare davvero ciò che continuavo ad aspettarmi.
Aprii gli occhi di colpo. Mi accorsi che il respiro era diventato più veloce e che un calore sottile stava tornando a diffondersi nel mio corpo.
“Ti porterò lontano.”
La verità era che non avevo idea di dove mi stesse portando e forse era proprio quello a destabilizzarmi o forse…era proprio quello a tenermi lì. Perché non era solo curiosità e non era nemmeno desiderio, almeno non nel modo semplice e diretto a cui ero sempre stata abituata.
Con Marco non riuscivo mai a capire davvero cosa stesse succedendo e forse il punto era proprio quello. Il non avere il controllo, il non sapere. L’essere costretta ad aspettare, a sentire ogni cosa fino in fondo senza poterla anticipare.
La verità iniziava a farsi spazio dentro di me con una chiarezza quasi fastidiosa. Quello che mi teneva lì, non era ciò che faceva, era come mi faceva sentire.
Venivo portata, poco alla volta, in punti di me che avevo sempre sfiorato senza fermarmi davvero. Con gli altri mi lasciavo andare, con lui, invece, stavo imparando a restare.
E quella cosa mi spaventava molto più di qualsiasi altra.
scritto il
2026-07-09
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