Quello che non si dice - capitolo 9: il rifugio

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tradimenti

In montagna a settembre l'aria ha già un taglio dentro, un filo di freddo che di giorno non senti e alle sei di sera ti trova. La casa di Andrea stava a milleseicento metri, sopra un paese dell'Alta Val Camonica, l'ultima di una strada che finiva contro il bosco. Legno scuro, un camino di pietra, una vetrata sulla valle che di sera diventava uno specchio nero. L'aveva ristrutturata due anni prima, tra un cantiere e l'altro, e ci veniva poco, perché Andrea costruiva rifugi per gli altri e non aveva mai tempo per il proprio.

Ero lì perché non avevo saputo dire di no.

Dopo quella sera sul terrazzo, dopo la storia dei sei anni e la mano che mi pesava sulla spalla, avevo passato tre settimane a costruirmi delle scuse. Il lavoro. Una consegna. Un malessere. Le avevo pronte tutte. Ma quando Andrea aveva chiamato per organizzare la settimana in montagna, quella promessa da uomini fatta a Capri, e mi aveva detto con la voce di sempre "vieni, mi raccomando, ho bisogno di te lassù", non ero riuscito a rifiutare. Rifiutare sarebbe stato strano. E poi c'era l'altra cosa, quella che non mi confessavo: obbedivo. Mi aveva chiesto di proteggerla, e io andavo a proteggerla, anche se non sapevo più da chi. Da me stesso, forse.

Chiara scese dall'auto per ultima, con un maglione grosso color panna e un berretto di lana che non le avevo mai visto. In città era una donna. Qui, con quel berretto, sembrava una ragazza, e la cosa mi fece male in un punto che non sapevo di avere ancora.

«Benvenuto nel mio unico progetto finito» disse Andrea, allargando le braccia verso la casa. «L'unica cosa che ho costruito per me e non per un cliente. Guarda che vista, Luca. Vale il viaggio.»

La vista valeva il viaggio. La valle scendeva in una successione di creste che si perdevano nella foschia, i larici stavano cambiando colore, e sopra tutto c'era un cielo troppo grande, di quelli che ti fanno sentire piccolo in un modo che a volte è una consolazione. Rimasi sulla soglia e respirai, come faccio io, e Chiara passandomi accanto con una borsa lo notò, e per un istante i suoi occhi mi sfiorarono.

«Si è fermato sulla soglia» disse ad Andrea, senza guardarmi. «Fa sempre così. Respira prima di entrare.»

«È per questo che è il mio migliore amico» disse Andrea. «Nota le cose che io non noto.»

Non risposi. Entrai.


I primi due giorni furono, semplicemente, belli. È la cosa che non mi aspettavo e che mi disarmò. Camminammo nei boschi, Andrea che riconosceva ogni albero e ogni traccia, Chiara che raccoglieva foglie e le metteva tra le pagine di un libro come faceva da ragazza. La sera Andrea cucinava, male e con entusiasmo, e giocavamo a carte davanti al camino bevendo un rosso della valle che sapeva di terra. Ridevamo. Per due giorni fummo quello che eravamo stati per vent'anni prima che io rovinassi tutto: tre persone che si volevano bene.

E questa fu la tortura peggiore di tutte. Perché seduto a quel tavolo, con le carte in mano e Andrea che barava ridendo e Chiara che lo smascherava, mi resi conto di quanto avevo da perdere. Non una donna. Una famiglia. La mia, l'unica che mi era rimasta.

La seconda notte il tempo cambiò. Lo sentii dal letto, nella stanza degli ospiti al piano di sopra, il vento che si alzava e poi qualcosa di più morbido, un fruscio contro i vetri. Mi affacciai. Nevicava. Una neve fitta e silenziosa, fuori stagione, di quelle che a settembre in montagna capitano una volta ogni tanto e mandano tutti in confusione. Al mattino ce n'erano venti centimetri e continuava a scendere.

Andrea era già in piedi davanti alla vetrata, con il caffè in mano e la faccia contrariata.

«Non mi piace» disse. «Troppa, troppo in fretta. La strada per il paese è una mulattiera asfaltata, se continua così stasera non si scende più.»

«Restiamo bloccati?»

«Un giorno, forse due. Finché non passa lo spartineve, e quassù non è che siano puntualissimi.» Bevve. «E ho pure il telefono che non prende quasi mai, qui. Devo mettermi sulla finestra del bagno per una tacca.» Sorrise, ma era un sorriso preoccupato. «Benvenuto in paradiso, fratello. Un paradiso senza uscite.»

Guardai la neve scendere sulla valle che il giorno prima era sconfinata e adesso si chiudeva su di noi, bianca, silenziosa. Tre persone in una casa, la strada che spariva, il mondo che si ritirava. Avrei dovuto avere paura. Invece sentii qualcosa che somigliava, orribilmente, al desiderio.


Fu Chiara a cercarmi, il pomeriggio del terzo giorno.

Andrea si era chiuso nello studio a lavorare, approfittando dell'isolamento per finire dei disegni. Io ero uscito a prendere legna dalla catasta sotto la tettoia, dietro casa, dove la neve non arrivava. La sentii prima di vederla, i passi attutiti, e quando mi voltai era lì, sulla soglia della tettoia, con il maglione color panna e le braccia strette intorno a sé per il freddo.

«Ti aiuto» disse.

«Non serve.»

«Non sono venuta per aiutarti, Luca.»

Restammo a un metro l'uno dall'altra, nel piccolo spazio riparato, con la neve che cadeva fitta oltre il bordo della tettoia e il rumore di niente. Aveva le guance rosse dal freddo e gli occhi che non avevano più niente della moglie composta di sotto. Era la Chiara della stanza degli ospiti, quella vera, quella che avevo giurato di non toccare più.

«Sono tre settimane che non mi guardi» disse. «Tre settimane che reciti. E adesso siamo qui, in questa scatola di legno, con la neve che ci chiude dentro, e tu continui a fare finta.»

«Non è finta, Chiara. È l'unica cosa giusta che sono riuscito a fare in sei mesi.»

«La cosa giusta.» Fece un passo. Sentivo il suo respiro nell'aria fredda. «Lo sai qual è il problema delle cose giuste? Che le dici sempre a te stesso, mai a me. A me il tuo corpo dice un'altra cosa.»

Mi mise una mano sul petto, dove il cuore batteva e mi tradiva, e si alzò sulle punte, e mi baciò. E per un secondo, un secondo lungo come tutta la mia vigliaccheria, ricambiai. Le mani le trovarono i fianchi sotto il maglione, la pelle calda nel freddo, e lei fece quel suono basso che conoscevo, e il mondo si ridusse alla tettoia, alla neve, a lei.

Poi sentii la voce di Andrea nella testa. Non un ricordo. Proprio la sua voce, quella della sera sul terrazzo. *Tienila d'occhio per me. Tu sei l'unico di cui mi fido.*

Mi staccai.

«No» dissi.

Chiara aprì gli occhi. «Cosa.»

«No. Non qui. Non adesso. Non più.» Feci un passo indietro, contro la catasta di legna. «Mi ha chiesto di proteggerti, Chiara. Tuo marito. Mi ha guardato in faccia e mi ha chiesto di proteggerti da uomini come me. E io sono qui, nella sua casa, con le mani sotto il tuo maglione. Non ci riesco. Non sono capace. Tu sì, io no.»

Fu come vederla per la prima volta senza difese. Restò immobile, la mano ancora a mezz'aria dove era stato il mio petto, e sul suo viso passò qualcosa che non le avevo mai visto in sei mesi. Non rabbia. Non dolore. Spaesamento. Lo spaesamento di chi ha sempre condotto il gioco e per la prima volta scopre che una mossa non le riesce. Chiara non veniva respinta. Chiara decideva chi e quando. E io le avevo appena tolto l'unica cosa che aveva sempre avuto: il controllo.

«Ti ha chiesto di proteggermi» ripeté piano. La voce le tremava, e nella sua voce il tremore era un fatto enorme. «Quando.»

«L'ultima sera, prima della montagna. Da solo.»

Non disse altro. Rimase lì un momento, poi si voltò e tornò dentro, i passi affondati nella neve, senza la sua solita andatura sicura. E io restai sotto la tettoia con un braccio di legna che non ricordavo di aver raccolto, e capii che avevo appena fatto la prima cosa giusta e che l'avrei pagata, perché una Chiara che perde il controllo è più pericolosa di una Chiara che lo tiene.


L'errore arrivò il giorno dopo, e non lo commisi io.

Il telefono di Andrea era morto durante la notte, il caricabatterie lasciato a casa in città, e con l'unica presa di corrente che ballava per la neve sui cavi nessuno dei nostri caricava bene. La mattina del quarto giorno Andrea aveva bisogno di sapere se lo spartineve era passato a valle, se la strada si sarebbe aperta, se poteva chiamare il cliente di Ravello per rimandare una consegna.

«Amore, mi dai il tuo? Il mio è defunto. Devo controllare la viabilità e chiamare Ravello prima che mi denuncino.»

Chiara era in cucina. Ci fu un mezzo secondo, uno solo, in cui la sua mano si fermò sulla tazza. Un'esitazione minima, che chiunque altro non avrebbe notato e che io, che passo la vita a leggere i visi, colsi come uno sparo. Poi disse, con la voce di sempre: «È sul comodino. La password è la data del nostro anniversario.»

Andrea salì. Lo sentimmo muoversi di sopra, poi tornare, con il telefono di lei in mano e gli occhiali da lettura sul naso, mettendosi vicino alla vetrata a cercare il segnale. Chiara continuò ad asciugare una tazza che era già asciutta.

Andrea armeggiò col telefono. «Ma come si fa a vedere il meteo su questo coso, hai millecinquecento app. Aspetta.» Toccava lo schermo, scorreva. «Ecco, no, questo è. Domani sereno, dice. Poi senti, ti è arrivato un messaggio, vuoi che... no, scusa, mi faccio i fatti tuoi.»

E si fermò. Con il telefono in mano, il pollice fermo sullo schermo, gli occhiali sul naso. Guardava qualcosa.

Il tempo, in cucina, smise di esistere. Chiara aveva posato la tazza e non si muoveva. Io ero seduto al tavolo con il caffè davanti e non respiravo. E Andrea guardava lo schermo del telefono di sua moglie, in silenzio, per un tempo che durò tre secondi e cent'anni.

Non so cosa ci fosse su quello schermo. Non lo seppi mai con certezza. Un messaggio, una notifica, un nome salvato male, una foto. Qualcosa che Chiara, la donna che cancellava le impronte dal tavolo con uno straccio, che rifaceva il letto della stanza degli ospiti prima che venisse la donna delle pulizie, che in dieci secondi si era rivestita e ricomposta con Andrea nella stanza accanto, qualcosa che quella donna aveva dimenticato di cancellare. Per la prima volta. Perché il giorno prima, sotto la tettoia, le avevo tolto il controllo, e chi perde il controllo dimentica le cose.

Andrea alzò gli occhi dallo schermo. Li posò su Chiara. Poi su di me. Poi di nuovo su Chiara.

E sorrise.

«Sereno domani» disse. «Poi lunedì possiamo scendere. Chiara, chiamo io Ravello dal fisso se prende, così non ti scarico il telefono.»

Posò il telefono sul tavolo, davanti a lei. Con delicatezza. Con troppa delicatezza. E tornò verso lo studio fischiettando, la stessa aria di sempre, l'uomo felice che non sa niente, o l'uomo che sa tutto e ha appena deciso, di nuovo, per l'ennesima volta, per sei anni e per sempre, di non sapere.

Non lo sapremo mai. È questo il punto. Non lo seppi io, che ero lì. Non lo seppe Chiara, che diventò bianca come la neve fuori. Forse non lo seppe nemmeno lui.

Chiara prese il telefono con una mano che non era ferma. La guardai controllare lo schermo, veloce, con gli occhi, e la vidi impallidire ancora, e capii che qualunque cosa Andrea avesse visto, era una cosa che non si poteva spiegare. Poi alzò lo sguardo verso di me, e nei suoi occhi per la prima volta da quando la conoscevo non c'era una strategia. C'era solo paura.

Fuori aveva smesso di nevicare. La valle era bianca, immobile, silenziosa. Lunedì avremmo potuto scendere.

Ma qualcosa, in quella casa che Andrea aveva costruito come unico rifugio della sua vita, si era rotto per sempre. E per la prima volta in sei mesi non ero io a doverlo capire in ritardo. Eravamo in tre, adesso, a fingere di non aver sentito il rumore.

*continua*
scritto il
2026-08-01
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