48 ore
di
fexalox
genere
etero
L'aeroporto di Amburgo alle sette di sera ha la luce delle cose che non finiscono mai. Bianca, uguale a se stessa, senza ombre. Ero in coda al gate 14 da venti minuti quando la voce dagli altoparlanti disse, prima in tedesco e poi in un inglese stanco, che lo sciopero dei controllori di volo era stato confermato per l'intera giornata successiva. Tutti i voli cancellati. Riprotezione non prima di dopodomani mattina.
Intorno a me si alzò quel brusio di rabbia impotente che fanno le persone quando scoprono di non poter fare niente. Qualcuno cercava già il numero dell'assistenza, qualcuno alzava la voce con una hostess che non c'entrava nulla. Io no. Io rimasi fermo con la mia borsa a tracolla e provai, invece della rabbia, una cosa che non provavo da mesi: sollievo.
Tornavo da Amburgo dove avevo seppellito mio zio, l'ultimo fratello di mio padre, l'ultimo pezzo di una generazione che se ne andava e mi lasciava improvvisamente in prima fila. Non avevo voglia di tornare a casa. Non avevo voglia della mia vita ordinata e vuota che mi aspettava a Milano, dell'appartamento silenzioso, del lunedì. Lo sciopero mi regalava una piega nel tempo, quarantotto ore che non appartenevano a nessuno, e non sapevo ancora che le avrei divise con lei.
«Scusa, hai capito cosa ha detto? Il mio tedesco è fermo a Guten Tag.»
Mi voltai. Era in coda dietro di me, un trolley piccolo e un cappotto grigio, i capelli scuri raccolti male, il viso di chi ha viaggiato tutto il giorno. Non bella nel modo aggressivo delle riviste. Bella come certe frasi che capisci solo alla seconda lettura.
«Ha detto che siamo bloccati» dissi. «Sciopero. Niente voli fino a dopodomani.»
Chiuse gli occhi un secondo, un sospiro lungo. «Perfetto. Proprio perfetto.»
«Anche tu Milano?»
«Anche io Milano.» Aprì gli occhi e mi guardò per la prima volta davvero, e ci fu quel micro-istante in cui due estranei decidono, senza dirlo, se saranno due estranei per sempre o qualcos'altro. «Almeno c'è qualcuno con cui prendersela.»
«Prenditela pure. Tanto io stasera non ho niente di meglio da fare.»
Ci ritrovammo al bar dell'aeroporto quasi per inerzia, perché quando resti bloccato in un posto la prima cosa che cerchi è una faccia già vista. Si chiamava Elena. Era stata ad Amburgo per un colloquio, un lavoro che voleva e che forse le avrebbero dato, e mentre me lo raccontava girava il bicchiere di vino bianco tra le dita senza berlo, un gesto che notai e che avrei rivisto molte volte nelle ore seguenti.
«E tu?» chiese. «Lavoro?»
«Funerale.»
Non si affrettò a dire mi dispiace, come fanno tutti. Restò in silenzio un momento, poi disse: «Ecco perché hai quella faccia.»
«Che faccia ho?»
«Quella di uno contento di non dover tornare a casa.»
Bevvi per non risponderle, perché aveva ragione, e perché una sconosciuta che ti legge in dieci minuti è più pericolosa di chiunque ti conosca da anni. Fuori, oltre le vetrate, era cominciata una pioggia fine e ostinata, di quelle che ad Amburgo sembrano la condizione naturale dell'aria.
«Senti» dissi. «Possiamo stare qui otto ore a guardare il tabellone che non cambia, oppure. Non lo so. Non conosco questa città. Tu?»
«Nemmeno io.»
«Allora nessuno dei due la conosce. È una città di nessuno, per stanotte. Andiamo a vedere com'è?»
Mi guardò con quel mezzo sorriso che avrei imparato a decifrare troppo tardi, quando decifrarlo non sarebbe più servito. «Sei uno che rimorchia le vedove ai funerali e le disperate agli scioperi?»
«Sono uno che non vuole tornare a casa. Come te.»
Prese il cappotto dalla sedia. «Va bene. Ma pago io il primo taxi. Così non ti fai idee.»
Le idee me le stavo già facendo, e credo lo sapesse.
Amburgo di notte sotto la pioggia è una città d'acqua due volte. I canali, i moli, il porto illuminato in lontananza, e sopra tutto quella pioggia leggera che non ti bagna ma ti avvolge. Camminammo per ore senza una meta, perché una meta presuppone un domani e noi non ne avevamo uno. Ci fermammo in un locale sui Landungsbrücken dove si mangiava pesce in piedi al bancone, poi in un bar minuscolo dove un vecchio suonava un pianoforte scordato, e a ogni tappa Elena si scioglieva un poco di più, come si sciolgono le persone quando capiscono che possono dire tutto perché tanto quella persona sparirà.
Mi raccontò di un uomo a casa a cui non sapeva più cosa dire, del lavoro che odiava e che sperava di cambiare con quel colloquio, di suo padre malato, delle cose che non aveva mai avuto il coraggio di fare. Io le raccontai di mio zio, di mio padre morto tre anni prima, della sensazione di essere diventato improvvisamente adulto a quarantun anni solo perché non c'era più nessuno davanti a me nella fila. Ci raccontammo a metà, come si fa solo con gli sconosciuti: la parte vera, senza la noia dei dettagli.
«È strano» disse a un certo punto, ferma sotto una tettoia mentre la pioggia si faceva più fitta. «Ti sto dicendo cose che non ho detto a nessuno. E domani non ci vediamo più.»
«È per questo che te le dico anch'io.»
«Lo so.» Mi guardò. La luce di un lampione le tagliava metà del viso. «Fa quasi paura, no? Che con uno sconosciuto si può essere più veri che con chi ti dorme accanto da anni.»
Non risposi. Feci l'unica cosa che aveva senso: le sistemai una ciocca bagnata che le era caduta sulla fronte, un gesto minimo, e lei non si scostò. Restammo così, vicini, la pioggia intorno, e il tabellone delle partenze a chilometri di distanza che segnava un tempo che non ci apparteneva più.
L'unico hotel con una stanza libera era un posto piccolo vicino alla stazione, di quelli con la moquette consumata e il portiere notturno che non fa domande. Alla reception ci fu il momento. Una stanza o due.
Elena guardò il portiere, poi me. «Una» disse. E al portiere, in un inglese lento: «One room.»
Salimmo in ascensore senza parlare, con quella tensione precisa che c'è quando due persone hanno già deciso ma non l'hanno ancora detto ad alta voce. La stanza era anonima, calda, con una finestra che dava sui binari lucidi di pioggia. Elena posò il trolley, si tolse il cappotto, e poi, con un gesto che mi fermò il respiro, si sedette sul bordo del letto e si sfilò le scarpe.
Erano scarpe basse, di cuoio scuro, inzuppate dalla camminata. Le posò a terra e restò a piedi nudi sulla moquette, e per un istante flesse le dita, sollevando il collo del piede, sciogliendo la stanchezza di un giorno intero passato in viaggio. La pelle chiara contro il tessuto scuro del pavimento, l'arco alto, la caviglia sottile con ancora il segno rosso dell'orlo della scarpa. Non lo faceva per me. Lo faceva per sé, come si fa una cosa privata quando si è finalmente al sicuro. Ed è per questo che fu la cosa più intima che avessi visto in anni: non un gesto di seduzione, ma un gesto di resa alla stanchezza, che mi fu concesso di guardare.
Mi inginocchiai davanti a lei sul pavimento. Non so cosa mi spinse, o forse lo so benissimo. Le presi un piede tra le mani. Era freddo dalla pioggia, la pianta ruvida dal cammino. Elena trattenne il respiro.
«Cosa fai» disse. Non era una protesta.
«Hai camminato tutta la sera con le scarpe bagnate.»
Premetti i pollici sull'arco, piano, e lei lasciò uscire un suono basso, un sospiro che era metà sollievo e metà qualcos'altro, e si lasciò cadere all'indietro sui gomiti chiudendo gli occhi. Le scaldai i piedi tra le mani, uno e poi l'altro, e mentre lo facevo sentivo il suo respiro cambiare ritmo nella stanza silenziosa, e la pioggia contro il vetro, e i treni che ogni tanto passavano facendo tremare appena i bicchieri sul comodino.
La baciai risalendo dalla caviglia, lungo il polpaccio, e lei si tirò su a cercarmi la bocca con una fame che aveva aspettato tutta la sera, tutta la vita forse, e ci ritrovammo distesi sul letto anonimo di quell'albergo di nessuno, a togliere l'acqua e la stanchezza dai vestiti dell'altro.
E poi, nel mezzo, quando già i corpi avevano deciso, lei mi fermò con una mano sul petto.
«Aspetta» disse.
Mi bloccai. Pensai di aver sbagliato qualcosa.
«No, non. Non è quello.» Rise piano, nel buio, una risata vera. «È che è da così tanto che non lo faccio con uno che mi guarda in faccia. Fammelo guardare un secondo, questo. Prima che ricominci a correre tutto.»
Restammo così, fermi, i visi vicini, il respiro mescolato, per un tempo che non seppi misurare. Non era desiderio, quel momento. Era qualcosa di più raro e più pericoloso: era due persone che si vedevano. Poi lei mi baciò di nuovo, piano, e il tempo ricominciò a correre, e ci prendemmo tutto quello che quarantotto ore potevano contenere.
Fu lento e poi urgente, attento e poi cieco. Le tenni un piede contro il petto mentre la guardavo negli occhi, e lei non li chiuse, e quando venne disse il mio nome come se lo conoscesse da sempre e non da sei ore. La seguii tenendola stretta, la fronte nei suoi capelli che sapevano di pioggia, e per la prima volta da mesi non pensai a niente. Non a mio zio, non a Milano, non al lunedì. Solo a lei, e a quella stanza, e al rumore dei treni.
La mattina la luce era grigia e pulita. Elena faceva il caffè con la macchinetta scadente della stanza, a piedi nudi sulla moquette, con addosso solo la mia camicia. La guardai dal letto e pensai che avrei potuto svegliarmi così per il resto della vita, e subito dopo pensai che era esattamente il genere di pensiero che non dovevo fare.
Passammo il giorno insieme, quello che ci restava. Un altro giro per la città, ora sotto un sole timido, i musei, un pranzo lungo vicino al lago interno. Ma qualcosa era cambiato dalla notte: c'era un'ombra su tutto, l'ombra del tabellone. Ogni ora che passava era un'ora in meno, e lo sapevamo entrambi, e nessuno dei due lo diceva.
Verso sera, seduti su una panchina davanti all'Alster, lei guardava l'acqua e io guardavo lei.
«Domani mattina il volo delle sette» disse. «Ho controllato. Riprotetti tutti e due, stesso aereo probabilmente.»
«Probabilmente.»
Si voltò verso di me. Aveva gli occhi lucidi, ma non piangeva. «Non chiedermi il numero» disse. «Ti prego. Non lo chiedere.»
«Perché.»
«Perché se ce lo diamo, poi ci scriviamo. E se ci scriviamo, ci vediamo. E se ci vediamo, questo» fece un gesto che comprendeva la panchina, il lago, la notte prima, «diventa una cosa normale. Una relazione. Con gli orari, le delusioni, la noia. E io non voglio che diventi normale. Voglio ricordarmelo così. Due persone vere per quarantotto ore in una città di nessuno.» Mi sfiorò la guancia. «Le cose perfette durano poco perché è così che restano perfette.»
Aveva ragione, e la odiai per averla. Ma annuii, perché era la sua regola e me la stava regalando, ed era l'unica cosa che potevo darle in cambio: rispettarla.
L'aereo del mattino era pieno di pendolari assonnati. Ci sedemmo lontani, per scelta, lei avanti e io dietro di sette file. Per due ore la guardai dormire contro il finestrino, i capelli sul vetro, e non feci niente.
All'atterraggio di Malpensa ci fu la calca solita, le cinture, i trolley, la gente che accende i telefoni. La persi di vista nel corridoio, e pensai che fosse giusto così: dissolversi nella folla come ci eravamo trovati, senza un ultimo sguardo.
Mi sbagliavo. Come mi ero sbagliato su tutto.
La rividi oltre le porte automatiche degli arrivi, in mezzo a quelli che aspettano con i cartelli e i mazzi di fiori. Un uomo si staccò dalla fila e le andò incontro. Lei posò il trolley e lo abbracciò, e lo baciò, un bacio breve e domestico, il bacio di chi torna a casa da qualcuno che c'è sempre. Non un amante. Un marito. Lo capii dalla naturalezza, da come lui le prese la borsa senza chiederlo, da come lei gli appoggiò la testa un secondo sulla spalla, con la stanchezza di chi conosce quella spalla da anni.
E l'uomo, alzando gli occhi sopra di lei, mi vide.
«Ma non ci credo!» La sua voce mi arrivò allegra sopra il rumore della sala. «Guarda chi c'è!»
Lo conoscevo. Marco Ferrante, un architetto con cui avevo lavorato a un cantiere tre anni prima, di quelli con cui ti scambi gli auguri a Natale e ti prometti una cena che non fai mai. Milano è una città enorme che è anche un paese di quattro case, e prima o poi, in quelle quattro case, ti incroci con tutti.
Mi venne incontro con la mano tesa e il sorriso largo. «Che coincidenza pazzesca, eri sullo stesso volo? Amburgo pure tu?» Poi si girò verso di lei, con l'orgoglio semplice degli uomini che non sanno niente. «Amore, ti presento un collega, uno bravo. Elena, mia moglie.»
Ci fu un istante. Uno solo, in cui i suoi occhi trovarono i miei, e dentro passò tutto: la pioggia sui moli, il piede freddo tra le mie mani, la sua voce nel buio che diceva fammelo guardare un secondo, prima che ricominci a correre tutto. Passò, e sparì, coperto dalla maschera perfetta della moglie che sorride a uno sconosciuto.
Le strinsi la mano. La stessa mano che la notte prima mi aveva stretto la nuca.
«Piacere» disse lei. La voce ferma, cortese, di ghiaccio. «Elena.»
«Piacere» dissi io.
Marco parlò per due minuti, del cantiere di allora, del fatto che dovevamo assolutamente sentirci, di una cena tutti insieme un giorno di questi. Elena guardava verso il nastro dei bagagli, con la pazienza educata di chi aspetta che il marito finisca. Io annuivo, dicevo sì, certo, una cena. E per tutto il tempo pensai una cosa sola: che la città di nessuno non era mai esistita. Che avevo passato quarantotto ore a credere di essere fuori dal mondo, e il mondo mi aspettava all'uscita degli arrivi con un cartello e un sorriso e la mano di lei nella sua.
Ci salutammo. Li guardai allontanarsi verso il parcheggio, lui che le teneva la borsa, lei che non si voltò. Non una volta. E fu la cosa più giusta e più crudele che potesse fare.
Quella notte, disfacendo la borsa, trovai in fondo alla tasca interna un biglietto piegato che lei doveva avermi infilato mentre dormivo sull'aereo. L'aveva scritto sapendo. Sapendo del cartello, del marito, della mano da stringere come estranei. L'aveva scritto perché era l'unico addio vero che potesse darmi, dato che quello all'aeroporto glielo avrei visto soltanto recitare.
Non c'era un numero. Non poteva esserci.
C'era una sola riga, la sua calligrafia inclinata: *"Grazie per avermi guardata in faccia. Non dimenticarti di farlo, con chi verrà dopo di me."*
E adesso viene la parte che voglio dire chiara, senza mezze frasi, senza lasciarla intuire come faccio di solito.
Non la rividi. E non perché non potessi.
È questa la differenza, ed è tutto. Con Elena non c'era una porta chiusa: ce n'era una spalancata. Conoscevo suo marito. Bastava rispondere a uno dei messaggi di Marco, accettare quella cena "un giorno di questi", e me la sarei ritrovata davanti, con il tovagliolo sulle ginocchia, a passarmi il pane e a chiamarmi "il collega di mio marito". Sarebbe stato facilissimo. Bastava tirare il filo.
Non lo tirai. Mai. I messaggi di Marco li lasciai cadere uno a uno, e quando ci incrociammo per caso a un evento, mesi dopo, e lui mi disse "dobbiamo assolutamente fare quella cena", risposi di sì e feci in modo che non accadesse. Non ci sarà un seguito. Nessuna seconda volta, nessun caffè per chiarire, nessun "solo per parlare" che poi non è mai solo per parlare. Niente. Ho deciso io, come lei aveva deciso per tutti e due sulla panchina davanti all'Alster. Ho murato quella porta spalancata con le mie mani, e ho buttato via i mattoni.
Non per virtù. Per tenerla intatta. È l'unico modo che ho trovato di rispettare quello che mi aveva dato.
Ancora adesso, ogni volta che piove piano e i treni passano lontani, sento sotto le mani il freddo di un piede bagnato che si scalda. E penso che da qualche parte, in questa città enorme e piccolissima, c'è una donna che passa il pane a suo marito e ogni tanto, per un secondo, guarda qualcuno in faccia. Davvero. E si ricorda perché.
Certe storie non hanno un dopo. È esattamente questo che le rende per sempre.
FINE
Intorno a me si alzò quel brusio di rabbia impotente che fanno le persone quando scoprono di non poter fare niente. Qualcuno cercava già il numero dell'assistenza, qualcuno alzava la voce con una hostess che non c'entrava nulla. Io no. Io rimasi fermo con la mia borsa a tracolla e provai, invece della rabbia, una cosa che non provavo da mesi: sollievo.
Tornavo da Amburgo dove avevo seppellito mio zio, l'ultimo fratello di mio padre, l'ultimo pezzo di una generazione che se ne andava e mi lasciava improvvisamente in prima fila. Non avevo voglia di tornare a casa. Non avevo voglia della mia vita ordinata e vuota che mi aspettava a Milano, dell'appartamento silenzioso, del lunedì. Lo sciopero mi regalava una piega nel tempo, quarantotto ore che non appartenevano a nessuno, e non sapevo ancora che le avrei divise con lei.
«Scusa, hai capito cosa ha detto? Il mio tedesco è fermo a Guten Tag.»
Mi voltai. Era in coda dietro di me, un trolley piccolo e un cappotto grigio, i capelli scuri raccolti male, il viso di chi ha viaggiato tutto il giorno. Non bella nel modo aggressivo delle riviste. Bella come certe frasi che capisci solo alla seconda lettura.
«Ha detto che siamo bloccati» dissi. «Sciopero. Niente voli fino a dopodomani.»
Chiuse gli occhi un secondo, un sospiro lungo. «Perfetto. Proprio perfetto.»
«Anche tu Milano?»
«Anche io Milano.» Aprì gli occhi e mi guardò per la prima volta davvero, e ci fu quel micro-istante in cui due estranei decidono, senza dirlo, se saranno due estranei per sempre o qualcos'altro. «Almeno c'è qualcuno con cui prendersela.»
«Prenditela pure. Tanto io stasera non ho niente di meglio da fare.»
Ci ritrovammo al bar dell'aeroporto quasi per inerzia, perché quando resti bloccato in un posto la prima cosa che cerchi è una faccia già vista. Si chiamava Elena. Era stata ad Amburgo per un colloquio, un lavoro che voleva e che forse le avrebbero dato, e mentre me lo raccontava girava il bicchiere di vino bianco tra le dita senza berlo, un gesto che notai e che avrei rivisto molte volte nelle ore seguenti.
«E tu?» chiese. «Lavoro?»
«Funerale.»
Non si affrettò a dire mi dispiace, come fanno tutti. Restò in silenzio un momento, poi disse: «Ecco perché hai quella faccia.»
«Che faccia ho?»
«Quella di uno contento di non dover tornare a casa.»
Bevvi per non risponderle, perché aveva ragione, e perché una sconosciuta che ti legge in dieci minuti è più pericolosa di chiunque ti conosca da anni. Fuori, oltre le vetrate, era cominciata una pioggia fine e ostinata, di quelle che ad Amburgo sembrano la condizione naturale dell'aria.
«Senti» dissi. «Possiamo stare qui otto ore a guardare il tabellone che non cambia, oppure. Non lo so. Non conosco questa città. Tu?»
«Nemmeno io.»
«Allora nessuno dei due la conosce. È una città di nessuno, per stanotte. Andiamo a vedere com'è?»
Mi guardò con quel mezzo sorriso che avrei imparato a decifrare troppo tardi, quando decifrarlo non sarebbe più servito. «Sei uno che rimorchia le vedove ai funerali e le disperate agli scioperi?»
«Sono uno che non vuole tornare a casa. Come te.»
Prese il cappotto dalla sedia. «Va bene. Ma pago io il primo taxi. Così non ti fai idee.»
Le idee me le stavo già facendo, e credo lo sapesse.
Amburgo di notte sotto la pioggia è una città d'acqua due volte. I canali, i moli, il porto illuminato in lontananza, e sopra tutto quella pioggia leggera che non ti bagna ma ti avvolge. Camminammo per ore senza una meta, perché una meta presuppone un domani e noi non ne avevamo uno. Ci fermammo in un locale sui Landungsbrücken dove si mangiava pesce in piedi al bancone, poi in un bar minuscolo dove un vecchio suonava un pianoforte scordato, e a ogni tappa Elena si scioglieva un poco di più, come si sciolgono le persone quando capiscono che possono dire tutto perché tanto quella persona sparirà.
Mi raccontò di un uomo a casa a cui non sapeva più cosa dire, del lavoro che odiava e che sperava di cambiare con quel colloquio, di suo padre malato, delle cose che non aveva mai avuto il coraggio di fare. Io le raccontai di mio zio, di mio padre morto tre anni prima, della sensazione di essere diventato improvvisamente adulto a quarantun anni solo perché non c'era più nessuno davanti a me nella fila. Ci raccontammo a metà, come si fa solo con gli sconosciuti: la parte vera, senza la noia dei dettagli.
«È strano» disse a un certo punto, ferma sotto una tettoia mentre la pioggia si faceva più fitta. «Ti sto dicendo cose che non ho detto a nessuno. E domani non ci vediamo più.»
«È per questo che te le dico anch'io.»
«Lo so.» Mi guardò. La luce di un lampione le tagliava metà del viso. «Fa quasi paura, no? Che con uno sconosciuto si può essere più veri che con chi ti dorme accanto da anni.»
Non risposi. Feci l'unica cosa che aveva senso: le sistemai una ciocca bagnata che le era caduta sulla fronte, un gesto minimo, e lei non si scostò. Restammo così, vicini, la pioggia intorno, e il tabellone delle partenze a chilometri di distanza che segnava un tempo che non ci apparteneva più.
L'unico hotel con una stanza libera era un posto piccolo vicino alla stazione, di quelli con la moquette consumata e il portiere notturno che non fa domande. Alla reception ci fu il momento. Una stanza o due.
Elena guardò il portiere, poi me. «Una» disse. E al portiere, in un inglese lento: «One room.»
Salimmo in ascensore senza parlare, con quella tensione precisa che c'è quando due persone hanno già deciso ma non l'hanno ancora detto ad alta voce. La stanza era anonima, calda, con una finestra che dava sui binari lucidi di pioggia. Elena posò il trolley, si tolse il cappotto, e poi, con un gesto che mi fermò il respiro, si sedette sul bordo del letto e si sfilò le scarpe.
Erano scarpe basse, di cuoio scuro, inzuppate dalla camminata. Le posò a terra e restò a piedi nudi sulla moquette, e per un istante flesse le dita, sollevando il collo del piede, sciogliendo la stanchezza di un giorno intero passato in viaggio. La pelle chiara contro il tessuto scuro del pavimento, l'arco alto, la caviglia sottile con ancora il segno rosso dell'orlo della scarpa. Non lo faceva per me. Lo faceva per sé, come si fa una cosa privata quando si è finalmente al sicuro. Ed è per questo che fu la cosa più intima che avessi visto in anni: non un gesto di seduzione, ma un gesto di resa alla stanchezza, che mi fu concesso di guardare.
Mi inginocchiai davanti a lei sul pavimento. Non so cosa mi spinse, o forse lo so benissimo. Le presi un piede tra le mani. Era freddo dalla pioggia, la pianta ruvida dal cammino. Elena trattenne il respiro.
«Cosa fai» disse. Non era una protesta.
«Hai camminato tutta la sera con le scarpe bagnate.»
Premetti i pollici sull'arco, piano, e lei lasciò uscire un suono basso, un sospiro che era metà sollievo e metà qualcos'altro, e si lasciò cadere all'indietro sui gomiti chiudendo gli occhi. Le scaldai i piedi tra le mani, uno e poi l'altro, e mentre lo facevo sentivo il suo respiro cambiare ritmo nella stanza silenziosa, e la pioggia contro il vetro, e i treni che ogni tanto passavano facendo tremare appena i bicchieri sul comodino.
La baciai risalendo dalla caviglia, lungo il polpaccio, e lei si tirò su a cercarmi la bocca con una fame che aveva aspettato tutta la sera, tutta la vita forse, e ci ritrovammo distesi sul letto anonimo di quell'albergo di nessuno, a togliere l'acqua e la stanchezza dai vestiti dell'altro.
E poi, nel mezzo, quando già i corpi avevano deciso, lei mi fermò con una mano sul petto.
«Aspetta» disse.
Mi bloccai. Pensai di aver sbagliato qualcosa.
«No, non. Non è quello.» Rise piano, nel buio, una risata vera. «È che è da così tanto che non lo faccio con uno che mi guarda in faccia. Fammelo guardare un secondo, questo. Prima che ricominci a correre tutto.»
Restammo così, fermi, i visi vicini, il respiro mescolato, per un tempo che non seppi misurare. Non era desiderio, quel momento. Era qualcosa di più raro e più pericoloso: era due persone che si vedevano. Poi lei mi baciò di nuovo, piano, e il tempo ricominciò a correre, e ci prendemmo tutto quello che quarantotto ore potevano contenere.
Fu lento e poi urgente, attento e poi cieco. Le tenni un piede contro il petto mentre la guardavo negli occhi, e lei non li chiuse, e quando venne disse il mio nome come se lo conoscesse da sempre e non da sei ore. La seguii tenendola stretta, la fronte nei suoi capelli che sapevano di pioggia, e per la prima volta da mesi non pensai a niente. Non a mio zio, non a Milano, non al lunedì. Solo a lei, e a quella stanza, e al rumore dei treni.
La mattina la luce era grigia e pulita. Elena faceva il caffè con la macchinetta scadente della stanza, a piedi nudi sulla moquette, con addosso solo la mia camicia. La guardai dal letto e pensai che avrei potuto svegliarmi così per il resto della vita, e subito dopo pensai che era esattamente il genere di pensiero che non dovevo fare.
Passammo il giorno insieme, quello che ci restava. Un altro giro per la città, ora sotto un sole timido, i musei, un pranzo lungo vicino al lago interno. Ma qualcosa era cambiato dalla notte: c'era un'ombra su tutto, l'ombra del tabellone. Ogni ora che passava era un'ora in meno, e lo sapevamo entrambi, e nessuno dei due lo diceva.
Verso sera, seduti su una panchina davanti all'Alster, lei guardava l'acqua e io guardavo lei.
«Domani mattina il volo delle sette» disse. «Ho controllato. Riprotetti tutti e due, stesso aereo probabilmente.»
«Probabilmente.»
Si voltò verso di me. Aveva gli occhi lucidi, ma non piangeva. «Non chiedermi il numero» disse. «Ti prego. Non lo chiedere.»
«Perché.»
«Perché se ce lo diamo, poi ci scriviamo. E se ci scriviamo, ci vediamo. E se ci vediamo, questo» fece un gesto che comprendeva la panchina, il lago, la notte prima, «diventa una cosa normale. Una relazione. Con gli orari, le delusioni, la noia. E io non voglio che diventi normale. Voglio ricordarmelo così. Due persone vere per quarantotto ore in una città di nessuno.» Mi sfiorò la guancia. «Le cose perfette durano poco perché è così che restano perfette.»
Aveva ragione, e la odiai per averla. Ma annuii, perché era la sua regola e me la stava regalando, ed era l'unica cosa che potevo darle in cambio: rispettarla.
L'aereo del mattino era pieno di pendolari assonnati. Ci sedemmo lontani, per scelta, lei avanti e io dietro di sette file. Per due ore la guardai dormire contro il finestrino, i capelli sul vetro, e non feci niente.
All'atterraggio di Malpensa ci fu la calca solita, le cinture, i trolley, la gente che accende i telefoni. La persi di vista nel corridoio, e pensai che fosse giusto così: dissolversi nella folla come ci eravamo trovati, senza un ultimo sguardo.
Mi sbagliavo. Come mi ero sbagliato su tutto.
La rividi oltre le porte automatiche degli arrivi, in mezzo a quelli che aspettano con i cartelli e i mazzi di fiori. Un uomo si staccò dalla fila e le andò incontro. Lei posò il trolley e lo abbracciò, e lo baciò, un bacio breve e domestico, il bacio di chi torna a casa da qualcuno che c'è sempre. Non un amante. Un marito. Lo capii dalla naturalezza, da come lui le prese la borsa senza chiederlo, da come lei gli appoggiò la testa un secondo sulla spalla, con la stanchezza di chi conosce quella spalla da anni.
E l'uomo, alzando gli occhi sopra di lei, mi vide.
«Ma non ci credo!» La sua voce mi arrivò allegra sopra il rumore della sala. «Guarda chi c'è!»
Lo conoscevo. Marco Ferrante, un architetto con cui avevo lavorato a un cantiere tre anni prima, di quelli con cui ti scambi gli auguri a Natale e ti prometti una cena che non fai mai. Milano è una città enorme che è anche un paese di quattro case, e prima o poi, in quelle quattro case, ti incroci con tutti.
Mi venne incontro con la mano tesa e il sorriso largo. «Che coincidenza pazzesca, eri sullo stesso volo? Amburgo pure tu?» Poi si girò verso di lei, con l'orgoglio semplice degli uomini che non sanno niente. «Amore, ti presento un collega, uno bravo. Elena, mia moglie.»
Ci fu un istante. Uno solo, in cui i suoi occhi trovarono i miei, e dentro passò tutto: la pioggia sui moli, il piede freddo tra le mie mani, la sua voce nel buio che diceva fammelo guardare un secondo, prima che ricominci a correre tutto. Passò, e sparì, coperto dalla maschera perfetta della moglie che sorride a uno sconosciuto.
Le strinsi la mano. La stessa mano che la notte prima mi aveva stretto la nuca.
«Piacere» disse lei. La voce ferma, cortese, di ghiaccio. «Elena.»
«Piacere» dissi io.
Marco parlò per due minuti, del cantiere di allora, del fatto che dovevamo assolutamente sentirci, di una cena tutti insieme un giorno di questi. Elena guardava verso il nastro dei bagagli, con la pazienza educata di chi aspetta che il marito finisca. Io annuivo, dicevo sì, certo, una cena. E per tutto il tempo pensai una cosa sola: che la città di nessuno non era mai esistita. Che avevo passato quarantotto ore a credere di essere fuori dal mondo, e il mondo mi aspettava all'uscita degli arrivi con un cartello e un sorriso e la mano di lei nella sua.
Ci salutammo. Li guardai allontanarsi verso il parcheggio, lui che le teneva la borsa, lei che non si voltò. Non una volta. E fu la cosa più giusta e più crudele che potesse fare.
Quella notte, disfacendo la borsa, trovai in fondo alla tasca interna un biglietto piegato che lei doveva avermi infilato mentre dormivo sull'aereo. L'aveva scritto sapendo. Sapendo del cartello, del marito, della mano da stringere come estranei. L'aveva scritto perché era l'unico addio vero che potesse darmi, dato che quello all'aeroporto glielo avrei visto soltanto recitare.
Non c'era un numero. Non poteva esserci.
C'era una sola riga, la sua calligrafia inclinata: *"Grazie per avermi guardata in faccia. Non dimenticarti di farlo, con chi verrà dopo di me."*
E adesso viene la parte che voglio dire chiara, senza mezze frasi, senza lasciarla intuire come faccio di solito.
Non la rividi. E non perché non potessi.
È questa la differenza, ed è tutto. Con Elena non c'era una porta chiusa: ce n'era una spalancata. Conoscevo suo marito. Bastava rispondere a uno dei messaggi di Marco, accettare quella cena "un giorno di questi", e me la sarei ritrovata davanti, con il tovagliolo sulle ginocchia, a passarmi il pane e a chiamarmi "il collega di mio marito". Sarebbe stato facilissimo. Bastava tirare il filo.
Non lo tirai. Mai. I messaggi di Marco li lasciai cadere uno a uno, e quando ci incrociammo per caso a un evento, mesi dopo, e lui mi disse "dobbiamo assolutamente fare quella cena", risposi di sì e feci in modo che non accadesse. Non ci sarà un seguito. Nessuna seconda volta, nessun caffè per chiarire, nessun "solo per parlare" che poi non è mai solo per parlare. Niente. Ho deciso io, come lei aveva deciso per tutti e due sulla panchina davanti all'Alster. Ho murato quella porta spalancata con le mie mani, e ho buttato via i mattoni.
Non per virtù. Per tenerla intatta. È l'unico modo che ho trovato di rispettare quello che mi aveva dato.
Ancora adesso, ogni volta che piove piano e i treni passano lontani, sento sotto le mani il freddo di un piede bagnato che si scalda. E penso che da qualche parte, in questa città enorme e piccolissima, c'è una donna che passa il pane a suo marito e ogni tanto, per un secondo, guarda qualcuno in faccia. Davvero. E si ricorda perché.
Certe storie non hanno un dopo. È esattamente questo che le rende per sempre.
FINE
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