I piedi di zia Renata - Capitolo finale: Il letto di Franco
di
fexalox
genere
incesti
La frase arrivò a dicembre, e non era per me.
Me la riferì Renata al telefono, una sera, con la voce di chi ha appena ricevuto un colpo pulito, di quelli che non lasciano lividi fuori. Era stata da Anna per aiutarla con i preparativi di Natale. Le due sorelle in cucina, la sfoglia sul tavolo di marmo, le mani nella farina. E a un certo punto mia madre, senza alzare gli occhi dalla pasta, senza cambiare tono, aveva detto una sola frase.
«Smettila di prendere treni, Renata.»
Nient'altro. Non una domanda, non un nome, non un'accusa. Renata aveva aspettato il resto, e il resto non era arrivato. Anna aveva steso la sfoglia, tagliato i quadretti, parlato d'altro. Come se avesse detto chiudi la finestra che entra freddo.
«Capisci, Marco?» La voce di Renata al telefono era bassa, quasi ammirata. «Non mi ha chiesto niente. Non chiederà mai niente. Mia sorella ha deciso di non sapere, ma mi ha avvisato che sa di non voler sapere. È il suo modo di proteggerci tutti. Me, te, sé stessa. Siamo una famiglia che non si dice le cose. Ci vogliamo bene così.»
Restai in silenzio. Fuori dalla mia finestra Milano era già piena di luci di Natale.
«Vieni giù venerdì» disse poi. «Un'ultima volta. Devo darti una cosa.»
«Renata...»
«Lo so cosa stai per dire. Lo so da prima di te, come sempre.» Una pausa. «Vieni, Marco. E non parcheggiare sotto casa.»
Arrivai ad Ascoli il venerdì sera, con la macchina lasciata tre vie più in là e il bavero alzato come un ladro. Piazza del Popolo era vestita a festa, le luminarie accese sul travertino, la gente nei bar. Salii le scale di pietra trattenendo il respiro davanti alla porta della signora Anselmi, dietro la quale si sentiva la televisione.
Renata aprì prima che bussassi, come sempre. Ma qualcosa era diverso, e lo capii ancora prima di entrare.
Le pareti erano spoglie.
Le fotografie di Franco non c'erano più. Le mensole vuote, i chiodi nudi nei muri, gli aloni chiari sulla carta da parati dove per ventitré anni erano stati appesi il matrimonio, le montagne, le tavolate. In un angolo del soggiorno, tre scatoloni chiusi con il nastro, e sopra, scritto a pennarello, una sola parola: Franco.
«Le ho tolte domenica» disse Renata, seguendo il mio sguardo. «Ci ho messo sette mesi. Poi ci ho messo un pomeriggio.» Si strinse nelle spalle. «È il momento, Marco. Di tante cose.»
Era bellissima, quella sera. Un vestito scuro, semplice, i capelli appena più lunghi di come li ricordavo, i piedi nudi sul parquet nonostante dicembre. E aveva negli occhi una calma che non le avevo mai visto, la calma di chi ha già deciso tutto e adesso deve solo farlo bene.
Mi prese per mano. E invece di voltare verso la stanza degli ospiti, in fondo al corridoio, si fermò davanti all'altra porta. Quella che in un anno e mezzo non si era mai aperta per me.
La camera da letto. La loro.
«Renata. No.»
«Sì.» Mi guardò, ferma. «È l'unico posto che non ti ho mai dato. L'unica cosa che ho tenuto per me. Stanotte la voglio dare a te, perché dopo stanotte non c'è più niente da rubare, e una cosa che finisce deve finire dove è custodito tutto.» Aprì la porta. «Ho cambiato le lenzuola. Ma il letto è quello. Voglio che sia quello.»
La stanza era in penombra, una lampada accesa sul comodino, il letto matrimoniale grande e antico con la testiera di legno scuro. Sul comodino di sinistra, l'unico oggetto rimasto di Franco in tutta la casa: la sua sveglia, ferma.
«Sei sicura?» chiesi piano.
«No.» Sorrise, feroce e fragile insieme. «Per questo lo voglio fare.»
Mi spogliò lei, al centro della stanza, lentamente, come si spacchetta una cosa fragile. Poi si sfilò il vestito e rimase nuda nella luce bassa, quarantotto anni di una bellezza che non chiedeva sconti, e mi prese la mano e mi portò sul letto. Il materasso cedette sotto di noi con un suono che non conoscevo e che lei conosceva da ventitré anni.
Cominciai dai piedi. L'ultima volta come la prima. Mi inginocchiai sul letto e le presi il piede destro tra le mani, l'arco alto, la pianta morbida, le dita che si contrassero appena le mie labbra le toccarono. Lo baciai piano, a lungo, poi l'altro, e Renata mi guardava dall'alto dei cuscini con gli occhi lucidi e non li chiudeva, non li chiuse mai, nemmeno quando la mia bocca risalì lungo le caviglie, i polpacci, l'interno delle cosce, nemmeno quando la trovai già bagnata e la leccai lentamente, con tutto il tempo che non avremmo mai più avuto, e lei affondò le mani nei miei capelli e venne una prima volta mordendosi il polso, per abitudine, perché di là c'era la signora Anselmi con la sua televisione.
«Vieni qui» disse poi, tirandomi su. «Voglio guardarti.»
Entrai in lei nel letto di suo marito, e nessuno dei due finse che fosse un letto qualunque. Era il peso di quel luogo a rendere ogni movimento più lento, più grave, più definitivo. Renata mi avvolse con le gambe, i talloni contro la mia schiena, e ci muovemmo piano, gli occhi negli occhi, mentre la testiera antica toccava il muro con un ritmo sordo e lei sussurrava le sue parole colte e sporche, le ultime.
«Guarda dove siamo. Guarda cosa ti sto dando. Nessuno ha mai avuto tutto di me. Nemmeno lui. Tu sì. Solo tu, Marco. Solo tu.»
Accelerammo insieme, e quando venne inarcò la schiena e per la prima volta in un anno e mezzo non soffocò il grido, lo lasciò uscire intero, e io la seguii svuotandomi dentro di lei con il suo nome in bocca, e restammo poi immobili, incollati, sudati, nel silenzio della stanza dove una sveglia ferma segnava un'ora di sette mesi prima.
Fu Renata a parlare, dopo molto tempo.
«Ti ricordi cosa ti ho detto a casa tua, quella notte? Che un giorno avresti voluto la luce, e io ti avrei spento.» La sua mano mi accarezzava il petto, lenta. «Mi sbagliavo. A Milano, davanti a quella libreria, mi sono vista nel vetro ed ero contenta. Contenta, Marco. Come una donna normale con un uomo normale. E ho capito che non eri tu quello in pericolo. Ero io. Perché io il fuoco lo so attraversare, ma la contentezza no. La contentezza ti fa venire voglia di restare. E se resto, prima o poi il mondo ci trova. E il mondo che ci trova non brucia solo me e te. Brucia Anna. Brucia tutto.»
«Quindi finisce così. Perché eri contenta.»
«Finisce così perché non c'è più niente da rubare.» Si sollevò su un gomito, mi guardò. «Ti ho dato la casa di Montelparo, il notaio, la cantina, il borgo, il mio corpo, Milano, e stanotte il letto di Franco. Ho rubato per te tutto quello che possedevo. Non è finito l'amore, Marco. È finita la refurtiva.» Sorrise, e nel sorriso c'era tutto: la ferocia, la tristezza, la libertà. «E io un amore alla luce non te lo posso dare, e uno al buio non te lo merito più.»
Non piansi davanti a lei. Piansi dopo, in macchina, tre vie più in là. Credo lo sapesse anche questo.
Sulla porta, mentre me ne andavo, mi sistemò il bavero del cappotto con quel gesto che nessuna zia aveva mai fatto così, e non disse guida piano. Non disse niente. Era la prima volta che non lo diceva, e capii che quelle due parole erano sempre state la nostra promessa di rivederci, e che non dirle era il suo modo di lasciarmi andare.
Il pranzo di Natale fu ad Ascoli, da mia madre, tutti insieme. Ventidue a tavola, lo zio Peppe, i cugini, i bambini, la signora Anselmi invitata anche quest'anno, e Renata di fronte a me, un posto più in là, con un maglione rosso e gli orecchini buoni.
Fu tutto perfetto. Il brodo, i tortellini, il fritto, il panettone. Renata rideva alle battute dello zio Peppe, aiutava Anna con le portate, faceva la zia con i nipoti piccoli. Io parlavo di lavoro, di Milano, del più e del meno. Nessuno avrebbe potuto vedere niente, perché non c'era più niente da vedere.
Sotto la tavola, i suoi piedi non cercarono i miei.
Era questa, la fine. Non una scenata, non una lettera, non un addio. Un piede fermo sotto una tovaglia di Natale. Il rumore più assordante che avessi mai sentito.
Al momento del caffè, Anna passò il vassoio e Renata mi porse la tazzina, e le nostre dita si sfiorarono per un istante, un istante solo, e lei mi guardò e io la guardai, e in quello sguardo c'era un anno e mezzo che nessun altro al mondo avrebbe mai saputo.
«Zucchero, Marco?» disse.
«Grazie, zia.»
Sul portone, mentre caricavo la macchina per tornare a Milano, uscì a salutarmi con gli altri, la famiglia intera sul marciapiede a dicembre, i respiri che facevano il fumo. Mi abbracciò per terzultima, tra una cugina e lo zio Peppe, due baci sulle guance, le mani che mi strinsero le spalle un secondo esatto, non uno di più.
Poi, mentre salivo in macchina, la sua voce mi raggiunse sopra le teste degli altri, chiara, tranquilla, la voce di una zia premurosa davanti a tutta la famiglia.
«Guida piano, Marco. Che la strada è lunga.»
Alzai gli occhi. Lei sorrideva, in mezzo agli altri, il fiato che fumava nel freddo. E stavolta parlava davvero della strada. Solo della strada.
Misi in moto e partii, e nello specchietto la vidi rimpicciolire in mezzo alla famiglia che salutava, il maglione rosso nella luce di dicembre, finché la curva se la prese.
Guidai piano. Tutta la vita, da allora.
Ci sono cose che non si dicono, nella mia famiglia. Non perché siano sbagliate. Ma perché dirle le renderebbe più piccole di quello che sono state.
E lei è stata la più grande di tutte.
FINE
# I PIEDI NUDI DI ZIA RENATA
## Capitolo finale: Il letto di Franco
La frase arrivò a dicembre, e non era per me.
Me la riferì Renata al telefono, una sera, con la voce di chi ha appena ricevuto un colpo pulito, di quelli che non lasciano lividi fuori. Era stata da Anna per aiutarla con i preparativi di Natale. Le due sorelle in cucina, la sfoglia sul tavolo di marmo, le mani nella farina. E a un certo punto mia madre, senza alzare gli occhi dalla pasta, senza cambiare tono, aveva detto una sola frase.
«Smettila di prendere treni, Renata.»
Nient'altro. Non una domanda, non un nome, non un'accusa. Renata aveva aspettato il resto, e il resto non era arrivato. Anna aveva steso la sfoglia, tagliato i quadretti, parlato d'altro. Come se avesse detto chiudi la finestra che entra freddo.
«Capisci, Marco?» La voce di Renata al telefono era bassa, quasi ammirata. «Non mi ha chiesto niente. Non chiederà mai niente. Mia sorella ha deciso di non sapere, ma mi ha avvisato che sa di non voler sapere. È il suo modo di proteggerci tutti. Me, te, sé stessa. Siamo una famiglia che non si dice le cose. Ci vogliamo bene così.»
Restai in silenzio. Fuori dalla mia finestra Milano era già piena di luci di Natale.
«Vieni giù venerdì» disse poi. «Un'ultima volta. Devo darti una cosa.»
«Renata...»
«Lo so cosa stai per dire. Lo so da prima di te, come sempre.» Una pausa. «Vieni, Marco. E non parcheggiare sotto casa.»
Arrivai ad Ascoli il venerdì sera, con la macchina lasciata tre vie più in là e il bavero alzato come un ladro. Piazza del Popolo era vestita a festa, le luminarie accese sul travertino, la gente nei bar. Salii le scale di pietra trattenendo il respiro davanti alla porta della signora Anselmi, dietro la quale si sentiva la televisione.
Renata aprì prima che bussassi, come sempre. Ma qualcosa era diverso, e lo capii ancora prima di entrare.
Le pareti erano spoglie.
Le fotografie di Franco non c'erano più. Le mensole vuote, i chiodi nudi nei muri, gli aloni chiari sulla carta da parati dove per ventitré anni erano stati appesi il matrimonio, le montagne, le tavolate. In un angolo del soggiorno, tre scatoloni chiusi con il nastro, e sopra, scritto a pennarello, una sola parola: Franco.
«Le ho tolte domenica» disse Renata, seguendo il mio sguardo. «Ci ho messo sette mesi. Poi ci ho messo un pomeriggio.» Si strinse nelle spalle. «È il momento, Marco. Di tante cose.»
Era bellissima, quella sera. Un vestito scuro, semplice, i capelli appena più lunghi di come li ricordavo, i piedi nudi sul parquet nonostante dicembre. E aveva negli occhi una calma che non le avevo mai visto, la calma di chi ha già deciso tutto e adesso deve solo farlo bene.
Mi prese per mano. E invece di voltare verso la stanza degli ospiti, in fondo al corridoio, si fermò davanti all'altra porta. Quella che in un anno e mezzo non si era mai aperta per me.
La camera da letto. La loro.
«Renata. No.»
«Sì.» Mi guardò, ferma. «È l'unico posto che non ti ho mai dato. L'unica cosa che ho tenuto per me. Stanotte la voglio dare a te, perché dopo stanotte non c'è più niente da rubare, e una cosa che finisce deve finire dove è custodito tutto.» Aprì la porta. «Ho cambiato le lenzuola. Ma il letto è quello. Voglio che sia quello.»
La stanza era in penombra, una lampada accesa sul comodino, il letto matrimoniale grande e antico con la testiera di legno scuro. Sul comodino di sinistra, l'unico oggetto rimasto di Franco in tutta la casa: la sua sveglia, ferma.
«Sei sicura?» chiesi piano.
«No.» Sorrise, feroce e fragile insieme. «Per questo lo voglio fare.»
Mi spogliò lei, al centro della stanza, lentamente, come si spacchetta una cosa fragile. Poi si sfilò il vestito e rimase nuda nella luce bassa, quarantotto anni di una bellezza che non chiedeva sconti, e mi prese la mano e mi portò sul letto. Il materasso cedette sotto di noi con un suono che non conoscevo e che lei conosceva da ventitré anni.
Cominciai dai piedi. L'ultima volta come la prima. Mi inginocchiai sul letto e le presi il piede destro tra le mani, l'arco alto, la pianta morbida, le dita che si contrassero appena le mie labbra le toccarono. Lo baciai piano, a lungo, poi l'altro, e Renata mi guardava dall'alto dei cuscini con gli occhi lucidi e non li chiudeva, non li chiuse mai, nemmeno quando la mia bocca risalì lungo le caviglie, i polpacci, l'interno delle cosce, nemmeno quando la trovai già bagnata e la leccai lentamente, con tutto il tempo che non avremmo mai più avuto, e lei affondò le mani nei miei capelli e venne una prima volta mordendosi il polso, per abitudine, perché di là c'era la signora Anselmi con la sua televisione.
«Vieni qui» disse poi, tirandomi su. «Voglio guardarti.»
Entrai in lei nel letto di suo marito, e nessuno dei due finse che fosse un letto qualunque. Era il peso di quel luogo a rendere ogni movimento più lento, più grave, più definitivo. Renata mi avvolse con le gambe, i talloni contro la mia schiena, e ci muovemmo piano, gli occhi negli occhi, mentre la testiera antica toccava il muro con un ritmo sordo e lei sussurrava le sue parole colte e sporche, le ultime.
«Guarda dove siamo. Guarda cosa ti sto dando. Nessuno ha mai avuto tutto di me. Nemmeno lui. Tu sì. Solo tu, Marco. Solo tu.»
Accelerammo insieme, e quando venne inarcò la schiena e per la prima volta in un anno e mezzo non soffocò il grido, lo lasciò uscire intero, e io la seguii svuotandomi dentro di lei con il suo nome in bocca, e restammo poi immobili, incollati, sudati, nel silenzio della stanza dove una sveglia ferma segnava un'ora di sette mesi prima.
Fu Renata a parlare, dopo molto tempo.
«Ti ricordi cosa ti ho detto a casa tua, quella notte? Che un giorno avresti voluto la luce, e io ti avrei spento.» La sua mano mi accarezzava il petto, lenta. «Mi sbagliavo. A Milano, davanti a quella libreria, mi sono vista nel vetro ed ero contenta. Contenta, Marco. Come una donna normale con un uomo normale. E ho capito che non eri tu quello in pericolo. Ero io. Perché io il fuoco lo so attraversare, ma la contentezza no. La contentezza ti fa venire voglia di restare. E se resto, prima o poi il mondo ci trova. E il mondo che ci trova non brucia solo me e te. Brucia Anna. Brucia tutto.»
«Quindi finisce così. Perché eri contenta.»
«Finisce così perché non c'è più niente da rubare.» Si sollevò su un gomito, mi guardò. «Ti ho dato la casa di Montelparo, il notaio, la cantina, il borgo, il mio corpo, Milano, e stanotte il letto di Franco. Ho rubato per te tutto quello che possedevo. Non è finito l'amore, Marco. È finita la refurtiva.» Sorrise, e nel sorriso c'era tutto: la ferocia, la tristezza, la libertà. «E io un amore alla luce non te lo posso dare, e uno al buio non te lo merito più.»
Non piansi davanti a lei. Piansi dopo, in macchina, tre vie più in là. Credo lo sapesse anche questo.
Sulla porta, mentre me ne andavo, mi sistemò il bavero del cappotto con quel gesto che nessuna zia aveva mai fatto così, e non disse guida piano. Non disse niente. Era la prima volta che non lo diceva, e capii che quelle due parole erano sempre state la nostra promessa di rivederci, e che non dirle era il suo modo di lasciarmi andare.
Il pranzo di Natale fu ad Ascoli, da mia madre, tutti insieme. Ventidue a tavola, lo zio Peppe, i cugini, i bambini, la signora Anselmi invitata anche quest'anno, e Renata di fronte a me, un posto più in là, con un maglione rosso e gli orecchini buoni.
Fu tutto perfetto. Il brodo, i tortellini, il fritto, il panettone. Renata rideva alle battute dello zio Peppe, aiutava Anna con le portate, faceva la zia con i nipoti piccoli. Io parlavo di lavoro, di Milano, del più e del meno. Nessuno avrebbe potuto vedere niente, perché non c'era più niente da vedere.
Sotto la tavola, i suoi piedi non cercarono i miei.
Era questa, la fine. Non una scenata, non una lettera, non un addio. Un piede fermo sotto una tovaglia di Natale. Il rumore più assordante che avessi mai sentito.
Al momento del caffè, Anna passò il vassoio e Renata mi porse la tazzina, e le nostre dita si sfiorarono per un istante, un istante solo, e lei mi guardò e io la guardai, e in quello sguardo c'era un anno e mezzo che nessun altro al mondo avrebbe mai saputo.
«Zucchero, Marco?» disse.
«Grazie, zia.»
Sul portone, mentre caricavo la macchina per tornare a Milano, uscì a salutarmi con gli altri, la famiglia intera sul marciapiede a dicembre, i respiri che facevano il fumo. Mi abbracciò per terzultima, tra una cugina e lo zio Peppe, due baci sulle guance, le mani che mi strinsero le spalle un secondo esatto, non uno di più.
Poi, mentre salivo in macchina, la sua voce mi raggiunse sopra le teste degli altri, chiara, tranquilla, la voce di una zia premurosa davanti a tutta la famiglia.
«Guida piano, Marco. Che la strada è lunga.»
Alzai gli occhi. Lei sorrideva, in mezzo agli altri, il fiato che fumava nel freddo. E stavolta parlava davvero della strada. Solo della strada.
Misi in moto e partii, e nello specchietto la vidi rimpicciolire in mezzo alla famiglia che salutava, il maglione rosso nella luce di dicembre, finché la curva se la prese.
Guidai piano. Tutta la vita, da allora.
Ci sono cose che non si dicono, nella mia famiglia. Non perché siano sbagliate. Ma perché dirle le renderebbe più piccole di quello che sono state.
E lei è stata la più grande di tutte.
FINE
Me la riferì Renata al telefono, una sera, con la voce di chi ha appena ricevuto un colpo pulito, di quelli che non lasciano lividi fuori. Era stata da Anna per aiutarla con i preparativi di Natale. Le due sorelle in cucina, la sfoglia sul tavolo di marmo, le mani nella farina. E a un certo punto mia madre, senza alzare gli occhi dalla pasta, senza cambiare tono, aveva detto una sola frase.
«Smettila di prendere treni, Renata.»
Nient'altro. Non una domanda, non un nome, non un'accusa. Renata aveva aspettato il resto, e il resto non era arrivato. Anna aveva steso la sfoglia, tagliato i quadretti, parlato d'altro. Come se avesse detto chiudi la finestra che entra freddo.
«Capisci, Marco?» La voce di Renata al telefono era bassa, quasi ammirata. «Non mi ha chiesto niente. Non chiederà mai niente. Mia sorella ha deciso di non sapere, ma mi ha avvisato che sa di non voler sapere. È il suo modo di proteggerci tutti. Me, te, sé stessa. Siamo una famiglia che non si dice le cose. Ci vogliamo bene così.»
Restai in silenzio. Fuori dalla mia finestra Milano era già piena di luci di Natale.
«Vieni giù venerdì» disse poi. «Un'ultima volta. Devo darti una cosa.»
«Renata...»
«Lo so cosa stai per dire. Lo so da prima di te, come sempre.» Una pausa. «Vieni, Marco. E non parcheggiare sotto casa.»
Arrivai ad Ascoli il venerdì sera, con la macchina lasciata tre vie più in là e il bavero alzato come un ladro. Piazza del Popolo era vestita a festa, le luminarie accese sul travertino, la gente nei bar. Salii le scale di pietra trattenendo il respiro davanti alla porta della signora Anselmi, dietro la quale si sentiva la televisione.
Renata aprì prima che bussassi, come sempre. Ma qualcosa era diverso, e lo capii ancora prima di entrare.
Le pareti erano spoglie.
Le fotografie di Franco non c'erano più. Le mensole vuote, i chiodi nudi nei muri, gli aloni chiari sulla carta da parati dove per ventitré anni erano stati appesi il matrimonio, le montagne, le tavolate. In un angolo del soggiorno, tre scatoloni chiusi con il nastro, e sopra, scritto a pennarello, una sola parola: Franco.
«Le ho tolte domenica» disse Renata, seguendo il mio sguardo. «Ci ho messo sette mesi. Poi ci ho messo un pomeriggio.» Si strinse nelle spalle. «È il momento, Marco. Di tante cose.»
Era bellissima, quella sera. Un vestito scuro, semplice, i capelli appena più lunghi di come li ricordavo, i piedi nudi sul parquet nonostante dicembre. E aveva negli occhi una calma che non le avevo mai visto, la calma di chi ha già deciso tutto e adesso deve solo farlo bene.
Mi prese per mano. E invece di voltare verso la stanza degli ospiti, in fondo al corridoio, si fermò davanti all'altra porta. Quella che in un anno e mezzo non si era mai aperta per me.
La camera da letto. La loro.
«Renata. No.»
«Sì.» Mi guardò, ferma. «È l'unico posto che non ti ho mai dato. L'unica cosa che ho tenuto per me. Stanotte la voglio dare a te, perché dopo stanotte non c'è più niente da rubare, e una cosa che finisce deve finire dove è custodito tutto.» Aprì la porta. «Ho cambiato le lenzuola. Ma il letto è quello. Voglio che sia quello.»
La stanza era in penombra, una lampada accesa sul comodino, il letto matrimoniale grande e antico con la testiera di legno scuro. Sul comodino di sinistra, l'unico oggetto rimasto di Franco in tutta la casa: la sua sveglia, ferma.
«Sei sicura?» chiesi piano.
«No.» Sorrise, feroce e fragile insieme. «Per questo lo voglio fare.»
Mi spogliò lei, al centro della stanza, lentamente, come si spacchetta una cosa fragile. Poi si sfilò il vestito e rimase nuda nella luce bassa, quarantotto anni di una bellezza che non chiedeva sconti, e mi prese la mano e mi portò sul letto. Il materasso cedette sotto di noi con un suono che non conoscevo e che lei conosceva da ventitré anni.
Cominciai dai piedi. L'ultima volta come la prima. Mi inginocchiai sul letto e le presi il piede destro tra le mani, l'arco alto, la pianta morbida, le dita che si contrassero appena le mie labbra le toccarono. Lo baciai piano, a lungo, poi l'altro, e Renata mi guardava dall'alto dei cuscini con gli occhi lucidi e non li chiudeva, non li chiuse mai, nemmeno quando la mia bocca risalì lungo le caviglie, i polpacci, l'interno delle cosce, nemmeno quando la trovai già bagnata e la leccai lentamente, con tutto il tempo che non avremmo mai più avuto, e lei affondò le mani nei miei capelli e venne una prima volta mordendosi il polso, per abitudine, perché di là c'era la signora Anselmi con la sua televisione.
«Vieni qui» disse poi, tirandomi su. «Voglio guardarti.»
Entrai in lei nel letto di suo marito, e nessuno dei due finse che fosse un letto qualunque. Era il peso di quel luogo a rendere ogni movimento più lento, più grave, più definitivo. Renata mi avvolse con le gambe, i talloni contro la mia schiena, e ci muovemmo piano, gli occhi negli occhi, mentre la testiera antica toccava il muro con un ritmo sordo e lei sussurrava le sue parole colte e sporche, le ultime.
«Guarda dove siamo. Guarda cosa ti sto dando. Nessuno ha mai avuto tutto di me. Nemmeno lui. Tu sì. Solo tu, Marco. Solo tu.»
Accelerammo insieme, e quando venne inarcò la schiena e per la prima volta in un anno e mezzo non soffocò il grido, lo lasciò uscire intero, e io la seguii svuotandomi dentro di lei con il suo nome in bocca, e restammo poi immobili, incollati, sudati, nel silenzio della stanza dove una sveglia ferma segnava un'ora di sette mesi prima.
Fu Renata a parlare, dopo molto tempo.
«Ti ricordi cosa ti ho detto a casa tua, quella notte? Che un giorno avresti voluto la luce, e io ti avrei spento.» La sua mano mi accarezzava il petto, lenta. «Mi sbagliavo. A Milano, davanti a quella libreria, mi sono vista nel vetro ed ero contenta. Contenta, Marco. Come una donna normale con un uomo normale. E ho capito che non eri tu quello in pericolo. Ero io. Perché io il fuoco lo so attraversare, ma la contentezza no. La contentezza ti fa venire voglia di restare. E se resto, prima o poi il mondo ci trova. E il mondo che ci trova non brucia solo me e te. Brucia Anna. Brucia tutto.»
«Quindi finisce così. Perché eri contenta.»
«Finisce così perché non c'è più niente da rubare.» Si sollevò su un gomito, mi guardò. «Ti ho dato la casa di Montelparo, il notaio, la cantina, il borgo, il mio corpo, Milano, e stanotte il letto di Franco. Ho rubato per te tutto quello che possedevo. Non è finito l'amore, Marco. È finita la refurtiva.» Sorrise, e nel sorriso c'era tutto: la ferocia, la tristezza, la libertà. «E io un amore alla luce non te lo posso dare, e uno al buio non te lo merito più.»
Non piansi davanti a lei. Piansi dopo, in macchina, tre vie più in là. Credo lo sapesse anche questo.
Sulla porta, mentre me ne andavo, mi sistemò il bavero del cappotto con quel gesto che nessuna zia aveva mai fatto così, e non disse guida piano. Non disse niente. Era la prima volta che non lo diceva, e capii che quelle due parole erano sempre state la nostra promessa di rivederci, e che non dirle era il suo modo di lasciarmi andare.
Il pranzo di Natale fu ad Ascoli, da mia madre, tutti insieme. Ventidue a tavola, lo zio Peppe, i cugini, i bambini, la signora Anselmi invitata anche quest'anno, e Renata di fronte a me, un posto più in là, con un maglione rosso e gli orecchini buoni.
Fu tutto perfetto. Il brodo, i tortellini, il fritto, il panettone. Renata rideva alle battute dello zio Peppe, aiutava Anna con le portate, faceva la zia con i nipoti piccoli. Io parlavo di lavoro, di Milano, del più e del meno. Nessuno avrebbe potuto vedere niente, perché non c'era più niente da vedere.
Sotto la tavola, i suoi piedi non cercarono i miei.
Era questa, la fine. Non una scenata, non una lettera, non un addio. Un piede fermo sotto una tovaglia di Natale. Il rumore più assordante che avessi mai sentito.
Al momento del caffè, Anna passò il vassoio e Renata mi porse la tazzina, e le nostre dita si sfiorarono per un istante, un istante solo, e lei mi guardò e io la guardai, e in quello sguardo c'era un anno e mezzo che nessun altro al mondo avrebbe mai saputo.
«Zucchero, Marco?» disse.
«Grazie, zia.»
Sul portone, mentre caricavo la macchina per tornare a Milano, uscì a salutarmi con gli altri, la famiglia intera sul marciapiede a dicembre, i respiri che facevano il fumo. Mi abbracciò per terzultima, tra una cugina e lo zio Peppe, due baci sulle guance, le mani che mi strinsero le spalle un secondo esatto, non uno di più.
Poi, mentre salivo in macchina, la sua voce mi raggiunse sopra le teste degli altri, chiara, tranquilla, la voce di una zia premurosa davanti a tutta la famiglia.
«Guida piano, Marco. Che la strada è lunga.»
Alzai gli occhi. Lei sorrideva, in mezzo agli altri, il fiato che fumava nel freddo. E stavolta parlava davvero della strada. Solo della strada.
Misi in moto e partii, e nello specchietto la vidi rimpicciolire in mezzo alla famiglia che salutava, il maglione rosso nella luce di dicembre, finché la curva se la prese.
Guidai piano. Tutta la vita, da allora.
Ci sono cose che non si dicono, nella mia famiglia. Non perché siano sbagliate. Ma perché dirle le renderebbe più piccole di quello che sono state.
E lei è stata la più grande di tutte.
FINE
# I PIEDI NUDI DI ZIA RENATA
## Capitolo finale: Il letto di Franco
La frase arrivò a dicembre, e non era per me.
Me la riferì Renata al telefono, una sera, con la voce di chi ha appena ricevuto un colpo pulito, di quelli che non lasciano lividi fuori. Era stata da Anna per aiutarla con i preparativi di Natale. Le due sorelle in cucina, la sfoglia sul tavolo di marmo, le mani nella farina. E a un certo punto mia madre, senza alzare gli occhi dalla pasta, senza cambiare tono, aveva detto una sola frase.
«Smettila di prendere treni, Renata.»
Nient'altro. Non una domanda, non un nome, non un'accusa. Renata aveva aspettato il resto, e il resto non era arrivato. Anna aveva steso la sfoglia, tagliato i quadretti, parlato d'altro. Come se avesse detto chiudi la finestra che entra freddo.
«Capisci, Marco?» La voce di Renata al telefono era bassa, quasi ammirata. «Non mi ha chiesto niente. Non chiederà mai niente. Mia sorella ha deciso di non sapere, ma mi ha avvisato che sa di non voler sapere. È il suo modo di proteggerci tutti. Me, te, sé stessa. Siamo una famiglia che non si dice le cose. Ci vogliamo bene così.»
Restai in silenzio. Fuori dalla mia finestra Milano era già piena di luci di Natale.
«Vieni giù venerdì» disse poi. «Un'ultima volta. Devo darti una cosa.»
«Renata...»
«Lo so cosa stai per dire. Lo so da prima di te, come sempre.» Una pausa. «Vieni, Marco. E non parcheggiare sotto casa.»
Arrivai ad Ascoli il venerdì sera, con la macchina lasciata tre vie più in là e il bavero alzato come un ladro. Piazza del Popolo era vestita a festa, le luminarie accese sul travertino, la gente nei bar. Salii le scale di pietra trattenendo il respiro davanti alla porta della signora Anselmi, dietro la quale si sentiva la televisione.
Renata aprì prima che bussassi, come sempre. Ma qualcosa era diverso, e lo capii ancora prima di entrare.
Le pareti erano spoglie.
Le fotografie di Franco non c'erano più. Le mensole vuote, i chiodi nudi nei muri, gli aloni chiari sulla carta da parati dove per ventitré anni erano stati appesi il matrimonio, le montagne, le tavolate. In un angolo del soggiorno, tre scatoloni chiusi con il nastro, e sopra, scritto a pennarello, una sola parola: Franco.
«Le ho tolte domenica» disse Renata, seguendo il mio sguardo. «Ci ho messo sette mesi. Poi ci ho messo un pomeriggio.» Si strinse nelle spalle. «È il momento, Marco. Di tante cose.»
Era bellissima, quella sera. Un vestito scuro, semplice, i capelli appena più lunghi di come li ricordavo, i piedi nudi sul parquet nonostante dicembre. E aveva negli occhi una calma che non le avevo mai visto, la calma di chi ha già deciso tutto e adesso deve solo farlo bene.
Mi prese per mano. E invece di voltare verso la stanza degli ospiti, in fondo al corridoio, si fermò davanti all'altra porta. Quella che in un anno e mezzo non si era mai aperta per me.
La camera da letto. La loro.
«Renata. No.»
«Sì.» Mi guardò, ferma. «È l'unico posto che non ti ho mai dato. L'unica cosa che ho tenuto per me. Stanotte la voglio dare a te, perché dopo stanotte non c'è più niente da rubare, e una cosa che finisce deve finire dove è custodito tutto.» Aprì la porta. «Ho cambiato le lenzuola. Ma il letto è quello. Voglio che sia quello.»
La stanza era in penombra, una lampada accesa sul comodino, il letto matrimoniale grande e antico con la testiera di legno scuro. Sul comodino di sinistra, l'unico oggetto rimasto di Franco in tutta la casa: la sua sveglia, ferma.
«Sei sicura?» chiesi piano.
«No.» Sorrise, feroce e fragile insieme. «Per questo lo voglio fare.»
Mi spogliò lei, al centro della stanza, lentamente, come si spacchetta una cosa fragile. Poi si sfilò il vestito e rimase nuda nella luce bassa, quarantotto anni di una bellezza che non chiedeva sconti, e mi prese la mano e mi portò sul letto. Il materasso cedette sotto di noi con un suono che non conoscevo e che lei conosceva da ventitré anni.
Cominciai dai piedi. L'ultima volta come la prima. Mi inginocchiai sul letto e le presi il piede destro tra le mani, l'arco alto, la pianta morbida, le dita che si contrassero appena le mie labbra le toccarono. Lo baciai piano, a lungo, poi l'altro, e Renata mi guardava dall'alto dei cuscini con gli occhi lucidi e non li chiudeva, non li chiuse mai, nemmeno quando la mia bocca risalì lungo le caviglie, i polpacci, l'interno delle cosce, nemmeno quando la trovai già bagnata e la leccai lentamente, con tutto il tempo che non avremmo mai più avuto, e lei affondò le mani nei miei capelli e venne una prima volta mordendosi il polso, per abitudine, perché di là c'era la signora Anselmi con la sua televisione.
«Vieni qui» disse poi, tirandomi su. «Voglio guardarti.»
Entrai in lei nel letto di suo marito, e nessuno dei due finse che fosse un letto qualunque. Era il peso di quel luogo a rendere ogni movimento più lento, più grave, più definitivo. Renata mi avvolse con le gambe, i talloni contro la mia schiena, e ci muovemmo piano, gli occhi negli occhi, mentre la testiera antica toccava il muro con un ritmo sordo e lei sussurrava le sue parole colte e sporche, le ultime.
«Guarda dove siamo. Guarda cosa ti sto dando. Nessuno ha mai avuto tutto di me. Nemmeno lui. Tu sì. Solo tu, Marco. Solo tu.»
Accelerammo insieme, e quando venne inarcò la schiena e per la prima volta in un anno e mezzo non soffocò il grido, lo lasciò uscire intero, e io la seguii svuotandomi dentro di lei con il suo nome in bocca, e restammo poi immobili, incollati, sudati, nel silenzio della stanza dove una sveglia ferma segnava un'ora di sette mesi prima.
Fu Renata a parlare, dopo molto tempo.
«Ti ricordi cosa ti ho detto a casa tua, quella notte? Che un giorno avresti voluto la luce, e io ti avrei spento.» La sua mano mi accarezzava il petto, lenta. «Mi sbagliavo. A Milano, davanti a quella libreria, mi sono vista nel vetro ed ero contenta. Contenta, Marco. Come una donna normale con un uomo normale. E ho capito che non eri tu quello in pericolo. Ero io. Perché io il fuoco lo so attraversare, ma la contentezza no. La contentezza ti fa venire voglia di restare. E se resto, prima o poi il mondo ci trova. E il mondo che ci trova non brucia solo me e te. Brucia Anna. Brucia tutto.»
«Quindi finisce così. Perché eri contenta.»
«Finisce così perché non c'è più niente da rubare.» Si sollevò su un gomito, mi guardò. «Ti ho dato la casa di Montelparo, il notaio, la cantina, il borgo, il mio corpo, Milano, e stanotte il letto di Franco. Ho rubato per te tutto quello che possedevo. Non è finito l'amore, Marco. È finita la refurtiva.» Sorrise, e nel sorriso c'era tutto: la ferocia, la tristezza, la libertà. «E io un amore alla luce non te lo posso dare, e uno al buio non te lo merito più.»
Non piansi davanti a lei. Piansi dopo, in macchina, tre vie più in là. Credo lo sapesse anche questo.
Sulla porta, mentre me ne andavo, mi sistemò il bavero del cappotto con quel gesto che nessuna zia aveva mai fatto così, e non disse guida piano. Non disse niente. Era la prima volta che non lo diceva, e capii che quelle due parole erano sempre state la nostra promessa di rivederci, e che non dirle era il suo modo di lasciarmi andare.
Il pranzo di Natale fu ad Ascoli, da mia madre, tutti insieme. Ventidue a tavola, lo zio Peppe, i cugini, i bambini, la signora Anselmi invitata anche quest'anno, e Renata di fronte a me, un posto più in là, con un maglione rosso e gli orecchini buoni.
Fu tutto perfetto. Il brodo, i tortellini, il fritto, il panettone. Renata rideva alle battute dello zio Peppe, aiutava Anna con le portate, faceva la zia con i nipoti piccoli. Io parlavo di lavoro, di Milano, del più e del meno. Nessuno avrebbe potuto vedere niente, perché non c'era più niente da vedere.
Sotto la tavola, i suoi piedi non cercarono i miei.
Era questa, la fine. Non una scenata, non una lettera, non un addio. Un piede fermo sotto una tovaglia di Natale. Il rumore più assordante che avessi mai sentito.
Al momento del caffè, Anna passò il vassoio e Renata mi porse la tazzina, e le nostre dita si sfiorarono per un istante, un istante solo, e lei mi guardò e io la guardai, e in quello sguardo c'era un anno e mezzo che nessun altro al mondo avrebbe mai saputo.
«Zucchero, Marco?» disse.
«Grazie, zia.»
Sul portone, mentre caricavo la macchina per tornare a Milano, uscì a salutarmi con gli altri, la famiglia intera sul marciapiede a dicembre, i respiri che facevano il fumo. Mi abbracciò per terzultima, tra una cugina e lo zio Peppe, due baci sulle guance, le mani che mi strinsero le spalle un secondo esatto, non uno di più.
Poi, mentre salivo in macchina, la sua voce mi raggiunse sopra le teste degli altri, chiara, tranquilla, la voce di una zia premurosa davanti a tutta la famiglia.
«Guida piano, Marco. Che la strada è lunga.»
Alzai gli occhi. Lei sorrideva, in mezzo agli altri, il fiato che fumava nel freddo. E stavolta parlava davvero della strada. Solo della strada.
Misi in moto e partii, e nello specchietto la vidi rimpicciolire in mezzo alla famiglia che salutava, il maglione rosso nella luce di dicembre, finché la curva se la prese.
Guidai piano. Tutta la vita, da allora.
Ci sono cose che non si dicono, nella mia famiglia. Non perché siano sbagliate. Ma perché dirle le renderebbe più piccole di quello che sono state.
E lei è stata la più grande di tutte.
FINE
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