La setta (parte 4)
di
Kugher
genere
sadomaso
Martina non riusciva a staccare gli occhi da Mattia e, soprattutto, da quella splendida ragazza, nuda, accucciata ai suoi piedi, come fosse un cane. I capelli biondi, lunghi, erano sistemati bene sul pavimento, come fosse un ornamento messo ad arte per creare il bello.
La poltrona in cuoio sulla quale era seduto l’uomo trasmetteva solidità, forza, come se gli anni che evidentemente quell’oggetto aveva, potessero raccontare il vissuto e l’esperienza di chi la possedeva.
Il forte contrasto sembrava evidenziare la fragilità della ragazza che traeva protezione dal piede dell’uomo sul suo capo appoggiato a terra.
Martina non capiva se fosse una sua sensazione, la proiezione di un suo desiderio, ma quel piede non sembrava tanto usare la testa come sgabello, quanto confermare alla ragazza della sua presenza, come a volerla rassicurare che lui si sarebbe preso cura di lei.
Era una sensazione nuova, sconosciuta che, come tutte le cose improvvise, consentiva solo di vivere le sensazioni senza poterle ragionare, metabolizzare.
"Buongiorno Martina, benvenuta, mi fa piacere conoscerti. Accomodati e parliamo un poco, fatti conoscere”.
La ragazza distolse lo sguardo da quella che sembrava essere sua coetanea, per guardare l’uomo. Venne attratta dai suoi occhi azzurri. Quel colore non trasmetteva una sensazione di freddo ma, bensì, di calore. Si concentrò sullo sguardo e lo trovò profondo, tipico di un uomo maturo che conosce le cose della vita che affronta con serenità, tranquillità, padronanza.
Dedicò qualche attenzione alla ragazza nuda a terra. Nonostante il piede sul viso, le poté vedere gli occhi. Erano scuri, ma ciò che la colpì era lo sguardo tranquillo, rilassato.
“Conosce il mio nome?”
Fu quasi stupita di questo fatto.
“Certo, anche tu conosci il mio. Così come lo ha anticipato a te, Franco ha raccontato a me, a noi, ne ha parlato anche a Ilaria, di te, della bella persona che ha conosciuto in treno, della tua fragilità e di quella pulizia d’anima che lo ha colpito. Mi aveva chiesto il permesso di portarti qui”.
“Chi vive qui non ha il diritto di portare chi vuole?”
“Siamo una comunità. Ciò che fa uno di noi può portare conseguenze a tutti gli altri. Siamo un gruppo forte ed unito, ma ci proteggiamo da pericoli esterni. Qui dentro dobbiamo essere tutti al sicuro. Ci sosteniamo a vicenda. Chiunque può portare amici, ma prima ne deve parlare agli altri e se la persona ha una bella anima allora può entrare. Non ci serve negatività”.
Martina ne fu colpita. Non si sentì più una semplice visitatrice ma un ospite, una persona apprezzata al punto da essere ammessa in quel gruppo che non era chiuso, ma attento. Si sentì sicura lì dentro, come se non potesse accadere nulla perché qualunque cosa fosse successa, non sarebbe stata sola. Finché era lì dentro il gruppo l’avrebbe protetta.
“Mi fa piacere che il tuo sguardo si sia rasserenato. Quando hai osservato Elena ai miei piedi ti sei irrigidita”.
Martina rimase zitta. Non era abituata al fatto che la gente si accorgesse dei suoi cambi di umore. Voleva dire che l’aveva osservata, guardata, capita. Si sentì sempre meno sola. Quell’uomo aveva un forte carisma.
Martina aveva una voce tranquilla e rilassata quando rispose a Mattia.
“Non è normale vedere una ragazza ai piedi di un uomo, al guinzaglio”.
Pochi minuti prima avrebbe proseguito la frase, dicendo che era a contrasto con la serenità e libertà che Franco le aveva descritto. Adesso invece si era fermata, limitandosi alla prima parte delle impressioni senza dare negatività, come se prima dovesse capire.
“Mi fa piacere che tu non abbia giudicato me e lei e, di riflesso, tutto il nostro gruppo”.
Mattia tolse il piede, e si chinò ad accarezzare il capo ed il fianco della ragazza a terra, come fosse un cane. Si rimise comodo e appoggiò nuovamente il piede sulla testa. Elena girò appena il capo e forzò la lingua per poterlo leccare. Poi adagiò nuovamente la guancia al pavimento e chiuse gli occhi.
Martina si chiese se avesse capito che stavano parlando di lei, in quanto la sua reazione era quella tipica di chi o non ha sentito oppure non conosce la lingua.
“Pensi sia ai miei piedi perché costretta?”.
Martina tacque. Non le andava di rispondere affermativamente e la risposta negativa sarebbe stata una bugia. Qualcosa le diceva che doveva astenersi dal dire cose diverse dai suoi pensieri.
“Ho apprezzato che tu non abbia mentito dicendomi di no”.
Martina restò stupita. Per la seconda volta quell’uomo le aveva letto dentro. Si sentì nuda ma non esposta, bensì guardata, capita. La sensazione la frastornava ma le dava piacere, abituata a sentirsi invisibile davanti a sua madre, per tacere del padre che l’aveva abbandonata. In quel locale arredato con solidi mobili in legno stagionato, carico di vita e di anni, di esperienza, eppure semplice, con i colori chiari alle pareti ed un tappeto soffice, sul quale era stesa la ragazza nuda, si sentì meno fragile.
Mattia tolse il piede e si rivolse alla ragazza.
“Elena, sei costretta a stare ai miei piedi?”
“No, ti ho chiesto io di tenermi come tua schiava”.
Dalla risposta Martina capì che la ragazza aveva sempre sentito tutto, pur restando serena nella sua posizione benché si parlasse di lei, come se la cosa non le fosse interessata perché altri avrebbero pensato a lei.
“Sei schiava per mia costrizione?”
“No, sto bene ad appartenere a te e a Ilaria”.
L’uomo si sistemò nuovamente allo schienale della poltrona e pose ancora il piede sulla testa della ragazza.
“Tu hai avuto un pregiudizio nei miei confronti, prima che ne suoi. Invece lei è semplicemente stata accolta per quello che è. Qui nessuno la giudica e tutti hanno accettato questo suo desiderio. Noi prestiamo attenzione verso la persona, chiunque essa sia”.
Martina decise di parlare sinceramente, cosa che di solito non faceva, preferendo tenersi i suoi pensieri e le sue sensazioni.
“E’ difficile da credere”.
“Tua madre non ti accetta, ti critica, non vuole che tu sia te stessa, ti da contro. Come ti senti a non essere accettata?”
La ragazza restò sbalordita. Mattia si accorse delle emozioni che stava provando.
“Come ti ho detto, qui abbiamo attenzione verso le persone e le accettiamo come sono, lasciandole libere di fare tutte le loro scelte e aiutandole a superare tutte le loro fragilità”.
Martina, uscita dalla comunità, volle andarsene subito a casa. Restò come sospesa in un ambiente liquido, fluttuante, completamente sommersa eppure riusciva a respirare benissimo. Vedeva i suoi capelli sospesi che ondeggiavano mentre le orecchie, completamente sommerse, non udivano nulla lasciandole la possibilità di concentrarsi unicamente sui battiti del suo cuore che, da frequenti, divennero sempre più calmi, rilassati, assorbendo i pensieri che le sembrava stessero trovando pace, fino ad addormentarsi.
La poltrona in cuoio sulla quale era seduto l’uomo trasmetteva solidità, forza, come se gli anni che evidentemente quell’oggetto aveva, potessero raccontare il vissuto e l’esperienza di chi la possedeva.
Il forte contrasto sembrava evidenziare la fragilità della ragazza che traeva protezione dal piede dell’uomo sul suo capo appoggiato a terra.
Martina non capiva se fosse una sua sensazione, la proiezione di un suo desiderio, ma quel piede non sembrava tanto usare la testa come sgabello, quanto confermare alla ragazza della sua presenza, come a volerla rassicurare che lui si sarebbe preso cura di lei.
Era una sensazione nuova, sconosciuta che, come tutte le cose improvvise, consentiva solo di vivere le sensazioni senza poterle ragionare, metabolizzare.
"Buongiorno Martina, benvenuta, mi fa piacere conoscerti. Accomodati e parliamo un poco, fatti conoscere”.
La ragazza distolse lo sguardo da quella che sembrava essere sua coetanea, per guardare l’uomo. Venne attratta dai suoi occhi azzurri. Quel colore non trasmetteva una sensazione di freddo ma, bensì, di calore. Si concentrò sullo sguardo e lo trovò profondo, tipico di un uomo maturo che conosce le cose della vita che affronta con serenità, tranquillità, padronanza.
Dedicò qualche attenzione alla ragazza nuda a terra. Nonostante il piede sul viso, le poté vedere gli occhi. Erano scuri, ma ciò che la colpì era lo sguardo tranquillo, rilassato.
“Conosce il mio nome?”
Fu quasi stupita di questo fatto.
“Certo, anche tu conosci il mio. Così come lo ha anticipato a te, Franco ha raccontato a me, a noi, ne ha parlato anche a Ilaria, di te, della bella persona che ha conosciuto in treno, della tua fragilità e di quella pulizia d’anima che lo ha colpito. Mi aveva chiesto il permesso di portarti qui”.
“Chi vive qui non ha il diritto di portare chi vuole?”
“Siamo una comunità. Ciò che fa uno di noi può portare conseguenze a tutti gli altri. Siamo un gruppo forte ed unito, ma ci proteggiamo da pericoli esterni. Qui dentro dobbiamo essere tutti al sicuro. Ci sosteniamo a vicenda. Chiunque può portare amici, ma prima ne deve parlare agli altri e se la persona ha una bella anima allora può entrare. Non ci serve negatività”.
Martina ne fu colpita. Non si sentì più una semplice visitatrice ma un ospite, una persona apprezzata al punto da essere ammessa in quel gruppo che non era chiuso, ma attento. Si sentì sicura lì dentro, come se non potesse accadere nulla perché qualunque cosa fosse successa, non sarebbe stata sola. Finché era lì dentro il gruppo l’avrebbe protetta.
“Mi fa piacere che il tuo sguardo si sia rasserenato. Quando hai osservato Elena ai miei piedi ti sei irrigidita”.
Martina rimase zitta. Non era abituata al fatto che la gente si accorgesse dei suoi cambi di umore. Voleva dire che l’aveva osservata, guardata, capita. Si sentì sempre meno sola. Quell’uomo aveva un forte carisma.
Martina aveva una voce tranquilla e rilassata quando rispose a Mattia.
“Non è normale vedere una ragazza ai piedi di un uomo, al guinzaglio”.
Pochi minuti prima avrebbe proseguito la frase, dicendo che era a contrasto con la serenità e libertà che Franco le aveva descritto. Adesso invece si era fermata, limitandosi alla prima parte delle impressioni senza dare negatività, come se prima dovesse capire.
“Mi fa piacere che tu non abbia giudicato me e lei e, di riflesso, tutto il nostro gruppo”.
Mattia tolse il piede, e si chinò ad accarezzare il capo ed il fianco della ragazza a terra, come fosse un cane. Si rimise comodo e appoggiò nuovamente il piede sulla testa. Elena girò appena il capo e forzò la lingua per poterlo leccare. Poi adagiò nuovamente la guancia al pavimento e chiuse gli occhi.
Martina si chiese se avesse capito che stavano parlando di lei, in quanto la sua reazione era quella tipica di chi o non ha sentito oppure non conosce la lingua.
“Pensi sia ai miei piedi perché costretta?”.
Martina tacque. Non le andava di rispondere affermativamente e la risposta negativa sarebbe stata una bugia. Qualcosa le diceva che doveva astenersi dal dire cose diverse dai suoi pensieri.
“Ho apprezzato che tu non abbia mentito dicendomi di no”.
Martina restò stupita. Per la seconda volta quell’uomo le aveva letto dentro. Si sentì nuda ma non esposta, bensì guardata, capita. La sensazione la frastornava ma le dava piacere, abituata a sentirsi invisibile davanti a sua madre, per tacere del padre che l’aveva abbandonata. In quel locale arredato con solidi mobili in legno stagionato, carico di vita e di anni, di esperienza, eppure semplice, con i colori chiari alle pareti ed un tappeto soffice, sul quale era stesa la ragazza nuda, si sentì meno fragile.
Mattia tolse il piede e si rivolse alla ragazza.
“Elena, sei costretta a stare ai miei piedi?”
“No, ti ho chiesto io di tenermi come tua schiava”.
Dalla risposta Martina capì che la ragazza aveva sempre sentito tutto, pur restando serena nella sua posizione benché si parlasse di lei, come se la cosa non le fosse interessata perché altri avrebbero pensato a lei.
“Sei schiava per mia costrizione?”
“No, sto bene ad appartenere a te e a Ilaria”.
L’uomo si sistemò nuovamente allo schienale della poltrona e pose ancora il piede sulla testa della ragazza.
“Tu hai avuto un pregiudizio nei miei confronti, prima che ne suoi. Invece lei è semplicemente stata accolta per quello che è. Qui nessuno la giudica e tutti hanno accettato questo suo desiderio. Noi prestiamo attenzione verso la persona, chiunque essa sia”.
Martina decise di parlare sinceramente, cosa che di solito non faceva, preferendo tenersi i suoi pensieri e le sue sensazioni.
“E’ difficile da credere”.
“Tua madre non ti accetta, ti critica, non vuole che tu sia te stessa, ti da contro. Come ti senti a non essere accettata?”
La ragazza restò sbalordita. Mattia si accorse delle emozioni che stava provando.
“Come ti ho detto, qui abbiamo attenzione verso le persone e le accettiamo come sono, lasciandole libere di fare tutte le loro scelte e aiutandole a superare tutte le loro fragilità”.
Martina, uscita dalla comunità, volle andarsene subito a casa. Restò come sospesa in un ambiente liquido, fluttuante, completamente sommersa eppure riusciva a respirare benissimo. Vedeva i suoi capelli sospesi che ondeggiavano mentre le orecchie, completamente sommerse, non udivano nulla lasciandole la possibilità di concentrarsi unicamente sui battiti del suo cuore che, da frequenti, divennero sempre più calmi, rilassati, assorbendo i pensieri che le sembrava stessero trovando pace, fino ad addormentarsi.
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