Sotto la Tua guida - Capitolo 8

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SECONDA SETTIMANA DI ADDESTRAMENTO

12 maggio 2026.
Quello era il giorno che aveva scelto per il primo addestramento della settimana. Non sapevo in cosa consisteva, lo avrei scoperto presto. Alle 10 in punto parcheggiai nel luogo che mi aveva indicato, un parcheggio semi vuoto ai margini della città. La sua auto era già lì, col motore spento e il finestrino abbassato. Spensi il motore, inspirai profondamente e scesi dirigendomi verso il lato passeggero che aprii.
«Puntuale» disse, mentre il suo sguardo scese lentamente su di me, come se stesse verificando qualcosa. «Entra»
Appena entrai l’odore del suo profumo mi colpì subito, come successe la sera della cena. «Buongiorno, Padrone» dissi.
Ricambiò con un cenno e avviò l'auto, uscendo dal parcheggio. «Come sono andati questi giorni con i primi ordini?» chiese mentre guidava.
«Bene… Padrone» risposi.
Annuì. «Oggi faremo qualcosa di diverso» disse. Guardai la strada davanti a noi, in attesa. «Andremo in un centro commerciale fuori dalla nostra zona. Non voglio occhi conosciuti. Non ancora»
Quelle due parole mi colpirono più del resto, 'non ancora', capii che non era una semplice scelta casuale.
«Sceglieremo insieme cosa indosserai quando sarai con me» continuò. «Non comprerò abiti per la tua vita quotidiana. Quelli restano tuoi» Annuii «Compreremo ciò che servirà nei nostri momenti»
«Come desideri, Padrone» dissi.
«Io non entrerò con te nei negozi» mi informò. Aggrottai la fronte. «Resterò in macchina e ti guiderò»
«Come?» chiesi piano.
«Riceverai istruzioni»
«Sì, Padrone» risposi, sentendo una lieve tensione salirmi.
«Cominceremo dall’intimo» Deglutii. «Voglio vedere come reagisci quando sei sola, sotto la mia guida»
Arrivati al centro commerciale, parcheggiò, ma non spense subito il motore, piuttosto si voltò verso di me.
«Scenderai ed entrerai. Lì aspetterai il mio primo messaggio prima di muoverti» Annuii. «E ricorda una cosa. Se ti sentirai a disagio lo dirai, ma non ti fermerai per semplice imbarazzo»
Scossi appena il capo. «Sì, Padrone»
Varcai l’ingresso del centro commerciale con il cuore che batteva più forte. Le porte automatiche si aprirono davanti a me e mi fermai poco dopo, vicino all’ingresso. In quel momento il telefono vibrò nella borsa.

M. Marco:
"Resta ferma dove sei. Schiena dritta e spalle basse. Conta fino a trenta."

Iniziai a contare mentalmente, cercando di mantenere la postura come mi aveva detto. Il telefono vibrò di nuovo.

M. Marco:
"Sali al piano superiore, negozio di intimo, lato sinistro della galleria. Fermati davanti alla vetrina."

Feci come aveva detto.

M. Marco:
"Ora osservala. Immaginati là dentro, a cercare capi da indossare per me."

Il cuore accelerò.

M. Marco:
"Scrivi una sola parola. Quella che descrive cosa provi."

Guardai il mio riflesso nel vetro prima di abbassare lo sguardo sul telefono.

Alice:
"Disagio."

La risposta arrivò quasi subito.

M. Marco:
"Bene, è da lì che si costruisce. Entra e dirigiti verso l’espositore centrale a sinistra. Ci sono due completi: vinaccia e nero. Non toccarli, descrivili."

Il negozio era illuminato da luci soffuse. La commessa era occupata con un’altra cliente. Individuai subito l’espositore.

Alice:
"Uno ha un reggiseno a coppe con ricamo che copre quasi tutto e piccoli inserti di tulle trasparente. Slip con taglio netto, più stretto dietro. Ha un reggicalze con cinghie dritte, stessa trama."

M. Marco:
"Bene. Ora l’altro."

Lo osservai meglio.

Alice:
"Reggiseno a coppe, totalmente trasparente, con un piccolo ricamo sul bordo. Non copre davvero. Lo slip è uguale."

M. Marco:
"Hai impiegato più tempo. Perché?"

Il cuore accelerò ancora. 'Perché mi metteva a nudo anche senza indossarlo. Non lasciava spazio a interpretazioni, pensai'

Alice:
"Espone molto, Padrone."

M. Marco:
"Lo so, ma non è una giustificazione. Ora, provali."

«Posso aiutarti?» Sussultai, sentendo una voce alle mie spalle. La commessa era arrivata senza che me ne accorgessi. Rimasi un attimo immobile, lo sguardo sugli intimi, cercando una risposta credibile.
«Vorrei provare questi» dissi indicando i completi.
«Perfetto. Che taglia porti di solito?»
«Una 2C e una S» risposi, con una lieve esitazione. Sentii le guance scaldarsi. Il telefono vibrò tra le mani.

M. Marco:
"Sei in ritardo."

«Benissimo, seguimi. Ti accompagno al camerino» Annuii e la seguii. Doveva avere qualche anno più di me. Aprì la porta e mi fece cenno di entrare. Le sorrisi appena, poi mi chiusi dentro. Per un secondo rimasi ferma, la schiena contro il pannello, cercando di regolare il respiro.

Alice:
"La commessa mi ha fermata…sono nel camerino ora."

M. Marco:
"Prima il vinaccia. Una foto davanti."

Le mani mi tremavano leggermente mentre mi cambiavo. Non ero completamente nuda, ma mi sentivo comunque esposta. Scattai la foto e la inviai.

M. Marco:
"Girati, mostrami il dietro."

Mandai anche quella.

M. Marco:
"Ora il completo nero."

La trasparenza lasciava intravedere la pelle. Scattai le foto come avevo fatto col precedente. Poi attesi, ma il messaggio non arrivava. Passarono secondi, poi minuti. Il silenzio iniziò a pesare più del resto. Un colpo leggero sul pannello mi fece sussultare.
«Tutto bene? Ti serve una taglia diversa?» chiese la commessa da fuori.
«No, grazie!» risposi troppo in fretta. Mi schiarii la voce. «Va bene così.»
Guardai di nuovo il telefono, che finalmente vibrò.

M. Marco:
"Rivestiti. Prenderai il vinaccia."

Obbedii. Quando uscii, spiegai alla commessa quale completo avrei preso e insieme ci avviammo verso la cassa. E fu lì che lo vidi.
Era in piedi, davanti il bancone. Non sapevo da quanto fosse lì. Il cuore accelerò immediatamente, come se la distanza tra quello che era appena successo nel camerino e il mondo reale si fosse annullata in un istante.
La commessa gli rivolse uno sguardo. «Ha bisogno di qualcosa?»
«Pago io» disse indicando il completo. La sua voce era calma, come se fosse tutto normale.
Lo sguardo della commessa tornò su di me, come a chiedere conferma. D'altronde la capivo, non eravamo entrati insieme e ora uno sconosciuto più grande, chiedeva di pagare un completo che avevo provato da sola.
Feci un piccolo cenno con il capo e sentii di nuovo le guance scaldarsi, per l'imbarazzo. Per un attimo mi sembrò che tutto quello che era appena successo fosse visibile. Pagò senza aggiungere altro.
Io rimasi accanto, in silenzio e per la prima volta capii davvero cosa significava essere guidata anche fuori da uno spazio chiuso.

In macchina, sulla via del ritorno, fu lui a parlare per primo.
«Come ti sei sentita?»
Spostai lo sguardo dal finestrino a lui. «All’inizio…esposta, poi in imbarazzo»
«Per il completo?» chiese.
Scossi leggermente la testa. «No. Per il fatto che lo stessi guardando tu, Padrone»
Annuì appena, come se quella risposta fosse esattamente ciò che si aspettava.
«E gli ordini?»
Inspirai lentamente. «Mi hanno fatto sentire guidata e sotto esame»
«Lo eri» confermò con calma. «Ti è dispiaciuto?»
Esitai solo un istante. «No» ammisi. Poi abbassai lo sguardo, sentendo qualcosa stringersi nello stomaco. «Ma il tuo silenzio…» continuai piano «quello mi ha fatto paura, Padrone»
«Paura di cosa?»
«Di aver sbagliato»
«Solo questo?»
Deglutii. «Anche…che qualcuno potesse accorgersene» non disse nulla, ma il silenzio mi spinse a continuare. «Che potessero capire che non stavo provando quei completi per caso»
Si fermò a un semaforo rosso e si voltò verso di me. «Era voluto»
Lasciò il volante e posò una mano sulla mia coscia. Il pollice iniziò a muoversi lentamente, disegnando piccoli cerchi. Il respiro cambiò appena e una scossa arrivò dal basso ventre. La sua mano salì fino al mento, lo afferrò con decisione, costringendomi a guardarlo.
«Ma non eri in pericolo» Il semaforo diventò verde e la sua mano tornò al volante, come se nulla fosse. «Non ti lascio sospesa per farti cadere» disse dopo qualche secondo «Ti lascio sospesa per farti capire che reggi»
Quelle parole mi rimasero addosso più del resto del pomeriggio.

14 Maggio 2026

Quel giorno non mi disse subito dove saremmo andati. Salì in macchina come sempre, mi salutò con la stessa calma, ma evitò qualsiasi dettaglio. Io non chiesi, o meglio, ci pensai, ma qualcosa mi trattenne. Ormai avevo capito che parte dell’addestramento passava anche da lì, dal non sapere. Guidò per diversi minuti, uscendo dalla zona che conoscevo. Le strade iniziarono a cambiare, i punti di riferimento sparirono uno dopo l’altro. A un certo punto rallentò e parcheggiò. Mi guardai attorno, ma quello che vedevo erano una serie di negozi di un piccolo quartiere a me sconosciuto. Nonostante fosse il mio Padrone, Marco rimaneva un gentiluomo. Mi venne ad aprire la portiera e mi invitò a scendere, e tenendomi per mano mi portò davanti a un negozio. Sentii il suo sguardo su di me, ricambiai, per poi fermarmi sull’insegna davanti a noi. Fu allora che capii.
Un sexy shop.
Il cuore fece un salto, bloccandomi per un istante. Eravamo lontanissimi dalla nostra zona, chilometri da casa. Nessuno che conoscevo avrebbe potuto vedermi lì, eppure mi voltai comunque d’istinto, controllando attorno.
Marco notò il mio movimento. Sciolse le nostre mani e posò la sua sulla parte bassa della mia schiena. Il palmo era caldo, fermo. «Vieni»
Esitai mezzo secondo. «Padrone…» sussurrai, per paura che qualcuno potesse sentirmi, anche se gli unici due passanti erano a qualche metro da noi.
Lui teneva già la porta aperta. «Sì?»
«E se… qualcuno mi vedesse?»
Non sapevo nemmeno io cosa intendessi davvero. Non c’era nessuno, lo sapevo. Eppure l’idea di essere vista entrare lì mi faceva sentire esposta in un modo nuovo.
Mi guardò con calma. «Nessuno ti conosce qui, Alice» La sua mano si fece leggermente più presente sulla mia schiena. «E non sei sola»
Annuii, anche se il nodo nello stomaco non si sciolse del tutto. Entrammo.
Dietro il bancone c’era un uomo sulla trentina. Il suo sguardo si posò su di me un istante più del necessario. «Buon pomeriggio»
«Ciao, Luca» rispose Marco con naturalezza. Quella familiarità mi fece irrigidire.
«È un po’ che non la vedevo»
«Sono stato impegnato»
Rimasi in silenzio.
«Posso aiutarvi?» chiese il ragazzo, tornando a guardarmi.
«Diamo un’occhiata in giro»
Il ragazzo inclinò la testa verso il fondo del negozio. «Fate con calma»
Marco annuì e iniziò a camminare. La mano sulla mia schiena non si spostò. Quando fummo abbastanza lontani dal bancone, abbassai la voce.
«Ci sei già stato con… altre?» La domanda mi uscì prima che potessi fermarla.
Si fermò e si voltò lentamente verso di me.
«Non è questo il punto» Il tono si abbassò appena, ma bastò a farmi capire che non c’era spazio per insistere. Indicò uno scaffale che conteneva intimo.
«Respira» Obbedii quasi senza rendermene conto. «Non guardarti intorno. Guarda solo quello che ti dico io»
Il cuore accelerò. Indicò un ripiano. «Avvicinati» Feci un passo. «Più vicino» Un altro. «Quello verde, a sinistra. Toccalo»
Allungai la mano e sfiorai il tessuto con la punta delle dita.
«Non come se scottasse» Inspirai e riprovai, questa volta con più decisione. «Leggi la taglia»
«È la mia» sussurrai.
«Prendine uno»
Esitai. «Padrone…»
«Uno» insistette.
Guardai rapidamente attorno. Il negozio era silenzioso. Lo presi.
Lui annuì appena. «Bene» Poi indicò una piccola area poco distante, il camerino. «Provalo.»
Annuii e mi avviai. Lui rimase fuori, ma la tenda non si chiuse del tutto. Dallo specchio capii che mi stava osservando.
Indossai il completo e rimasi immobile. Lo notò subito.
«Apri»
Esitai. «Non posso, Padrone…»
«Perché?»
«È… aperto» sussurrai.
«Mostrati»
«Padrone…» provai ancora.
Lo sentii sospirare, poi afferrò la tenda e la aprì del tutto. Istintivamente portai le mani a coprirmi, ma il suo sguardo mi fece capire subito che non era quello che voleva. Lentamente le lasciai scendere. Mi sentii più esposta del giorno prima. Il tessuto lasciava scoperte parti che non ero abituata a mostrare in pubblico, come il seno completamente libero e sorretto solo da un ferretto e una mezza coppa. Le spalline decorate solo da una catenina color oro, e lo slip minimale che copriva solo il monte di venere, accentuavano quella sensazione. Marco fece scorrere lo sguardo su di me con attenzione.
«Mani dietro la testa»
Obbedii. Il gesto aprì ancora di più la postura.
«Divarica le gambe» Esitai appena, poi lo feci. «Di più»
Guardai oltre le sue spalle. Non c’era nessuno. Allargai ancora.
«Bene. Ricordala...questa è la posizione d'ispezione»
Rimasi così per qualche secondo che mi sembrarono lunghi minuti. Il suo sguardo indugiava su ogni dettaglio, e quell’attenzione mi metteva in difficoltà, ma allo stesso tempo accendeva qualcosa che non riuscivo a ignorare.
Alzò una mano e sfiorò appena una spallina. Il contatto fu leggero, ma bastò a farmi trattenere il respiro. Si avvicinò al mio orecchio. «Rivestiti» sussurrò.
Poi si allontanò, richiudendo la tenda. Quando rimasi di nuovo sola, mi appoggiai un istante allo specchio e lasciai uscire lentamente il respiro che stavo trattenendo. Dopo essermi rivestita, lo raggiunsi e mi condusse verso un’altra zona del negozio.
Lì c’erano gli scaffali con i sexy toys.
Prese alcuni oggetti, come dildi, succhia clitoridi, plug, palline, passandomeli uno alla volta e invitandomi a osservarli e a dirgli cosa ne pensassi. Obbedii, mentre ciò iniziava a eccitarmi e col passare dei minuti sentii il respiro cambiare, farsi più pesante.
Lui continuava, senza fretta. Poi si allontanò per qualche istante, lasciandomi sola davanti a quegli oggetti. La mia mente andò altrove, tornando inevitabilmente ai miei vecchi giocattoli e alla fine che avevano fatto.
Quando tornò, aveva tra le mani una piccola scatola, me la porse. «Questo è un piccolo regalo per questi giorni. Sei stata brava»
La aprii. Dentro c’era uno slip sottile, attraversato da una fila di perle. Il respiro si fermò per un attimo. Alzai lo sguardo verso di lui, che sorrideva appena.
«Ora lo indosserai» disse con calma. «E mi darai il tuo»
Annuii. «Come desideri, Padrone» feci per tornare verso il camerino.
Ma mi fermò subito. «Dove vai?»
«In camerino, Padrone» risposi, quasi automaticamente.
Il suo sguardo si fece più fermo. «Chi ti ha dato il permesso?»
Lo guardai senza capire. «Tu, Padrone. Mi hai detto d'indossarlo»
«Non mi sembra di aver nominato il camerino»
Quelle parole mi lasciarono sospesa. «No, Padrone» ammisi, sentendo salire un filo di tensione.
«Esatto» fece una breve pausa. «Lo sfilerai qui e indosserai quello»
Il cuore accelerò. «Qui…Padrone?»
«Qui» confermò con una calma disarmante. Rimasi immobile per un istante, lo sguardo che correva intorno alla stanza. Sembrava vuota, ma la sensazione di poter essere vista da un momento all’altro mi stringeva lo stomaco.
«Ti aspetto in cassa» aggiunse, voltandosi. «Non farmi attendere»
«Aspetta» gli sfiorai il braccio d’istinto. Lui abbassò lo sguardo su quel contatto e io ritrassi subito la mano. «Non lasciarmi sola» dissi piano.
Mi osservò per qualche secondo. «Alice» disse con tono calmo «sei perfettamente in grado di farlo.» Poi, abbassò ancora il tono di voce «E io mi fido di te»
Quelle parole pesarono più dell’ordine stesso. Annuii, anche se dentro sentivo il battito accelerare. Quando lo vidi sparire oltre l’angolo, rimasi sola con quello che dovevo fare. Guardai lo slip tra le dita, poi l’ambiente intorno. Non c’era nemmeno un posto in cui nascondermi. Mi spostai verso un angolo, con la schiena al muro e l’ingresso appena di lato, come per tenerlo sotto controllo. Feci un respiro lento e portai la mano sotto la gonna che si sollevò appena. I movimenti erano piccoli, controllati, ma dentro sentivo la tensione crescere. Afferrai lo slip e lo sfilai lentamente. Quando riuscii a sfilare il mio, lo lasciai cadere a terra e lo nascosi tra i piedi. La parte più difficile arrivò subito dopo. Per indossare quello nuovo dovetti piegarmi, cercando di fare tutto in fretta, senza attirare attenzione. Il cuore batteva forte mentre infilavo il tessuto, un piede alla volta, cercando di non perdere l’equilibrio.
In quel momento sentii dei passi. Il cuore mi saltò in gola. Tirai su velocemente lo slip, e mi raddrizzai di scatto. I miei occhi si incrociarono con quelli di un uomo sulla quarantina. Arrossii mentre toglievo la mano da sotto la gonna e la sistemavo. Lui guardò il mio gesto e accennò un sorriso. Strinsi in un pugno il mio slip e mi allontanai quasi correndo da quella stanza. Quando raggiunsi Marco alla cassa, lui stava parlando con il commesso come se nulla fosse. La normalità della scena contrastava con quello che avevo appena fatto. Appena mi vide, allungò la mano verso di me, aperta. La richiesta era silenziosa, ma chiara.
Esitai un attimo e guardai il ragazzo che ci osservava, la mano era alla sua vista. Poi lasciai scivolare il tessuto nel suo palmo, cercando di farlo nel modo più discreto possibile. Lui lo prese senza esitazione, con naturalezza, e lo fece sparire nella tasca dei pantaloni, non prima però di averlo annusato davanti al ragazzo.
Poi mi porse il sacchetto con gli acquisti e, come se nulla fosse, salutò il commesso e si avviò verso l’uscita, poggiandomi ancora una volta la mano sulla schiena. Io lo seguii, ancora con il respiro leggermente irregolare e la sensazione, nuova e intensa, di aver superato qualcosa che fino a poche ore prima non avrei nemmeno immaginato.

In macchina abbassai lo sguardo e sistemai con discrezione la gonna, cercando di aggiustare ciò che indossavo sotto. L’avevo infilato in fretta e lo sentivo ancora addosso, troppo presente sulla pelle.
Marco se ne accorse subito. «Ti dà fastidio?»
Arrossii appena. «No… è che l’ho indossato di fretta»
Mi osservò per un istante, senza distogliere lo sguardo dalla strada. «Il tuo respiro è ancora accelerato»
Abbassai gli occhi verso le mani. «Non è per quello»
«Ah no?»
Esitai. «Stavo per essere scoperta»
Marco si voltò appena verso di me. «Davvero?»
Annuii. «Un uomo è entrato mentre lo stavo indossando»
Per qualche secondo non disse nulla. Poi, sul suo volto, comparve un sorriso appena accennato.
«Eppure sei qui» si avvicinò quel tanto che bastava per sfiorarmi una guancia. «Direi che te la sei cavata»
Il cuore mi batteva ancora forte. Annuii piano, lasciando che il respiro tornasse gradualmente normale.
scritto il
2026-07-05
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