Il Piede di Zia Renata Sotto il Tavolo del Notaio
di
fexalox
genere
incesti
Passarono cinque settimane in cui pensai a Renata ogni giorno e non la vidi mai.
La casa di Montelparo era stata venduta in fretta, a una coppia di tedeschi che cercavano proprio quello: pietra vera, silenzio, un glicine centenario. Mia madre me lo raccontò al telefono con la soddisfazione di chi ha risolto una pratica di famiglia, ignara di aver chiuso a chiave l'unico posto al mondo dove suo figlio e sua sorella erano stati sé stessi per una notte.
Provai a dimenticare. Ci provai con il metodo degli uomini che non sanno dimenticare: riempiendo le giornate. Accettai una traduzione urgente, un manuale tecnico di quattrocento pagine che mi costringeva a lavorare fino a notte. Ripresi a correre. Uscii persino con una donna conosciuta a una cena, una avvocatessa gentile e intelligente che meritava molto più della mia attenzione a metà. La accompagnai a casa, la salutai sulla porta, e mentre tornavo al mio appartamento vuoto capii che il problema non era Renata. Il problema era che dopo Renata ogni altra cosa sapeva di acqua.
Poi, un giovedì di fine agosto, mia madre richiamò.
«Marco, martedì c'è il rogito a Fermo, dal notaio. Io non posso, ho il controllo dall'oculista che non rimando da mesi. Ci va Renata da sola, ma sai com'è fatta, si perde nelle carte. Le fai compagnia tu? Una firma e via. Poi magari le offri un pranzo, così la distrai un po', poverina, che con tutta questa storia della casa è giù di corda.»
Rimasi in silenzio abbastanza a lungo perché mia madre se ne accorgesse.
«Marco? Ci sei?»
«Ci sono. Sì. La accompagno io.»
Riagganciai e restai a fissare il telefono nella penombra del salotto. Mia madre. Sempre lei a decidere, a organizzare, a spingere le persone dentro le stanze giuste. Mi aveva mandato lei a svuotare la casa. Adesso mi mandava lei dal notaio. Come se una parte di me, quella che si vergognava, avesse voluto trovare un colpevole diverso da sé stesso. Come se il destino avesse bisogno di un intermediario, e l'intermediario fosse una donna che voleva solo aiutare la sorella con le scartoffie.
Passai a prenderla di martedì mattina, ad Ascoli, sotto casa sua.
Scese che erano da poco passate le nove. La luce del mattino tagliava piazza del Popolo in diagonale e lei arrivò da quella luce, e io la guardai attraversare il travertino con lo stesso stomaco tremante di quando avevo quattordici anni.
Non era vestita da lutto, non più. Un abito estivo verde scuro, aderente in vita e morbido sulle gambe, che le arrivava sotto il ginocchio. I capelli erano cresciuti un po' in quelle cinque settimane, le sfioravano il collo. E ai piedi aveva delle décolleté beige col tacco basso, di quelle che scoprono il collo del piede, con la scollatura profonda che lasciava intravedere l'inizio delle dita.
Salì in macchina. Il profumo entrò con lei, sapone e qualcosa di caldo sotto, e riempì l'abitacolo come una marea.
«Ciao, Marco.»
«Ciao, Renata.»
Nient'altro. Partii. Per i primi chilometri non dicemmo niente, e il silenzio non era imbarazzato, era solo pieno. Guidavo tenendo gli occhi sulla strada, ma li sentivo, i suoi piedi, alla mia sinistra appena più in basso, chiusi in quelle scarpe che sembravano fatte apposta per essere tolte.
Fu lei a parlare per prima, guardando fuori dal finestrino.
«Sai cosa mi fa più rabbia? Che la firmo io, questa vendita. Che sarò io a mettere la penna sul foglio e a cancellare quarant'anni. Tua madre dice che è una liberazione. Per lei tutto è una liberazione, basta archiviare.» Fece una pausa. «Ma certe cose non si archiviano. Si spostano, magari. In un altro posto. Ma non spariscono.»
Sapevo di cosa parlava. Non della casa.
«Renata.»
«Non dire niente.» La sua voce era ferma, ma bassa. «Non dire niente adesso. Guidiamo e basta.»
Guidai e basta.
Il notaio di Fermo era un uomo cortese e lentissimo. Ci fece accomodare in una sala con le pareti foderate di libri che nessuno leggeva e lesse ad alta voce ogni singola riga dell'atto, con la voce monotona di chi lo fa da trent'anni. I tedeschi non c'erano, avevano firmato per procura. C'eravamo solo io, Renata, il notaio e la sua segretaria.
Renata sedeva accanto a me. A un certo punto, sotto il tavolo, il suo piede si sfilò dalla décolleté. Lo sentii più che vederlo: il fruscio minimo del tallone che scivola fuori dalla scarpa, e poi la punta del suo piede che si posava sul mio, sopra la scarpa, esattamente come sotto il tavolo del portico cinque settimane prima. Ma stavolta non c'era né vino né sera né penombra. C'era la luce fredda di uno studio notarile e la voce del notaio che scandiva "la parte venditrice dichiara".
Non mi mossi. Tenni lo sguardo sul notaio e annuii nei punti giusti. Ma sotto il tavolo il piede di Renata cominciò a muoversi, lentissimo, la pianta calda che scivolava sul dorso della mia scarpa, poi la caviglia, la punta delle dita che si insinuava sotto l'orlo dei pantaloni per toccare la pelle nuda. Sentii il sangue che si spostava, il respiro che dovevo controllare a forza.
Renata firmò con mano ferma. Ogni pagina, la sua sigla. Sul viso l'espressione composta di una vedova che sbriga una pratica dolorosa. E sotto il tavolo, il suo piede nudo che mi diceva l'esatto contrario di tutta quella compostezza.
Quando uscimmo dallo studio, in strada, sotto il sole di mezzogiorno, lei rimise il piede nella scarpa e si voltò verso di me con gli occhi lucidi.
«È fatta» disse. «Non è più nostra.»
«No.»
«Portami a mangiare da qualche parte, Marco. Non voglio tornare subito a casa. Non oggi.»
La portai in un agriturismo sulle colline, uno di quei posti che conoscevo per averci accompagnato clienti, isolato in fondo a una strada di cipressi, con i tavoli sotto una tettoia di canne e la vista sui monti Sibillini in lontananza. A quell'ora, un martedì di fine agosto, non c'era quasi nessuno.
Ordinammo poco. Un tagliere, olive, una bottiglia di Pecorino ghiacciato. Renata mangiò distrattamente, bevve con più attenzione, e a metà del secondo bicchiere qualcosa nel suo corpo si sciolse. Le spalle scesero. Il viso da vedova diligente lasciò il posto a quello che le avevo visto sul portico: aperto, presente, senza schermi.
«Ho pensato a te ogni giorno» disse. Lo disse guardando i monti, non me. «Non me ne vergogno più. Ho passato la prima settimana a vergognarmi, poi ho smesso. Alla mia età si smette di avere tempo per la vergogna.»
«Anch'io.»
«Anche tu cosa? Ti sei vergognato o hai pensato a me?»
«Tutte e due.»
Sorrise. Girò il calice tra le dita.
«Tua madre crede di avermi mandato un accompagnatore per le carte» disse. «Tua madre crede sempre di sapere cosa fa. È bello, sai? Averla, una sorella così sicura. Ti toglie il peso di dover decidere. Decide lei per tutti.» Bevve. «Non sa niente. Non saprà mai niente. E questo, Marco, dovrebbe farmi sentire in colpa. Invece mi fa sentire libera.»
Allungò la mano sul tavolo e la posò sulla mia. Non una carezza. Una presa. Le sue dita che si chiudevano sulle mie con una decisione che non lasciava spazio ai dubbi.
«C'è un posto» disse. «Qui vicino. Ho prenotato una stanza stamattina, prima che mi passassi a prendere. Da un cellulare, in due minuti, mentre mi vestivo.» Mi guardò dritto. «Non l'ho fatto per caso, Marco. Volevo che lo sapessi. Non è il vino, non è il dolore della casa, non è successo. L'ho scelto. Stamattina. Prima di vederti.»
La stessa parola. *Scelto.* Sentii qualcosa cedere dentro di me, l'ultimo argine, quello che avevo tenuto in piedi per cinque settimane fingendo che quella notte fosse stata un incidente, un'onda anomala, qualcosa che non si sarebbe ripetuto perché non poteva esistere fuori da quelle mura.
Invece esisteva. Esisteva qui, alla luce del giorno, senza la scusa della casa che stavamo perdendo. Esisteva perché lei lo aveva voluto e lo aveva detto ad alta voce.
«Renata, siamo…»
«Lo so cosa siamo. Lo so meglio di te.» La sua voce non tremava. «So esattamente cosa siamo, e lo scelgo lo stesso. Tu?»
Girai la mano sotto la sua, così che i palmi si toccassero.
«Anch'io.»
La stanza era in un casale ristrutturato poco distante, travi di legno al soffitto e una finestra che dava sui campi. Faceva caldo, quel caldo asciutto delle colline che d'agosto sa di terra e di fieno. Chiusi le persiane a metà e la luce entrò a strisce, tagliando il letto e il pavimento.
Renata si tolse le scarpe appena entrata. Lo fece lentamente, in piedi al centro della stanza, sfilando una décolleté con la punta dell'altro piede e poi l'altra con la mano, e quando fu scalza sul pavimento di cotto, lo stesso identico cotto della casa di Montelparo, la vidi chiudere gli occhi un istante, come se quel contatto la riportasse là, all'unico posto dove eravamo stati veri.
«Vieni» disse.
Mi avvicinai. La baciai in piedi, le mani sul suo viso, poi sul collo, poi lungo la schiena a cercare la cerniera dell'abito. Il vestito verde scivolò a terra con lo stesso fruscio del lino bianco cinque settimane prima. Sotto aveva la biancheria, stavolta, e toglierla fu un rito più lento, più cercato, senza l'urgenza della prima volta ma con una fame più profonda, quella di chi sa cosa lo aspetta e lo desidera con tutta la memoria del corpo.
La feci sedere sul bordo del letto e mi inginocchiai davanti a lei, come al notaio, come nella casa, come mi ero inginocchiato la prima volta senza sapere perché. Le presi il piede destro tra le mani. Era caldo dal cammino nella scarpa, la pianta liscia, il collo arcuato. Premetti il pollice sull'arco e lei gettò indietro la testa con lo stesso sospiro lungo e tremante di allora.
«Ti ricordi» mormorò. Non era una domanda.
«Mi ricordo tutto.»
Portai il piede alla bocca. Baciai l'arco, lentamente, la lingua che seguiva la linea tesa fino al tallone e poi risaliva. Presi tra le labbra le dita, una a una, e Renata gemette piano, le mani aggrappate al lenzuolo, il corpo che si arcuava verso di me. Le baciai la caviglia, il polpaccio, l'interno del ginocchio, salendo lungo la coscia con una lentezza che la faceva tremare.
«Marco» disse, e la voce era già rotta. «Non farmi aspettare come l'altra volta. Non oggi. Ti ho aspettato cinque settimane.»
La distesi sul letto. La luce a strisce le attraversava il corpo, il ventre morbido, i seni che si alzavano al ritmo del respiro. La aprii con le mani e la baciai dove il desiderio la rendeva già lucida, e lei mi strinse i capelli tra le dita, spingendomi contro di sé, muovendo i fianchi in cerca della mia bocca.
Quando non resse più mi tirò su. Mi fece stendere e mi salì sopra, le ginocchia ai lati dei miei fianchi, e si abbassò lentamente prendendomi dentro di sé centimetro dopo centimetro, gli occhi fissi nei miei per tutto il tempo, senza mai chiuderli, come la prima notte. Cominciò a muoversi, prima piano, poi trovando il ritmo, e i suoi piedi nudi mi premevano contro le cosce, i talloni che facevano leva, le dita che si contraevano a ogni ondata di piacere.
«Guardami» disse, e non ne avevo bisogno, non stavo guardando altro. «Guarda cosa mi fai fare. Alla mia età. A mio nipote.»
Le parole, colte e oscene nello stesso respiro, mi attraversarono come una scarica. La presi per i fianchi e la spinsi più a fondo, e i suoi gemiti cambiarono, diventarono più bassi, più sporchi, mentre si piegava in avanti a cercare la mia bocca senza smettere di muoversi.
La girai sotto di me, senza uscire, e le sollevai una gamba appoggiandole il piede contro la mia spalla, la caviglia accanto al mio viso, così che potevo baciarla mentre la prendevo, la pianta contro la mia guancia, le dita tra le mie labbra. Renata gridò, un suono strozzato, le unghie che mi graffiavano la schiena.
«Sì, così, non fermarti, sono tua, oggi sono solo tua.»
Venne stringendomi dall'interno con spasmi violenti, il corpo inarcato, il mio nome sulle labbra ridotto a un soffio. La seguii subito dopo, affondando in lei fino in fondo, tenendola stretta mentre il mondo si restringeva a quel letto, a quelle strisce di luce, a quel piede premuto contro il mio viso e al battito dei nostri due cuori che rallentavano insieme.
Restammo abbracciati nel caldo della stanza, sudati, i respiri che tornavano lentamente. Lei mi accarezzava la nuca, io le baciavo la caviglia che ancora tenevo tra le mani.
«Non è la casa» disse dopo un lungo silenzio. Guardava il soffitto, le travi di legno. «Me lo ripetevo, sai. Che era la casa. Che era quel posto a farci diventare così. Ma la casa non c'è più, e noi siamo ancora qui.»
«Lo so.»
Si sollevò su un gomito e mi guardò. Nei suoi occhi non c'era la promessa segreta della prima volta, quella cosa fugace che ci eravamo detti sfiorandoci la mano sulla soglia. C'era qualcosa di più pesante e di più vero.
«Questo diventa un problema, Marco» disse piano. «Le cose che succedono una volta si possono dimenticare. Le cose che scegli due volte diventano una vita.» Mi passò un dito sulle labbra. «E io non so se sono capace di smettere. Il punto è questo. Non se dovremmo. Se siamo capaci.»
Non risposi. Fuori, nei campi, una macchina agricola passò lontana e poi tornò il silenzio. La luce si stava spostando sul pavimento, le strisce si allungavano verso il cotto dove poco prima lei era rimasta ferma a occhi chiusi.
La verità era che nessuno dei due voleva rispondere a quella domanda. Perché la risposta la conoscevamo già. E venerdì, o il martedì dopo, o qualunque altro giorno mia madre avesse trovato una nuova pratica da sbrigare, una nuova ragione innocente per mandarci nello stesso posto, l'avremmo scelto di nuovo.
Riportai Renata ad Ascoli nel tardo pomeriggio. Sotto casa sua rimise l'ordine nei capelli, si passò una mano sull'abito verde, tornò per un attimo la vedova diligente che tutti conoscevano.
Prima di scendere mi sfiorò la mano sul cambio.
«Guida piano, Marco.»
Esattamente quello che avrebbe detto una zia.
Poi scese, e la guardai attraversare il travertino nella luce del tramonto, e sapevo che avrei aspettato la prossima telefonata di mia madre come si aspetta una condanna che desideri con tutto te stesso.
*continua*
La casa di Montelparo era stata venduta in fretta, a una coppia di tedeschi che cercavano proprio quello: pietra vera, silenzio, un glicine centenario. Mia madre me lo raccontò al telefono con la soddisfazione di chi ha risolto una pratica di famiglia, ignara di aver chiuso a chiave l'unico posto al mondo dove suo figlio e sua sorella erano stati sé stessi per una notte.
Provai a dimenticare. Ci provai con il metodo degli uomini che non sanno dimenticare: riempiendo le giornate. Accettai una traduzione urgente, un manuale tecnico di quattrocento pagine che mi costringeva a lavorare fino a notte. Ripresi a correre. Uscii persino con una donna conosciuta a una cena, una avvocatessa gentile e intelligente che meritava molto più della mia attenzione a metà. La accompagnai a casa, la salutai sulla porta, e mentre tornavo al mio appartamento vuoto capii che il problema non era Renata. Il problema era che dopo Renata ogni altra cosa sapeva di acqua.
Poi, un giovedì di fine agosto, mia madre richiamò.
«Marco, martedì c'è il rogito a Fermo, dal notaio. Io non posso, ho il controllo dall'oculista che non rimando da mesi. Ci va Renata da sola, ma sai com'è fatta, si perde nelle carte. Le fai compagnia tu? Una firma e via. Poi magari le offri un pranzo, così la distrai un po', poverina, che con tutta questa storia della casa è giù di corda.»
Rimasi in silenzio abbastanza a lungo perché mia madre se ne accorgesse.
«Marco? Ci sei?»
«Ci sono. Sì. La accompagno io.»
Riagganciai e restai a fissare il telefono nella penombra del salotto. Mia madre. Sempre lei a decidere, a organizzare, a spingere le persone dentro le stanze giuste. Mi aveva mandato lei a svuotare la casa. Adesso mi mandava lei dal notaio. Come se una parte di me, quella che si vergognava, avesse voluto trovare un colpevole diverso da sé stesso. Come se il destino avesse bisogno di un intermediario, e l'intermediario fosse una donna che voleva solo aiutare la sorella con le scartoffie.
Passai a prenderla di martedì mattina, ad Ascoli, sotto casa sua.
Scese che erano da poco passate le nove. La luce del mattino tagliava piazza del Popolo in diagonale e lei arrivò da quella luce, e io la guardai attraversare il travertino con lo stesso stomaco tremante di quando avevo quattordici anni.
Non era vestita da lutto, non più. Un abito estivo verde scuro, aderente in vita e morbido sulle gambe, che le arrivava sotto il ginocchio. I capelli erano cresciuti un po' in quelle cinque settimane, le sfioravano il collo. E ai piedi aveva delle décolleté beige col tacco basso, di quelle che scoprono il collo del piede, con la scollatura profonda che lasciava intravedere l'inizio delle dita.
Salì in macchina. Il profumo entrò con lei, sapone e qualcosa di caldo sotto, e riempì l'abitacolo come una marea.
«Ciao, Marco.»
«Ciao, Renata.»
Nient'altro. Partii. Per i primi chilometri non dicemmo niente, e il silenzio non era imbarazzato, era solo pieno. Guidavo tenendo gli occhi sulla strada, ma li sentivo, i suoi piedi, alla mia sinistra appena più in basso, chiusi in quelle scarpe che sembravano fatte apposta per essere tolte.
Fu lei a parlare per prima, guardando fuori dal finestrino.
«Sai cosa mi fa più rabbia? Che la firmo io, questa vendita. Che sarò io a mettere la penna sul foglio e a cancellare quarant'anni. Tua madre dice che è una liberazione. Per lei tutto è una liberazione, basta archiviare.» Fece una pausa. «Ma certe cose non si archiviano. Si spostano, magari. In un altro posto. Ma non spariscono.»
Sapevo di cosa parlava. Non della casa.
«Renata.»
«Non dire niente.» La sua voce era ferma, ma bassa. «Non dire niente adesso. Guidiamo e basta.»
Guidai e basta.
Il notaio di Fermo era un uomo cortese e lentissimo. Ci fece accomodare in una sala con le pareti foderate di libri che nessuno leggeva e lesse ad alta voce ogni singola riga dell'atto, con la voce monotona di chi lo fa da trent'anni. I tedeschi non c'erano, avevano firmato per procura. C'eravamo solo io, Renata, il notaio e la sua segretaria.
Renata sedeva accanto a me. A un certo punto, sotto il tavolo, il suo piede si sfilò dalla décolleté. Lo sentii più che vederlo: il fruscio minimo del tallone che scivola fuori dalla scarpa, e poi la punta del suo piede che si posava sul mio, sopra la scarpa, esattamente come sotto il tavolo del portico cinque settimane prima. Ma stavolta non c'era né vino né sera né penombra. C'era la luce fredda di uno studio notarile e la voce del notaio che scandiva "la parte venditrice dichiara".
Non mi mossi. Tenni lo sguardo sul notaio e annuii nei punti giusti. Ma sotto il tavolo il piede di Renata cominciò a muoversi, lentissimo, la pianta calda che scivolava sul dorso della mia scarpa, poi la caviglia, la punta delle dita che si insinuava sotto l'orlo dei pantaloni per toccare la pelle nuda. Sentii il sangue che si spostava, il respiro che dovevo controllare a forza.
Renata firmò con mano ferma. Ogni pagina, la sua sigla. Sul viso l'espressione composta di una vedova che sbriga una pratica dolorosa. E sotto il tavolo, il suo piede nudo che mi diceva l'esatto contrario di tutta quella compostezza.
Quando uscimmo dallo studio, in strada, sotto il sole di mezzogiorno, lei rimise il piede nella scarpa e si voltò verso di me con gli occhi lucidi.
«È fatta» disse. «Non è più nostra.»
«No.»
«Portami a mangiare da qualche parte, Marco. Non voglio tornare subito a casa. Non oggi.»
La portai in un agriturismo sulle colline, uno di quei posti che conoscevo per averci accompagnato clienti, isolato in fondo a una strada di cipressi, con i tavoli sotto una tettoia di canne e la vista sui monti Sibillini in lontananza. A quell'ora, un martedì di fine agosto, non c'era quasi nessuno.
Ordinammo poco. Un tagliere, olive, una bottiglia di Pecorino ghiacciato. Renata mangiò distrattamente, bevve con più attenzione, e a metà del secondo bicchiere qualcosa nel suo corpo si sciolse. Le spalle scesero. Il viso da vedova diligente lasciò il posto a quello che le avevo visto sul portico: aperto, presente, senza schermi.
«Ho pensato a te ogni giorno» disse. Lo disse guardando i monti, non me. «Non me ne vergogno più. Ho passato la prima settimana a vergognarmi, poi ho smesso. Alla mia età si smette di avere tempo per la vergogna.»
«Anch'io.»
«Anche tu cosa? Ti sei vergognato o hai pensato a me?»
«Tutte e due.»
Sorrise. Girò il calice tra le dita.
«Tua madre crede di avermi mandato un accompagnatore per le carte» disse. «Tua madre crede sempre di sapere cosa fa. È bello, sai? Averla, una sorella così sicura. Ti toglie il peso di dover decidere. Decide lei per tutti.» Bevve. «Non sa niente. Non saprà mai niente. E questo, Marco, dovrebbe farmi sentire in colpa. Invece mi fa sentire libera.»
Allungò la mano sul tavolo e la posò sulla mia. Non una carezza. Una presa. Le sue dita che si chiudevano sulle mie con una decisione che non lasciava spazio ai dubbi.
«C'è un posto» disse. «Qui vicino. Ho prenotato una stanza stamattina, prima che mi passassi a prendere. Da un cellulare, in due minuti, mentre mi vestivo.» Mi guardò dritto. «Non l'ho fatto per caso, Marco. Volevo che lo sapessi. Non è il vino, non è il dolore della casa, non è successo. L'ho scelto. Stamattina. Prima di vederti.»
La stessa parola. *Scelto.* Sentii qualcosa cedere dentro di me, l'ultimo argine, quello che avevo tenuto in piedi per cinque settimane fingendo che quella notte fosse stata un incidente, un'onda anomala, qualcosa che non si sarebbe ripetuto perché non poteva esistere fuori da quelle mura.
Invece esisteva. Esisteva qui, alla luce del giorno, senza la scusa della casa che stavamo perdendo. Esisteva perché lei lo aveva voluto e lo aveva detto ad alta voce.
«Renata, siamo…»
«Lo so cosa siamo. Lo so meglio di te.» La sua voce non tremava. «So esattamente cosa siamo, e lo scelgo lo stesso. Tu?»
Girai la mano sotto la sua, così che i palmi si toccassero.
«Anch'io.»
La stanza era in un casale ristrutturato poco distante, travi di legno al soffitto e una finestra che dava sui campi. Faceva caldo, quel caldo asciutto delle colline che d'agosto sa di terra e di fieno. Chiusi le persiane a metà e la luce entrò a strisce, tagliando il letto e il pavimento.
Renata si tolse le scarpe appena entrata. Lo fece lentamente, in piedi al centro della stanza, sfilando una décolleté con la punta dell'altro piede e poi l'altra con la mano, e quando fu scalza sul pavimento di cotto, lo stesso identico cotto della casa di Montelparo, la vidi chiudere gli occhi un istante, come se quel contatto la riportasse là, all'unico posto dove eravamo stati veri.
«Vieni» disse.
Mi avvicinai. La baciai in piedi, le mani sul suo viso, poi sul collo, poi lungo la schiena a cercare la cerniera dell'abito. Il vestito verde scivolò a terra con lo stesso fruscio del lino bianco cinque settimane prima. Sotto aveva la biancheria, stavolta, e toglierla fu un rito più lento, più cercato, senza l'urgenza della prima volta ma con una fame più profonda, quella di chi sa cosa lo aspetta e lo desidera con tutta la memoria del corpo.
La feci sedere sul bordo del letto e mi inginocchiai davanti a lei, come al notaio, come nella casa, come mi ero inginocchiato la prima volta senza sapere perché. Le presi il piede destro tra le mani. Era caldo dal cammino nella scarpa, la pianta liscia, il collo arcuato. Premetti il pollice sull'arco e lei gettò indietro la testa con lo stesso sospiro lungo e tremante di allora.
«Ti ricordi» mormorò. Non era una domanda.
«Mi ricordo tutto.»
Portai il piede alla bocca. Baciai l'arco, lentamente, la lingua che seguiva la linea tesa fino al tallone e poi risaliva. Presi tra le labbra le dita, una a una, e Renata gemette piano, le mani aggrappate al lenzuolo, il corpo che si arcuava verso di me. Le baciai la caviglia, il polpaccio, l'interno del ginocchio, salendo lungo la coscia con una lentezza che la faceva tremare.
«Marco» disse, e la voce era già rotta. «Non farmi aspettare come l'altra volta. Non oggi. Ti ho aspettato cinque settimane.»
La distesi sul letto. La luce a strisce le attraversava il corpo, il ventre morbido, i seni che si alzavano al ritmo del respiro. La aprii con le mani e la baciai dove il desiderio la rendeva già lucida, e lei mi strinse i capelli tra le dita, spingendomi contro di sé, muovendo i fianchi in cerca della mia bocca.
Quando non resse più mi tirò su. Mi fece stendere e mi salì sopra, le ginocchia ai lati dei miei fianchi, e si abbassò lentamente prendendomi dentro di sé centimetro dopo centimetro, gli occhi fissi nei miei per tutto il tempo, senza mai chiuderli, come la prima notte. Cominciò a muoversi, prima piano, poi trovando il ritmo, e i suoi piedi nudi mi premevano contro le cosce, i talloni che facevano leva, le dita che si contraevano a ogni ondata di piacere.
«Guardami» disse, e non ne avevo bisogno, non stavo guardando altro. «Guarda cosa mi fai fare. Alla mia età. A mio nipote.»
Le parole, colte e oscene nello stesso respiro, mi attraversarono come una scarica. La presi per i fianchi e la spinsi più a fondo, e i suoi gemiti cambiarono, diventarono più bassi, più sporchi, mentre si piegava in avanti a cercare la mia bocca senza smettere di muoversi.
La girai sotto di me, senza uscire, e le sollevai una gamba appoggiandole il piede contro la mia spalla, la caviglia accanto al mio viso, così che potevo baciarla mentre la prendevo, la pianta contro la mia guancia, le dita tra le mie labbra. Renata gridò, un suono strozzato, le unghie che mi graffiavano la schiena.
«Sì, così, non fermarti, sono tua, oggi sono solo tua.»
Venne stringendomi dall'interno con spasmi violenti, il corpo inarcato, il mio nome sulle labbra ridotto a un soffio. La seguii subito dopo, affondando in lei fino in fondo, tenendola stretta mentre il mondo si restringeva a quel letto, a quelle strisce di luce, a quel piede premuto contro il mio viso e al battito dei nostri due cuori che rallentavano insieme.
Restammo abbracciati nel caldo della stanza, sudati, i respiri che tornavano lentamente. Lei mi accarezzava la nuca, io le baciavo la caviglia che ancora tenevo tra le mani.
«Non è la casa» disse dopo un lungo silenzio. Guardava il soffitto, le travi di legno. «Me lo ripetevo, sai. Che era la casa. Che era quel posto a farci diventare così. Ma la casa non c'è più, e noi siamo ancora qui.»
«Lo so.»
Si sollevò su un gomito e mi guardò. Nei suoi occhi non c'era la promessa segreta della prima volta, quella cosa fugace che ci eravamo detti sfiorandoci la mano sulla soglia. C'era qualcosa di più pesante e di più vero.
«Questo diventa un problema, Marco» disse piano. «Le cose che succedono una volta si possono dimenticare. Le cose che scegli due volte diventano una vita.» Mi passò un dito sulle labbra. «E io non so se sono capace di smettere. Il punto è questo. Non se dovremmo. Se siamo capaci.»
Non risposi. Fuori, nei campi, una macchina agricola passò lontana e poi tornò il silenzio. La luce si stava spostando sul pavimento, le strisce si allungavano verso il cotto dove poco prima lei era rimasta ferma a occhi chiusi.
La verità era che nessuno dei due voleva rispondere a quella domanda. Perché la risposta la conoscevamo già. E venerdì, o il martedì dopo, o qualunque altro giorno mia madre avesse trovato una nuova pratica da sbrigare, una nuova ragione innocente per mandarci nello stesso posto, l'avremmo scelto di nuovo.
Riportai Renata ad Ascoli nel tardo pomeriggio. Sotto casa sua rimise l'ordine nei capelli, si passò una mano sull'abito verde, tornò per un attimo la vedova diligente che tutti conoscevano.
Prima di scendere mi sfiorò la mano sul cambio.
«Guida piano, Marco.»
Esattamente quello che avrebbe detto una zia.
Poi scese, e la guardai attraversare il travertino nella luce del tramonto, e sapevo che avrei aspettato la prossima telefonata di mia madre come si aspetta una condanna che desideri con tutto te stesso.
*continua*
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