La corrente

di
genere
sentimentali

Il buio vero non esiste più da nessuna parte, ed è per questo che quella sera non lo riconoscemmo subito. Siamo abituati a un buio pieno di spie rosse, di caricabatterie, di lampioni che filtrano dalle tapparelle, di quel chiarore diffuso che le città tengono acceso anche quando dormono. Quando alle nove e venti di una sera di gennaio saltò tutto, e intendo tutto, il quartiere intero, i lampioni, i semafori, le insegne, per i primi trenta secondi restammo tutti fermi dove eravamo aspettando che tornasse. Poi qualcuno aprì una porta sul pianerottolo, e poi un'altra, e in mezzo minuto tutto il palazzo era sulle scale a dirsi la stessa frase, cioè che era saltato tutto.

Era buio come dentro una scatola chiusa. Buio da non vedersi la mano.

E in quel buio, alla mia destra, a mezzo metro, c'era una voce di donna che diceva: «Io le scale non le faccio. Se faccio le scale finisco al pronto soccorso e stasera non ci sono le ambulanze, ci sono solo quelli che si sono rotti la testa sulle scale.»

Risi. Fu una cosa stupida, ma ero appoggiato alla ringhiera del quarto piano al buio assoluto in mezzo a gente che non conoscevo, e quella frase mi fece ridere davvero.

«Allora restiamo qui» dissi.

«Restiamo qui» disse lei.


Abito in quel palazzo da sei anni. È un edificio degli anni Sessanta, otto piani, quarantadue famiglie, uno di quei posti dove la gente si conosce nel modo peggiore possibile: di vista. Sai chi ha il cane, sai chi litiga, sai chi cucina il pesce il venerdì. Non sai i nomi. Io ci sono arrivato dopo la separazione, con due valigie e un divano preso in fretta, e in sei anni avrò scambiato duecento parole in tutto con i miei vicini, quasi tutte sull'ascensore che si rompe.

Lei stava due piani sopra di me. Sesto piano, quello con la pianta grassa sul pianerottolo. L'avevo vista mille volte: una donna sui quarantacinque anni, capelli scuri, sempre con delle borse della spesa, spesso con una ragazzina che le assomigliava. Ci eravamo detti buongiorno per sei anni. Punto. Non sapevo come si chiamasse, non sapevo cosa facesse, e credo che se me l'avessero chiesta la mattina di quel giorno non avrei nemmeno saputo descrivere bene la sua faccia.

Quella sera non la vidi in faccia per quattro ore. E fu esattamente questo il punto.

Il palazzo si organizzò come si organizzano gli italiani: male e allegramente. Qualcuno tirò fuori le candele, ma le candele sulle scale fecero paura e le spensero. Qualcuno accese la torcia del telefono e per venti minuti fu una discoteca, poi cominciarono a preoccuparsi tutti della batteria, perché non si sapeva quanto sarebbe durata, e le luci si spensero una dopo l'altra, e il palazzo tornò dentro la scatola chiusa. I telefoni presero a essere una cosa preziosa da risparmiare, non da usare. La linea era intasata, i ripetitori mezzi morti. Al terzo piano la signora anziana aveva la macchina per l'ossigeno e per venti minuti fu un piccolo panico, poi arrivò il figlio con un generatore preso in cantina e la cosa si sistemò.

E dopo il panico, quando fu chiaro che non sarebbe tornata presto, successe la cosa strana: il palazzo diventò allegro.

Uscirono le bottiglie. Uscirono i biscotti. Gente che non si era mai parlata in trent'anni stava seduta sui gradini a raccontarsi la vita. Il pianerottolo tra il quarto e il quinto piano divenne una specie di piazza, con dodici persone sedute sui gradini al buio, e le voci che venivano da tutte le parti senza una faccia attaccata.

Io e lei eravamo seduti sullo stesso gradino, contro il muro, quello sotto la finestra del vano scale.


«Non so chi è lei» dissi, a un certo punto.

«Nemmeno io» disse. «Ma la conosco da sei anni.»

«Quinto piano interno nove.»

«Settimo interno quattordici.» Sentii che si spostava, che si sistemava meglio contro il muro. «Lei è quello che rientra tardi.»

«Faccio i turni.»

«Lo so. La sento. La parete della mia camera dà sul vano scale.»

Restammo zitti un momento. C'era qualcosa di sfacciato in quella frase, ed era stata detta senza nessuna intenzione, ma tutti e due la sentimmo atterrare.

«Mi dispiace» dissi.

«Non mi sveglia. Ero già sveglia.»

Ecco. Questo è il tipo di conversazione che non si fa mai alla luce. Alla luce due vicini di casa si dicono che l'ascensore è rotto. Al buio, dopo un'ora, una donna ti dice che è già sveglia quando tu rientri alle due, e non aggiunge altro, e tu capisci che quella è un'informazione importante e non fai la domanda.

Il buio toglie una cosa che non sapevo di portare addosso: la faccia. Quando nessuno ti vede la faccia, non devi gestirla. Non devi decidere che espressione fare mentre ascolti, non devi controllare se stai guardando troppo o troppo poco, non devi sorridere per far capire che stai scherzando. Restano solo le parole e la voce, e la voce non sa mentire quanto una faccia. Nel giro di un'ora sapevo di quella donna cose che non sapevo di gente che frequento da anni.

Si chiamava Marta. Quarantasei anni. Sposata da diciannove con un uomo che quella sera era via per lavoro, come era via molte sere, e mentre lo diceva la voce fece una cosa, una specie di piega, e io la sentii, e lei sentì che l'avevo sentita, e non dicemmo niente né io né lei. Una figlia di sedici anni che quella sera era da un'amica, e che a sedici anni ti guarda come si guarda un mobile. Un lavoro part time in uno studio, preso quando la figlia era piccola e mai più lasciato, che le stava stretto da undici anni.

Io le raccontai della separazione, che con gli sconosciuti si racconta meglio. Delle domeniche vuote. Del fatto che a quarantasette anni ti accorgi che la tua vita ha smesso di produrre eventi, e che tutto quello che ti resta è la manutenzione: la macchina, la caldaia, la dichiarazione dei redditi, il corpo.

«La manutenzione» ripeté lei. «È esattamente la parola. Io faccio manutenzione da undici anni.»

Intorno a noi le altre voci continuavano. Qualcuno raccontava del terremoto del Novanta. Qualcuno rideva. Una bottiglia passava di mano in mano e ogni tanto arrivava anche a noi, e bevevamo dallo stesso collo di bottiglia senza pensarci, perché al buio nessuno pensa a queste cose.


La prima volta che ci toccammo fu perché il gradino era freddo.

Il vano scale non è riscaldato, e dopo due ore lì seduti il freddo del marmo era passato attraverso i vestiti e cominciava a fare male. Lo sentii che tremava. Non lo vidi: lo sentii, perché eravamo appoggiati alla stessa parete e il tremito passava attraverso il muro e attraverso la spalla.

«Ha freddo.»

«Un po'.»

Mi tolsi il giubbotto e glielo passai al buio. Non gliel'ho messo addosso, gliel'ho passato, e nel passaggio le nostre mani si trovarono, e trovare una mano al buio è una cosa diversa dal prenderla alla luce: non miri, non sai dove sarà, la incontri. La sua era fredda e piccola e per una frazione di secondo si chiuse sulla mia prima di prendere il giubbotto.

«Poi lei ha freddo.»

«Io ho il maglione pesante.»

Se lo mise. E dopo un po', per il freddo e senza dire niente, si spostò di due centimetri, e la sua spalla si appoggiò alla mia, e restò lì.

Non è successo niente, in senso stretto, per un'altra ora. Ma quell'ora fu una delle cose più intense della mia vita adulta, e mi vergogno un po' a scriverlo perché suona ridicolo: due vicini di casa vestiti, seduti su un gradino, spalla contro spalla, che parlano. Eppure. C'è una geografia del corpo che a un certo punto sostituisce tutto il resto. Sentivo il suo respiro cambiare ritmo quando dicevo certe cose. Sentivo il calore attraverso due strati di lana, e quel calore era l'unica informazione che avevo su di lei, e diventava enorme. A un certo punto lei girò la testa per parlarmi più piano, perché intorno c'era gente, e il suo fiato mi arrivò sul collo, sulla nuca, un soffio caldo in una tromba delle scale a otto gradi, e io chiusi gli occhi anche se ero già al buio.

«Che ore sono» chiese, e lo chiese vicinissimo.

Accesi il telefono per guardare, e il display fece una luce azzurra debolissima che per un secondo la illuminò da sotto. La vidi. Fu l'unica volta in tutta la notte, e durò meno di un secondo, e vidi una donna con il mio giubbotto addosso e la faccia girata verso di me, molto più vicina di quanto pensassi, che mi stava già guardando.

Spensi.

Il buio dopo quel secondo fu più buio di prima.

«L'una e dieci» dissi. Mi uscì con una voce che non era la mia.

«L'una e dieci» ripeté lei.

E fu allora che mi prese la mano. Non un tocco, non un incidente: la cercò lungo il gradino, la trovò, e ci intrecciò le dita, e la tenne stretta, e restammo così, con le mani nascoste tra i nostri due fianchi, in mezzo a undici persone che parlavano e ridevano a un metro da noi, per non so quanto tempo. Il mio cuore andava come non andava dai vent'anni. Un uomo di quarantasette anni con il cuore in gola per una mano, al freddo, su una scala.


Verso le due la gente cominciò ad andare a dormire. Uno alla volta, a tentoni, con le torce accese giusto il tempo di trovare la porta. Le voci si diradarono, e ogni volta che se ne andava qualcuno lo spazio intorno a noi due diventava più grande e più silenzioso, e nessuno dei due accennò ad alzarsi.

Alla fine restammo soli. Il palazzo faceva quei rumori che fanno i palazzi vecchi, gli scricchiolii, l'acqua in qualche tubo. Le nostre mani erano ancora una dentro l'altra e adesso non c'era più nessuno da cui nasconderle e questo, stranamente, le rese più pesanti.

«Se torna la luce» disse Marta, «finisce.»

Non risposi subito, perché era vero e perché lo sapevo anch'io.

«Sì.»

«Non è una cosa che sto dicendo per essere poetica. La sto dicendo perché è vero. Se adesso tornano le luci nel vano scale, io mi ritrovo seduta per terra alle due di notte con un uomo che non conosco e con il suo giubbotto addosso, e mi alzo, e dico buonanotte, e salgo. Perché io sono quella cosa lì, alla luce. E lei lo sa.»

«Lo so.»

«E questo qui» e strinse la mano, una volta, forte, «questo qui esiste solo perché non ci vediamo.»

Avrei potuto baciarla. Sarebbe stato facilissimo, perché al buio non c'è la parte difficile, non c'è il momento in cui ti avvicini e l'altro capisce e deve decidere: c'era solo da girare la testa di venti centimetri e trovarla, e l'avrei trovata, perché la respiravo.

Non lo feci. E lei non lo fece.

Ho passato quattro anni a chiedermi perché, e credo di aver capito solo adesso. Non fu virtù. Fu che tutti e due sapevamo, con quella lucidità che dà il buio, che baciarsi sarebbe stato il modo di far finire quella notte. Che un bacio è un fatto: si può raccontare, si può ricordare, si può rimpiangere, si può confessare a un prete o a un'amica. Un fatto ha dei bordi. Mentre quella cosa lì, quella mano al buio, quel fiato sul collo, quelle voci nel freddo, non aveva bordi da nessuna parte, e quindi non poteva finire, e quindi non poteva nemmeno essere tradita davvero.

Le portai la mano alla bocca. Questo sì. Le girai il palmo e ci appoggiai le labbra al centro, dove la pelle è più tenera, e ci restai, e la sentii trattenere il respiro e poi lasciarlo andare tutto insieme, e con la mano libera mi toccò i capelli, una volta sola, dalla fronte alla nuca, piano.

Poi mi lasciò la mano.

«Adesso mi dica una cosa vera» disse. «Una sola. Che non mi direbbe con la luce accesa.»

Ci pensai. Avevo cinquanta cose e le tenni tutte tranne una.

«Che io alle due di notte, quando rientro dai turni, mi fermo al sesto piano» dissi. «Da due anni. Trenta secondi. Poi salgo.»

Il silenzio che ci fu dopo quella frase è il silenzio più pieno che io abbia mai sentito in vita mia.

«Lo so» disse Marta.

Poi si alzò.


La luce tornò alle quattro e venti, e io ero già a letto, sveglio, con la faccia contro il cuscino, e successe tutto insieme: le lampadine, la lavatrice che ripartì con un lamento, il forno che si mise a lampeggiare le dodici e zero zero, tutto il rumore idiota della vita moderna che si riaccende. Rimasi lì e sentii il palazzo intero riaccendersi e ogni luce che si accendeva spegneva qualcosa.

La rividi tre giorni dopo, davanti alle cassette della posta. Aveva il cappotto e le borse della spesa. C'era il portiere, e c'era una vecchia con il cane.

«Buongiorno» disse Marta.

«Buongiorno.»

Fu tutto. È stato tutto, da allora, per quattro anni. Ci diciamo buongiorno e buonasera, come ce lo dicevamo prima, con la differenza che adesso io so che ha una figlia che la guarda come si guarda un mobile e che fa manutenzione da undici anni, e lei sa che io mi fermo trenta secondi al sesto piano, e continua a saperlo ogni volta che ci incrociamo davanti alle cassette della posta, e ci diciamo buongiorno.

Il giubbotto me lo restituì una settimana dopo, appeso alla maniglia della mia porta, dentro un sacchetto, senza biglietto. Nella tasca c'era una candela. Una di quelle bianche corte da cassetto delle emergenze, mai accesa, con lo stoppino ancora bianco.

Non ho capito subito. Poi ho capito che era la cosa più precisa che potesse darmi: una candela che non abbiamo acceso. Perché quella notte le candele c'erano, in tutto il palazzo, e nessuno le ha usate, e se qualcuno le avesse accese io e lei ci saremmo visti in faccia alle dieci e mezza di sera e ci saremmo detti che disastro questo blackout e saremmo saliti ognuno a casa propria.

La tengo nel cassetto del comodino. Non la accendo, ovviamente. Ogni tanto, quando rientro dai turni e mi fermo al sesto piano per i miei trenta secondi davanti a una porta chiusa dietro cui dorme una famiglia intera, poi salgo e apro quel cassetto e la guardo, e penso che ci sono cose che possono esistere solo dove non si vede niente, e che quasi tutta la nostra vita, la mia e la sua e quella di tutti, la passiamo con le luci accese.

FINE
scritto il
2026-08-17
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