La riabilitazione

di
genere
sentimentali

L'acqua della piscina di riabilitazione è tenuta a trentadue gradi, la temperatura del corpo umano meno cinque. Ci entri e non senti il confine tra te e il liquido, ed è una sensazione che, i primi giorni, mi faceva quasi piangere. Non per il dolore. Per il contrario. Perché dopo otto mesi in cui il mio corpo era stato solo una cosa rotta da aggiustare, l'acqua calda me lo restituiva come qualcosa che poteva ancora provare piacere.

Ci ero finito per colpa di una lamiera e di un semaforo. Un furgone che non si era fermato, la mia utilitaria che aveva fatto il resto. Bacino fratturato in due punti, gamba destra ricostruita con la ferramenta, e sei mesi di letto prima ancora di pensare a stare in piedi. A quarantatré anni avevo imparato di nuovo a camminare come un bambino, aggrappato alle sbarre, e adesso, nel reparto di fisioterapia di un ospedale privato sul lago, imparavo a fidarmi di nuovo di una gamba che non era più del tutto mia.

Il primo giorno in vasca la fisioterapista arrivò da dietro, mentre io mi tenevo al bordo dandole le spalle.

«Buongiorno. Da oggi la seguo io. Mi chiamo...»

Mi voltai. E il nome le morì in bocca nello stesso istante in cui il mio moriva nella mia.

«Elisa» dissi io, al posto suo.

«Marco.»

Ventitré anni. Erano ventitré anni che non la vedevo, da un'estate al mare che era finita come finiscono le cose a vent'anni, per vigliaccheria e per orgoglio, con un non detto grande quanto tutto il resto della vita che avremmo vissuto separati. Elisa Ferrari. La ragazza che avevo amato quando amare era ancora una cosa semplice, e a cui non avevo mai detto niente, perché a vent'anni credi di avere tempo, credi che le persone restino dove le lasci.

Non era rimasta dove l'avevo lasciata. Era diventata questa donna di quarantadue anni con una divisa bianca e i capelli raccolti, qualche ruga intorno agli occhi che a vent'anni non aveva e che adesso la rendevano più bella, di quella bellezza che non chiede il permesso. Al dito sinistro, una fede.

«Non ci credo» disse piano, e si guardò intorno, come se qualcuno potesse spiegarle lo scherzo. «Marco. Ma tu. Cosa ti è successo?»

«Un furgone. Storia lunga e noiosa.» Cercai di sorridere. «Tu invece. Fisioterapista.»

«Da diciott'anni.» Si riprese, tornò professionale, ma la voce le tremava appena. «Senti, se è un problema, se preferisci un altro terapista, posso...»

«No.» Lo dissi troppo in fretta. «No. Va bene così. Anzi.»

Mi guardò un secondo di troppo. Poi entrò in acqua con me, e cominciò il lavoro.


Non c'è niente di romantico nella fisioterapia. È fatica, ripetizione, dolore misurato al millimetro. Ma è anche, e nessuno lo dice mai, la cosa più intima che possa esistere tra due persone che non si amano. Elisa mi toccava per mestiere, tre volte a settimana, con una confidenza che un amante impiega mesi a conquistare e che a lei era concessa dal camice bianco. Mi prendeva la gamba tra le mani e la piegava, misurava gli angoli, premeva i pollici lungo i muscoli per sciogliere le contratture, sosteneva il mio peso nell'acqua con un braccio dietro la schiena. Conosceva il mio corpo rotto meglio di quanto lo conoscessi io.

E io imparai a conoscere il suo, senza mai toccarlo. Le mani, soprattutto. Aveva mani da pianista prestate a un mestiere di forza, dita lunghe e precise, e quando lavoravano sulla mia gamba le guardavo con un'attenzione che non aveva niente di clinico. Il modo in cui premeva, la fermezza dei polpastrelli, l'anello che scivolava sul dito bagnato. Passavo le sedute a guardarle e a raccontarmi che era la noia, che era la riabilitazione, che era qualsiasi cosa tranne quello che era.

Parlavamo, mentre lavorava. All'inizio del più e del meno, poi sempre di più. Mi raccontò del marito, Paolo, un brav'uomo che faceva l'ingegnere e la amava nel modo tranquillo e distratto degli uomini sposati da tempo. Dei due figli, un maschio e una femmina, la casa, la vita. La raccontava bene, senza lamentarsi, ma io sono uno che ascolta, e sentivo sotto le parole la stessa cosa che sentivo sotto la pelle della mia gamba: qualcosa di guarito male, che funziona ma non come prima.

«E tu?» mi chiese un giorno, mentre mi teneva il piede e mi faceva ruotare la caviglia. «Moglie, figli?»

«Divorziato. Niente figli. Vivo solo.»

«Mi dispiace.»

«Non dispiacerti. È stato il mio incidente prima dell'incidente. Solo che da quello nessuno mi ha riabilitato.»

Rise. Aveva ancora la stessa risata di quando aveva vent'anni, e sentirla mi fece male in un punto che la ferramenta nel bacino non poteva raggiungere.

«Sai cosa penso a volte, mentre ti lavoro?» disse, senza guardarmi, con gli occhi sulla mia caviglia. «Che è strano. Che a vent'anni non ci siamo mai nemmeno tenuti per mano. E adesso ti conosco il corpo a memoria.»

«Anche io ti guardo le mani da tre settimane» dissi. Mi uscì così, senza decidere di dirlo.

Elisa si fermò. Il mio piede tra le sue mani, ferme nell'acqua tiepida. Alzò gli occhi e mi guardò, e per un momento non fu più la fisioterapista e io non fui più il paziente. Fummo due ventenni al mare che non avevano avuto il coraggio, ventitré anni dopo, in una piscina di trentadue gradi, con una fede al dito e una gamba di ferramenta a ricordarci che il tempo era passato davvero.

Poi riprese a ruotarmi la caviglia. «Devi lavorare sulla dorsiflessione» disse. «Sei ancora rigido.»

Ma le sue mani, per il resto della seduta, erano diverse. Lo sapevamo tutti e due.


Andò avanti così per settimane, il confine che si assottigliava una seduta alla volta, senza che nessuno dei due lo attraversasse. Ci raccontavamo tutto. Recuperammo i ventitré anni persi a pezzi, tra un esercizio e l'altro, e ogni volta che imparavo qualcosa della sua vita mi rendevo conto di quanto avremmo potuto essere felici, e di quanto è stupido un ragazzo di vent'anni che crede di avere tempo.

L'ultima seduta era un venerdì. Mi avevano dimesso, la gamba reggeva, camminavo quasi normale. Non avrei più avuto bisogno della riabilitazione, e quindi non avrei più avuto bisogno di lei, che è una frase che non ha senso e che invece aveva tutto il senso del mondo.

In vasca, quel giorno, lavorammo poco e parlammo molto. Alla fine, quando mi accompagnò al bordo per l'ultima volta, restammo lì, immersi fino al petto nell'acqua calda, vicini, la sua mano ancora sul mio fianco per sostenermi anche se non ne avevo più bisogno.

«Allora è finita» disse.

«La riabilitazione sì.»

Mi guardò. E in quello sguardo c'era la domanda che tutti e due ci facevamo da settimane, la domanda che a vent'anni non avevamo avuto il coraggio di fare e che adesso, con tutto quello che avevamo da perdere, era ancora più difficile.

Fui io, stavolta. A quarantatré anni, nell'acqua, avevo imparato almeno una cosa: che il tempo non è infinito, e che i non detti pesano più di qualsiasi sbaglio.

«Elisa. Se ti chiedessi di vederti fuori da qui. Una volta. Un caffè, una passeggiata sul lago. Solo per parlare.»

Non disse niente per un momento lungo. La sua mano era ancora sul mio fianco, calda, ferma.

«Marco.» La voce le si era abbassata. «Se prendo un caffè con te, non sarà un caffè. Lo sappiamo tutti e due. E io ho un marito che non merita niente di male, e due figli, e una vita che ho costruito con le mie mani. Queste mani.» Le sollevò dall'acqua, le guardò come se non fossero sue. «Le stesse con cui ti ho rimesso in piedi.»

«Lo so.»

«Se ci vediamo fuori, io quella vita la butto. Non a metà. Tutta. Perché non sono capace di fare le cose a metà, e perché tu sei l'unica cosa che non ho mai avuto, e le cose che non hai mai avuto ti fanno fare pazzie.» Rimise le mani nell'acqua. «E non voglio essere una donna che a quarantadue anni brucia tutto per un ragazzo del mare. Voglio continuare a essere una che si guarda allo specchio.»

Aveva ragione. La ragione più triste che avessi mai sentito.

«Va bene» dissi.

«Va bene?»

«Va bene. Non ti chiedo il caffè.»

Fece un mezzo sorriso, lucido di qualcosa che non era acqua di piscina. «Sei diventato coraggioso tardi, Marco. Ventitré anni tardi.»

«È il mio difetto principale. Arrivo sempre giusto quando è troppo presto o troppo tardi.»

Uscii dalla vasca da solo, senza il suo braccio, perché la gamba ormai reggeva. Mi voltai un'ultima volta dal bordo. Lei era rimasta in acqua, immersa fino alle spalle, e mi guardava con quegli occhi che avevo amato a vent'anni e che avrei portato con me per sempre.

«Grazie» dissi. «Per avermi rimesso in piedi.»

«È il mio mestiere.»

«No. Non intendevo la gamba.»


Tornai alla mia vita che camminava di nuovo. Il lavoro, l'appartamento, il lago che vedevo da lontano e che adesso aveva un significato in più. Non la cercai. Rispettai quello che aveva scelto, perché era la cosa più grande che potesse darmi: la prova che da qualche parte c'era una donna capace di rinunciare a me per non tradire se stessa, ed era la stessa che a vent'anni non avevo avuto il coraggio di reclamare.

Passarono otto mesi. Poi, un martedì di primavera, mi arrivò una busta. Nessun mittente. Dentro, nessuna lettera. Solo una fotografia, di quelle vecchie, stampate, con il bordo bianco. Eravamo io e lei, a vent'anni, su una spiaggia che avevo dimenticato, io magro e stupido e lei che rideva verso l'obiettivo, i piedi nudi nella sabbia, giovani da far male. Non ricordavo nemmeno chi l'avesse scattata. Non ricordavo che esistesse.

La girai. Sul retro, una sola riga, la sua calligrafia che riconobbi dopo ventitré anni e otto mesi.

*"L'avevo tenuta tutto questo tempo. Ora la tengo dove non posso più guardarla. Sii felice, Marco."*

Nessuna firma. Nessun numero. Niente.

Capii due cose, in piedi nel mio salotto con quella foto in mano. La prima è che mi aveva amato. Che mi aveva amato a vent'anni e che aveva tenuto quella fotografia per ventitré anni in un cassetto, attraverso il marito, i figli, la casa, tutta una vita costruita con le sue mani sopra un segreto grande quanto una spiaggia.

La seconda è che me la stava restituendo per potermi lasciare andare. Che liberarsi di quella foto era il suo modo di riabilitare se stessa, di rimettersi in piedi dopo di me come aveva rimesso in piedi me dopo la lamiera.

Non la cercai. Non risposi, perché non c'era un indirizzo a cui rispondere, e perché rispondere sarebbe stato toglierle l'unica cosa che le avevo lasciato: la sua vita intatta.

Ma tengo la foto sul comodino. Due ragazzi su una spiaggia che non esiste più, con davanti tutto il tempo del mondo e nessuno dei due che lo sa usare. E ogni tanto, la sera, mi torna sotto le dita il ricordo di due mani da pianista che premevano lungo una gamba rotta, in un'acqua tenuta a trentadue gradi, e penso che sono stato riabilitato due volte. Una volta dal corpo. E una volta, senza toccarci mai davvero, dal cuore.

Certe persone ti rimettono in piedi proprio nel momento in cui ti insegnano a vivere senza di loro.

FINE
scritto il
2026-08-01
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