I piedi nudi di zia Renata - Capitolo 4: Il fuoco che non si può accendere alla luce

di
genere
incesti

Per la prima volta non fu mia madre a spingermi verso di lei. Fu il mio stesso desiderio, quello che dopo la cantina non trovava più pace.
Una settimana dopo la vendemmia presi la macchina a Milano e puntai verso sud senza avvertire nessuno. Inventai un cliente a Pescara, ma la bugia serviva solo a coprire la verità più nuda: volevo Renata senza maschere, senza famiglia intorno, senza il sapore immediato del pericolo. Volevo vederla come si vede una donna che si è scelta, non come si ruba una zia.
Le scrissi da un autogrill dopo Bologna. Sono in viaggio. Stanotte dormo ad Ascoli. Posso vederti?
La risposta arrivò dopo venti minuti, il tempo che immaginai lei impiegasse a decidere se aprire o chiudere una porta che stava diventando troppo stretta. Vieni. Ma sali con discrezione. La signora del piano di sotto controlla tutto.
Arrivai alle dieci di sera. Piazza del Popolo era lucida di umidità sotto i lampioni, i portici deserti. Salii le scale di pietra consumata del suo palazzo antico trattenendo il respiro, il cuore che batteva forte come a quattordici anni.
Renata aprì prima che bussassi. Indossava un accappatoio di seta color avorio, i capelli sciolti che le sfioravano le spalle, il viso senza trucco che la rendeva ancora più pericolosamente vera. Mi tirò dentro, chiuse la porta e per un lungo istante restammo nell’ingresso, vicinissimi, senza toccarci. Il suo profumo, sapone, pelle calda e quel sentore intimo che ormai riconoscevo anche al buio, mi avvolse.
«Sei matto» mormorò. Ma la voce era bassa, roca, già arresa.
«Volevo vederti davvero.»
I suoi occhi scuri sostennero i miei. «Mi vedi ogni volta che rubiamo un momento.»
«No. Ti prendo. È diverso.»
L’appartamento parlava di una vita intera. Mobili scuri, libri alle pareti, tappeti persiani consumati. E ovunque, su mensole, credenze e pareti, Franco. Il marito morto da pochi mesi sorrideva da decine di fotografie: in montagna, al mare, il giorno delle nozze, a una tavolata di famiglia. Mi guardava mentre io desideravo sua moglie nel suo stesso salotto.
Renata seguì il mio sguardo. «Non li ho tolti» disse piano. «Non ci riesco ancora.»
Non risposi. Mi avvicinai, le presi il viso tra le mani e la baciai. Non fu il bacio urgente della cantina. Fu profondo, consapevole, un bacio che sapeva di scelta e di conseguenze.
Lei si staccò per prima, gli occhi lucidi. «Questa è casa mia, Marco. La casa che ho costruito con lui per ventitré anni. Tu qui sei un’intrusione bellissima e terribile.»
Ci sedemmo sul divano. Una bottiglia di Verdicchio apparve tra noi. Parlammo, o meglio lei parlò, mentre io ascoltavo il peso di ogni parola.
«Se ci vediamo alla luce diventiamo una cosa definita» disse facendo girare il bicchiere tra le dita. «E allora o lo diciamo alla famiglia, e tua madre non ci perdonerebbe mai, oppure lo nascondiamo per sempre. E nascondersi per sempre è la prigione in cui ho già vissuto. Io voglio il fuoco, Marco. Non la cenere.»
La guardai. La luce calda della lampada le modellava il collo, la curva della clavicola visibile nell’accappatoio semiaperto. «E se io volessi provare a darti entrambe le cose?»
Renata sorrise con una tristezza feroce. «La luce mi spegne. L’ho già provato.»
Poi si alzò, mi tese la mano e mi portò nella stanza degli ospiti, in fondo al corridoio. Anche qui rispettò il suo confine invisibile: mai il letto coniugale. Mai.
La stanza era piccola, intima, con una finestra sui tetti antichi. Renata sciolse la cintura dell’accappatoio e lo lasciò scivolare a terra. Rimase nuda davanti a me, alla luce morbida del comodino: quarantasette anni portati con una grazia matura, seni piccoli e alti, vita ancora sottile, fianchi generosi, le gambe lunghe che terminavano in quei piedi che mi avevano stregato da sempre.
Mi inginocchiai. Come sempre. Le presi il piede destro tra le mani, caldo dalla doccia, la pianta liscia e morbida, l’arco alto e teso. Lo baciai con devozione lenta, la lingua che seguiva ogni curva, le labbra che succhiavano delicatamente le dita una a una. Renata sospirò, un suono lungo e tremante, e si aggrappò con una mano alla testiera del letto mentre l’altra mi accarezzava i capelli.
«Solo tu mi tocchi così» mormorò, la voce già incrinata. «Solo tu mi fai sentire desiderata fino a questo punto.»
Risalii con la bocca lungo il polpaccio, l’interno della coscia, assaporando la sua pelle che si faceva più calda e profumata man mano che mi avvicinavo al centro del suo desiderio. Quando la mia lingua la trovò, già bagnata e pulsante, Renata inarcò la schiena e mi strinse i capelli, muovendo i fianchi contro la mia bocca con un ritmo lento, quasi disperato. I suoi gemiti erano bassi, controllati, ma ogni tanto un suono più profondo le sfuggiva, un misto di piacere e vergogna che mi faceva impazzire.
La feci distendere sul letto e mi spogliai. Quando entrai in lei fu con lentezza esasperante, guardandola negli occhi. Renata non li chiuse mai. Mi avvolse le gambe intorno ai fianchi, i talloni premuti contro la mia schiena, e cominciò a muoversi sotto di me, guidandomi, prendendomi più a fondo.
«Guardami» sussurrò mentre i nostri corpi si univano con un ritmo sempre più intenso. «Guarda cosa mi fai fare. A casa mia. Con le foto di lui che ci guardano.» Le sue parole erano colte e crude allo stesso tempo, un contrasto che mi incendiava. «Sei mio nipote. E sei l’unica cosa vera che mi resta.»
Cambiammo posizione. La misi a cavalcioni su di me. Renata si abbassò lentamente, prendendomi tutto dentro di sé, e iniziò a muoversi con un ritmo sapiente, i seni che ondeggiavano piano, i piedi piantati sul materasso ai lati dei miei fianchi. Le sue dita si intrecciarono alle mie mentre accelerava, il respiro sempre più corto. Mi tirai su per baciarle il collo, per succhiarle i capezzoli, per sentire il suo cuore battere contro il mio.
Venne con un lungo fremito che la attraversò tutta, contraendosi intorno a me in onde violente e dolci insieme, il viso nascosto nel mio collo per soffocare il grido. La tenni stretta, la seguii poco dopo, riversandomi in lei con un’intensità che mi lasciò svuotato e pieno allo stesso tempo.
Restammo abbracciati nel letto stretto, sudati, i respiri che lentamente tornavano regolari. Le accarezzavo la schiena, lei mi teneva il piede tra le mani, quasi a volerne conservare il ricordo.
«Devi andare prima dell’alba» sussurrò. «E non devi più venire qui, Marco. Casa mia è pericolosa in un modo diverso dalla cantina.»
«Perché mi hai lasciato salire, allora?»
«Perché volevo che vedessi chi sono davvero.» Si sollevò su un gomito, gli occhi seri. «Una donna che ha bisogno del fuoco. Se resti con me avrai questo: rubare momenti, contare fino a cento, nasconderti. Un giorno vorrai la luce. E io ti spegnerò.» Mi passò un dito sulle labbra. «Sto cercando di salvarti prima che sia troppo tardi.»
Non risposi. L’alba stava già schiarendo i tetti.
Me ne andai in silenzio, scendendo le scale come un ladro. Quando salii in macchina, il telefono vibrò. Non era Renata.
Era mia madre.
«Marco, ma sei da queste parti? La signora Anselmi mi ha scritto che stanotte ha visto una macchina con targa di Milano sotto casa di Renata. Sei andato a trovarla? Fai bene, poverina è così sola…»
Rimasi a fissare lo schermo nella piazza ancora vuota.
Il primo filo si era teso. E stavolta non l’avevamo tirato noi.
scritto il
2026-07-11
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