Sonia & Tommaso - Capitolo 74: Universi a confronto

di
genere
tradimenti

«Tommaso, lui è Bruno»
Pronunciai quelle parole con un sorriso leggero, mantenendo un tono calmo e incredibilmente disinvolto, mentre la mano di Bruno, calda e pesante, rimaneva impressa sulla mia vita come un marchio di possesso assoluto.
Sotto il tessuto leggero dell'abito estivo, la fica, ancora gonfia e impregnata del suo seme, lanciava continui promemoria carnali che mi facevano quasi mancare il respiro.
Tommaso rimase immobile sul marciapiede assolato, la valigia scura abbandonata a terra e lo stupore iniziale che si trasformava rapidamente in una smorfia di profonda confusione, spegnendo all'istante la sua solita bonarietà provinciale.
I suoi occhi, sgranati e inquieti, presero a saettare freneticamente tra me e colui che avevo a fianco, catturati dalla lussuosa berlina alle nostre spalle e dall'eleganza innata di Bruno, così distante dal nostro mondo ordinario.
Avvertii la sua gelosia accendersi, unita a quel brivido morboso che ormai riconoscevo benissimo; la certezza del tradimento strisciava nei suoi pensieri, eccitandolo e ferendolo al tempo stesso.
Bruno, senza perdere un briciolo della sua micidiale sicurezza, tese la mano verso di lui con un sorriso largo e sornione; lo sguardo fermo di chi sa sempre come dominare la situazione.
«Piacere, sono il marito di una collega di Sonia» esclamò con voce profonda e cordiale, stringendo la presa con studiata fermezza, «vista l'ora tarda e la stanchezza dopo la festa, mi sono offerto di fare da autista per essere sicuri che arrivasse in tempo».
«Sì, Tommaso... mi sono fermata a dormire da loro, e Bruno è stato così gentile da accompagnarmi fin qui» aggiunsi subito, incrociando i suoi occhi smarriti con una dolcezza quasi crudele, provando una tenera compassione nel vedere come assimilava quella bugia, già pronto a nutrire le sue fantasie più nascoste.
Tommaso, schiacciato da quella dimostrazione di potere, sfoderò la sua solita gentilezza; strinse la mano di Bruno ringraziandolo più volte per la cortesia, quasi mortificato per il disturbo arrecato a un uomo così distinto.
Caricata la valigia nel bagagliaio, ci disponemmo a salire a bordo, ma prima che potesse aprire la portiera anteriore lo bloccai, indicandogli il divano posteriore.
«Scusa amore, ti dispiace sederti dietro? Sai che soffro l'auto e davanti sto decisamente meglio...» dissi voltandomi a guardarlo, addolcendo la voce con una nota supplichevole e un battito di ciglia studiato, capace di disarmare ogni possibile obiezione.
Tommaso non replicò, annuendo in silenzio e scivolando sul sedile posteriore, avvolto dalla freschezza dell'aria condizionata e dall'odore intenso di pelle pregiata che impregnava l'abitacolo.
Mi accomodai accanto a Bruno, sistemando l'abito leggero che, nel movimento, scoprì leggermente le gambe, lasciando scorgere le mutandine color cipria.
Avviato il motore e innestata la marcia con un gesto fluido, Bruno mi rivolse un'occhiata d'intesa carica di complicità.
Prima di afferrare il volante, la sua mano si posò decisa sulla mia coscia nuda, risalendo di qualche centimetro fino a raggiungere il pizzo delle mutandine. Quel tocco breve e fugace alla fica ancora bagnata e ipersensibile, mi inviò una scarica elettrica dritta al cervello, costringendomi a inarcare leggermente la schiena e a gemere in silenzio, mordendomi il labbro inferiore per non tradire l'orgasmo incipiente.
Dal sedile posteriore, Tommaso continuava a guardare fuori dal finestrino, incapace di avvertire quel movimento clandestino ma già visibilmente perso nei suoi pensieri più torbidi, eccitato dal dubbio e dalla presenza di quel rivale così carismatico.

Il viaggio di ritorno verso casa volava via fin troppo rapidamente, mentre un velo di tristezza mi stringeva lo stomaco al pensiero di dovermi separare così presto dal mio magnifico amante.
Le indimenticabili ore appena trascorse tra le sue braccia, avvolta nel lusso di quel letto matrimoniale e sopra i tetti della città, apparivano adesso come uno di quei sogni stupendi da cui non ci si vorrebbe mai svegliare, destinati a svanire all'impatto con la realtà.
Bruno guidava con una mano sola, rilassato e magnetico come sempre, intavolando da subito una conversazione con il mio ragazzo seduto dietro, con un'eleganza che mi lasciava sempre più stupita.
Gli domandava del suo lavoro, dei dettagli della trasferta in Sicilia e dell'esito degli affari, gestendo la finzione con una naturalezza così disarmante da rasentare la perfezione.
Tommaso, rassicurato da quel tono cordiale e dall'accoglienza signorile, abbandonava progressivamente ogni rigidità, ritrovando in pochi minuti la sua naturale affabilità e quella parlantina un po' ingenua che lo contraddistingueva.
Rispondeva a tono, ridendo alle battute di Bruno e sporgendosi leggermente in avanti tra i due sedili, del tutto catturato dall'ascendente di quell'uomo maturo che lo trattava da pari a pari.
Io rimanevo in silenzio, lo sguardo fisso oltre il parabrezza e il soffio dell'aria condizionata ad accarezzarmi il collo, ascoltando le loro voci fondersi in un unico flusso continuo.
Li confrontavo mentalmente in modo spietato ma privo di rabbia: da un lato la stabilità ordinaria e rassicurante di Tommaso – il porto sicuro che mia madre tanto benediceva – dall'altro il brivido esclusivo di fascino e potere che Bruno sprigionava a ogni gesto.
Sotto il pizzo sottile delle mutandine, conservavo ancora il calore e il profumo muschiato del nostro amplesso, un segreto liquido che rendeva quel viaggio un'esperienza quasi mistica, sospesa tra il senso di colpa e l'eccitazione più pura.
Tommaso era buono e gli volevo bene, non c'erano dubbi su questo: rappresentava la mia ancora di salvezza in quell'universo di pura follia e la facciata ideale da brava ragazza da esibire in pubblico.
Con lui potevo interpretare la fidanzata perfetta, esattamente quella che i miei genitori si erano sempre aspettati che fossi, garantendo quel briciolo di normalità ordinaria a cui aggrapparsi quando tutto il resto rischiava di travolgermi.
Bruno, al contrario, incarnava il mio segreto più prezioso, una via di fuga eccitante e fuori dagli schemi: era un uomo affascinante, ricco, un amante delizioso che mi stava facendo innamorare giorno dopo giorno.
Non importava che fosse sposato e che i suoi figli fossero quasi miei coetanei; la sua famiglia rappresentava un modello di perfezione e io ero semplicemente la sua amante, la sua piccola e viziosa trasgressione da consumare tra lenzuola di seta.
Con fredda lucidità, sapevo che non avrei mai potuto averlo solo per me: ma forse, nel profondo, non lo volevo nemmeno; mi bastava essere la sua ninfa discreta, capace di regalargli il brivido del proibito e di prendere tutto il piacere che quell'uomo maturo sapeva offrirmi senza riserve.
Volevo approfondire la sua conoscenza a ogni costo, entrare definitivamente in quel suo mondo esclusivo fatto di agi e raffinate perversioni, per godere ogni singolo momento che la vita con lui poteva regalarmi.
Tommaso, con le sue perversioni, avrebbe dunque rappresentato la copertura ideale dietro cui nascondere ogni mia mossa; gli avrei garantito affetto e presenza, certo, ma un amore finto, interamente edificato su menzogne calcolate.
E chissà, forse un domani gli avrei dato persino dei figli, che fossero suoi o nati dal seme caldo di un altro uomo; la cosa non mi spaventava affatto, anzi, esercitava su di me un fascino sinistro.
Mi eccitava l'idea di poterlo ingannare in quel modo così intimo e assoluto, di poterlo dominare attraverso l'astuzia silenziosa, trasformando la quotidianità nel teatro del mio sadismo psicologico più raffinato.
Ero diventata un'abile manipolatrice del desiderio e della realtà, capace di muovere i fili di chi mi circondava con una grazia invisibile: questo, oltre a piacermi enormemente, trasmetteva un senso di potere che non avevo mai provato prima.

Tommaso, generoso come sempre, insisté per offrire un aperitivo: «È il minimo che possa fare per essere stato così gentile» esclamò con fervore, con me che dovetti trattenere un sorriso sfacciato che rischiava di tradirmi.
Se avesse saputo la verità, pensai guardandolo fisso negli occhi, se solo avesse saputo quale notte di pura passione avevamo appena passato io e l'uomo che gli stava di fronte, forse, per l'eccitazione, si sarebbe sborrato nelle mutande direttamente lì, davanti al bancone del bar.
Quel pretesto fu comunque il modo ideale per prolungarne la permanenza, e ne fui grata a Tommaso.
I due parlarono fitto di viaggi di lavoro, calcio e automobilismo, finché Bruno non decise di affondare il colpo, domandandogli a bruciapelo di noi, dei nostri progetti per il futuro e se avevamo intenzione di sposarci a breve.
Seduta accanto a Tommaso, con la mano destra stretta saldamente nella sua a beneficio del pubblico, lo ascoltavo programmare il nostro destino ordinario e rispettabile, parlando di scadenze e progetti come se stesse descrivendo la vita di un'altra persona.
La mia mente andava ormai per conto proprio, slegata da quelle parole convenzionali e già impegnata a elaborare il modo per sfruttare quella nuova e provvidenziale "amicizia" come l'opportunità perfetta per rivedere Bruno, ingannare Tommaso e passare di nascosto altro tempo con l'uomo che tanto mi affascinava.

L'auto si fermò proprio davanti al cancello di casa, dove mia madre ci attendeva impaziente per il pranzo, spiando sicuramente dietro i vetri della cucina.
Mentre Tommaso era impegnato a recuperare la valigia dal bagagliaio, sporgendomi rapidamente verso il sedile del guidatore, afferrai Bruno per il colletto della camicia e gli diedi un bacio sulla bocca.
Fu un contatto veloce, ma sufficiente perché le nostre lingue si sfiorassero in un guizzo umido e disperato; lo fissai dritta negli occhi, lasciando trasparire un velo di profonda tristezza per quel distacco forzato.
«Su, piccola mia, non essere triste; ci rivedremo molto prima di quanto tu possa immaginare» sussurrò con infinita dolcezza, accarezzandomi la guancia con il pollice prima che rilasciassi la presa.
Gli sorrisi teneramente sistemando l'orlo dell'abito e scivolai fuori dall'abitacolo, con il suo sapore sulle labbra.
Incurante di cosa si potesse intuire, rimasi immobile a guardare la berlina allontanarsi lungo la via; come se la parte più vera di me se ne stesse andando su quelle quattro ruote, abbandonandomi sulla soglia di casa con un nodo alla gola, sola e costretta a indossare nuovamente la mia maschera.
Tommaso mi fissò per un attimo con lo sguardo interrogativo e sospettoso, intuendo fin troppo facilmente il mio stato d'animo, ma preferendo tacere, catturato da quel misto di gelosia e perversione che lo teneva in pugno.

Entrai in casa dietro di lui, stringendo la borsetta al petto e già pronta a subire l'assalto e i rimproveri di mia madre, che attendeva oltre la porta come un giudice implacabile.
Fu accolto nell'ingresso come se tornasse da anni di dolorosa assenza, con i miei genitori a fare a gara per coccolarlo, comportandosi come se fosse il loro vero e adorato figlio maschio.
Mamma non mi disse nulla, recitando la parte della perfetta padrona di casa, ma dallo sguardo torvo e affilato che mi lanciò di sbieco, capii che il processo e le urla erano soltanto rimandati a più tardi.
Li lasciai a scambiarsi convenevoli in salotto e salii di corsa in camera a cambiarmi; sfilai sandali e abito, buttandomi sul letto in preda a una profonda malinconia.
Valutai seriamente se inventare un'improvvisa indisposizione per saltare la recita forzata di quel pranzo gioviale, ma sapevo che avrei solo peggiorato la situazione, accendendo i sospetti di tutti.
A malincuore scesi di sotto, infilando un paio di ciabatte e un abbigliamento decisamente più casalingo, pronta a calarmi nella parte della figlia devota e della fidanzata impeccabile.
Mamma, vedendomi seduta a tavola in apparente armonia con il suo adorato Tommy, sembrò addolcirsi nei miei confronti, fiera di quel quadro di rispettabilità borghese che si compiva sotto i suoi occhi complici.
La tregua però durò poco e si ruppe quando quell'idiota prese a raccontare di Bruno. Mentre con fanciullesco entusiasmo descriveva a papà i dettagli della sua lussuosa auto, lei, stringendo le labbra in una linea sottile e furente, sembrava fulminarmi sul posto con lo sguardo.
Difatti, non appena Tommaso si congedò per tornarsene a casa a disfare i bagagli, ebbe inizio il mio tormento inquisitorio tra le mura domestiche.
Papà, come al solito, preferì evitare il conflitto e uscì di fretta con la scusa logora di un appuntamento in parrocchia.
«Si può sapere dove hai passato la notte?» gridò lei piombandomi davanti in corridoio, le braccia incrociate sul petto e il viso paonazzo per la rabbia trattenuta durante il pranzo.
«Te l'ho scritto per messaggio, mamma... abbiamo bevuto un po' troppo alla festa e mi sono fermata a dormire da Elena» le risposi mentendo senza battere ciglio, inventando il primo nome di collega che mi passava per la mente.
«E chi sarebbe adesso questa Elena? E soprattutto, si può sapere chi è questo Bruno con la macchina da signorotti?» incalzò alzando la voce, la bava acida che le imperlava gli angoli della bocca, «ti ho già avvisata, io di sgualdrine in questa casa non ne voglio! Hai un fidanzato che è d'oro, e tu come ti comporti?».
Nemmeno le risposi, sfilandole accanto con un'espressione di totale indifferenza e prendendo a passo svelto le scale in direzione della mia camera.
Salivo i gradini pensando a quanto fosse cieca: non si rendeva conto che quei rimproveri asfissianti e quelle costrizioni bigotte non facevano altro che spingermi ancora di più a cercare la libertà e la perversione.
Chiusi la porta della camera alle spalle, lasciando che quelle grida isteriche sfumassero in un'eco ovattato proveniente dal piano terra, e mi gettai sul letto sfinita da quella rincorsa emotiva.
Scivolai in un dormiveglia agitato da cui mi risvegliai dopo un paio d'ore; la pelle tutta sudata e la maglietta umida appiccicata alla schiena.

Uscii dalla camera muovendomi guardinga, con il timore che le urla non fossero affatto finite, e andai in bagno a prepararmi per la serata.
Indossai un tubino nero, corto e aderente, con ai piedi un paio di sandali dal tacco alto e sottile.
Puntualissimo come sempre, Tommaso arrivò alle diciannove precise, e quando uscimmo sul vialetto, domandò subito: «Sonia, ma cosa ha tua madre? La durezza con cui ti si rivolgeva poco fa sulla soglia era quasi spaventosa. Avete litigato di brutto?»
Scrollai le spalle con indifferenza, facendo oscillare i capelli lisciati da poco, e mi accomodai sulla sua auto.
«Sembra davvero furiosa, dai, cos'è successo di tanto grave?» insisté una volta salito a bordo, girando la chiave nel quadro e tenendo gli occhi fissi sul mio profilo con insistenza.
«Ma niente di che, Tommaso... è solo arrabbiata perché ho dormito fuori e non l'ho avvertita; lo sai come è fatta, quella pensa subito male e ingigantisce tutto» gli risposi, accarezzando il ginocchio e lasciando che l'abito risalisse di qualche centimetro.
«E ha torto a pensare male?» ribatté, accendendosi all'istante per quel sospetto, «chissà cosa avresti da raccontarmi se solo volessi... una notte intera chissà dove, con chissà chi...» aggiunse facendomi un occhiolino complice.
Lo guardai, assaporando il potere che quelle fantasie esercitavano sulla sua mente, e sorridendo di rimando con sfacciata dolcezza lo interruppi: «Dai, metti in moto e vai ora, che ho una fame terribile».

Tommaso si diresse dritto alla solita pizzeria del centro, quasi ne avesse sentito la nostalgia durante i giorni passati lontano da casa, ansioso di ritrovare le rassicuranti abitudini.
Non appena varcammo la soglia, quel porco prese a godersi gli sfacciati complimenti che i titolari e i camerieri del locale mi rivolgevano ormai con imbarazzante insistenza, attirati dalle mie gambe nude esaltate dai sandali dal tacco vertiginoso.
«Buonasera Sonia, stasera si' nu babbà, vuoi farci morire tutti?» esclamò il cameriere più giovane accompagnandoci al tavolo con gli occhi incollati alla scollatura del mio abito.
Vedevo Tommaso gongolarsi visibilmente a quelle battute allusive e cariche di bramosia, raddrizzando la schiena sulla sedia con l'orgoglio misero del proprietario. Guardandolo di sottecchi, mi domandavo se avesse sempre avuto quel compiacimento morboso e non me ne fossi mai accorta; come un qualcosa di latente e in attesa di esplodere.
Andavamo in quella pizzeria praticamente da quando ci eravamo messi insieme, e ormai ogni dettaglio appariva abitudinario e asfissiante proprio come l'aria che respiravo a casa, cominciando dal solito tavolo nell'angolo fino alle ordinazioni ripetute a memoria.
Dino, dopo avermi squadrato per bene le gambe e aver pronunciato l'immancabile battuta sul salamino piccante che a me piaceva tanto, prese le nostre ordinazioni con un ghigno complice rivolto a Tommaso.
Appena il cameriere se ne fu andato verso la cucina, lasciandoci soli, Tommaso mi afferrò subito le mani tra le sue, stringendole con un fervore quasi infantile; «Non vedo l'ora che tu mi dica tutto, Sonia... voglio ogni singolo dettaglio di quello che hai fatto in questi giorni, anche con quel Bruno» sussurrò con gli occhi lucidi di lussuria.
Bramava con impazienza di sapere cosa avessi combinato in sua assenza, il suo sguardo implorava dettagli, confessioni torbide che sapevo di dovergli somministrare con estrema prudenza e un briciolo alla volta, per non rompere il giocattolo.
Nonostante la sua evidente perversione feticistica incentrata sui miei tradimenti, come avrei potuto raccontargli delle notti passate a battere il marciapiede per Antonio, vendendo il mio corpo per strada?
Gli sorrisi languidamente senza dire una sola parola, godendomi la sua sottomissione, lasciando che proseguisse spedito nel suo programma: «Magari dopo la pizza facciamo un salto veloce al pub a salutare gli amici, restiamo un'oretta e poi andiamo via... ci appartiamo in macchina al nostro solito posto, così mi racconti tutto con calma mentre lo facciamo».
Al solo pensiero di andare a rinchiudermi nuovamente in quella gabbia del solito pub, la rabbia mi salì dritta in gola, fredda, amara e tagliente come una lama.
«Mi pareva di essere stata fin troppo chiara l'ultima volta, Tommaso: io in quel posto schifoso non metto più piede, quindi se proprio tieni a vedere gli altri ci vai da solo!»
Sorpreso e intimorito da quella mia reazione così brusca, arretrò con la schiena, balbettando per giustificarsi: «Ma... credevo che ormai ti fosse passata, Sonia; te l'ho detto e ripetuto, con Giulia e Federica ho chiarito tutto il malinteso e...».
«Non mi importa assolutamente nulla dei tuoi chiarimenti! Io quelle due galline non le voglio più vedere, sono stata chiara?» lo interruppi bruscamente, fissandolo con uno sguardo d'acciaio che non ammetteva repliche.
In realtà, dietro quella fiammata di rabbia, il mio vero terrore era quello di trovarmi di fronte Valentino.
Come si sarebbe comportato? Sarebbe stato davvero di parola mantenendo il segreto, o gli sarebbe tornato il coraggio di ricattarmi? E cosa avrebbe preteso da me in cambio del suo silenzio?
La sua faccia perversa da maiale e la minaccia di raccontare ogni cosa a Tommaso riaffiorarono di colpo nella mia mente, facendomi rabbrividire.
In più, come se non bastasse, quello era il locale maledetto dove avevo conosciuto Antonio; dove mi aveva posseduta e poi venduta.
Tommaso alla fine non insisté oltre, piegandosi alla mia volontà; il suo animo buono e accomodante, non gli avrebbe mai permesso di impormi qualcosa che non avessi voglia di fare.
Lui non era affatto come Antonio, quel perverso figlio di puttana che mi aveva costretta ai rapporti più degradanti e violenti per compiacere i suoi clienti, ma ahimè capace di farmi godere come solo pochissimi altri uomini avevano saputo fare.

Terminata la pizza in quel clima di finta quiete, decidemmo di comune accordo di fare due passi per un gelato in centro.
Passeggiando lentamente per le illuminate vie cittadine, la mano stretta nella sua, avvertivo il timore costante di scorgere il volto di qualcuno che, proprio in quelle ultime sere, mi avesse posseduta a pagamento.
Quel flusso continuo di sguardi anonimi e curiosi mi provocava un brivido sottile, dalla schiena fin dentro lo slip, spingendomi a stringere con forza la presa sull'ignaro fidanzato, quasi a voler usare la sua figura irreprensibile come scudo contro i miei stessi segreti inconfessabili.
Lui, scambiando quella stretta per un gesto d'affetto, sorrideva con la solita disarmante dolcezza.
Verso le 23:30, impaziente di sentire quanto avessi da raccontargli, mi ricondusse verso la macchina, allungando il passo con insolita fretta.
Per tutta la sera, a partire dalla pizzeria, aveva cercato di rosicchiare anticipi, elemosinando piccole anteprime da me sistematicamente eluse con sorrisi complici e una finta, studiata noncuranza.
Gli camminavo al fianco, con il picchiettio dei tacchi sul pavé a richiamare sguardi audaci di altri uomini, rallentando volutamente l'andatura per esasperare la sua impazienza e costringerlo a subire quel silenzio carico di attesa.

Come prevedibile, mi portò nel solito parcheggio isolato, squallida alcova testimone di tre anni di deludenti scopate.
Guardavo fuori dal finestrino la penombra di quel posto anonimo, avvertendo una triste rassegnazione: mai un motel o qualcosa di nuovo, solo l'abitacolo della sua vettura che ora appariva stretto e mediocre, privo di quel lusso al quale mi stavo abituando. Quanto era diverso da Bruno, il cui ricordo agiva sotto il mio abito come un promemoria costante.
Tommaso, eccitato com'era, non perse un solo istante: azionò la leva che abbassava lo schienale, e baciandomi in modo convulso, prese a denudarmi con frenesia.
Le sue mani tremavano mentre faceva scivolare il tubino lungo i miei fianchi e, subito dopo, sfilava con un gesto affannato le mutandine, lasciandomi completamente nuda; fece altrettanto con ciò che indossava, togliendosi i vestiti e gettandoli alla rinfusa sul pianale.
Sistemato comodamente su un fianco per osservarmi, con gli occhi lucidi di desiderio, mi incitò a iniziare.
«Dimmi tutto, amore» sussurrò con la voce rotta e la mano che cercava timidamente la mia coscia.
Per giustificare le continue sparizioni in quell'incredibile settimana di pura follia, mi trovai costretta a improvvisare una storia credibile, ma capace di spingere al limite estremo le sue fantasie più morbose.
Sapevo perfettamente come muovere i fili della sua gelosia, trasformandola nel carburante ideale per il suo godimento, ma non mi andava affatto di raccontare di Bruno, e tanto meno potevo parlargli di tutti quelli che mi avevano sbattuta per colpa di Antonio.
Lo guardai socchiudendo le labbra e fingendomi sorpresa, come se non sapessi cosa si aspettava da me.
«Dai, ti prego, non tenermi sulle spine» insisté, stringendo le dita con calore, «dimmi di te e Sergio... e del tuo nuovo amico».
«Chi?» domandai con un sorriso innocente, godendomi quel brivido morboso che vedevo accendersi sul suo volto.
Tommaso accennò una risata nervosa, eccitato da quel mio gioco crudele: «Dai, non prendermi in giro, si vede lontano un chilometro che quello ti scopa; Bruno! L'affascinante marito di questa tua fantomatica collega...».
«Non è vero!» lo interruppi subito, addolcendo poi il tono per non farlo apparire ostile, «tu non la conosci solo perché lavora in un'altra sede».
«Sì, certo... e ti aspetti che ci creda?» ribatté, con lo sguardo che saettava freneticamente su di me, «dai, intanto dimmi di Sergio: vi siete visti tutte le sere?».
Annuendo lentamente, lasciai che il silenzio caricasse la scena di una malizia insopportabile, osservando con la coda dell'occhio quella scintilla di gelosia che lo teneva completamente in pugno.
«Ma... lo avete sempre fatto?» domandò con un filo di voce.
Lo guardai con occhi languidi e inclinai la testa, annuendo nuovamente con finta timidezza per aggiungere subito dopo: «Sì, Tommaso... ma siamo anche usciti; Sergio mi ha portata anche per negozi e siamo...»
«Qua?» mi interruppe subito, lo stupore che si mescolava a un brivido evidente, «qua in città? E magari qualcuno di nostra conoscenza vi ha pure visti» aggiunse con una nota di preoccupazione mista a lussuria.
«Non... non lo so, Tommaso... a dire il vero, in quel momento non ci ho neanche pensato...» risposi, mordendomi appena il labbro inferiore per esasperare la sua eccitazione.
«E... magari vi tenevate pure per mano!» esclamò, sporgendosi di qualche centimetro per scrutare ogni mia minima reazione.
Non risposi, limitandomi a distogliere lo sguardo con un finto, delizioso imbarazzo che valeva più di mille confessioni; sentivo il potere della menzogna scorrere sul mio corpo nudo e capii che questo gioco psicologico iniziava a piacermi enormemente.
«Rispondi, Sonia: ti teneva per mano?» insisté con un tono supplicante, le sue dita che sfioravano con sottomessa reverenza la mia pelle.
«Ma sì... può darsi... sai bene come è fatto Sergio» ammisi, voltando il capo verso di lui con una dolcezza quasi crudele, «gli piace da morire farsi vedere in giro con me e...»
«Ho capito... spero almeno che nessuno che ci conosca vi abbia visti. E poi? Raccontami» tagliò corto, muovendosi irrequieto; in realtà, l'idea che la sua fidanzata fosse stata esibita in pubblico da un altro lo rendeva infinitamente più eccitato e devoto che arrabbiato.
Ormai coinvolta nella parte, feci una piccola pausa teatrale e continuai: «Beh... poi andavamo a casa sua».
«Ma non abita ancora con i suoi?» domandò con un basso sussurro affannato.
«La madre, sì, ma è molto anziana e va a letto presto... lei crede persino che io sia la sua ragazza» risposi, carezzandomi distrattamente il seno.
«Lo... lo facevate nel letto di lui?» volle sapere, con la voce sempre più rauca, osservando il mio gesto.
«Sì, Tommaso... voleva anche che mi fermassi tutta la notte, ma come facevo? Già mamma rompe a sufficienza...»
«Sospetta qualcosa?» incalzò, agitandosi sul sedile.
«Credo di sì, e poi lo sai benissimo com'è fatta... lei per il suo adorato Tommy...» aggiunsi, lasciandomi sfuggire una risata leggera e ironica.
Ma lui rimase serio; la libidine dipinta sul suo viso era così intensa e concentrata da fare quasi spavento, rivelando tutta la sottomissione morbosa che lo teneva in pugno.
Allungai una mano per sfiorargli il cazzo, desiderosa di sentire la sua reazione, ma Tommaso mi bloccò il polso con mossa secca, tremando vistosamente e quasi sul punto di perdere il controllo e sborrare.
Lo guardai perplessa: «A questo punto sei?» gli chiesi, con un tono diviso tra l'incredulo e il beffardo, assaporando il mio totale dominio psicologico. «Amore, ma perché ti trattieni così? Lasciati andare, voglio vederti venire».
«Sono troppo eccitato... Dio, Sonia, è tutta la settimana che ti immagino a fare sesso con lui, che ripenso a ogni singolo dettaglio... Non hai idea di quante seghe mi sia già fatto pensando a voi due».
«E allora qual è il problema? Perché non vuoi sborrare adesso, davanti a me?»
«Perché mi spiace per te... io... io vorrei farti godere, farti venire prima...»
«Ma no, sciocco...» sussurrai, reggendo il suo sguardo disperato «per me non preoccuparti, Tommaso: lo farai dopo con le dita, o con la lingua. Tanto io, questa settimana, ho già scopato fin troppo...»
Bastò quella frase, pronunciata con perfida precisione, ad annullare ogni residuo freno inibitore. Tommaso ebbe uno scatto violento, inarcando la schiena sul sedile mentre il suo cazzo si contraeva in una scarica improvvisa; tre potenti getti di sborra mi colpirono in pieno il viso e il petto, caldi e densi, facendomi lanciare un piccolo urlo per la sorpresa.
Con espressione dolce e comprensiva, presi dei fazzoletti di carta e mi asciugai; in tre anni, mai l'avevo visto sborrare in quel modo.
Carica di voglia, gli salii sopra accovacciandomi sul suo bacino, muovendomi appena, sfiorando la fica contro il cazzo ancora inerte.
«La senti amore? La senti com'è bagnata?»
Non rispose, ma a quel contatto il pene ebbe un sussulto improvviso, riprendendo vigore.
«Sapessi come le piace il cazzo di Sergio...» gli sussurrai, baciandolo sulle labbra e mordicchiandogli il lobo dell'orecchio.
Tommaso esalò un gemito soffocato, quasi un lamento di dolore, mentre le sue mani afferrarono i miei fianchi nudi per trattenere il peso di quell'inadeguatezza che lo stava schiacciando.
«Mio Dio, Sonia...» ansimò, gli occhi lucidi che cercavano i miei nella penombra, «ti... ti piace così tanto? Ma come ce l'ha... è più grosso del mio? È più lungo?»
«Molto più grosso, Tommaso» risposi con un sussurro calmo, quasi materno, continuando a muovere lentamente il bacino per portarlo al limite, «e duro in un modo che tu non puoi nemmeno immaginare».
«Ti... ti riempie tutta?» insisté con la voce rotta e la gola secca, mentre il suo cazzetto, rigenerato da quell'umiliazione, spingeva con rinnovata durezza contro il mio clitoride.
«Sì amore, completamente... mi sbatte senza alcuna pietà».
«E... e ti... ti viene dentro? Voglio dire, senza preservativo?»
«Sì Tommaso, mi sborra dentro; e fin dalla prima volta il preservativo non lo abbiamo mai usato» risposi.
Ormai fuori controllo, lo baciavo cavalcandolo con folle passione, e un desiderio di venire che rischiava di farmi impazzire.
D'un tratto Tommaso si fermò, allontanandomi quel tanto che bastava per guardarmi negli occhi. «Anche quello di Bruno ti fa godere così tanto?» chiese sorridendo.
Sorpresa da quella domanda così diretta, lo fissai con espressione maliziosa e lentamente annuii.
scritto il
2026-07-17
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