Sotto la Tua guida - Capitolo 9
di
Baby_Ali
genere
dominazione
TERZA SETTIMANA DI ADDESTRAMENTO
18 Maggio 2026
Per il lunedì della terza settimana Marco mi aveva dato appuntamento al solito parcheggio vicino al centro. Era diventato, senza che me ne accorgessi, il nostro punto fisso.
Arrivai dopo pranzo, puntuale. Lui però non era ancora lì. Rimasi vicino alla macchina, cercando di non fissare continuamente la strada. Dentro sentivo già quella tensione familiare, un misto di attesa e controllo che ormai riconoscevo subito quando lo aspettavo. Quando la sua auto comparve, la riconobbi all’istante. Si fermò accanto a me, la portiera si sbloccò e salii.
«Buongiorno, Padrone» dissi come sempre.
Lui rispose solo con un cenno. Il motore restava acceso e per qualche secondo parlò solo quello. Poi il suo sguardo si posò su di me, lento, come a verificare senza fretta che ciò che indossavo, era esattamente quello che lui aveva richiesto: la gonna, la camicia leggera, il maglioncino.
«Il maglioncino toglilo» disse infine.
Obbedii subito, sfilandolo e restando con la camicia sottile che lasciava intuire il reggiseno nero che mi aveva indicato quella mattina. Glielo porsi e lui lo sistemò senza guardarlo, sul sedile posteriore.
«Meglio» commentò soltanto, poi aggiunse «Siediti bene»
Mi raddrizzai, cercando una postura più composta.
«Mani sulle cosce» continuò.
Le appoggiai. Le sue dita intervennero appena, spingendo il mio ginocchio verso l’altro. «Più vicine» Le avvicinai. «Sguardo davanti»
Lo alzai. Annuii appena. «Non cambiare posizione finché non te lo dico»
Non risposi più. Lui inserì la marcia e uscimmo dal parcheggio.
Guidò a lungo senza parlare. Io restai ferma, cercando di non muovermi, mentre la città scorreva fuori dal finestrino. Provai più volte a intuire dove stessimo andando, ma dopo qualche svolta persi ogni riferimento. Alla fine si fermò in una piccola piazza tranquilla. «Scendiamo»
Lo seguii. L’aria era più fresca lì, e la piazza quasi vuota. Marco indicò una panchina sotto un albero. «Siediti»
Mi sedetti senza domande. Il metallo era freddo sotto le gambe nude. Lui rimase in piedi davanti a me per qualche secondo, in silenzio, con quella calma che ormai avevo imparato a riconoscere.
«Il telefono» disse.
Lo guardai senza capire subito. Vedendo la mia esitazione, fece un piccolo gesto con la mano, come a indicarmi di consegnarglielo. Solo allora compresi. Lo estrassi dalla borsa e glielo porsi con un attimo di esitazione. Lo prese senza fretta e lo infilò nella tasca della giacca.
«Non… non posso tenerlo?» chiesi, quasi senza volerlo.
«Per il momento non ti servirà»
Poi con un leggero cenno del mento indicò la piazza davanti a noi. «Adesso ascolta bene. Resti seduta su questa panchina come ti ho insegnato in macchina» Mi raddrizzai d’istinto. «Non ti muoverai finché non torno»
Annuii, sentendo il nodo allo stomaco stringersi un po’ di più. «Rimarrò qui da sola?» chiesi.
«È un problema?»
Esitai. «No…» risposi, ma senza convinzione. Senza telefono, e con lui che si allontanava, la sensazione di esposizione diventava improvvisamente più concreta.
Annuì. «Nel frattempo osservi quello che succede qui. Quando torno mi dirai tutto ciò che hai notato» Alzai lo sguardo su di lui. «È chiaro?»
«Sì, Padrone»
Annuì appena e si voltò. Pensai si sarebbe fermato poco distante, invece lo vidi svoltare e sparire dietro l’angolo. Restai immobile per qualche secondo, poi ripensai al suo ordine e sollevai lo sguardo.
Davanti a me una piccola fontana rotonda lasciava cadere l’acqua con un rumore costante. Alla mia destra una signora anziana camminava lentamente con due borse della spesa, si fermò un istante per riprendere fiato prima di riprendere il passo. Dall’altro lato della piazza passò un ragazzo con le cuffie nelle orecchie, lo sguardo fisso sul telefono, completamente chiuso nel suo mondo.
Provai a memorizzare tutto, anche se farlo così, mentalmente, mi faceva sentire quasi sciocca. Ma Marco era stato chiaro.
Dopo qualche minuto passò una coppia: la donna rideva, l’uomo gesticolava mentre raccontava qualcosa. Cercai d'imprimere anche quello. Ogni tanto percepivo lo sguardo di qualcuno posarsi su di me per un istante. Nulla di strano, probabilmente. Una ragazza sola su una panchina attira sempre qualche occhiata distratta. Lo facevo anche io, a parti inverse.
Col passare del tempo iniziai a chiedermi quanto fosse passato. Non avevo modo di controllare, e quella sensazione mi mise addosso una leggera inquietudine. A un certo punto mi attraversò un pensiero: e se Marco fosse lì, da qualche parte, a guardarmi? Istintivamente mi guardai intorno, cercando però di non darlo a vedere. Ma non lo vidi. Poco dopo un uomo, forse sulla sessantina, uscì dal bar all’angolo con un bicchiere di plastica in mano. Si fermò vicino alla fontana, ne bevve un sorso. Lo osservai per qualche secondo, poi mi accorsi che stava guardando nella mia direzione e che si stava avvicinando. Il cuore accelerò, improvvisamente. Mi voltai appena, come a cercare qualcuno attorno, ma non c’era nessuno.
L’uomo si avvicinò ancora. Trattenni il respiro e rimasi ferma, lo sguardo abbassato sui miei piedi. Quando fu vicino, strinsi i denti, aspettandomi qualcosa, una parola, un gesto, ma si limitò a raggiungere il cestino accanto alla panchina, buttare il bicchiere e allontanarsi. Solo allora mi accorsi di quanto fossi rigida. Chiusi un attimo gli occhi e lasciai uscire il respiro. Quando li riaprii, Marco era lì. Non avevo nemmeno visto da dove fosse arrivato.
«Allora?» disse sedendosi accanto a me. «Cosa hai visto?»
Cercai di mettere ordine tra le immagini e iniziai a raccontare tutto: la fontana, la coppia, il ragazzo con le cuffie e con un po’ di esitazione aggiunsi anche dell’uomo del bar.
Lui ascoltò senza interrompermi, poi fece un piccolo cenno. «Bene. Hai osservato abbastanza, ma…» si fermò un istante «hai dimenticato qualcosa»
Lo guardai, confusa. «Cosa?»
«Me»
Aggrottai leggermente la fronte. «Io…»
«Ero qui» indicò con lo sguardo un albero. Il mio sguardo scattò verso quel punto, come se potessi rimediare a quell’errore, ma non dissi nulla. «Non mi hai visto» continuò.
Tornai a guardarlo, sentendo salire un leggero imbarazzo. «Pensavo…» iniziai, ma la frase si spense da sola.
«Pensavi che fossi andato via»
Abbassai lo sguardo. «Sì»
«In questo rapporto ti proteggerò dal mondo intorno a te, Alice. Ricordalo»
Annuii lentamente. Quelle parole le avevo già sentite, ma lì ebbero un peso diverso.
Fece un piccolo gesto con la mano. «Alzati»
Obbedii. Le gambe erano un po’ rigide per il tempo passato seduta, ma cercai di non darlo a vedere. Lui tirò fuori il mio telefono dalla tasca e me lo porse. Lo presi quasi con sollievo.
«Bene» disse infine, alzandosi. «Per oggi basta così»
Poi aggiunse, già voltandosi: «La prossima volta faremo qualcosa di più difficile per te»
Il modo in cui lo disse bastò a farmi sentire una nuova tensione nello stomaco.
«Cosa?» chiesi, quasi senza pensarci.
Accennò appena un sorriso. «Lo scoprirai»
E si avviò verso l’auto. Io lo seguii.
20 Maggio 2026
Quel giorno mi disse di raggiungerlo direttamente al bar vicino casa al mare. Non era uno dei nostri posti abituali, e già questo bastò a mettermi addosso una leggera tensione. Arrivai qualche minuto prima. Il bar era tranquillo, con pochi tavolini e il rumore del mare che arrivava attutito tra le case poste di fronte, e non era nemmeno affollato, giusto due coppie sparse nei pochissimi tavolini esterni, oltre Marco. Lui era già seduto a un tavolino fuori, con una tazza di caffè davanti. Quando mi vide non si alzò, si limitò a seguirmi con lo sguardo mentre mi avvicinavo.
Mi fermai accanto al tavolo. «Buon pomeriggio, Padrone» dissi, abbassando appena la voce sull’ultima parola.
«A te, Alice» Indicò la sedia davanti a sé con un gesto semplice, poi fece cenno al cameriere, che arrivò quasi subito. «Siediti»
Obbedii, cercando di mantenere una postura composta. Mi chiese cosa prendessi, ordinando e lui aggiunse un cornetto al cioccolato. Quando il cameriere si allontanò Marco appoggiò i gomiti sul tavolo, intrecciando le dita, lo sguardo fisso su di me.
«Oggi lavoriamo su una cosa che ti riesce ancora difficile» mi informò.
Sentii lo stomaco contrarsi leggermente. «Cosa?» chiesi.
«Lo sguardo»
Istintivamente i miei occhi scivolarono verso il tavolo. Me ne accorsi subito, ma ormai era troppo tardi.
Lui lo notò e lo sottolineò con calma «Ecco, quando parli con me abbassi lo sguardo»
Inspirai e mi costrinsi a rialzarlo. Incrociare i suoi occhi mi fece sentire scoperta, quasi nuda in un modo diverso da quello fisico.
«Ti mette a disagio» aggiunse.
Esitai appena. «Un po’, Padrone»
Annuì, come se quella risposta confermasse qualcosa che già sapeva.
«Perfetto»
Aggrottai leggermente la fronte. «Perfetto?»
«È esattamente per questo che lo faremo» disse con calma. «Da questo momento, quando parli con me, manterrai lo sguardo nei miei occhi»
Sentii il cuore accelerare. «Sempre?»
«Sempre. Finché non ti dirò il contrario» Feci scorrere lo sguardo attorno a noi, sui tavolini vicini. «Anche quando ti imbarazza» continuò.
Deglutii. «E se lo abbasso?»
«Ricominciamo» disse semplicemente «E restiamo qui finché non riesci»
Il respiro si fece più corto. Non avevo capito che il 'gioco' sarebbe iniziati proprio in questo luogo. «Qui?»
Annuì. «Qui» Istintivamente abbassai lo sguardo sulle mani. Lui accennò appena un sorriso, come se, se lo aspettasse. «E solo quando avrai imparato…andremo a casa»
Sgranai gli occhi quasi di scatto al sentire quelle ultime parole, lui mi guardò in attesa e non potei fare altro che incastrarli con i suoi. In quel momento arrivò il cameriere con l’ordine. Posò la tazza davanti a me, il cornetto al centro del tavolo, poi si allontanò. Rimasi immobile, cercando di non perdere il contatto visivo. Era più difficile di quanto avessi immaginato. Non era solo guardarlo, era sostenere il modo in cui lui guardava me, fermo e senza esitazioni.
Marco spinse il piattino verso di me. «È tuo»
Esitai. «Io… prendo solo il cappuccino»
Il suo sguardo si fece appena più fermo. «Hai fatto sport, mangialo. Devi mantenerti in salute»
Provai a obiettare un attimo, ma prima con lo sguardo, poi con le parole mi informò che quello era un ordine.
Cedetti ancora un po’ in imbarazzata. Ne presi un pezzo piccolo, quasi per prendere tempo.
Lui si appoggiò al tavolo, avvicinandosi appena.
«Adesso parliamo»
Deglutii. «Di cosa?»
«Di te»
Il cuore fece un piccolo scatto.
«Raccontami qualcosa che non so»
Per un attimo rimasi in silenzio, cercando qualcosa da dire senza perdere il contatto con i suoi occhi. «Non…non so cosa»
«Qualsiasi cosa»
Sentii il disagio crescere lentamente nello stomaco. Parlare di me era già difficile. Farlo così, sotto il suo sguardo attento, lo rendeva molto più intenso.
«Hai capito che non sono abituata a perdere il controllo» iniziai a dire, mentre lui annuì. «Che di solito cerco di mantenerlo in famiglia, al lavoro e anche con gli amici» lui mi ascoltava, silenzioso, ma attento. «In realtà c'è un contesto preciso in cui ciò non accade. Un momento preciso della mia giornata, in cui riesco a perderlo del tutto e forse qui nasce anche il mio essere sottomessa»
«E dove lo perdi?» mi chiese incuriosito.
Sentii il calore salire sulle guance. Per un attimo pensai di evitare la risposta, ma il suo sguardo non lo permetteva. Così istintivamente abbassai lo sguardo verso il tavolo, evitandolo. «Nella...»
La sua mano si mosse subito bloccando la mia parola. Portò due dita sotto il mio mento, sollevandolo appena. Un gesto leggero, ma fermo. Un brivido mi attraversò. «Alice» Tornai su di lui. «Qui»
Annuii piano. Quando lasciò il mento, il messaggio era chiaro.
«Nella mia vita privata. È lì che… mi sfogo» dissi abbassando però la frase sul finale, visto che una famiglia con due bambini si sedette al tavolo accanto. Istintivamente mi voltai un secondo a guardarli. Marco seguì il mio gesto e quando tornai con lo sguardo su di lui, lo trovai alzato.
«Vieni»
«Dove?» chiesi, sorpresa, alzandomi a mia volta e prendendo la borsa.
«A casa» Lasciò una banconota sul tavolo, facendo un cenno al cameriere. «Tieni pure il resto»
Il ragazzo ringraziò, mentre Marco mi prese la mano e mi guidò verso l’uscita. Per chiunque ci avesse guardati, sembravamo solo due persone qualsiasi. Forse un padre e una figlia.
Entrammo in casa in silenzio e lasciammo le giacche all’ingresso. Marco mi indicò il divano, invitandomi a sedermi con lui.
«Prima hai detto una cosa interessante» lo guardai, senza capire subito. «Che nella tua vita privata ti sfoghi»
Sentii le guance scaldarsi. «Sì»
«Come?»
La domanda mi colpì più del previsto. Non era qualcosa che raccontavo.
«Dipende» dissi alla fine.
«Da cosa?»
Inspirai lentamente. «Da come mi sento»
Il suo sguardo restava fisso sul mio. «E quando ti senti così…cosa fai? Scrivi racconti erotici»
Abbassai lo sguardo per un istante, poi lo riportai subito su di lui.
«No, parlo»
«Non smettere di guardarmi Alice» cercai di sostenere il suo sguardo
«No, parlo…con delle persone»
Marco rimase in silenzio per un attimo. «Che persone, Alice? I tuoi lettori?» iniziavo a sentire il suo tono di voce cambiare. Era chiaro che volesse sapere di più.
Il cuore accelerò. «Persone che non conosco»
Vidi le sue sopracciglia incurvarsi, ma non fece domande o almeno non a parole.
«Sono persone conosciute online, in una chat»
«E in queste chat…» chiese «sei la stessa Alice che vedo qui? Timida?»
Deglutii. «No»
«Cosa cambia?»
Mi presi qualche secondo prima di rispondere. «È più facile»
«Cosa?»
«Lasciarmi andare»
Lui completò la frase al posto mio «Dietro uno schermo»
Annuii.
Rimase in silenzio qualche istante, senza distogliere gli occhi dai miei. «Perché?»
Inspirai lentamente. «Perché dietro uno schermo non devo sostenere davvero lo sguardo di qualcuno» sentii le dita stringersi nervosamente tra loro. «Posso fermarmi quando voglio e pensare prima di rispondere. Insomma posso nascondermi un po’. Dal vivo è diverso»
«E stai continuando a farlo Alice?» stavolta lo chiese con un tono leggermente diverso, quasi infastidito.
«No Padrone. Ho smesso quando mi hai vietato di sentire altri uomini»
Annui, ma non aggiunse altro. Si sporse appena in avanti e, con due dita, mi prese delicatamente il mento, sollevandolo quel tanto che bastava a riportare i miei occhi nei suoi.
«Mi hai guardato negli occhi per quasi tutta la mattina»
Sentii le guance scaldarsi. «Non è stato facile» ammisi.
«Lo so» una pausa breve. «Ma è esattamente per questo che serve»
Il suo sguardo restò nel mio ancora qualche secondo «Per oggi basta»
Il mio corpo si rilassò senza che me ne rendessi conto.
«Continua a lavorarci» aggiunse «La prossima settimana voglio vedere se riesci a farlo senza pensarci»
18 Maggio 2026
Per il lunedì della terza settimana Marco mi aveva dato appuntamento al solito parcheggio vicino al centro. Era diventato, senza che me ne accorgessi, il nostro punto fisso.
Arrivai dopo pranzo, puntuale. Lui però non era ancora lì. Rimasi vicino alla macchina, cercando di non fissare continuamente la strada. Dentro sentivo già quella tensione familiare, un misto di attesa e controllo che ormai riconoscevo subito quando lo aspettavo. Quando la sua auto comparve, la riconobbi all’istante. Si fermò accanto a me, la portiera si sbloccò e salii.
«Buongiorno, Padrone» dissi come sempre.
Lui rispose solo con un cenno. Il motore restava acceso e per qualche secondo parlò solo quello. Poi il suo sguardo si posò su di me, lento, come a verificare senza fretta che ciò che indossavo, era esattamente quello che lui aveva richiesto: la gonna, la camicia leggera, il maglioncino.
«Il maglioncino toglilo» disse infine.
Obbedii subito, sfilandolo e restando con la camicia sottile che lasciava intuire il reggiseno nero che mi aveva indicato quella mattina. Glielo porsi e lui lo sistemò senza guardarlo, sul sedile posteriore.
«Meglio» commentò soltanto, poi aggiunse «Siediti bene»
Mi raddrizzai, cercando una postura più composta.
«Mani sulle cosce» continuò.
Le appoggiai. Le sue dita intervennero appena, spingendo il mio ginocchio verso l’altro. «Più vicine» Le avvicinai. «Sguardo davanti»
Lo alzai. Annuii appena. «Non cambiare posizione finché non te lo dico»
Non risposi più. Lui inserì la marcia e uscimmo dal parcheggio.
Guidò a lungo senza parlare. Io restai ferma, cercando di non muovermi, mentre la città scorreva fuori dal finestrino. Provai più volte a intuire dove stessimo andando, ma dopo qualche svolta persi ogni riferimento. Alla fine si fermò in una piccola piazza tranquilla. «Scendiamo»
Lo seguii. L’aria era più fresca lì, e la piazza quasi vuota. Marco indicò una panchina sotto un albero. «Siediti»
Mi sedetti senza domande. Il metallo era freddo sotto le gambe nude. Lui rimase in piedi davanti a me per qualche secondo, in silenzio, con quella calma che ormai avevo imparato a riconoscere.
«Il telefono» disse.
Lo guardai senza capire subito. Vedendo la mia esitazione, fece un piccolo gesto con la mano, come a indicarmi di consegnarglielo. Solo allora compresi. Lo estrassi dalla borsa e glielo porsi con un attimo di esitazione. Lo prese senza fretta e lo infilò nella tasca della giacca.
«Non… non posso tenerlo?» chiesi, quasi senza volerlo.
«Per il momento non ti servirà»
Poi con un leggero cenno del mento indicò la piazza davanti a noi. «Adesso ascolta bene. Resti seduta su questa panchina come ti ho insegnato in macchina» Mi raddrizzai d’istinto. «Non ti muoverai finché non torno»
Annuii, sentendo il nodo allo stomaco stringersi un po’ di più. «Rimarrò qui da sola?» chiesi.
«È un problema?»
Esitai. «No…» risposi, ma senza convinzione. Senza telefono, e con lui che si allontanava, la sensazione di esposizione diventava improvvisamente più concreta.
Annuì. «Nel frattempo osservi quello che succede qui. Quando torno mi dirai tutto ciò che hai notato» Alzai lo sguardo su di lui. «È chiaro?»
«Sì, Padrone»
Annuì appena e si voltò. Pensai si sarebbe fermato poco distante, invece lo vidi svoltare e sparire dietro l’angolo. Restai immobile per qualche secondo, poi ripensai al suo ordine e sollevai lo sguardo.
Davanti a me una piccola fontana rotonda lasciava cadere l’acqua con un rumore costante. Alla mia destra una signora anziana camminava lentamente con due borse della spesa, si fermò un istante per riprendere fiato prima di riprendere il passo. Dall’altro lato della piazza passò un ragazzo con le cuffie nelle orecchie, lo sguardo fisso sul telefono, completamente chiuso nel suo mondo.
Provai a memorizzare tutto, anche se farlo così, mentalmente, mi faceva sentire quasi sciocca. Ma Marco era stato chiaro.
Dopo qualche minuto passò una coppia: la donna rideva, l’uomo gesticolava mentre raccontava qualcosa. Cercai d'imprimere anche quello. Ogni tanto percepivo lo sguardo di qualcuno posarsi su di me per un istante. Nulla di strano, probabilmente. Una ragazza sola su una panchina attira sempre qualche occhiata distratta. Lo facevo anche io, a parti inverse.
Col passare del tempo iniziai a chiedermi quanto fosse passato. Non avevo modo di controllare, e quella sensazione mi mise addosso una leggera inquietudine. A un certo punto mi attraversò un pensiero: e se Marco fosse lì, da qualche parte, a guardarmi? Istintivamente mi guardai intorno, cercando però di non darlo a vedere. Ma non lo vidi. Poco dopo un uomo, forse sulla sessantina, uscì dal bar all’angolo con un bicchiere di plastica in mano. Si fermò vicino alla fontana, ne bevve un sorso. Lo osservai per qualche secondo, poi mi accorsi che stava guardando nella mia direzione e che si stava avvicinando. Il cuore accelerò, improvvisamente. Mi voltai appena, come a cercare qualcuno attorno, ma non c’era nessuno.
L’uomo si avvicinò ancora. Trattenni il respiro e rimasi ferma, lo sguardo abbassato sui miei piedi. Quando fu vicino, strinsi i denti, aspettandomi qualcosa, una parola, un gesto, ma si limitò a raggiungere il cestino accanto alla panchina, buttare il bicchiere e allontanarsi. Solo allora mi accorsi di quanto fossi rigida. Chiusi un attimo gli occhi e lasciai uscire il respiro. Quando li riaprii, Marco era lì. Non avevo nemmeno visto da dove fosse arrivato.
«Allora?» disse sedendosi accanto a me. «Cosa hai visto?»
Cercai di mettere ordine tra le immagini e iniziai a raccontare tutto: la fontana, la coppia, il ragazzo con le cuffie e con un po’ di esitazione aggiunsi anche dell’uomo del bar.
Lui ascoltò senza interrompermi, poi fece un piccolo cenno. «Bene. Hai osservato abbastanza, ma…» si fermò un istante «hai dimenticato qualcosa»
Lo guardai, confusa. «Cosa?»
«Me»
Aggrottai leggermente la fronte. «Io…»
«Ero qui» indicò con lo sguardo un albero. Il mio sguardo scattò verso quel punto, come se potessi rimediare a quell’errore, ma non dissi nulla. «Non mi hai visto» continuò.
Tornai a guardarlo, sentendo salire un leggero imbarazzo. «Pensavo…» iniziai, ma la frase si spense da sola.
«Pensavi che fossi andato via»
Abbassai lo sguardo. «Sì»
«In questo rapporto ti proteggerò dal mondo intorno a te, Alice. Ricordalo»
Annuii lentamente. Quelle parole le avevo già sentite, ma lì ebbero un peso diverso.
Fece un piccolo gesto con la mano. «Alzati»
Obbedii. Le gambe erano un po’ rigide per il tempo passato seduta, ma cercai di non darlo a vedere. Lui tirò fuori il mio telefono dalla tasca e me lo porse. Lo presi quasi con sollievo.
«Bene» disse infine, alzandosi. «Per oggi basta così»
Poi aggiunse, già voltandosi: «La prossima volta faremo qualcosa di più difficile per te»
Il modo in cui lo disse bastò a farmi sentire una nuova tensione nello stomaco.
«Cosa?» chiesi, quasi senza pensarci.
Accennò appena un sorriso. «Lo scoprirai»
E si avviò verso l’auto. Io lo seguii.
20 Maggio 2026
Quel giorno mi disse di raggiungerlo direttamente al bar vicino casa al mare. Non era uno dei nostri posti abituali, e già questo bastò a mettermi addosso una leggera tensione. Arrivai qualche minuto prima. Il bar era tranquillo, con pochi tavolini e il rumore del mare che arrivava attutito tra le case poste di fronte, e non era nemmeno affollato, giusto due coppie sparse nei pochissimi tavolini esterni, oltre Marco. Lui era già seduto a un tavolino fuori, con una tazza di caffè davanti. Quando mi vide non si alzò, si limitò a seguirmi con lo sguardo mentre mi avvicinavo.
Mi fermai accanto al tavolo. «Buon pomeriggio, Padrone» dissi, abbassando appena la voce sull’ultima parola.
«A te, Alice» Indicò la sedia davanti a sé con un gesto semplice, poi fece cenno al cameriere, che arrivò quasi subito. «Siediti»
Obbedii, cercando di mantenere una postura composta. Mi chiese cosa prendessi, ordinando e lui aggiunse un cornetto al cioccolato. Quando il cameriere si allontanò Marco appoggiò i gomiti sul tavolo, intrecciando le dita, lo sguardo fisso su di me.
«Oggi lavoriamo su una cosa che ti riesce ancora difficile» mi informò.
Sentii lo stomaco contrarsi leggermente. «Cosa?» chiesi.
«Lo sguardo»
Istintivamente i miei occhi scivolarono verso il tavolo. Me ne accorsi subito, ma ormai era troppo tardi.
Lui lo notò e lo sottolineò con calma «Ecco, quando parli con me abbassi lo sguardo»
Inspirai e mi costrinsi a rialzarlo. Incrociare i suoi occhi mi fece sentire scoperta, quasi nuda in un modo diverso da quello fisico.
«Ti mette a disagio» aggiunse.
Esitai appena. «Un po’, Padrone»
Annuì, come se quella risposta confermasse qualcosa che già sapeva.
«Perfetto»
Aggrottai leggermente la fronte. «Perfetto?»
«È esattamente per questo che lo faremo» disse con calma. «Da questo momento, quando parli con me, manterrai lo sguardo nei miei occhi»
Sentii il cuore accelerare. «Sempre?»
«Sempre. Finché non ti dirò il contrario» Feci scorrere lo sguardo attorno a noi, sui tavolini vicini. «Anche quando ti imbarazza» continuò.
Deglutii. «E se lo abbasso?»
«Ricominciamo» disse semplicemente «E restiamo qui finché non riesci»
Il respiro si fece più corto. Non avevo capito che il 'gioco' sarebbe iniziati proprio in questo luogo. «Qui?»
Annuì. «Qui» Istintivamente abbassai lo sguardo sulle mani. Lui accennò appena un sorriso, come se, se lo aspettasse. «E solo quando avrai imparato…andremo a casa»
Sgranai gli occhi quasi di scatto al sentire quelle ultime parole, lui mi guardò in attesa e non potei fare altro che incastrarli con i suoi. In quel momento arrivò il cameriere con l’ordine. Posò la tazza davanti a me, il cornetto al centro del tavolo, poi si allontanò. Rimasi immobile, cercando di non perdere il contatto visivo. Era più difficile di quanto avessi immaginato. Non era solo guardarlo, era sostenere il modo in cui lui guardava me, fermo e senza esitazioni.
Marco spinse il piattino verso di me. «È tuo»
Esitai. «Io… prendo solo il cappuccino»
Il suo sguardo si fece appena più fermo. «Hai fatto sport, mangialo. Devi mantenerti in salute»
Provai a obiettare un attimo, ma prima con lo sguardo, poi con le parole mi informò che quello era un ordine.
Cedetti ancora un po’ in imbarazzata. Ne presi un pezzo piccolo, quasi per prendere tempo.
Lui si appoggiò al tavolo, avvicinandosi appena.
«Adesso parliamo»
Deglutii. «Di cosa?»
«Di te»
Il cuore fece un piccolo scatto.
«Raccontami qualcosa che non so»
Per un attimo rimasi in silenzio, cercando qualcosa da dire senza perdere il contatto con i suoi occhi. «Non…non so cosa»
«Qualsiasi cosa»
Sentii il disagio crescere lentamente nello stomaco. Parlare di me era già difficile. Farlo così, sotto il suo sguardo attento, lo rendeva molto più intenso.
«Hai capito che non sono abituata a perdere il controllo» iniziai a dire, mentre lui annuì. «Che di solito cerco di mantenerlo in famiglia, al lavoro e anche con gli amici» lui mi ascoltava, silenzioso, ma attento. «In realtà c'è un contesto preciso in cui ciò non accade. Un momento preciso della mia giornata, in cui riesco a perderlo del tutto e forse qui nasce anche il mio essere sottomessa»
«E dove lo perdi?» mi chiese incuriosito.
Sentii il calore salire sulle guance. Per un attimo pensai di evitare la risposta, ma il suo sguardo non lo permetteva. Così istintivamente abbassai lo sguardo verso il tavolo, evitandolo. «Nella...»
La sua mano si mosse subito bloccando la mia parola. Portò due dita sotto il mio mento, sollevandolo appena. Un gesto leggero, ma fermo. Un brivido mi attraversò. «Alice» Tornai su di lui. «Qui»
Annuii piano. Quando lasciò il mento, il messaggio era chiaro.
«Nella mia vita privata. È lì che… mi sfogo» dissi abbassando però la frase sul finale, visto che una famiglia con due bambini si sedette al tavolo accanto. Istintivamente mi voltai un secondo a guardarli. Marco seguì il mio gesto e quando tornai con lo sguardo su di lui, lo trovai alzato.
«Vieni»
«Dove?» chiesi, sorpresa, alzandomi a mia volta e prendendo la borsa.
«A casa» Lasciò una banconota sul tavolo, facendo un cenno al cameriere. «Tieni pure il resto»
Il ragazzo ringraziò, mentre Marco mi prese la mano e mi guidò verso l’uscita. Per chiunque ci avesse guardati, sembravamo solo due persone qualsiasi. Forse un padre e una figlia.
Entrammo in casa in silenzio e lasciammo le giacche all’ingresso. Marco mi indicò il divano, invitandomi a sedermi con lui.
«Prima hai detto una cosa interessante» lo guardai, senza capire subito. «Che nella tua vita privata ti sfoghi»
Sentii le guance scaldarsi. «Sì»
«Come?»
La domanda mi colpì più del previsto. Non era qualcosa che raccontavo.
«Dipende» dissi alla fine.
«Da cosa?»
Inspirai lentamente. «Da come mi sento»
Il suo sguardo restava fisso sul mio. «E quando ti senti così…cosa fai? Scrivi racconti erotici»
Abbassai lo sguardo per un istante, poi lo riportai subito su di lui.
«No, parlo»
«Non smettere di guardarmi Alice» cercai di sostenere il suo sguardo
«No, parlo…con delle persone»
Marco rimase in silenzio per un attimo. «Che persone, Alice? I tuoi lettori?» iniziavo a sentire il suo tono di voce cambiare. Era chiaro che volesse sapere di più.
Il cuore accelerò. «Persone che non conosco»
Vidi le sue sopracciglia incurvarsi, ma non fece domande o almeno non a parole.
«Sono persone conosciute online, in una chat»
«E in queste chat…» chiese «sei la stessa Alice che vedo qui? Timida?»
Deglutii. «No»
«Cosa cambia?»
Mi presi qualche secondo prima di rispondere. «È più facile»
«Cosa?»
«Lasciarmi andare»
Lui completò la frase al posto mio «Dietro uno schermo»
Annuii.
Rimase in silenzio qualche istante, senza distogliere gli occhi dai miei. «Perché?»
Inspirai lentamente. «Perché dietro uno schermo non devo sostenere davvero lo sguardo di qualcuno» sentii le dita stringersi nervosamente tra loro. «Posso fermarmi quando voglio e pensare prima di rispondere. Insomma posso nascondermi un po’. Dal vivo è diverso»
«E stai continuando a farlo Alice?» stavolta lo chiese con un tono leggermente diverso, quasi infastidito.
«No Padrone. Ho smesso quando mi hai vietato di sentire altri uomini»
Annui, ma non aggiunse altro. Si sporse appena in avanti e, con due dita, mi prese delicatamente il mento, sollevandolo quel tanto che bastava a riportare i miei occhi nei suoi.
«Mi hai guardato negli occhi per quasi tutta la mattina»
Sentii le guance scaldarsi. «Non è stato facile» ammisi.
«Lo so» una pausa breve. «Ma è esattamente per questo che serve»
Il suo sguardo restò nel mio ancora qualche secondo «Per oggi basta»
Il mio corpo si rilassò senza che me ne rendessi conto.
«Continua a lavorarci» aggiunse «La prossima settimana voglio vedere se riesci a farlo senza pensarci»
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