Sotto la Tua guida - Capitolo 11 - Parte 1

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genere
dominazione

Sabato 30 Maggio 2026 - Parte 1

Quella mattina mi svegliai prima ancora che suonasse la sveglia. Per qualche secondo rimasi immobile nel letto, fissando il soffitto e il pensiero arrivò subito. Oggi era il giorno.
Non sapevo davvero cosa aspettarmi, ma una cosa mi era chiara: da quel momento non si sarebbe più trattato soltanto di addestramento.
Mi alzai lentamente e feci una doccia che durò più del solito. Cercai di non pensare troppo a quello che sarebbe successo, ma ogni gesto sembrava riportarmi inevitabilmente lì. Quando uscii dal bagno mi fermai davanti all’armadio. Avevo già deciso cosa indossare. L’intimo che Marco mi aveva fatto comprare qualche settimana prima, con delle autoreggenti nere. Oltre a una gonna svasata che arrivava poco sopra il ginocchio e una maglia bordeaux con lo scollo a barca che lasciava le spalle scoperte. Ai piedi, scarpe col tacco.
Mi osservai nello specchio mentre sistemavo i capelli nella coda alta che aveva richiesto. La tirai bene, senza un filo fuori posto. Poi mi truccai appena. Quella mattina non avrei dovuto inviargli i soliti aggiornamenti o svolgere i compiti abituali. Mi aveva detto che ogni qualvolta dovevamo incontrarci, le regole cambiavano.
Per ultimo presi il collare e lo chiusi attorno al collo, osservandomi allo specchio. Ormai aveva smesso di sembrarmi estraneo. E forse, lentamente, stavo iniziando ad abituarmi anche a quello che rappresentava.
Prima di scendere indossai un cappotto leggero ma lungo, abbastanza da coprirmi.
«Allora io vado» dissi a mia madre affacciandomi nella lavanderia.
Per tenere davvero libera quella giornata avevo dovuto inventare una piccola bugia. Non solo a lei, ma anche a Emma, che il giorno prima mi aveva scritto proponendomi di uscire nel pomeriggio.
A entrambe avevo raccontato la stessa cosa: un evento di lavoro che mi avrebbe occupata tutta la giornata e probabilmente anche parte della sera. Nessuna delle due aveva fatto troppe domande. Non sarebbe stata la prima volta che un impegno lavorativo mi portava via un week end intero. E in fondo quell’abbigliamento poteva anche sembrare coerente con la scusa che avevo inventato.
Ma mentre uscivo di casa quella mattina mi resi conto di una cosa. Non avevo mai mentito così, per qualcuno.
Quando salii in macchina il cuore batteva già più veloce del normale. Durante il tragitto verso la casa al mare cercai di mantenere la mente lucida, ma ogni chilometro sembrava aumentare lentamente la tensione nello stomaco. All’orario stabilito parcheggiai davanti alla casa. Feci un respiro profondo e scesi.
La porta era socchiusa, Marco lo aveva fatto apposta. L’aria dentro casa era silenziosa, come bloccata. Chiusi la porta alle mie spalle e feci qualche passo nel soggiorno. Lui era già lì, seduto sul divano e mi stava guardando. Sentii il cuore accelerare immediatamente. Non disse nulla. Appoggiai la borsa e il cappotto all’ingresso, sentivo il suo sguardo addosso mentre mi muovevo.
Non servivano ordini, attraversai lentamente la stanza e raggiunsi il tappeto davanti al tavolino. Mi inginocchiai nella posizione che mi aveva insegnato settimane prima. Ginocchia leggermente divaricate, schiena dritta, mani appoggiate sulle cosce, sguardo su di lui. «Buongiorno, Padrone.»
Il silenzio che seguì sembrò durare molto più di qualche secondo. I suoi occhi scesero lentamente dalla coda alta al mio viso, poi alle spalle scoperte, alla gonna, alle gambe, fino alle scarpe. Quando tornò a guardarmi negli occhi parlò finalmente.
«Vedo che hai preso sul serio quello che ti ho insegnato»
Il cuore batteva così forte che ero convinta potesse sentirlo, annuii appena. «Sì, Padrone»
Si alzò con calma e si fermò davanti a me. Rimasi immobile nella posizione, sostenendo il suo sguardo come mi aveva insegnato. La sua mano sfiorò appena una delle mie spalle scoperte, un contatto leggero, quasi distratto, eppure il mio corpo reagì immediatamente.
«Direi che possiamo cominciare»
Allungò una mano verso i miei capelli, sfiorando l’elastico, controllando la tensione con cui erano stati raccolti. «Bene»
Le sue dita scesero lentamente lungo il collo fino a sfiorare il collare. Poi tornarono sulle spalle, seguendo lentamente la linea scoperta della maglia. Un brivido mi attraversò la schiena.
«Alzati» il comando arrivò calmo ma deciso. Mi alzai subito, restando davanti a lui con le mani lungo i fianchi, aspettando. «Sai perché ho voluto che venissi così oggi?»
Deglutii lentamente. «No, Padrone»
Un piccolo sorriso attraversò il suo volto. «Perché da oggi non stiamo più giocando all’addestramento»
La sua mano salì lentamente fino al mio mento, sollevandolo appena. «Da oggi cominci a essere davvero mia»
Quelle parole mi attraversarono come una scarica improvvisa. Marco lasciò andare il mio mento e fece un piccolo passo indietro.
«Prima d'iniziare questa giornata…voglio essere sicuro che tu abbia capito una cosa»
Il mio respiro si fece più lento. «Quale, Padrone?»
«Che da oggi potrei chiederti cose che non ti aspetti, che potrebbero andare oltre il tuo comfort» sentii il cuore fare un altro salto nel petto. «E che avrai sempre due possibilità» si fermò qualche secondo. «Obbedire, oppure fermarti»
Rimasi in silenzio ad assimilare quelle parole.
«Capito?»
Annuii lentamente. «Sì, Padrone»
Un piccolo sorriso comparve sulle sue labbra. «Hai fatto colazione?»
La domanda mi colse completamente alla sprovvista. Esitai appena. «Sì, Padrone»
«Cosa hai mangiato?»
«Solo un caffè e un biscotto»
Marco sospirò piano. «Vieni»
Si avviò verso la cucina senza aggiungere altro. La luce del mattino entrava dalle grandi finestre illuminando il tavolo di legno al centro della stanza. Aprì il frigorifero, poi uno dei pensili, prendendo alcune cose che appoggiò sul piano dell'isola: pane, marmellata e un bicchiere. Quando si voltò verso di me indicò una sedia. «Siediti»
Rimasi immobile un secondo, confusa. Non era affatto quello che mi aspettavo.
«Alice» La sua voce mi riportò immediatamente alla realtà. «Siediti»
Obbedii mentre lui versava dell’acqua nel bicchiere. Poi spinse il piatto verso di me. «Mangia»
Lo guardai per un istante. «Padrone…»
«C’è qualcosa che non ti è chiaro nell’ordine?»
Abbassai subito lo sguardo. «No»
Presi un pezzo di pane e iniziai a mangiare lentamente. Sentivo il suo sguardo addosso mentre restava appoggiato al piano della cucina, in silenzio. Quando finii, bevvi un sorso d’acqua.
«Meglio»
Aggrottai appena la fronte. «Meglio?»
«Sì» Marco incrociò le braccia. «Una sottomessa che sviene a metà giornata mi servirebbe a poco»
Arrossii leggermente. «Non succederà»
«Lo so» La sua voce rimase calma. «Ma da oggi il tuo corpo è anche una mia responsabilità. Vieni»
Mi alzai dalla sedia. Pensavo saremmo tornati subito nel soggiorno, invece lui si fermò accanto al tavolo e mi osservò con un’espressione diversa, più tranquilla.
«Prima di continuare…c’è una cosa che non abbiamo mai fatto»
Aggrottai leggermente la fronte. «Cosa, Padrone?»
«Voglio mostrarti la casa»
Lo guardai sorpresa. Durante le altre volte ero rimasta sempre e solo nel soggiorno, non mi aveva mai fatto vedere il resto. Aprì una porta a vetro nero accanto la cucina che portava a un corridoio, lo segui e si fermò davanti alla prima sulla sinistra, che aprii.
«Questo è il garage e quella lì» indicò una porta «è la lavanderia»
Lo osservai un attimo, poi la richiuse e aprì un'altra porta. «Questo è il bagno»
Entrai appena per guardarmi intorno. Era semplice ma elegante, con un grande specchio sopra il lavandino e una doccia ampia.
«È quello che userò io»
Uscimmo di nuovo nel corridoio e lui aprì l'ultima porta. «Qui invece c’è la camera»
La aprì e io entrai lentamente. La stanza era sorprendentemente semplice. Vicino alla porta c’era una cassettiera chiara con uno specchio appoggiato sopra. Poco più in là, in un angolo, una poltrona imbottita. Di fronte, il letto occupava quasi tutta la parete centrale. Grande, essenziale, con una spalliera a righe discrete e due comodini ai lati. Sotto, un enorme tappeto morbido copriva quasi interamente il pavimento. I colori erano neutri: bianco e grigio, con qualche dettaglio nero. Tutto trasmetteva ordine.
Marco rimase sulla soglia mentre osservavo la stanza in silenzio.
Infine tornammo in soggiorno e aprì un'altra porta.
«Questo invece è il bagno degli ospiti»
Entrai appena per guardarmi intorno. Era più piccolo, ma curato con la stessa attenzione del resto della casa. Accanto al lavandino notai subito un piccolo armadio nero incassato nella parete. Marco rimase vicino alla porta mentre osservava la mia reazione. «Per il momento potrai usare questo»
Mi voltai verso di lui senza parlare.
«Quando ti chiederò di prepararti qui, lo farai in questo bagno»
Indicò poi l’armadio con un piccolo cenno del capo. «Dentro troverai alcuni capi di abbigliamento e delle scarpe che sceglierò io»
Sentii lo stomaco stringersi leggermente. «Tu dovrai portare soltanto il necessario per prepararti»
Aggrottai appena la fronte. «Il necessario?»
«Le tue cose da beauty, il resto lo troverai già qui»
Per qualche secondo rimasi in silenzio a osservare quel piccolo spazio. Non era solo un bagno, era come se, lentamente, lui stesse iniziando a ritagliare un posto preciso per me all’interno di quella casa.
Quando uscii dal bagno, si avvicinò a una grande porta finestra, aprendola. L’aria tiepida dell’esterno entrò subito nella casa.
Lo seguii fuori quasi automaticamente. Davanti si apriva un ampio portico coperto, arredato in modo semplice ma elegante. C’erano un tavolo in legno, alcune sedute e delle tende leggere mosse appena dal vento. Oltre il portico iniziava il giardino, il prato curato circondava una piscina rettangolare che rifletteva la luce chiara del sole. Poco più in fondo, separata dalla casa principale, notai un’altra struttura, più piccola a due piani.
Rimasi a osservarla qualche secondo.
«Cos’è quella?» chiesi senza riuscire a trattenermi.
Marco seguì il mio sguardo.
«Una dependance» La risposta arrivò tranquilla, quasi vaga.
Continuai a guardarla. Anche da lontano sembrava perfettamente sistemata, con grandi finestre che al momento erano oscurate da qualche tenda scura e una piccola terrazza al piano superiore.
«Ci vive qualcuno?» domandai.
Lui accennò appena un sorriso.
«No. Ma non è qualcosa di cui devi preoccuparti adesso»
Quelle parole invece di calmare la mia curiosità la aumentarono immediatamente.
Mi voltai verso di lui. «La vedrò?» rimase qualche secondo in silenzio prima di rispondere.
«Quando sarà il momento»
«Quando?» provai a chiedere.
Fece un passo verso di me e la sua voce si abbassò appena. «Quando sarà il momento,» ripeté. «Adesso torniamo»
Sentii una strana sensazione nello stomaco, mentre mi accompagnava di nuovo dentro e richiuse lentamente la porta finestra, poi si appoggiò al bordo del tavolo.
«Sul tappeto»
Obbedii subito. Stavo per inginocchiarmi quando la sua voce mi fermò.
«In posizione d'ispezione»
Lo guardai per un istante, senza sapere esattamente cosa fare.
Sul suo volto comparve un sorriso leggero.
«Ti ho già spiegato la posizione…l'hai già dimentica?» sentii il respiro bloccarsi appena. «Vuoi che ti riporto al sexy shop?» disse.
E in me scattò subito l'immagine di me seminuda, dentro il camerino del sexy shop.
Eseguii e portai lo sguardo sul suo. Per qualche secondo mi osservò in silenzio.
«Sei stata da Monica ieri?»
«Sì, Padrone»
«Com’è andata?»
«Bene»
Lui annuì lentamente. «Sai perché ti ho mandata proprio da lei?»
«No, Padrone»
«Perché Monica sa esattamente cosa significa appartenere a qualcuno»
Inspirai lentamente. «Lo so»
Il suo sguardo cambiò appena. «Lo sai?»
Annuii. «Me l’ha detto»
Sembrò sinceramente sorpreso. «Davvero?»
«Sì, Padrone»
«E cos’altro ti ha detto?»
Deglutii. «Che quando decidi di seguire qualcuno… lo fai seriamente»
Marco annuì piano, senza smettere di guardarmi, poi parlò con calma. «Voglio controllare il lavoro svolto»
Sentii il cuore fare un piccolo salto nel petto.
«Controllare…?»
Il suo sguardo rimase fermo sul mio. «Sì, mostramelo»
Esitai appena. «Togliti i vestiti»
Il comando arrivò semplice, diretto. Non era la prima volta che mi trovavo esposta davanti a qualcuno eppure, in quel momento, tutto sembrava diverso, più reale, più consapevole. Marco non ripeté l’ordine.
Portai lentamente le mani alla maglia bordeaux e la sfilai, piegandola sul tavolino accanto a noi. Sentivo il suo sguardo seguire ogni movimento. Subito dopo slacciai la gonna, lasciandola scivolare lungo le gambe.
Rimasi davanti a lui in intimo. Il viso caldo e il respiro più corto, ma cercai comunque di mantenere lo sguardo fermo sul suo.
Marco fece un passo avanti e allungò una mano verso il mio braccio. Il contatto fu leggero, quasi lento. Le sue dita scesero fino al polso, poi risalirono con calma lungo la pelle. Il mio corpo reagì immediatamente a quel gesto così semplice.
«Le autoreggenti» mormorò, abbassando appena lo sguardo verso le mie gambe.
Deglutii. Portai le mani dietro le cosce e iniziai a sfilarle lentamente, una alla volta. Lui si abbassò appena davanti a me, la sua mano sfiorò la pelle delle mie gambe con movimenti lenti e controllati. «Liscia» La parola uscì quasi come una constatazione.
Sentii il respiro accorciarsi. Si rialzò lentamente e fece un ultimo passo verso di me, ora era molto vicino.
«Abbassa lo sguardo» Obbedii subito.
La sua mano si fermò per un istante sul bordo degli slip e il mio corpo reagì prima ancora che riuscissi a controllarlo. Un brivido mi attraversò la schiena e il respiro mi sfuggì in un soffio appena percettibile, quando entrò senza fretta di lato scostandolo leggermente per controllare il lavoro eseguito lì, senza andare oltre. «Un lavoro perfetto, come sempre»
Tolse la mano e fece un passo indietro. «In posizione di attesa»
Obbedii immediatamente, mentre le ginocchia affondarono nel tappeto morbido e mi sistemavo cercando d'ignorare il leggero imbarazzo di essere rimasta davanti a lui soltanto in intimo.
«Resta così» si voltò e si diresse verso la cucina. Rimasi immobile mentre sentivo i suoi movimenti nell’altra stanza. Il rumore dei cassetti, delle stoviglie, il suono del fornello acceso. Per lui sembrava tutto naturale, per me no. Il tempo iniziò lentamente a dilatarsi. Sentivo il contatto morbido del tappeto contro la pelle, il battito del cuore che piano piano tornava regolare.
Ogni tanto percepivo i suoi passi, il rumore di qualcosa appoggiato sul piano della cucina, il profumo leggero del cibo che iniziava a diffondersi nella stanza. E mentre restavo ferma lì, iniziò a crescere dentro di me una sensazione strana. Attesa, tensione e curiosità. Dopo un po’ la mia attenzione cominciò a spostarsi sui dettagli attorno a me. La luce che filtrava dalle finestre, il ticchettio lontano di un orologio, il profumo che arrivava dalla cucina. Non sapevo quanto tempo fosse passato, ma il corpo iniziava a percepirlo prima ancora della mente. Le gambe diventavano lentamente più pesanti, un lieve intorpidimento saliva lungo i polpacci, cercai di non muovermi, ma un respiro più profondo mi sfuggì involontariamente.
«A cosa stai pensando mentre sei lì?»
La sua voce arrivò dalla cucina e mi colse impreparata. Istintivamente avrei voluto alzare lo sguardo verso di lui, ma rimasi immobile.
«Non… non lo so»
«Pensaci»
Mi presi qualche secondo prima di rispondere. «Che non so quanto tempo sia passato»
«E questo ti dà fastidio?»
Esitai appena. «Un po’ Padrone»
Sentii il fornello spegnersi. «È normale» disse con calma. «Il tempo si sente di più quando non puoi distrarti»
Subito dopo sentii il rumore di piatti appoggiati sul tavolo e il profumo del cibo si diffuse più intensamente nella stanza. Qualche istante dopo i suoi passi tornarono verso di me. «Alzati»
Lo feci, anche se nel momento in cui provai a rimettermi in piedi sentii le gambe pesanti e un leggero formicolio alle ginocchia. Marco mi porse la mano e io la afferrai istintivamente, mi aiutò a rialzarmi senza fretta. «Vieni»
Lo seguii fino al tavolo, dove indicò l’orologio appeso a una parete. «Guarda»
Sollevai lo sguardo, le lancette segnavano quasi mezzogiorno. Sbattei lentamente le palpebre.
«Quanto pensavi fosse passato?» chiese.
Deglutii. «Non lo so… forse quindici minuti»
Sul suo volto comparve un piccolo sorriso. «Poco più di mezz’ora»
Spostò una sedia. «Siediti»
Mi accomodai lentamente, cercando di mantenere la postura composta che mi aveva insegnato. Solo in quel momento realizzai davvero di essere seduta a tavola davanti a lui soltanto in intimo. Sentii subito il calore salirmi sulle guance, abbassai lo sguardo sulle mani.
«Padrone…»
Marco si sedette di fronte a me e versò l’acqua nei bicchieri. «Sì?»
Esitai un istante. «Posso… coprirmi?»
Scosse leggermente la testa. «No»
Alzai lentamente gli occhi verso di lui.
«Non c’è nulla che io non abbia già visto» indicò il piatto «Mangiamo»
Aveva preparato del riso basmati con verdure saltate, qualche fetta di pollo grigliato e una piccola insalata con pomodori e olive.
All’inizio mi muovevo lentamente, frenata più dall’imbarazzo che dalla fame. Ogni tanto sentivo il suo sguardo sollevarsi dal piatto verso di me, mangiammo quasi in silenzio.
Finché lui non parlò. «Ti senti a disagio così?»
Esitai appena. «Un po’»
«È normale» Bevve un sorso d’acqua. «Ma passerà»
Quando finimmo di mangiare, Marco iniziò a sistemare i piatti nella lavastoviglie. Avrei voluto aiutarlo, ma non sapevo se potevo alzarmi senza un ordine preciso, così rimasi seduta in silenzio. Qualche minuto dopo si voltò verso di me. «Vieni»
Lo seguii fino al divano, dove si sedette appoggiandosi con calma allo schienale. Io rimasi in piedi davanti a lui, convinta che mi avrebbe fatto inginocchiare di nuovo, invece fece un piccolo gesto verso il posto accanto a sé.
«Siediti»
Esitai sorpresa, poi obbedii. Il divano affondò leggermente sotto il mio peso. Marco mi osservò qualche secondo in silenzio.
«Apri le gambe» Eseguii lentamente l’ordine, separando appena le ginocchia. Sentii immediatamente il viso scaldarsi ancora di più. «Toccami»
La mia mano si mosse quasi automaticamente verso i bottoni dei suoi pantaloni. Conoscevo quel tipo di momento, anzi, probabilmente era da tutta la mattina che una parte di me si chiedeva quando sarebbe arrivato, perché fino a quel momento, nelle esperienze precedenti, tutto era sempre stato molto più diretto.
Il mio primo padrone, anche se confinato dietro uno schermo, non girava mai intorno alle cose. Gli ordini arrivavano chiari, immediati e io avevo imparato a rispondere allo stesso modo. Nelle chat, negli incontri, con chiunque mi trovassi davanti, andavo subito al punto.
La reazione di Marco, invece, fu immediata e completamente inaspettata. La sua mano intercettò la mia prima ancora che arrivasse dove stavo andando. Alzai subito gli occhi verso di lui, sorpresa.
«Alice…» disse con calma. «Sei abituata ad andare veloce?»
Sentii il calore salirmi sulle guance mentre abbassavo lo sguardo.
«Sì, Padrone» ammisi a bassa voce.
«Io no» prese delicatamente la mia mano e la guidò verso il suo braccio. Le dita sfiorarono il tessuto morbido della maglia leggera che indossava, poi lasciò lentamente la presa. Restò a guardarmi, aspettando. All’inizio rimasi rigida, incerta, poi iniziai lentamente a muovere la mano lungo il suo braccio, con un gesto timido, quasi esitante, risalendo fino alla spalla.
«Così, brava»
Annuii appena, mentre lui guidava di nuovo la mia mano verso il petto, attraverso la stoffa sentii il calore del suo corpo. Continuai a sfiorarlo lentamente, lasciando che le dita esplorassero con cautela il torace, seguendo quasi inconsciamente il ritmo del suo respiro. «Con me non funzionerà come sei abituata, Alice» disse a bassa voce.
Le sue dita tornarono sotto il mio mento, costringendomi dolcemente a guardarlo negli occhi. «Con me andrai più piano» sentii il cuore accelerare.
scritto il
2026-07-08
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