Sotto la Tua guida - Capitolo 1

di
genere
dominazione

Prima d'iniziare questo nuovo capitolo, credo di dovervi una spiegazione sul perché in questi mesi sono scomparsa. Alcuni di voi mi hanno scritto, anche solo per sapere come stavo o perché non pubblicavo. Altri per lasciarmi le proprie impressioni sui racconti già pubblicati. Ho letto ogni messaggio e inizialmente ho anche risposto, poi però lo scambio si è interrotto. Sappiate che non è stata una pausa casuale, non è successo per mancanza di tempo o perché non avessi più voglia. Mi sono allontanata volontariamente e dietro questo cambiamento c'è una persona.
Una persona che è entrata nella mia vita da poco e che, poco alla volta, ha iniziato a cambiarla in modi che non avrei mai immaginato possibili.
In realtà, in questi mesi sono cambiate molte cose. La prima è che il rapporto con il mio vecchio padrone è finito. Non è stata una decisione facile da prendere. Non avevo problemi con lui e tra noi le cose andavano bene. A volte, semplicemente, la vita ti porta altrove, anche quando pensavi di aver trovato il tuo posto. Gli sarò sempre grata per ciò che mi ha insegnato e per tutto quello che mi ha fatto scoprire di me durante i mesi in cui sono stata sua.
Per un po' ho pensato che quella parte della mia vita fosse davvero conclusa. Ho passato mesi da sola, mesi normali, almeno in apparenza: senza ordini, senza regole, senza qualcuno che mi chiedesse conto delle mie giornate.
Mesi in cui ho riscoperto cosa significa sentirsi libera. Uscire senza dover avvisare nessuno, vivere la mia quotidianità senza dinamiche precise, addormentarmi senza aspettare un messaggio. Eppure, anche nei momenti in cui stavo bene, c'era sempre qualcosa che mancava, perché certe dinamiche, una volta che entrano davvero dentro di te, non spariscono semplicemente perché scegli di allontanartene. Non erano gli ordini o le regole, era quella sensazione sottile di appartenere a qualcuno. Forse è per questo che, quando lui è arrivato, certe cose dentro di me hanno smesso di fare resistenza quasi subito.
Quindi...sì. Da più di un mese ho ufficialmente un nuovo Padrone. E questa volta è diverso anche il modo in cui sto vivendo tutto questo.
Sotto suo ordine, vi racconterò tutto nei prossimi capitoli.
— Alice


L'ordine di scrivere questi capitoli è stato mio.
Da alcune settimane Alice tiene un resoconto di ciò che accade tra noi. Le ho chiesto di annotare incontri, esercizi, difficoltà, reazioni e pensieri, senza omettere nulla di ciò che ritiene scomodo o imbarazzante.
Questo materiale nasce come strumento di osservazione. Mi interessa il modo in cui interpreta gli ordini che riceve, come reagisce nel tempo e come cambia all'interno di questo percorso.
I capitoli che leggerete raccontano eventi già vissuti. Non sono scritti in tempo reale, ma dopo che ogni esperienza è stata affrontata.
Alice ha libertà nella forma, non nei contenuti. Il suo compito è riportare ciò che accade nel modo più fedele possibile.
Da questo momento questi resoconti non rimarranno privati. Saranno pubblicati nell'ordine in cui gli eventi sono stati vissuti.
Chi leggerà queste pagine non assisterà a qualcosa che sta accadendo ora, ma seguirà un percorso già iniziato.
— Il Padrone

***
Sono passati alcuni mesi da quando tutto è iniziato. Se ci ripenso adesso, con un po’ di distanza, faccio ancora fatica a individuare il momento preciso in cui qualcosa è cambiato. Non c’è stato un punto netto, una linea da tracciare. Piuttosto una serie di episodi, apparentemente scollegati, che solo dopo hanno iniziato ad avere un senso.
All’inizio, infatti, non avevano nulla di speciale. O almeno, è quello che credevo.

Il primo episodio è stato il 28 gennaio.
Quel giorno era il 50' compleanno del padre di Emma, un'amica d'infanzia con cui siamo cresciute insieme. La sua famiglia aveva organizzato una festa in casa con parenti e amici. E io ero presente perché in fondo, quella casa e quella famiglia l’avevo sempre frequentata, quindi partecipare a quella serata era la cosa più naturale del mondo.
Tra gli invitati c’erano anche due coppie strette di amici dei suoi genitori. Gli avevo sicuramente già incrociati, senza esserci mai presentati, anni prima in qualche occasione importante, ma io non ricordavo loro, né loro ricordavano me. O almeno, così pensavo.
Questa volta, essendo ormai più adulta, la madre di Emma mi presentò a loro. Durante le presentazioni uno di loro, Marco, questo era il suo nome, si soffermò su di me qualche secondo in più, mentre mi porgeva la mano stringendola in modo deciso. Il suo sguardo era così intenso, che ritirai subito la mano, abbassando lo sguardo.
Non so perché reagii così, so solo che quella reazione nei confronti di qualcuno era la prima volta che mi capitava.
Per buona parte della serata rimasi con Emma e commentammo un po' il modo di vestire di alcuni invitati, perlopiù mogli dei colleghi del padre. Fino a quando, a un certo punto, Emma si dovette allontanare un attimo e io mi ritrovai da sola vicino al tavolo delle bevande. Stavo prendendo un bicchiere di vino quando lui si avvicinò, porgendomi un piattino con qualcosa da mangiare, accompagnandolo con una frase che non era tanto un consiglio, quanto un'osservazione. «Oltre a bere, dovresti anche mangiare qualcosa»
Quella sera avevo mangiato poco, in effetti per via della lunga giornata che avevo avuto a lavoro, ma non ci avevo fatto caso. O forse sì, ma non abbastanza da darci peso. Lui invece l'aveva notato e questo mi fece sentire osservata, tanto che un leggero calore improvviso mi salì lungo il collo. Lo guardai negli occhi per replicare, ma non riuscii a sostenere molto il suo sguardo, quindi afferrai il piatto, lo ringraziai sussurrando e tornai da Emma, cercando d'ignorare quella sensazione che avevo avuto.

Per il resto della serata cercai di non pensarci. Ripresi a parlare, a ridere e a ballare con Emma come avevo fatto fino a quel momento. All’apparenza non era cambiato nulla, ma non era così. Ogni volta che alzavo lo sguardo, anche solo per caso, finivo per incrociare il suo. Le prime volte pensai fosse una coincidenza, poi smisi di crederlo perché più mi concentravo su altro, più mi ritrovavo il suo sguardo addosso. Ma il problema non era quello, ma la mia reazione. Il corpo che si irrigidiva, il calore che bruciava il mio volto, il respiro che rallentava e lo sguardo che si abbassava ogni volta. Non era imbarazzo ne timidezza verso una persona nuova. Era qualcosa di più profondo, qualcosa che non mi era mai successa prima di allora. Lui invece non sembrava avere lo stesso problema mio, non cercò occasioni per palarmi o avvicinarsi, rimase al suo posto come se niente fosse.
Quando la serata finì, fu quasi un sollievo. Un modo per chiudere quella sensazione e lasciarla lì, dentro quella casa, o almeno, era quello che pensavo. Si avvicinò per salutare Emma, come avevano fatto tutti. Io ero accanto a lei. Quando fu il mio turno, mi porse la mano. Alzai lo sguardo solo per un istante e fu abbastanza. Quando lo incrociai col suo, lo distolsi quasi subito, perché non riuscivo a sostenerlo.

Nei giorni successivi mi ritrovai a ripensarci più volte. Non tanto a lui, quanto a quelle sensazioni, a quel modo di guardarmi, a quella strana reazione che non ero riuscita a controllare. Durò qualche giorno, poi, lentamente tutto si affievolì e le giornate ripresero il loro ritmo, gli impegni tornarono a riempire ogni spazio, e quella sensazione finì in fondo, da qualche parte, senza più farsi sentire.
Fino al 14 febbraio.
Io ed Emma avevamo deciso di passare la giornata insieme. Niente di speciale, solo un modo per non dare troppo peso a quella data. Essendo entrambe single, ci sembrava quasi la scelta più semplice.
Eravamo in centro a Cagliari, io stavo osservando un paio di scarpe in un vetrina e feci in tempo a mostrarle a Emma, che si avvicinò prima di essere chiamata da qualcuno. Una voce maschile, alle nostre spalle.
La riconobbi prima ancora di voltarmi. Emma si girò subito, i0 rimasi ferma un secondo in più, come se il corpo avesse bisogno di prepararsi, poi mi voltai anch’io. Appena incrociai il suo sguardo il cuore accelerò appena, in modo improvviso, senza un vero motivo. Emma lo salutò, poi lui si rivolse a me, che ero rimasta leggermente defilata, salutandomi. Ricambiai cercando di mantenere un controllo.
Lo osservavo parlare con Emma con tranquillità, non so neanche di cosa. Io mi limitavo a non incrociare il suo sguardo. Poco dopo lo sentii proporre di accompagnarci a casa. Emma rifiutò spiegando che eravamo in macchina e che saremmo rimaste ancora un po’ in giro.
A quel punto si congedò allontanandosi, e io solo in quel momento mi accorsi di aver trattenuto il respiro. Il problema è che non capivo perché reagissi così. Non era successo nulla di concreto tra noi, eppure ogni volta che lo incontravo era come se qualcosa dentro di me si attivasse, qualcosa che non riuscivo a controllare.
E questo, più di tutto, iniziava a mettermi a disagio.

Il terzo episodio avvenne qualche giorno dopo quell'ultimo incontro. Era mattina e avevo appena fatto delle analisi, quindi uscita dal laboratorio mi recai al primo bar vicino. Entrai e mi fermai al bancone per ordinare qualcosa che avrei consumato lì stesso. Il ragazzo dietro il bar prese la mia ordinazione e nel momento in cui mi voltai per andarmi a sedere a un tavolino, sentii qualche passo più avanti una voce famigliare. Istintivamente mi voltai verso quella direzione, come attratta e lui era lì di lato rispetto a me, in compagnia di un uomo più giovane. Stava parlando, apparentemente concentrato su quella conversazione. Mi girai subito, forse anche troppo in fretta. Come se il solo fatto di essere stata lì a guardare potesse essere notato. Non feci in tempo a sedermi al tavolino che venni fermata di nuovo dalla sua voce e dal suo tocco sul braccio. Stavolta era rivolta a me. Mi salutò e mi fece qualche domanda che neanche ricordo più bene, perché non ci prestai molta attenzione. Ancora una volta la sua presenza mi provocò quella sensazione. La conversazione fu interrotta dal cameriere che poggiò sul tavolino la mia colazione, lo ringraziai, forse più per il tempismo che per la colazione. Poi Marco osservando il tavolino se ne uscì con un 'offro io' e si diresse verso la cassa. Provai a fermarlo, perché non serviva che mi offrisse la colazione, potevo farlo da sola…ma il suo sguardo duro mi impedì di ribellarmi ulteriormente. Pagò la mia colazione e i loro caffè e si voltò di nuovo verso di me, che intanto ero rimasta ferma dietro di lui con lo sguardo basso sulle scarpe e le dita che si intrecciavano. Lo ringraziai sussurrando un grazie e lui con un gesto lento ma deciso, mi sfiorò il mento, costringendomi ad alzare lo sguardo e incrociarli. E mentre lo fece, mi sussurrò una frase che ancora oggi è impressa nella mia mente. «Spero che prima o poi saprai ricambiare». In quel momento non capii davvero cosa intendesse, ma oggi, so esattamente quale significato dare a quelle parole. Quel che capii in quel momento è che quanto successo e provato riguardava solo me. Per questo non ne parlai con Emma. Non le raccontai di quell’incontro, né della colazione, né di quella frase.

Forse se proprio vogliamo individuare un episodio preciso che mi destabilizzò davvero, dobbiamo arrivare al 13 Marzo. Quella sera doveva essere una serata diversa, ma evidentemente il destino aveva altri piani per me. Quella sera vicino casa di Emma veniva inaugurato un nuovo locale e con Emma e il resto del gruppo di amici avevamo deciso di andare. Di solito non andavamo mai il giorno dell'inaugurazione, piuttosto andavamo qualche giorno dopo, ma quella volta era stato deciso così.
Il piano prevedeva di prepararci da lei e, visto che non distava molto da casa sua, saremmo andate a piedi, almeno all'andata. Tutto filava come da programma e noi avevamo iniziato a prepararci un'oretta e mezza prima, solo che prese dai preparativi e con la musica in sottofondo non ci eravamo rese conto che i nostri telefoni avevano iniziato a suonare in modo insistente. Fu solo quando ci avvicinammo alla porta, pronte a uscire, che guardai il mio iniziando a scorrere i messaggi sul gruppo. A un certo punto mi fermai, Emma mi raggiunge aprendo la porta, ma la bloccai subito dicendole che l'inaugurazione era stata annullata per motivi di sicurezza e che la serata era saltata.
Provammo comunque a scrivere agli altri, cercando di salvare la serata cambiando programma, ma nel giro di pochi minuti fu chiaro che nessuno aveva più voglia di uscire. Quindi mi propose di restare lì a mangiare. Accettai senza pensarci troppo, non avevo motivo per dire di no...ma se avessi saputo quello che avrei scoperto qualche minuto dopo, forse avrei rifiutato...anche se rifiutando non sarei mai arrivata a questo punto.
Eravamo in soggiorno ad apparecchiare, quando la madre di Emma comunicò alla figlia di apparecchiare per 8, perché non saremmo stati da soli, ma ci sarebbero stati le due coppie di amici, tra cui Marco. Ricordo ancora oggi il modo naturale con cui lo disse, come se fosse una cosa ovvia, già stabilita da tempo.
All’apparenza non cambiò niente per me, continuai a fare quello che stavo facendo, eppure, a distanza di mesi, posso dire con certezza che qualcosa cambiò in me nel momento stesso in cui sentii il suo nome. Non era agitazione, era più una reazione automatica. Mi ritrovai a pensare a dove sedermi per evitarlo. Volevo tenerlo abbastanza lontano da poterlo ignorare senza sforzo.
Anche quando il campanello suonò, rimasi calma. Non mi voltai subito, non cercai di vederlo, continuai a muovermi come se nulla fosse. Poi sentii la sua voce e lì qualcosa cambiò davvero. Il mio corpo reagì prima ancora che potessi controllarlo, mi irrigidii e il respiro che si fece più corto. Quando alzai lo sguardo e lo incrociai per un istante col suo, smisi di pensare a dove sedermi. Perché capii che la distanza, quella sera, non sarebbe servita a niente.

La cena proseguì in modo apparentemente normale. Conversazioni leggere, racconti di lavoro, risate distribuite tra un piatto e l’altro. Io intervenendo solo quando venivo chiamata in causa e successe spesso. Mi fecero diverse domande, come se ero fidanzata, se studiavo o lavoravo, che progetti avevo. Per tutta la cena avevo avuto l'impressione di essere osservata. Marco, infatti, era seduto di fronte a me e ogni volta che alzavo lo sguardo senza pensarci, lo trovavo lì a guardarmi. Io, al contrario, evitavo, abbassando gli occhi quasi subito. Spesso mi rifugiavo nel piatto, nel bicchiere, in qualsiasi cosa potesse darmi un appiglio. A un certo punto, però, fu lui a rivolgermi una domanda. Non ricordo nemmeno esattamente quale fosse, ricordo solo la sensazione che provai. Il silenzio che ne seguii prima di trovare le parole giuste per rispondere. Alla fine risposi con un imbarazzo che non riuscivo a nascondere del tutto. Lui si limitò ad ascoltare e a guardarmi intensamente, come faceva ogni volta che i nostri sguardi si erano incrociati quella sera e le volte precedenti.

Quando fu il momento di andare via, realizzai solo allora un dettaglio che fino a quel momento avevo ignorato: non avevo la macchina. I piani della serata erano diversi e sarei dovuta tornare a casa con Lorenzo. Il padre di Emma si propose subito di accompagnarmi a casa, l'aveva già fatto altre volte.
Ma Marco intervenne offrendosi di accompagnarmi lui. Ovviamente rifiutai subito, trovando una scusa banale, qualcosa sul non voler disturbare. Ma lui insistette, fece notare che era tardi, che Emma e suo padre avrebbero dovuto fare avanti e indietro solo per me, mentre lui doveva comunque rientrare.
Anche sua moglie gli diede ragione, rafforzando quella normalità apparente. Cercai lo sguardo di Emma, sperando in un aiuto, in un modo per uscire da quella situazione senza dover spiegare nulla. Ma lei non capì, per lei era solo un passaggio. E così accettai.
Il tragitto fu breve e silenzioso. Gli indicai la strada senza guardarlo troppo, tenendo lo sguardo fisso fuori dal finestrino. Quando arrivammo sotto casa, spense il motore e fece il giro dell’auto aprendomi la portiera. Un gesto semplice, ma che in quel momento mi sembrò tutt’altro che normale. Ringraziai entrambi e mi avviai verso il portone, lui si assicurò che entrassi. Una volta dentro mi resi conto di aver trattenuto il respiro per tutto il tempo.

A casa, poggiai la borsa sul letto e recuperai il telefono. Fu in quel momento che notai un bigliettino dentro che non avevo messo io lì. Era un semplice biglietto da visita, con sopra solo un numero e una parola scritta a mano: chiamami. Non serviva molto per capire a chi appartenesse.
Rimasi a fissarlo per qualche secondo, cercando di ricostruire mentalmente ogni momento della serata. Quando? Quando lo aveva messo nella mia borsa?
scritto il
2026-06-27
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