Quello che non si dice - Capitolo 6: La porta accanto

di
genere
tradimenti

La battuta di Andrea cambiò il secondo giorno prima ancora che cominciasse.

Non lui. Lui si svegliò come sempre, allegro, affamato, con la voglia di riempire ogni ora. Fui io a cambiare. Avevo dormito male nella stanza singola, con la parete sottile alle spalle e i rumori attutiti della loro camera che arrivavano a intervalli, e per tutta la notte avevo sentito quella frase girare a vuoto. *A volte penso che Chiara parli più volentieri con te che con me.* La leggerezza con cui l'aveva detta. Il modo in cui aveva riso. E il modo in cui, per un solo istante, i suoi occhi si erano fermati su di me una frazione di secondo più del necessario.

Forse non significava niente. Le persone dicono cose. Ma io ero diventato un esperto di sottotesti, uno specialista dei micro segnali, e sapevo che certe battute gli uomini le fanno proprio quando qualcosa, sotto la superficie della loro fiducia, ha cominciato a muoversi. Non un sospetto. Un pre-sospetto. Il rumore lontano dell'acqua in un pozzo creduto vuoto.

A colazione, sulla terrazza dell'hotel, tra i vasi di gerani e la vista sui Faraglioni, Andrea ricevette la telefonata.

Lo capii subito dal modo in cui il suo viso cambiò. Il cantiere di Ravello. Qualcosa era andato storto, un problema con la struttura portante della terrazza panoramica, il committente che voleva risposte, l'ingegnere che diceva di dover fermare tutto. Andrea si alzò dal tavolo, camminò avanti e indietro sulla terrazza con il telefono all'orecchio, gesticolando verso il mare come faceva sempre, come faceva la prima sera sul suo terrazzo di casa quando tutto questo non era ancora cominciato.

Tornò al tavolo con la faccia scura.

«Devo andare» disse. «Mi dispiace da morire. Il cantiere è fermo, il committente è una belva, se non ci vado io oggi perdiamo una settimana e una penale che non voglio nemmeno dirvi.» Si passò una mano sul viso. «C'è l'aliscafo delle undici. Sono a Ravello all'una, sistemo, e prendo l'ultimo traghetto stasera. Torno per cena. Al massimo domani mattina presto.»

«Ti accompagno» dissi, e mi alzai, e per un momento credetti davvero di poter salvare qualcosa, di poter usare il pretesto per non restare solo con lei sull'isola.

«No, no.» Andrea mi mise una mano sulla spalla, mi rimise seduto. «Manco per sogno. Voi restate. Godetevi Capri. Che senso ha se venite anche voi a guardarmi litigare con un ingegnere?» Guardò Chiara. «Amore, tieni compagnia a Luca. Fategli fare il giro in barca che avevo prenotato, quello dei Faraglioni. È pagato, sarebbe un peccato. Io torno stasera.»

E così, nel giro di venti minuti, con la naturalezza con cui aveva costruito tutto il resto, Andrea ci lasciò soli. Fu lui. Fu di nuovo lui, come il numero, come l'invito. Ci prese, senza saperlo, e ci mise l'uno nelle mani dell'altra, e se ne andò con la valigetta e un bacio distratto sulla tempia di Chiara e un abbraccio forte per me, di quelli interi, sussurrandomi all'orecchio: «Grazie di esserci sempre, fratello.»

Lo guardammo scendere verso il porto dalla terrazza. Diventò una figura piccola sulla scalinata tra le buganvillee, poi sparì. Restammo io e Chiara soli sull'isola, con il sole alto e un'intera giornata davanti, e il rumore delle nostre stesse intenzioni tra noi come una marea che sale.

«Non era previsto» dissi.

«No» disse Chiara. E poi, dopo un silenzio: «Ma è successo.»

Mi guardò, e non c'era più la paura della sera prima. C'era di nuovo quella fame vertiginosa, e qualcosa di più affilato sotto, la consapevolezza che il caso ci aveva regalato esattamente ciò che non avremmo mai osato chiedere.


Non facemmo il giro in barca. Restammo in hotel. Chiara salì per prima, dopo qualche minuto salii io, e camminai lungo il corridoio di buganvillee fino alla mia porta, la singola, la porta accanto alla loro. Lei mi aspettava dentro. Aveva già chiuso le persiane, e la stanza era in penombra, con le lame di luce che entravano dalle fessure e disegnavano righe sul letto, sul pavimento, sul suo corpo.

Perché non nella loro camera. Quello non lo dicemmo, ma lo sapevamo entrambi. Il letto matrimoniale, il letto che divideva con Andrea anche in vacanza, era off limits. Era la stessa regola della casa di Cetara, la stanza degli ospiti e non quella coniugale. Persino nel tradimento Chiara tracciava confini, e io li rispettavo, perché erano l'ultima cosa che le restava di sé stessa.

«Abbiamo tutto il giorno» disse. Era in piedi al centro della stanza, ancora con il vestito bianco della colazione, i sandali chiari, il cappello di paglia posato sulla scrivania. «Per la prima volta abbiamo tutto il giorno.»

Mi avvicinai. Le tolsi il cappello dai capelli, che non aveva più addosso ma che continuava a portare come un gesto, e le liberai la ciocca ribelle dietro l'orecchio, quella che rimetteva a posto cento volte al giorno. Lo feci io, per una volta. Lei chiuse gli occhi.

La feci sedere sul bordo del letto, sulle lame di luce, e mi inginocchiai davanti a lei sul pavimento fresco, come mi inginocchiavo sempre, come mi ero inginocchiato la prima volta senza sapere perché. Le tolsi i sandali, uno alla volta, slacciando la fibbia sottile. I suoi piedi erano caldi, un po' arrossati dai sandali, con la linea dell'abbronzatura netta sul dorso. Ne presi uno tra le mani, il destro, e premetti il pollice sull'arco, e lei sospirò quel sospiro lungo che conoscevo ormai a memoria e che avrei riconosciuto in mezzo a mille.

Portai il piede alla bocca. Baciai la pianta, l'arco teso, le dita a una a una, lentamente, mentre fuori i gabbiani stridevano sopra i Faraglioni e il mondo continuava a esistere senza sapere niente di quella stanza. Chiara si lasciò cadere all'indietro sul letto, i capelli sparsi, le braccia aperte, il vestito bianco che risaliva sulle gambe. Risalii con la bocca lungo la caviglia, il polpaccio, l'interno del ginocchio, quel punto che la faceva ridere e gemere insieme, e più su, mentre le sue mani cercavano i miei capelli e il suo respiro cambiava ritmo.

Non c'era fretta, per la prima volta. Non c'erano le persiane da riaprire prima di un'ora, non c'era la donna delle pulizie di sabato, non c'era Andrea che tornava venerdì. C'era tutto il giorno, e ci prendemmo tutto il tempo, e fu diverso da ogni altra volta perché per la prima volta il tempo non era rubato a metà ma sembrava, in quell'illusione di isola e di sole, davvero nostro.

Le sfilai il vestito bianco. La sua pelle profumava di crema solare e di sale e di quella cosa più calda sotto che era solo lei. La baciai dappertutto, lentamente, e lei mi tirò su, mi liberò dalla camicia, mi cercò con la bocca lungo il petto, e ci ritrovammo distesi sulle lame di luce, pelle contro pelle, con il sudore che cominciava a imperlarci nella penombra calda della stanza.

Quando la presi, lei mi guardò negli occhi e non li chiuse, come sempre, come per essere sicura che fossi io. Ci muovemmo insieme, piano, poi con una foga che cresceva, i suoi talloni contro la mia schiena, le sue mani che si aggrappavano, il letto che accompagnava il nostro ritmo. Chiara aveva smesso di trattenere i gemiti, perché eravamo soli, perché per una volta potevamo, e il suono della sua voce che diceva il mio nome senza doverlo nascondere fu la cosa più intima e più pericolosa di tutte.

Venne stringendomi, il corpo inarcato nella luce a righe, e io la seguii tenendola contro di me, il viso nel suo collo, il suo profumo ovunque. Restammo abbracciati sul letto disfatto, i respiri lenti, la luce che si era spostata sul pavimento mentre non guardavamo.

«Potrebbe essere così» disse lei dopo un lungo silenzio. Guardava il soffitto. «Una vita intera. Svegliarsi, fare colazione, un giro in barca, tornare a letto. Senza nascondersi. Senza cancellare le impronte.» Si voltò verso di me, appoggiata su un gomito. «Ci penso, sai. A come sarebbe. Non lo dico mai, ma ci penso.»

Era la prima volta che nominava un futuro. In tre mesi, Chiara aveva sempre parlato al presente, sempre "un pomeriggio", sempre "cosa siamo capaci di sopportare", mai un domani. E adesso, in quella stanza rubata, sull'isola, con il marito lontano, aveva detto "una vita intera". E io capii che era la cosa più pericolosa che avesse mai detto, più pericolosa del piede sotto il tavolo, più pericolosa del numero. Perché finché era stato desiderio, potevamo dirci che era un sogno. Ma il desiderio di una vita non è un sogno. È un progetto. E un progetto ha delle vittime.

«Chiara.»

«Non dire niente.» Mi mise un dito sulle labbra. «Lo so cosa stai per dire. Non lo dire. Lasciami questo. Solo per oggi.»

Fu in quel momento che sentimmo la porta.

Non la nostra. La loro. La porta della camera accanto, quella matrimoniale, che si apriva. Il suono inconfondibile della scheda magnetica, lo scatto della serratura, la maniglia. E poi la voce di Andrea, attutita dalla parete sottile, che diceva a qualcuno, forse al telefono, forse alla cameriera: «Sì, sono rientrato prima, ho risolto per telefono alla fine, non c'è stato bisogno di andare.»

Era tornato. Non aveva preso l'aliscafo. Aveva risolto per telefono. Era nella stanza accanto, a tre metri da noi, separato solo da quella parete sottile come tutto ciò che ci divideva, e Chiara era nuda nel mio letto, e i nostri vestiti erano sparsi sul pavimento, e il mio nome era ancora nell'aria della stanza dove lei l'aveva gridato.

Ci immobilizzammo. Non un respiro. La mano di Chiara serrò la mia con la stessa presa di terrore della sera prima, ma mille volte più forte. Sentivamo Andrea muoversi nella stanza accanto, aprire la valigetta, la doccia che partiva. Poi la sua voce, di nuovo, più vicina, contro la parete, come se fosse in piedi proprio lì.

«Chiara? Amore? Sei in camera?»

Il cuore mi si fermò. Chiara mi guardò, il viso bianco, gli occhi enormi nella penombra. Andrea la stava cercando. Tra un minuto avrebbe bussato alla mia porta. O peggio, avrebbe chiamato il suo telefono, che era lì, sul comodino della mia stanza singola, a faccia in giù, con la suoneria che chissà se era silenziosa.

E in quel silenzio assoluto, mentre l'acqua della doccia scrosciava dall'altra parte del muro e mio fratello chiamava sua moglie che era nuda nel mio letto, capii che il vetro, finalmente, aveva cominciato a incrinarsi davvero.

E che stavolta nessuno dei tre avrebbe potuto far finta di non sentire il rumore.

*continua*
scritto il
2026-07-13
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