I piedi nudi di zia Renata - Capitolo 5: Sotto lo stesso tetto

di
genere
incesti

L'aria di ottobre aveva già quel sapore di foglie bagnate e camino acceso quando mia madre chiamò. Stavolta non fu una vendemmia o un rogito. Fu qualcosa di più semplice e più pericoloso.

«Marco, sabato è il compleanno di zia Renata. Compie quarantotto anni e non vuole fare niente, figurati, ma io ho deciso di fare una cena su alla casa del borgo, che almeno lì stiamo larghi e c'è il camino. Vieni anche tu, vero? Dormite tutti lì, tanto le camere ci sono. È da tanto che non stiamo un po' insieme.»

Dormite tutti lì. Lo disse così, con la naturalezza di chi organizza da sempre la vita degli altri. Non potei dire di no. Non lo dicevo mai. E mentre guidavo verso le Marche due giorni dopo, sapevo che stavo andando dritto dentro una trappola che io stesso avevo contribuito a costruire.

Arrivai il sabato nel pomeriggio. La casa del borgo era già accesa in ogni stanza, il camino tirava, e dal filare dietro casa saliva l'odore delle foglie che qualcuno aveva bruciato. Mia madre mi aveva preparato la vecchia camera da ragazzo, quella con il letto singolo e la finestra sul cortile interno, la stessa dove contavo le estati da bambino. Renata avrebbe dormito nella stanza degli ospiti in fondo al corridoio, a pochi metri da me. E c'era un'ospite in più.

«Ho invitato anche la signora Anselmi» mi disse mia madre, infornando le lasagne. «La vicina di Renata, la conosci. Poverina, sta sempre sola, e con Renata si fanno compagnia. L'ha portata su lo zio Peppe.»

La signora Anselmi. La donna che sentiva ogni passo sulle scale del palazzo di piazza del Popolo. La donna della targa di Milano. Sarebbe stata a tavola con noi, e avrebbe dormito sotto lo stesso tetto. Come se il destino avesse deciso di sedersi a cena con tutti i suoi testimoni.

Renata arrivò al tramonto, con un vestito semplice di lana morbida, color borgogna, che le avvolgeva il corpo con discrezione ma non nascondeva nulla alla mia memoria. Quando mi abbracciò, le sue dita mi premettero la schiena un secondo di troppo, e il suo respiro mi sfiorò l'orecchio.

«Buon compleanno, zia» dissi, con la voce da nipote devoto.

Lei sorrise, quel sorriso che solo io sapevo leggere. «Grazie, tesoro.»


La cena fu un esercizio di equilibrismo perfetto. A tavola eravamo in otto. Io seduto di fronte a Renata. La signora Anselmi accanto a mia madre, che chiacchierava senza sosta. Il camino scoppiettava, il vino girava, lo zio Peppe raccontava per la centesima volta la storia del cinghiale nel vigneto.

Sotto la tovaglia lunga, il piede nudo di Renata trovò di nuovo il mio. Stavolta non fu una carezza veloce. Fu un gioco lento, deliberato. La pianta calda scivolò sulla mia caviglia, salì lungo il polpaccio, si infilò sotto l'orlo dei pantaloni. Io continuavo a parlare con lo zio Peppe di lavoro e di Milano, mentre il suo alluce mi accarezzava la pelle con una lentezza che mi faceva pulsare il sangue.

Fu in quel momento, con il piede di Renata contro la mia pelle, che la signora Anselmi posò il cucchiaino sul piattino e mi guardò.

«E lei, Marco, viene spesso da queste parti?»

«Quando posso» dissi. «Il lavoro non mi lascia molto.»

«Eh, immagino.» Girò il cucchiaino nella tazza, senza fretta. «Perché sa, qualche settimana fa mi era parso di vedere una macchina targata Milano, parcheggiata proprio sotto casa nostra. Di notte. C'era ancora la mattina presto, poi sparita.» Sorrise, gentile. «Ho pensato: chissà, magari è il nipote di Renata venuto a trovarla. Ma poi mi son detta: no, me l'avrebbe raccontato, Renata. A me racconta tutto.»

Il piede di Renata non si ritirò. Restò dov'era, fermo contro la mia caviglia, mentre lei allungava la mano verso la bottiglia e si versava il vino con una calma che avrei ammirato se non mi avesse gelato.

«Sarà stato qualche turista» disse. «Ottobre è pieno di gente che gira per le cento torri.»

«Sarà» disse la signora Anselmi. E sorrise di nuovo, e riprese il suo cucchiaino, e si voltò verso mia madre per parlare della torta.

Sotto il tavolo, solo allora, il piede di Renata scivolò via dalla mia gamba. Ma quando alzai gli occhi su di lei, sopra i bicchieri, nei suoi occhi non c'era paura. C'era fame. E qualcosa di più scuro ancora: la consapevolezza che il cerchio si stava stringendo, e che a lei quel cerchio, invece di spaventarla, stringeva qualcos'altro.

Dopo cena mia madre propose il passito e un po' di musica. La signora Anselmi si accomodò in poltrona vicino al camino. Renata si alzò per aiutare a sparecchiare. Io la seguii in cucina con la scusa dei piatti.

Appena la porta si chiuse alle nostre spalle lei mi spinse contro il muro, vicino al vecchio lavandino di ceramica. Il bacio fu immediato, profondo, quasi violento. Le sue mani mi afferrarono la nuca, le mie scesero sui suoi fianchi, sulla lana morbida del vestito.

«Sei pazza» sussurrai contro la sua bocca. «Hai sentito la Anselmi? Lo sa. O quasi.»

«Lo so.» La sua voce era un soffio roco. «E guarda cosa mi fa.» Mi prese la mano e se la portò sulla coscia, sotto l'orlo del vestito, dove la pelle scottava. «Sapere che quella donna è di là, che ha visto la tua macchina, che manca un passo. E tu sarai a tre metri da me tutta la notte.»

Le sue dita scivolarono sul mio petto, poi più giù. Sentii il suo palmo premere contro la mia erezione già dura attraverso i pantaloni. Gemetti piano contro il suo collo.

Non potemmo andare oltre. Mia madre chiamò dal soggiorno, la torta, le candeline. Ci separammo in fretta, ricomponendo i volti. Quando tornammo di là, Renata era di nuovo la zia affettuosa che spegneva quarantotto candeline, io il nipote premuroso che applaudiva. Ma il fuoco ci bruciava dentro entrambi.


Quella notte non riuscii a dormire. Restai sdraiato nel mio letto singolo, ascoltando la casa che si assestava, i tubi che ticchettavano, il vento di ottobre contro le persiane. Verso le due sentii un lieve cigolio nel corridoio. La porta della mia camera si aprì piano.

Renata entrò in silenzio, scalza, con una camicia da notte di seta leggera che le arrivava a metà coscia. La luce della luna che filtrava dalla finestra le disegnava il corpo in controluce. Chiuse la porta senza far rumore e venne da me.

«Shh» disse semplicemente, posandomi un dito sulle labbra.

Si infilò nel letto stretto. I nostri corpi si adattarono subito, come se avessero memoria propria. Le sue gambe si intrecciarono alle mie. Sentii i suoi piedi nudi, freddi per il pavimento del corridoio, che cercavano calore contro i miei polpacci.

«Sei passata davanti alla camera della Anselmi» sussurrai.

«Dorme come un sasso. Ho sentito il russare.» Mi morse piano il mento. «E comunque non m'importa più.»

La baciai con urgenza soffocata. Le mani scivolarono sotto la camicia da notte, accarezzando la pelle morbida delle cosce, salendo fino ai fianchi. Lei mi morse il labbro inferiore per non gemere quando le mie dita la trovarono già bagnata.

Mi fece sdraiare sulla schiena e mi salì sopra, lentamente. La camicia da notte scivolò via. Nuda, bellissima, matura, con la luna che le argentava le spalle. Si abbassò su di me centimetro dopo centimetro, prendendomi dentro di sé con un sospiro lungo che mi entrò nelle ossa. Cominciò a muoversi, piano, controllata, i palmi premuti sul mio petto, gli occhi fissi nei miei.

I suoi piedi erano piantati ai lati dei miei fianchi. Ogni tanto si appoggiava all'indietro, offrendomi la vista completa del suo corpo che mi cavalcava nella penombra. Presi uno dei suoi piedi tra le mani e lo portai alla bocca, baciando la pianta, succhiando le dita una a una mentre lei accelerava il ritmo, mordendosi il labbro per non fare rumore.

«Così, amore mio» sussurrò, la voce rotta. «Nessuno mi ha mai fatto sentire così viva. Nemmeno lui.»

E fu in quel momento che il pavimento del corridoio scricchiolò.

Ci immobilizzammo. Renata si fermò sopra di me, il corpo teso come una corda, il mio nome sospeso a metà del respiro. Passi. Lenti, strascicati, in ciabatte. Passarono davanti alla mia porta, si fermarono un istante, un istante lunghissimo in cui sentii il cuore di Renata battere contro le mie costole attraverso il silenzio. Poi la porta del bagno in fondo al corridoio si aprì e si richiuse. Lo sciacquone. I passi che tornavano. Mia madre, o la Anselmi, non lo sapremo mai.

Restammo fermi al buio per un minuto intero, lei sopra di me, io dentro di lei, immobili come una statua oscena nella camera della mia infanzia. E quando i passi si spensero dietro una porta lontana, Renata si chinò sul mio orecchio e disse la cosa più spaventosa e più eccitante che le avessi mai sentito dire.

«Non mi sono mossa» sussurrò. «Ma dentro, Marco, giuro che stavo per venire.»

Ricominciò a muoversi, più piano di prima, più profonda di prima, e stavolta c'era qualcosa di diverso nel suo ritmo, qualcosa di assoluto, come se il rischio appena sfiorato le avesse tolto l'ultimo freno. Mi tirò su, abbracciandomi stretto mentre continuava a muoversi su di me. I seni premuti contro il mio petto, il suo calore stretto che mi avvolgeva completamente. Venimmo quasi insieme, io soffocando il gemito contro la sua spalla, lei tremando in silenzio, contratta intorno a me in onde profonde.

Restammo abbracciati nel letto troppo piccolo, sudati, i cuori che battevano forte. Lei mi accarezzava i capelli, io le baciavo la tempia.

«Questa casa è piena di orecchie» mormorò dopo un po'. «Domani mattina dovremo essere perfetti.»

«Lo siamo sempre.»

Si sollevò appena per guardarmi. «La Anselmi ha chiesto a tua madre se hai una fidanzata a Milano. Mia sorella ha risposto che spera tu ne trovi presto una brava.» Fece una pausa. «Prima la macchina, adesso la fidanzata. Il cerchio si stringe, Marco.»

Non risposi. La tenni più stretta. E mi accorsi che il suo respiro, mentre lo diceva, non era il respiro di una donna spaventata.


La mattina dopo, a colazione, eravamo impeccabili. Renata mi versò il caffè con il sorriso da zia. Io parlai di lavoro con lo zio Peppe. La signora Anselmi ci osservava sopra la sua tazza con quello sguardo curioso da vicina di pianerottolo, e quando salutò per farsi riaccompagnare giù ad Ascoli mi strinse la mano un momento di troppo.

«Venga a trovarci più spesso, Marco» disse. «Ad Ascoli. Così magari la conosco meglio, la prossima volta che vedo una macchina di Milano.»

Sorrise. Salì in macchina con lo zio Peppe. E io rimasi nel cortile con la sensazione precisa di una partita a scacchi appena cominciata, contro un'avversaria che fingeva di non giocare.

Mentre mia madre era in cucina a impacchettare la torta avanzata, Renata mi passò accanto nel corridoio. Mi sfiorò la mano e sussurrò:

«Stanotte sei stato dentro di me a tre metri da tua madre, con quella donna che dormiva dietro il muro. E io voglio di più.»

Poi sorrise, esattamente come avrebbe sorriso una zia premurosa.

Ma nei suoi occhi brillava quella luce pericolosa che ormai conoscevo bene. La luce di chi ha appena capito che il rischio, ormai, non basta più nemmeno a lei.

*continua*
scritto il
2026-07-11
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