Luce radente
di
fexalox
genere
sentimentali
L'odore che ricordo di più di quell'estate non è quello dei tigli in fiore sul viale, né quello del fieno tagliato nei campi sotto la villa. È l'acquaragia. Un odore chimico e antico insieme, che si mescolava con la polvere calda del salone chiuso da anni e mi restava sulle mani anche dopo cena, quando mi lavavo tre volte e ancora lo sentivo, come se mi fosse entrato sotto la pelle insieme al resto. Insieme a lei, dovrei dire, perché è di lei che quell'odore sapeva, alla fine, e non c'è stato sapone che me la togliesse.
Mio padre è morto a febbraio, in una stanza che aveva smesso di riconoscere da mesi. Gli ultimi tempi mi chiamava con il nome di suo fratello, morto nel Sessantotto, e io avevo smesso di correggerlo perché non serviva a nessuno dei due. La villa, Poggio ai Merli la chiamava lui anche se sulla mappa catastale ha solo un numero, è rimasta a me e a mio fratello Andrea, che vive a Toronto e non ci mette piede da otto anni. Abbiamo deciso di venderla in due telefonate, la sera dei funerali, con la stessa efficienza sbrigativa con cui si chiude un conto corrente. La Fondazione che l'ha comprata ci ha messo una condizione nel contratto, un articolo tra i tanti che non avevo letto con l'attenzione dovuta finché il notaio non me lo rilesse ad alta voce: il salone affrescato al piano nobile andava restaurato prima del rogito, "riportato a condizioni di piena leggibilità storica", secondo la sovrintendenza. A nostre spese. Con la scadenza di settembre.
Fu così che, il primo giugno, aprii il portone del salone per la prima volta da bambino senza mio padre a fianco, e ci trovai una donna scalza in mezzo alla polvere, la testa piegata all'indietro, che guardava il soffitto come si guarda un temporale in arrivo. La gonna leggera le si era incollata alle gambe per il caldo, e la prima cosa che vidi di lei, prima ancora del viso, furono i piedi nudi sul cotto, le dita che cercavano appoggio nella polvere come se la stanza fosse sua e non mia.
«Lei deve essere il proprietario» disse, senza smettere di guardare in alto. «Le scarpe le ho tolte alla porta. Il pavimento in cotto trasmette ogni vibrazione fino al ponteggio, e lassù devo avere il polso fermo.»
Si chiamava Eleonora Bassi, ma nella lettera della sovrintendenza c'era scritto solo "dott.ssa E. Bassi, restauratrice incaricata". Aveva forse trentotto anni, i capelli raccolti male con una matita infilata di traverso, le mani segnate da piccoli tagli bianchi che immaginai fatti da bisturi da restauro più che da cucina. Mi strinse la mano con un'energia sproporzionata rispetto alla voce, che era bassa, quasi trattenuta, come se le parole costassero qualcosa e lei le spendesse con cura. La pelle del suo palmo era ruvida di solventi e calda, e quando la ritirò mi accorsi di aver tenuto la stretta un istante di troppo.
«Tommaso Bramanti» dissi. «Sono io quello con troppi pochi giorni per farla lavorare bene.»
«I giorni bastano sempre, se nessuno mi interrompe» rispose, e finalmente abbassò lo sguardo dal soffitto per posarlo su di me un attimo soltanto, come per archiviarmi in una categoria e passare oltre. «Il problema di solito non è il tempo. È la vernice che qualcuno ha steso sopra la verità, cento anni fa, per pudore o per moda, e che io devo capire come togliere senza portarmi via anche quello che c'è sotto.»
Non sapevo ancora che stava parlando, in un certo senso, anche di se stessa. E non sapevo ancora che avrei passato l'estate a fare esattamente quello: cercare di leggere, sotto la vernice della sua voce misurata, quello che il suo corpo diceva senza permesso.
Il ritratto occupava tutta la parete di fondo del salone: mia bisnonna Elisa, dipinta nel milleottocentonovanta da un pittore di cui in famiglia non si ricordava più il nome, in un abito color avorio, appoggiata a una balaustra con le colline della Val d'Orcia dietro di lei, identiche a quelle vere che si vedevano dalla finestra accanto. Da bambino la trovavo severa e noiosa, una signora con lo sguardo fisso che sembrava disapprovare qualunque cosa facessi in quella stanza. Mio padre diceva sempre che le somigliavo nella cocciutaggine, mai in nient'altro.
Eleonora arrivava alle otto, quando il salone era ancora fresco, e restava fino a metà pomeriggio, quando il caldo diventava insopportabile anche per lei. Montò un ponteggio leggero solo per la fascia alta dell'affresco, un fregio di pampini e uccelli che nessuno in famiglia aveva mai guardato davvero, e per il ritratto lavorava da terra, seduta su uno sgabello basso, scalza, i piedi appoggiati sul cotto freddo anche nelle ore più calde di luglio. Col caldo si arrotolava le maniche fino alla spalla e slacciava il primo bottone, e a metà mattina aveva sempre una linea sottile di sudore che le scendeva dall'incavo del collo e spariva sotto la stoffa, e io imparai a non guardarla proprio nel momento in cui più avrei voluto.
Glielo chiesi, la seconda settimana, perché non usasse le pantofole di feltro che pure teneva in una borsa vicino agli attrezzi.
«Le uso quando serve non lasciare tracce sul pavimento storico» disse, senza alzare gli occhi dal tampone che passava, millimetro per millimetro, sull'orlo dell'abito dipinto. «Ma quando lavoro di fino, come adesso, ho bisogno di sentire. Il piede nudo avverte se sto spostando il peso, se la mano trema perché la gamba è stanca. È un equilibrio. Con le scarpe non lo sento più, e allora comincio a fidarmi solo degli occhi, e gli occhi mentono, in questo mestiere, più di ogni altra cosa.»
Non aggiunse altro, ma io restai lì, con la scusa di controllare una posta che non controllavo mai in quella stanza, a guardarla lavorare. Aveva un modo di muovere il piede sinistro, uno strofinio lento contro l'arco del destro, che le usciva ogni volta che si fermava a pensare, come se il pensiero passasse anche di lì, non solo dalla testa. La pianta era chiara, quasi rosata, segnata dal freddo del cotto, e quando piegava le dita per aggrapparsi al pavimento la caviglia le si tendeva e tutto il polpaccio con lei. Mi accorsi che avevo smesso di respirare come si respira normalmente, e che c'era in me una fame precisa, senza nome dignitoso, per il modo in cui la sua pianta nuda premeva e si sollevava dal pavimento, lenta, ignara, mentre lei pensava ad altro. Non gliel'ho mai detto. Non gliel'avrei mai detto, in realtà, di nessuna delle cose che notavo quell'estate, e men che meno di quella, che mi teneva sveglio la notte più di quanto fossi disposto ad ammettere anche solo con me stesso.
Nelle prime settimane parlavamo poco, e sempre di lavoro: la sequenza delle fasi, i tempi tecnici, le percentuali di solvente. Imparai, ascoltandola più che chiedendo, che aveva lasciato un contratto fisso in una soprintendenza del nord per tornare a lavorare come libera professionista, "perché nei musei si restaura quello che decide un consiglio di amministrazione, nei cantieri come questo si restaura quello che la superficie ti chiede, ed è l'unica differenza che conta". Aveva un ex marito, citato una volta sola e mai più, e una sorella a Bologna con cui parlava al telefono ogni sera alle sette, seduta sul davanzale, le gambe scalze che dondolavano nel vuoto della finestra come quelle di una ragazzina, in contrasto con la voce sempre misurata che usava con me. La guardavo da dentro il salone, quelle sere, senza farmi vedere: il profilo contro la luce, la curva del piede nudo che oscillava piano nel vuoto, e mi sorprendevo a invidiare l'aria che le passava tra le dita.
Io le parlavo di mio padre a frasi spezzate, mai per intero, e lei imparò presto a riconoscere l'ombra di lui in certi miei silenzi meglio di quanto sapesse fare mio fratello al telefono da Toronto.
A fine giugno cominciò la pulitura vera e propria, quella che tolse a strati la vernice ingiallita e un primo velo di ridipintura ottocentesca che nessuno sapeva esistesse. Fu un pomeriggio di temporale mancato, l'aria ferma ed elettrica, quando Eleonora mi chiamò dal ponteggio con una voce diversa dalle altre, più alta di un tono.
«Tommaso. Venga a vedere, prima che richiuda tutto per stasera.»
Salii i tre gradini della struttura mobile. Sotto la luce di una lampada che teneva puntata quasi parallela alla superficie, per far emergere ogni minima differenza di spessore della vernice, la cosiddetta luce radente che serve a leggere quello che a occhio nudo non si vede, si distingueva chiaramente ciò che il suo bisturi aveva appena scoperto sotto l'orlo dell'abito di mia bisnonna: un piede. Nudo. Dipinto dal primo pittore, poi coperto con cura da un secondo, decenni dopo, con una scarpetta di raso identica al resto del guardaroba della signora.
«Qualcuno ha fatto ridipingere le scarpe» disse Eleonora, la voce piena di un'eccitazione professionale che non aveva niente a che vedere con me, o così pensai allora. «Il pittore originale l'aveva fatta scalza. Guardi la posizione della caviglia, il modo in cui il peso cade sul tallone: non è in posa, è come sorpresa a camminare. Per l'epoca, per una signora della sua classe, ritratta scalza in un salone ufficiale, doveva essere uno scandalo, o una dichiarazione. Qualcuno, più tardi, un figlio pio o un marito imbarazzato, ha voluto coprirla. Le hanno rimesso le scarpe sopra la verità.»
Eravamo vicini, su quel ponteggio stretto, più vicini di quanto fossimo mai stati. Sentivo il calore che le usciva dalla pelle scoperta del braccio a un palmo dal mio, e il suo odore, acquaragia e sudore e qualcosa di caldo sotto, mi arrivò addosso tutto insieme mentre lei parlava di caviglie e di peso sul tallone, e per un istante non capii più se stesse descrivendo il piede dipinto o il proprio, appoggiato scalzo all'asse accanto al mio piede calzato, così che bastava un niente perché si toccassero.
Restai a guardare quel piede dipinto, restituito dopo più di un secolo, e pensai a mia bisnonna come non avevo mai pensato a un'antenata: una donna che qualcuno, un tempo, aveva dovuto rivestire per farla stare al mondo come si doveva.
«E lei cosa fa» chiesi, e mi accorsi che la voce mi era uscita più bassa del solito. «La lascia scalza o le rimette le scarpe?»
Eleonora si voltò a guardarmi, e per la prima volta da quando la conoscevo il suo sguardo restò sul mio più di un secondo. In quello spazio stretto il suo viso era vicino al mio abbastanza da vederle il battito alla base del collo, che andava più veloce di quanto la sua voce volesse dare a vedere.
«Il mio lavoro è togliere quello che non era nell'intenzione originale» disse piano. «La lascio scalza. È così che il pittore l'ha voluta vedere. Non spetta a me decidere se aveva ragione lui o chi l'ha coperta dopo. Spetta a me solo dire la verità di quello che c'era prima, anche se disturba qualcuno.»
Non parlammo d'altro, quella sera, ma restammo entrambi più a lungo del necessario a spegnere le lampade, a riporre gli attrezzi in un ordine che non serviva a niente se non a non andarcene, e a non scendere da quel ponteggio dove per un'ora eravamo stati così vicini che l'aria tra noi si era scaldata da sola.
Luglio passò in un equilibrio che oggi, a distanza, riconosco per quello che era: un patto non scritto a non nominare mai quello che stava succedendo. Le portavo il caffè alle undici, lei smetteva sempre di lavorare per berlo con me sul davanzale della finestra grande, le gambe scalze accavallate, gli occhi sulle colline invece che su di me. Il sole di mezza mattina le batteva sui polpacci e sulla curva del collo del piede, e io tenevo la tazza con tutte e due le mani per avere qualcosa da stringere che non fosse lei. Una volta lasciò scivolare il piede fuori dal davanzale e me lo appoggiò per un attimo contro il fianco della gamba, distratta, per stiracchiare la caviglia, e non lo tolse subito, e io rimasi immobile come si resta immobili quando un animale selvatico ti si avvicina e sai che al primo movimento sbagliato scappa. Parlavamo dei suoi cantieri in mezza Europa, delle chiese di Dresda ricostruite pezzo per pezzo dopo i bombardamenti, di come un restauro "onesto", diceva, deve sempre lasciarsi vedere per quello che è: mai una finzione che si spaccia per originale.
Mi disse, la seconda settimana di luglio, che a settembre sarebbe partita per Vienna. Una borsa di studio di un anno al Kunsthistorisches, sui restauratori italiani del primo Novecento. Ne parlò con la naturalezza di chi ha già chiuso la questione dentro di sé molto tempo prima, gli occhi fissi sulle colline, e io annuii come se anche per me fosse una notizia qualsiasi, mentre facevo un calcolo che non avevo nessuna intenzione di condividere: settembre meno luglio. Sei settimane. Cinque, forse, se la fase di ritocco fosse andata più veloce del previsto.
«L'ho voluta io, questa partenza» disse, come se avesse sentito il mio silenzio fare i conti. «Nessuno mi ha spedita via. Lo dico perché la gente, quando lo scopre, mi guarda sempre come se stessi scappando da qualcosa. Non sto scappando. Sto solo andando verso qualcos'altro, che è diverso.»
«Non gliel'ho chiesto» dissi.
«Lo so» rispose lei. «È per questo che gliel'ho detto lo stesso.»
Non successe niente, in quelle settimane, che si potesse raccontare come un fatto. Non ci fu una mano che restasse sull'altra un secondo di troppo, non un bacio, non una parola fuori posto. Successe tutto nel resto: nel modo in cui io restavo in salone più di quanto un proprietario di casa dovrebbe restare a guardare un cantiere, nel modo in cui lei cominciò a chiedermi, la mattina, se avevo dormito, come se le importasse davvero, nel modo in cui certe notti mi svegliavo con addosso la memoria esatta della sua pianta nuda che premeva sul cotto, e mi vergognavo, e poi smettevo di vergognarmi perché era l'unica cosa mia in tutta quell'estate che non dovevo a nessun altro.
La fase di velinatura arrivò nella terza settimana di luglio: bisognava stendere piccoli fogli di carta giapponese imbevuti di colla su alcune zone del fregio superiore, dove l'intonaco minacciava di staccarsi, per tenerlo fermo mentre si consolidava da dietro. Era un lavoro che richiedeva di stare a lungo con le braccia alzate, sul ponteggio, e Eleonora mi chiese, un pomeriggio afoso in cui persino le cicale sembravano stanche, di tenerle ferma la base della scala mentre saliva più in alto del solito per raggiungere un angolo del fregio vicino al soffitto.
«Non si muova» disse, con la voce di chi dà un ordine tecnico e non altro. «Se la scala vibra, il foglio si stacca prima di fare presa.»
Tenni la scala con tutte e due le mani, guardando verso l'alto, e da quella posizione vedevo solo i suoi piedi scalzi sui pioli di metallo, a pochi centimetri dal mio viso. La pianta nuda premuta sul tondino di ferro, l'arco teso a cercare l'equilibrio, le dita che si aggrappavano e mollavano a ogni minimo spostamento del peso, e il polpaccio che si contraeva sopra di me a ogni respiro che lei tratteneva per tenere ferma la mano. Sentivo il calore della sua pelle scendere fin dove stavo io, e l'odore della sua caviglia così vicino che avrei potuto, spostando il viso di un niente, appoggiarci la bocca, e non lo feci, ma lo pensai con una precisione che mi fece arrossire da solo, in silenzio, a testa in su, le mani strette sui montanti fino a farmi male alle nocche per non lasciarle andare verso l'unico posto dove volevano andare. Restai così, immobile, molto più a lungo di quanto servisse davvero, il collo indolenzito, senza mai smettere di guardare quel piede sopra di me come si guarda una cosa che non si potrà avere.
Quando lei scese, alla fine, lo fece appoggiando per un attimo tutto il peso sulle mie mani strette intorno ai montanti della scala, così vicina che il suo corpo mi scivolò contro per tutta la lunghezza mentre cercava il pavimento, la schiena contro il mio petto, i capelli che sapevano di sole contro la mia bocca, e il suo respiro, corto per lo sforzo, che le usciva a scatti contro la mia guancia. Sentii l'odore di colla e sudore e quel qualcosa di più caldo sotto, che non aveva niente a che fare con il restauro, e per un istante lunghissimo restammo così, io che non osavo togliere le mani dalla scala perché toglierle avrebbe voluto dire metterle su di lei, lei che non finiva di scendere.
Non ci baciammo. Restammo così, un secondo che durò più di un secondo, il suo corpo fermo contro il mio, e poi lei fece l'ultima cosa, la sola che in tutta l'estate somigliò a una confessione: appoggiò il piede nudo sopra il mio, piano, tutto il peso caldo della pianta sul mio collo del piede attraverso la scarpa, e premette, una volta, come si preme la mano di qualcuno per dirgli una cosa che non si può dire a voce. Poi si staccò, tornò del tutto a terra, raccolse le pantofole di feltro che non aveva mai usato e le tenne strette in mano senza infilarle, come una scusa per avere qualcosa da fare con le dita che le tremavano.
«Domani riprendo dal ritocco» disse, e la voce le tremava appena, l'unica volta in tutta l'estate. «Da lì in poi va più veloce.»
Capii che me lo stava dicendo come si avvisa qualcuno di un treno in arrivo.
Il ritocco pittorico durò due settimane, le ultime, e furono le più silenziose di tutte. Eleonora lavorava chinata sul volto e sulle mani della bisnonna Elisa con pennelli che sembravano non avere setole, tanto erano sottili, mescolando colori sul palmo della mano invece che sulla tavolozza "per sentirne la temperatura", diceva, e ogni giorno il ritratto tornava un poco di più a essere quello che era stato prima che il tempo e la vergogna di qualcuno lo coprissero. Il piede nudo, ormai pulito e stabilizzato, restava lì, sotto l'orlo, visibile a chiunque sapesse guardare, e io mi sorpresi a pensare che quella donna dipinta più di un secolo prima ci somigliava più di quanto fosse ragionevole: qualcosa di vero, tenuto nascosto per pudore, che qualcuno alla fine aveva avuto il coraggio di lasciare scoperto. Quello che tra noi restava scoperto, invece, non lo toccava nessuno, e stava lì tra i due, ogni giorno, come una lampada accesa in una stanza vuota.
Non provammo mai a nominare quello che c'era tra noi. Ci fu un pomeriggio, l'ultimo di agosto, in cui restammo seduti sul davanzale più a lungo del solito, il caffè freddo da tempo, senza parlare, la luce che si allungava sulle colline fino a diventare quasi orizzontale, la stessa luce radente che lei usava per leggere sotto la vernice. Le batteva di taglio sulle gambe scalze e accendeva ogni cosa, la peluria chiara del polpaccio, la curva del collo del piede, e io la guardai senza più nascondermi, e lei si lasciò guardare, e fu la cosa più simile a nudità che ci fu tra noi in tutta l'estate, anche se era vestita e stavamo a un palmo di distanza. Capii che il silenzio, quel giorno, non era imbarazzo ma l'unica cosa onesta che ci restava da dirci. Le presi la mano, quella volta, la prima e unica volta di tutta l'estate, e lei la lasciò nella mia per il tempo di tre respiri, il pollice che si mosse una volta sola contro il mio, piano, prima di fermarsi, poi la ritirò, non per rifiuto ma come si ritira qualcosa di prezioso prima che si rompa per averlo tenuto troppo stretto.
«Se fosse successo qualcosa» disse, guardando il ritratto e non me, «non sarebbe stato l'inizio di niente. Io parto lo stesso, a settembre. Lo sapevo dal primo giorno, quando ho tolto le scarpe alla porta.» Poi aggiunse, più piano, come per sé: «Ed è per questo che non ho mai rimesso le scarpe, qui dentro. Perché se non le rimetti, non puoi fingere di non aver sentito niente.»
«Lo so» dissi, e non era vero, non del tutto, ma era la cosa più vicina alla verità che riuscii a dire.
Restammo così, le mani vicine ma non più unite, finché il sole non scese dietro la collina più alta e il salone si riempì di un'ombra azzurra che rendeva tutto, anche noi due, un po' meno reali.
L'ultimo giorno, la prima settimana di settembre, arrivò la commissione della sovrintendenza per il collaudo finale: due tecnici e una funzionaria che scattarono fotografie e firmarono un verbale che io non lessi con attenzione, come non avevo letto la clausola del contratto mesi prima. Eleonora consegnò, insieme al verbale, un raccoglitore blu con tutta la documentazione del restauro: fotografie prima e dopo, schede tecniche, la relazione sul pentimento del piede scoperto sotto la ridipintura, catalogato con un numero e una data come se fosse solo un dato tecnico e niente altro.
Ci salutammo davanti al portone, con la funzionaria della sovrintendenza a un metro da noi che aspettava di chiudere l'auto, e fu un saluto da colleghi di cantiere, una stretta di mano un poco più lunga del necessario, niente altro. Non le chiesi un indirizzo, un numero, una promessa. Lei non me li offrì. Restammo entrambi fedeli, fino alla fine, al patto non scritto di non nominare mai quello che era successo nelle cose che non erano successe.
«Vada a vederla, ogni tanto, quando la villa non sarà più sua» disse solo, salendo in auto. «Le farà piacere sapere che qualcuno la guarda ancora scalza.»
Non capii, allora, se stesse parlando del ritratto o di se stessa.
Il rogito fu firmato tre settimane dopo. Prima di consegnare le chiavi alla Fondazione feci un ultimo giro della casa, da solo, e mi fermai a lungo davanti al ritratto di mia bisnonna Elisa, ora di nuovo scalza dopo più di un secolo, la luce del tardo pomeriggio che le cadeva di taglio sul viso esattamente come nelle fotografie con la lampada radente che Eleonora usava per scoprire quello che nessun altro riusciva a vedere.
Fu allora che, sfogliando per l'ultima volta il raccoglitore blu della documentazione, tra una scheda tecnica e una fotografia dei pennelli usati per il ritocco, trovai una stampa in più, non numerata, non catalogata: il dettaglio del piede nudo sotto luce radente, lo stesso che mi aveva mostrato dal ponteggio quel pomeriggio di temporale mancato. Sul retro, a matita, con la calligrafia piccola e diritta che avevo visto solo sulle etichette degli attrezzi, c'era scritto qualcosa che non era una firma, e non era nemmeno, del tutto, un addio.
Non lo scrivo qui. Ci sono cose che restano vere solo finché restano non dette, e io ho imparato quell'estate, guardando una donna scoprire un piede dipinto sotto cento anni di vernice, che non tutto quello che è vero ha bisogno di essere mostrato a chiunque guardi. Alcune cose vanno solo tenute, con la luce giusta, di taglio, per chi sa già dove cercare.
La stampa è ancora nel primo cassetto della mia scrivania, a Firenze. Non l'ho mai più tirata fuori alla luce del sole. Solo, qualche sera, a lampada spenta, con quella della scrivania puntata quasi parallela al foglio, per vedere di nuovo quello che si vede solo così.
FINE
Mio padre è morto a febbraio, in una stanza che aveva smesso di riconoscere da mesi. Gli ultimi tempi mi chiamava con il nome di suo fratello, morto nel Sessantotto, e io avevo smesso di correggerlo perché non serviva a nessuno dei due. La villa, Poggio ai Merli la chiamava lui anche se sulla mappa catastale ha solo un numero, è rimasta a me e a mio fratello Andrea, che vive a Toronto e non ci mette piede da otto anni. Abbiamo deciso di venderla in due telefonate, la sera dei funerali, con la stessa efficienza sbrigativa con cui si chiude un conto corrente. La Fondazione che l'ha comprata ci ha messo una condizione nel contratto, un articolo tra i tanti che non avevo letto con l'attenzione dovuta finché il notaio non me lo rilesse ad alta voce: il salone affrescato al piano nobile andava restaurato prima del rogito, "riportato a condizioni di piena leggibilità storica", secondo la sovrintendenza. A nostre spese. Con la scadenza di settembre.
Fu così che, il primo giugno, aprii il portone del salone per la prima volta da bambino senza mio padre a fianco, e ci trovai una donna scalza in mezzo alla polvere, la testa piegata all'indietro, che guardava il soffitto come si guarda un temporale in arrivo. La gonna leggera le si era incollata alle gambe per il caldo, e la prima cosa che vidi di lei, prima ancora del viso, furono i piedi nudi sul cotto, le dita che cercavano appoggio nella polvere come se la stanza fosse sua e non mia.
«Lei deve essere il proprietario» disse, senza smettere di guardare in alto. «Le scarpe le ho tolte alla porta. Il pavimento in cotto trasmette ogni vibrazione fino al ponteggio, e lassù devo avere il polso fermo.»
Si chiamava Eleonora Bassi, ma nella lettera della sovrintendenza c'era scritto solo "dott.ssa E. Bassi, restauratrice incaricata". Aveva forse trentotto anni, i capelli raccolti male con una matita infilata di traverso, le mani segnate da piccoli tagli bianchi che immaginai fatti da bisturi da restauro più che da cucina. Mi strinse la mano con un'energia sproporzionata rispetto alla voce, che era bassa, quasi trattenuta, come se le parole costassero qualcosa e lei le spendesse con cura. La pelle del suo palmo era ruvida di solventi e calda, e quando la ritirò mi accorsi di aver tenuto la stretta un istante di troppo.
«Tommaso Bramanti» dissi. «Sono io quello con troppi pochi giorni per farla lavorare bene.»
«I giorni bastano sempre, se nessuno mi interrompe» rispose, e finalmente abbassò lo sguardo dal soffitto per posarlo su di me un attimo soltanto, come per archiviarmi in una categoria e passare oltre. «Il problema di solito non è il tempo. È la vernice che qualcuno ha steso sopra la verità, cento anni fa, per pudore o per moda, e che io devo capire come togliere senza portarmi via anche quello che c'è sotto.»
Non sapevo ancora che stava parlando, in un certo senso, anche di se stessa. E non sapevo ancora che avrei passato l'estate a fare esattamente quello: cercare di leggere, sotto la vernice della sua voce misurata, quello che il suo corpo diceva senza permesso.
Il ritratto occupava tutta la parete di fondo del salone: mia bisnonna Elisa, dipinta nel milleottocentonovanta da un pittore di cui in famiglia non si ricordava più il nome, in un abito color avorio, appoggiata a una balaustra con le colline della Val d'Orcia dietro di lei, identiche a quelle vere che si vedevano dalla finestra accanto. Da bambino la trovavo severa e noiosa, una signora con lo sguardo fisso che sembrava disapprovare qualunque cosa facessi in quella stanza. Mio padre diceva sempre che le somigliavo nella cocciutaggine, mai in nient'altro.
Eleonora arrivava alle otto, quando il salone era ancora fresco, e restava fino a metà pomeriggio, quando il caldo diventava insopportabile anche per lei. Montò un ponteggio leggero solo per la fascia alta dell'affresco, un fregio di pampini e uccelli che nessuno in famiglia aveva mai guardato davvero, e per il ritratto lavorava da terra, seduta su uno sgabello basso, scalza, i piedi appoggiati sul cotto freddo anche nelle ore più calde di luglio. Col caldo si arrotolava le maniche fino alla spalla e slacciava il primo bottone, e a metà mattina aveva sempre una linea sottile di sudore che le scendeva dall'incavo del collo e spariva sotto la stoffa, e io imparai a non guardarla proprio nel momento in cui più avrei voluto.
Glielo chiesi, la seconda settimana, perché non usasse le pantofole di feltro che pure teneva in una borsa vicino agli attrezzi.
«Le uso quando serve non lasciare tracce sul pavimento storico» disse, senza alzare gli occhi dal tampone che passava, millimetro per millimetro, sull'orlo dell'abito dipinto. «Ma quando lavoro di fino, come adesso, ho bisogno di sentire. Il piede nudo avverte se sto spostando il peso, se la mano trema perché la gamba è stanca. È un equilibrio. Con le scarpe non lo sento più, e allora comincio a fidarmi solo degli occhi, e gli occhi mentono, in questo mestiere, più di ogni altra cosa.»
Non aggiunse altro, ma io restai lì, con la scusa di controllare una posta che non controllavo mai in quella stanza, a guardarla lavorare. Aveva un modo di muovere il piede sinistro, uno strofinio lento contro l'arco del destro, che le usciva ogni volta che si fermava a pensare, come se il pensiero passasse anche di lì, non solo dalla testa. La pianta era chiara, quasi rosata, segnata dal freddo del cotto, e quando piegava le dita per aggrapparsi al pavimento la caviglia le si tendeva e tutto il polpaccio con lei. Mi accorsi che avevo smesso di respirare come si respira normalmente, e che c'era in me una fame precisa, senza nome dignitoso, per il modo in cui la sua pianta nuda premeva e si sollevava dal pavimento, lenta, ignara, mentre lei pensava ad altro. Non gliel'ho mai detto. Non gliel'avrei mai detto, in realtà, di nessuna delle cose che notavo quell'estate, e men che meno di quella, che mi teneva sveglio la notte più di quanto fossi disposto ad ammettere anche solo con me stesso.
Nelle prime settimane parlavamo poco, e sempre di lavoro: la sequenza delle fasi, i tempi tecnici, le percentuali di solvente. Imparai, ascoltandola più che chiedendo, che aveva lasciato un contratto fisso in una soprintendenza del nord per tornare a lavorare come libera professionista, "perché nei musei si restaura quello che decide un consiglio di amministrazione, nei cantieri come questo si restaura quello che la superficie ti chiede, ed è l'unica differenza che conta". Aveva un ex marito, citato una volta sola e mai più, e una sorella a Bologna con cui parlava al telefono ogni sera alle sette, seduta sul davanzale, le gambe scalze che dondolavano nel vuoto della finestra come quelle di una ragazzina, in contrasto con la voce sempre misurata che usava con me. La guardavo da dentro il salone, quelle sere, senza farmi vedere: il profilo contro la luce, la curva del piede nudo che oscillava piano nel vuoto, e mi sorprendevo a invidiare l'aria che le passava tra le dita.
Io le parlavo di mio padre a frasi spezzate, mai per intero, e lei imparò presto a riconoscere l'ombra di lui in certi miei silenzi meglio di quanto sapesse fare mio fratello al telefono da Toronto.
A fine giugno cominciò la pulitura vera e propria, quella che tolse a strati la vernice ingiallita e un primo velo di ridipintura ottocentesca che nessuno sapeva esistesse. Fu un pomeriggio di temporale mancato, l'aria ferma ed elettrica, quando Eleonora mi chiamò dal ponteggio con una voce diversa dalle altre, più alta di un tono.
«Tommaso. Venga a vedere, prima che richiuda tutto per stasera.»
Salii i tre gradini della struttura mobile. Sotto la luce di una lampada che teneva puntata quasi parallela alla superficie, per far emergere ogni minima differenza di spessore della vernice, la cosiddetta luce radente che serve a leggere quello che a occhio nudo non si vede, si distingueva chiaramente ciò che il suo bisturi aveva appena scoperto sotto l'orlo dell'abito di mia bisnonna: un piede. Nudo. Dipinto dal primo pittore, poi coperto con cura da un secondo, decenni dopo, con una scarpetta di raso identica al resto del guardaroba della signora.
«Qualcuno ha fatto ridipingere le scarpe» disse Eleonora, la voce piena di un'eccitazione professionale che non aveva niente a che vedere con me, o così pensai allora. «Il pittore originale l'aveva fatta scalza. Guardi la posizione della caviglia, il modo in cui il peso cade sul tallone: non è in posa, è come sorpresa a camminare. Per l'epoca, per una signora della sua classe, ritratta scalza in un salone ufficiale, doveva essere uno scandalo, o una dichiarazione. Qualcuno, più tardi, un figlio pio o un marito imbarazzato, ha voluto coprirla. Le hanno rimesso le scarpe sopra la verità.»
Eravamo vicini, su quel ponteggio stretto, più vicini di quanto fossimo mai stati. Sentivo il calore che le usciva dalla pelle scoperta del braccio a un palmo dal mio, e il suo odore, acquaragia e sudore e qualcosa di caldo sotto, mi arrivò addosso tutto insieme mentre lei parlava di caviglie e di peso sul tallone, e per un istante non capii più se stesse descrivendo il piede dipinto o il proprio, appoggiato scalzo all'asse accanto al mio piede calzato, così che bastava un niente perché si toccassero.
Restai a guardare quel piede dipinto, restituito dopo più di un secolo, e pensai a mia bisnonna come non avevo mai pensato a un'antenata: una donna che qualcuno, un tempo, aveva dovuto rivestire per farla stare al mondo come si doveva.
«E lei cosa fa» chiesi, e mi accorsi che la voce mi era uscita più bassa del solito. «La lascia scalza o le rimette le scarpe?»
Eleonora si voltò a guardarmi, e per la prima volta da quando la conoscevo il suo sguardo restò sul mio più di un secondo. In quello spazio stretto il suo viso era vicino al mio abbastanza da vederle il battito alla base del collo, che andava più veloce di quanto la sua voce volesse dare a vedere.
«Il mio lavoro è togliere quello che non era nell'intenzione originale» disse piano. «La lascio scalza. È così che il pittore l'ha voluta vedere. Non spetta a me decidere se aveva ragione lui o chi l'ha coperta dopo. Spetta a me solo dire la verità di quello che c'era prima, anche se disturba qualcuno.»
Non parlammo d'altro, quella sera, ma restammo entrambi più a lungo del necessario a spegnere le lampade, a riporre gli attrezzi in un ordine che non serviva a niente se non a non andarcene, e a non scendere da quel ponteggio dove per un'ora eravamo stati così vicini che l'aria tra noi si era scaldata da sola.
Luglio passò in un equilibrio che oggi, a distanza, riconosco per quello che era: un patto non scritto a non nominare mai quello che stava succedendo. Le portavo il caffè alle undici, lei smetteva sempre di lavorare per berlo con me sul davanzale della finestra grande, le gambe scalze accavallate, gli occhi sulle colline invece che su di me. Il sole di mezza mattina le batteva sui polpacci e sulla curva del collo del piede, e io tenevo la tazza con tutte e due le mani per avere qualcosa da stringere che non fosse lei. Una volta lasciò scivolare il piede fuori dal davanzale e me lo appoggiò per un attimo contro il fianco della gamba, distratta, per stiracchiare la caviglia, e non lo tolse subito, e io rimasi immobile come si resta immobili quando un animale selvatico ti si avvicina e sai che al primo movimento sbagliato scappa. Parlavamo dei suoi cantieri in mezza Europa, delle chiese di Dresda ricostruite pezzo per pezzo dopo i bombardamenti, di come un restauro "onesto", diceva, deve sempre lasciarsi vedere per quello che è: mai una finzione che si spaccia per originale.
Mi disse, la seconda settimana di luglio, che a settembre sarebbe partita per Vienna. Una borsa di studio di un anno al Kunsthistorisches, sui restauratori italiani del primo Novecento. Ne parlò con la naturalezza di chi ha già chiuso la questione dentro di sé molto tempo prima, gli occhi fissi sulle colline, e io annuii come se anche per me fosse una notizia qualsiasi, mentre facevo un calcolo che non avevo nessuna intenzione di condividere: settembre meno luglio. Sei settimane. Cinque, forse, se la fase di ritocco fosse andata più veloce del previsto.
«L'ho voluta io, questa partenza» disse, come se avesse sentito il mio silenzio fare i conti. «Nessuno mi ha spedita via. Lo dico perché la gente, quando lo scopre, mi guarda sempre come se stessi scappando da qualcosa. Non sto scappando. Sto solo andando verso qualcos'altro, che è diverso.»
«Non gliel'ho chiesto» dissi.
«Lo so» rispose lei. «È per questo che gliel'ho detto lo stesso.»
Non successe niente, in quelle settimane, che si potesse raccontare come un fatto. Non ci fu una mano che restasse sull'altra un secondo di troppo, non un bacio, non una parola fuori posto. Successe tutto nel resto: nel modo in cui io restavo in salone più di quanto un proprietario di casa dovrebbe restare a guardare un cantiere, nel modo in cui lei cominciò a chiedermi, la mattina, se avevo dormito, come se le importasse davvero, nel modo in cui certe notti mi svegliavo con addosso la memoria esatta della sua pianta nuda che premeva sul cotto, e mi vergognavo, e poi smettevo di vergognarmi perché era l'unica cosa mia in tutta quell'estate che non dovevo a nessun altro.
La fase di velinatura arrivò nella terza settimana di luglio: bisognava stendere piccoli fogli di carta giapponese imbevuti di colla su alcune zone del fregio superiore, dove l'intonaco minacciava di staccarsi, per tenerlo fermo mentre si consolidava da dietro. Era un lavoro che richiedeva di stare a lungo con le braccia alzate, sul ponteggio, e Eleonora mi chiese, un pomeriggio afoso in cui persino le cicale sembravano stanche, di tenerle ferma la base della scala mentre saliva più in alto del solito per raggiungere un angolo del fregio vicino al soffitto.
«Non si muova» disse, con la voce di chi dà un ordine tecnico e non altro. «Se la scala vibra, il foglio si stacca prima di fare presa.»
Tenni la scala con tutte e due le mani, guardando verso l'alto, e da quella posizione vedevo solo i suoi piedi scalzi sui pioli di metallo, a pochi centimetri dal mio viso. La pianta nuda premuta sul tondino di ferro, l'arco teso a cercare l'equilibrio, le dita che si aggrappavano e mollavano a ogni minimo spostamento del peso, e il polpaccio che si contraeva sopra di me a ogni respiro che lei tratteneva per tenere ferma la mano. Sentivo il calore della sua pelle scendere fin dove stavo io, e l'odore della sua caviglia così vicino che avrei potuto, spostando il viso di un niente, appoggiarci la bocca, e non lo feci, ma lo pensai con una precisione che mi fece arrossire da solo, in silenzio, a testa in su, le mani strette sui montanti fino a farmi male alle nocche per non lasciarle andare verso l'unico posto dove volevano andare. Restai così, immobile, molto più a lungo di quanto servisse davvero, il collo indolenzito, senza mai smettere di guardare quel piede sopra di me come si guarda una cosa che non si potrà avere.
Quando lei scese, alla fine, lo fece appoggiando per un attimo tutto il peso sulle mie mani strette intorno ai montanti della scala, così vicina che il suo corpo mi scivolò contro per tutta la lunghezza mentre cercava il pavimento, la schiena contro il mio petto, i capelli che sapevano di sole contro la mia bocca, e il suo respiro, corto per lo sforzo, che le usciva a scatti contro la mia guancia. Sentii l'odore di colla e sudore e quel qualcosa di più caldo sotto, che non aveva niente a che fare con il restauro, e per un istante lunghissimo restammo così, io che non osavo togliere le mani dalla scala perché toglierle avrebbe voluto dire metterle su di lei, lei che non finiva di scendere.
Non ci baciammo. Restammo così, un secondo che durò più di un secondo, il suo corpo fermo contro il mio, e poi lei fece l'ultima cosa, la sola che in tutta l'estate somigliò a una confessione: appoggiò il piede nudo sopra il mio, piano, tutto il peso caldo della pianta sul mio collo del piede attraverso la scarpa, e premette, una volta, come si preme la mano di qualcuno per dirgli una cosa che non si può dire a voce. Poi si staccò, tornò del tutto a terra, raccolse le pantofole di feltro che non aveva mai usato e le tenne strette in mano senza infilarle, come una scusa per avere qualcosa da fare con le dita che le tremavano.
«Domani riprendo dal ritocco» disse, e la voce le tremava appena, l'unica volta in tutta l'estate. «Da lì in poi va più veloce.»
Capii che me lo stava dicendo come si avvisa qualcuno di un treno in arrivo.
Il ritocco pittorico durò due settimane, le ultime, e furono le più silenziose di tutte. Eleonora lavorava chinata sul volto e sulle mani della bisnonna Elisa con pennelli che sembravano non avere setole, tanto erano sottili, mescolando colori sul palmo della mano invece che sulla tavolozza "per sentirne la temperatura", diceva, e ogni giorno il ritratto tornava un poco di più a essere quello che era stato prima che il tempo e la vergogna di qualcuno lo coprissero. Il piede nudo, ormai pulito e stabilizzato, restava lì, sotto l'orlo, visibile a chiunque sapesse guardare, e io mi sorpresi a pensare che quella donna dipinta più di un secolo prima ci somigliava più di quanto fosse ragionevole: qualcosa di vero, tenuto nascosto per pudore, che qualcuno alla fine aveva avuto il coraggio di lasciare scoperto. Quello che tra noi restava scoperto, invece, non lo toccava nessuno, e stava lì tra i due, ogni giorno, come una lampada accesa in una stanza vuota.
Non provammo mai a nominare quello che c'era tra noi. Ci fu un pomeriggio, l'ultimo di agosto, in cui restammo seduti sul davanzale più a lungo del solito, il caffè freddo da tempo, senza parlare, la luce che si allungava sulle colline fino a diventare quasi orizzontale, la stessa luce radente che lei usava per leggere sotto la vernice. Le batteva di taglio sulle gambe scalze e accendeva ogni cosa, la peluria chiara del polpaccio, la curva del collo del piede, e io la guardai senza più nascondermi, e lei si lasciò guardare, e fu la cosa più simile a nudità che ci fu tra noi in tutta l'estate, anche se era vestita e stavamo a un palmo di distanza. Capii che il silenzio, quel giorno, non era imbarazzo ma l'unica cosa onesta che ci restava da dirci. Le presi la mano, quella volta, la prima e unica volta di tutta l'estate, e lei la lasciò nella mia per il tempo di tre respiri, il pollice che si mosse una volta sola contro il mio, piano, prima di fermarsi, poi la ritirò, non per rifiuto ma come si ritira qualcosa di prezioso prima che si rompa per averlo tenuto troppo stretto.
«Se fosse successo qualcosa» disse, guardando il ritratto e non me, «non sarebbe stato l'inizio di niente. Io parto lo stesso, a settembre. Lo sapevo dal primo giorno, quando ho tolto le scarpe alla porta.» Poi aggiunse, più piano, come per sé: «Ed è per questo che non ho mai rimesso le scarpe, qui dentro. Perché se non le rimetti, non puoi fingere di non aver sentito niente.»
«Lo so» dissi, e non era vero, non del tutto, ma era la cosa più vicina alla verità che riuscii a dire.
Restammo così, le mani vicine ma non più unite, finché il sole non scese dietro la collina più alta e il salone si riempì di un'ombra azzurra che rendeva tutto, anche noi due, un po' meno reali.
L'ultimo giorno, la prima settimana di settembre, arrivò la commissione della sovrintendenza per il collaudo finale: due tecnici e una funzionaria che scattarono fotografie e firmarono un verbale che io non lessi con attenzione, come non avevo letto la clausola del contratto mesi prima. Eleonora consegnò, insieme al verbale, un raccoglitore blu con tutta la documentazione del restauro: fotografie prima e dopo, schede tecniche, la relazione sul pentimento del piede scoperto sotto la ridipintura, catalogato con un numero e una data come se fosse solo un dato tecnico e niente altro.
Ci salutammo davanti al portone, con la funzionaria della sovrintendenza a un metro da noi che aspettava di chiudere l'auto, e fu un saluto da colleghi di cantiere, una stretta di mano un poco più lunga del necessario, niente altro. Non le chiesi un indirizzo, un numero, una promessa. Lei non me li offrì. Restammo entrambi fedeli, fino alla fine, al patto non scritto di non nominare mai quello che era successo nelle cose che non erano successe.
«Vada a vederla, ogni tanto, quando la villa non sarà più sua» disse solo, salendo in auto. «Le farà piacere sapere che qualcuno la guarda ancora scalza.»
Non capii, allora, se stesse parlando del ritratto o di se stessa.
Il rogito fu firmato tre settimane dopo. Prima di consegnare le chiavi alla Fondazione feci un ultimo giro della casa, da solo, e mi fermai a lungo davanti al ritratto di mia bisnonna Elisa, ora di nuovo scalza dopo più di un secolo, la luce del tardo pomeriggio che le cadeva di taglio sul viso esattamente come nelle fotografie con la lampada radente che Eleonora usava per scoprire quello che nessun altro riusciva a vedere.
Fu allora che, sfogliando per l'ultima volta il raccoglitore blu della documentazione, tra una scheda tecnica e una fotografia dei pennelli usati per il ritocco, trovai una stampa in più, non numerata, non catalogata: il dettaglio del piede nudo sotto luce radente, lo stesso che mi aveva mostrato dal ponteggio quel pomeriggio di temporale mancato. Sul retro, a matita, con la calligrafia piccola e diritta che avevo visto solo sulle etichette degli attrezzi, c'era scritto qualcosa che non era una firma, e non era nemmeno, del tutto, un addio.
Non lo scrivo qui. Ci sono cose che restano vere solo finché restano non dette, e io ho imparato quell'estate, guardando una donna scoprire un piede dipinto sotto cento anni di vernice, che non tutto quello che è vero ha bisogno di essere mostrato a chiunque guardi. Alcune cose vanno solo tenute, con la luce giusta, di taglio, per chi sa già dove cercare.
La stampa è ancora nel primo cassetto della mia scrivania, a Firenze. Non l'ho mai più tirata fuori alla luce del sole. Solo, qualche sera, a lampada spenta, con quella della scrivania puntata quasi parallela al foglio, per vedere di nuovo quello che si vede solo così.
FINE
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