Quello che non si dice - Capitolo 5: L'isola
di
fexalox
genere
tradimenti
Il traghetto per Capri partiva da Salerno alle nove del mattino, e alle nove meno un quarto eravamo tutti e tre sul molo, con i bagagli, sotto un sole che prometteva una di quelle giornate in cui il mare diventa una lastra di luce e non puoi guardarlo senza occhiali.
Andrea era euforico. Aveva quella felicità rumorosa degli uomini quando riescono a organizzare qualcosa di bello per le persone che amano, e la spargeva su di noi come acqua fresca. Portava lui i bagagli, tutti e tre, uno per spalla e uno in mano, rifiutando il mio aiuto. Aveva comprato i biglietti in anticipo, prenotato i lettini allo stabilimento, studiato gli orari delle barche per il giro dell'isola. Era il regista di quel weekend, e il suo film era una storia semplice e luminosa: un marito che porta la moglie e il migliore amico in vacanza perché vuole bene a entrambi.
Chiara indossava un vestito bianco, di cotone, e un cappello di paglia a tesa larga. Sandali piatti, di cuoio chiaro, con una sola striscia sul dorso del piede. Era bellissima in quel modo trattenuto che era solo suo, e la cosa terribile è che lo era per me e per lui allo stesso tempo, e nessuno dei due poteva rivendicarla del tutto. Andrea perché non la vedeva più. Io perché non potevo.
«Vi siete visti la faccia?» disse Andrea sul ponte, mentre il traghetto lasciava il porto e la costa cominciava ad arretrare. «Sembrate due che vanno a un funerale. È Capri, ragazzi. Tre giorni di paradiso. Chiara, amore, sorridi.»
Chiara sorrise. Il sorriso pubblico, quello che avevo imparato a distinguere da quello vero. Mi lanciò un'occhiata velocissima sopra la spalla del marito, un'occhiata che nessuno avrebbe notato, e in quell'occhiata c'era tutto: la paura, il desiderio, e una specie di eccitazione febbrile che mi spaventò più di ogni altra cosa. Perché capii che Chiara non era lì nonostante il rischio. Era lì per il rischio. Il rischio era la luce di cui aveva parlato. Vedermi accanto a suo marito e sapere quello che sapeva era, per lei, una forma vertiginosa di libertà.
Io invece stavo male. Fisicamente male. Il rollio del traghetto, il sole, il caffè bevuto in fretta, ma soprattutto la presenza di Andrea, la sua mano che ogni tanto mi stringeva la spalla, il suo profilo contento contro il mare. Vent'anni. Vent'anni di amicizia, e io ero lì con un segreto che lo riguardava piantato nel petto come un chiodo, e più lui era felice più il chiodo affondava.
«Ti ricordi la gita a Ischia al terzo anno?» mi disse, appoggiandosi alla ringhiera accanto a me. «Quando abbiamo perso l'ultimo traghetto e abbiamo dormito sulla spiaggia?»
«Me la ricordo.»
«Eravamo dei ragazzini. Non avevamo un soldo e ci sembrava di avere tutto.» Guardò il mare, e per un momento la sua euforia si fece più quieta, quasi malinconica. «È strano, sai. Adesso ho tutto quello che allora sognavo. La casa, il lavoro che mi piace, Chiara. E certi giorni mi sveglio e mi sento più solo di quando dormivo sulla sabbia con te.» Rise, per smorzare. «Non dirlo a Chiara. Dice che sono un romantico represso.»
Non risposi. Non potevo. Se avessi aperto bocca in quel momento credo che avrei detto la verità, tutta, lì sul ponte, solo per non dover più portare quel peso. E invece guardai il mare e strinsi la ringhiera e lasciai che il vento mi asciugasse qualcosa sul viso che non era solo salsedine.
L'hotel era aggrappato al costone, sopra i Faraglioni, con una terrazza che dava sul blu e le camere disposte lungo un corridoio di buganvillee. Andrea aveva preso due camere vicine: una matrimoniale per lui e Chiara, una singola per me, la porta accanto.
La porta accanto. Ci pensai mentre disfavo la valigia, con le voci di loro due che arrivavano attutite dal muro. Sentivo Andrea ridere, l'acqua della doccia, Chiara che diceva qualcosa che non capivo. Erano a tre metri da me, marito e moglie nella loro stanza di vacanza, e io ero il fratello nella stanza accanto, e la parete che ci divideva era sottile come tutto quello che ci divideva.
Scendemmo in spiaggia nel primo pomeriggio. Lo stabilimento era una piattaforma di roccia sotto l'hotel, con i lettini bianchi e le scalette che scendevano diritte nel mare profondo. Andrea si tuffò subito, con l'entusiasmo di un ragazzino, e nuotò verso il largo con bracciate potenti gridandoci di raggiungerlo.
Chiara e io restammo sui lettini. Lei si era tolta il vestito bianco e sotto aveva un costume intero, nero, sobrio, che sul suo corpo diventava tutt'altro che sobrio. Si era tolta i sandali. I suoi piedi nudi erano sulla roccia calda, e io li guardavo da dietro gli occhiali da sole, con Andrea a cinquanta metri che galleggiava sulla schiena e ci faceva ciao con la mano.
«Non guardarmi così» disse Chiara a voce bassa, senza voltarsi, il viso rivolto al sole. «Ti si legge tutto in faccia.»
«Non riesco a non guardarti.»
«Devi. Per tre giorni devi. È questo il gioco, Luca. Stare nella stessa aria e non toccarsi. È insopportabile, lo so.» Fece una pausa, e la vidi sorridere appena, un sorriso privato, feroce. «È anche il motivo per cui ho voluto che venissi.»
«Sei crudele.»
«Sono affamata. È diverso.»
Andrea tornò dal mare grondante, si buttò sul lettino tra noi due, e ci schizzò ridendo. Ordinò tre spritz. Parlò per venti minuti del progetto di Ravello, poi di un amico che voleva vendergli una barca usata, poi propose per la sera un ristorante in cima al Monte Solaro dove secondo lui si mangiava il miglior pesce dell'isola. Era instancabile nella sua felicità, e ogni sua parola gentile era un piccolo taglio.
A un certo punto, disteso con gli occhi chiusi sotto il sole, disse: «Sapete che vi dico? Che sono un uomo fortunato. Ho la donna più bella dell'isola e il migliore amico del mondo, tutti e due sullo stesso scoglio. Cos'altro può volere uno?»
Chiara, accanto a me, allungò impercettibilmente un piede e con la punta delle dita mi sfiorò la caviglia, sotto il bordo del lettino, nascosta dall'asciugamano. Un tocco leggero, lo stesso tocco della sera della grigliata, mentre suo marito diceva ad occhi chiusi di essere un uomo fortunato.
Non mi mossi. Guardai il mare e lasciai che il suo piede restasse lì, contro la mia pelle, e per la prima volta capii fino in fondo cosa fosse Chiara. Non una donna innamorata che sbagliava. Una donna che aveva trovato, nel dolore di dodici anni, un modo di sentirsi viva, e quel modo era la trasgressione stessa, il pericolo stesso, il tenere il piede sulla caviglia dell'amante mentre il marito la ringrazia di esistere. Amava me, sì. Ma amava anche questo. E non ero sicuro di poter competere con questo.
La sera al ristorante bevemmo troppo. Anche io, che di solito mi controllavo, perché era l'unico modo per stare seduto di fronte a loro due senza impazzire. Andrea raccontava, Chiara rideva, io ridevo, e da fuori eravamo tre amici felici a cena con vista sul golfo. Le luci di Napoli tremolavano lontane, il Vesuvio era una sagoma nera contro il cielo ancora chiaro, e il vino bianco scendeva freddo e continuo.
Verso la fine della cena Andrea andò in bagno. Restammo soli per la prima volta dall'arrivo, seduti uno di fronte all'altra, con la sua sedia vuota tra noi come una terza presenza.
«Non ce la faccio» dissi piano. «Chiara, non ce la faccio. Lo guardo e mi vergogno di me stesso. Mi ha invitato lui. Mi paga la stanza. Mi chiama fratello.»
Chiara mi guardò, e per un attimo la maschera pubblica cadde, e vidi sotto qualcosa che non mi aspettavo. Non trionfo. Stanchezza. Una stanchezza antica.
«Credi che io non mi vergogni?» disse. «Credi che sia facile? Dormo nel suo letto ogni notte, Luca. Lui mi abbraccia e io penso a te. Faccio colazione con lui e penso a te. Questa non è una vittoria per me. È una prigione con una finestra. E tu sei la finestra.» Bevve un sorso. «Ma la differenza tra me e te è che io ho smesso di credere di poter essere una brava persona. Tu ancora ci provi. Ed è per questo che soffri di più.»
Andrea tornò dal bagno. Si sedette, si versò l'ultimo vino, e ci guardò tutti e due con un'espressione che durò solo un secondo, ma che io colsi, perché ormai passavo la vita a leggere i visi.
«Che musi» disse. Sorrideva, ma qualcosa negli occhi era diverso. Più attento. «Di cosa parlavate?»
«Di Serena» dissi, troppo in fretta. «Luca stava dicendo che è ancora dura.»
Era la scusa più stupida e più vera. Chiara la raccolse al volo, con quella prontezza che le conoscevo. «Gli stavo dicendo che deve darsi tempo. Che non deve avere fretta di stare bene.»
Andrea annuì lentamente. Guardò me, poi Chiara, poi di nuovo me. E disse una cosa che mi gelò il sangue nelle vene.
«Sai cosa mi piace di voi due?» disse. «Che vi capite. Vi siete sempre capiti, fin dalla prima volta che vi ho presentati. A volte penso che Chiara parli più volentieri con te che con me.» Rise, e riprese il bicchiere. «Meno male che sei il mio migliore amico. Se no dovrei preoccuparmi, eh?»
Lo disse ridendo. Lo disse come si dice una battuta, di quelle che gli uomini fanno proprio perché sono sicuri che siano assurde, perché l'idea è così impensabile da poterci scherzare sopra. Andrea rise della propria battuta, e bevve, e cambiò argomento, e non ci pensò più.
Ma io e Chiara restammo immobili per una frazione di secondo. E in quella frazione di secondo, sotto il tavolo, lontano dagli occhi di tutti, la mano di Chiara trovò la mia e la strinse. Non per desiderio. Per paura. La prima volta che la sentivo aver paura.
La battuta di Andrea era caduta nel vuoto, si era già dissolta nella sua allegria da uomo che non sospetta niente. Ma era stata pronunciata. La parola era stata detta, anche se per scherzo, anche se subito rimangiata. E certe parole, una volta dette, non tornano più del tutto nel silenzio da cui vengono. Restano nell'aria. Cambiano il modo in cui la luce ci passa attraverso.
Come un vetro che ha preso un colpo e non si è frantumato.
Ma stavolta il colpo non l'avevo sentito io per primo. L'aveva sfiorato lui, senza saperlo, con la leggerezza di chi lancia un sasso in un pozzo credendolo vuoto e sente, un attimo dopo, il tonfo lontano dell'acqua.
«Chi vuole il dolce?» disse Andrea. «Qui fanno una torta caprese che è la fine del mondo.»
«Io» disse Chiara, con la voce di sempre, la mano ancora stretta nella mia sotto il tavolo. «Prendo la caprese.»
E mi lasciò la mano, e riprese la forchetta, e tornò a essere sua moglie.
Restavano due giorni.
*continua*
Andrea era euforico. Aveva quella felicità rumorosa degli uomini quando riescono a organizzare qualcosa di bello per le persone che amano, e la spargeva su di noi come acqua fresca. Portava lui i bagagli, tutti e tre, uno per spalla e uno in mano, rifiutando il mio aiuto. Aveva comprato i biglietti in anticipo, prenotato i lettini allo stabilimento, studiato gli orari delle barche per il giro dell'isola. Era il regista di quel weekend, e il suo film era una storia semplice e luminosa: un marito che porta la moglie e il migliore amico in vacanza perché vuole bene a entrambi.
Chiara indossava un vestito bianco, di cotone, e un cappello di paglia a tesa larga. Sandali piatti, di cuoio chiaro, con una sola striscia sul dorso del piede. Era bellissima in quel modo trattenuto che era solo suo, e la cosa terribile è che lo era per me e per lui allo stesso tempo, e nessuno dei due poteva rivendicarla del tutto. Andrea perché non la vedeva più. Io perché non potevo.
«Vi siete visti la faccia?» disse Andrea sul ponte, mentre il traghetto lasciava il porto e la costa cominciava ad arretrare. «Sembrate due che vanno a un funerale. È Capri, ragazzi. Tre giorni di paradiso. Chiara, amore, sorridi.»
Chiara sorrise. Il sorriso pubblico, quello che avevo imparato a distinguere da quello vero. Mi lanciò un'occhiata velocissima sopra la spalla del marito, un'occhiata che nessuno avrebbe notato, e in quell'occhiata c'era tutto: la paura, il desiderio, e una specie di eccitazione febbrile che mi spaventò più di ogni altra cosa. Perché capii che Chiara non era lì nonostante il rischio. Era lì per il rischio. Il rischio era la luce di cui aveva parlato. Vedermi accanto a suo marito e sapere quello che sapeva era, per lei, una forma vertiginosa di libertà.
Io invece stavo male. Fisicamente male. Il rollio del traghetto, il sole, il caffè bevuto in fretta, ma soprattutto la presenza di Andrea, la sua mano che ogni tanto mi stringeva la spalla, il suo profilo contento contro il mare. Vent'anni. Vent'anni di amicizia, e io ero lì con un segreto che lo riguardava piantato nel petto come un chiodo, e più lui era felice più il chiodo affondava.
«Ti ricordi la gita a Ischia al terzo anno?» mi disse, appoggiandosi alla ringhiera accanto a me. «Quando abbiamo perso l'ultimo traghetto e abbiamo dormito sulla spiaggia?»
«Me la ricordo.»
«Eravamo dei ragazzini. Non avevamo un soldo e ci sembrava di avere tutto.» Guardò il mare, e per un momento la sua euforia si fece più quieta, quasi malinconica. «È strano, sai. Adesso ho tutto quello che allora sognavo. La casa, il lavoro che mi piace, Chiara. E certi giorni mi sveglio e mi sento più solo di quando dormivo sulla sabbia con te.» Rise, per smorzare. «Non dirlo a Chiara. Dice che sono un romantico represso.»
Non risposi. Non potevo. Se avessi aperto bocca in quel momento credo che avrei detto la verità, tutta, lì sul ponte, solo per non dover più portare quel peso. E invece guardai il mare e strinsi la ringhiera e lasciai che il vento mi asciugasse qualcosa sul viso che non era solo salsedine.
L'hotel era aggrappato al costone, sopra i Faraglioni, con una terrazza che dava sul blu e le camere disposte lungo un corridoio di buganvillee. Andrea aveva preso due camere vicine: una matrimoniale per lui e Chiara, una singola per me, la porta accanto.
La porta accanto. Ci pensai mentre disfavo la valigia, con le voci di loro due che arrivavano attutite dal muro. Sentivo Andrea ridere, l'acqua della doccia, Chiara che diceva qualcosa che non capivo. Erano a tre metri da me, marito e moglie nella loro stanza di vacanza, e io ero il fratello nella stanza accanto, e la parete che ci divideva era sottile come tutto quello che ci divideva.
Scendemmo in spiaggia nel primo pomeriggio. Lo stabilimento era una piattaforma di roccia sotto l'hotel, con i lettini bianchi e le scalette che scendevano diritte nel mare profondo. Andrea si tuffò subito, con l'entusiasmo di un ragazzino, e nuotò verso il largo con bracciate potenti gridandoci di raggiungerlo.
Chiara e io restammo sui lettini. Lei si era tolta il vestito bianco e sotto aveva un costume intero, nero, sobrio, che sul suo corpo diventava tutt'altro che sobrio. Si era tolta i sandali. I suoi piedi nudi erano sulla roccia calda, e io li guardavo da dietro gli occhiali da sole, con Andrea a cinquanta metri che galleggiava sulla schiena e ci faceva ciao con la mano.
«Non guardarmi così» disse Chiara a voce bassa, senza voltarsi, il viso rivolto al sole. «Ti si legge tutto in faccia.»
«Non riesco a non guardarti.»
«Devi. Per tre giorni devi. È questo il gioco, Luca. Stare nella stessa aria e non toccarsi. È insopportabile, lo so.» Fece una pausa, e la vidi sorridere appena, un sorriso privato, feroce. «È anche il motivo per cui ho voluto che venissi.»
«Sei crudele.»
«Sono affamata. È diverso.»
Andrea tornò dal mare grondante, si buttò sul lettino tra noi due, e ci schizzò ridendo. Ordinò tre spritz. Parlò per venti minuti del progetto di Ravello, poi di un amico che voleva vendergli una barca usata, poi propose per la sera un ristorante in cima al Monte Solaro dove secondo lui si mangiava il miglior pesce dell'isola. Era instancabile nella sua felicità, e ogni sua parola gentile era un piccolo taglio.
A un certo punto, disteso con gli occhi chiusi sotto il sole, disse: «Sapete che vi dico? Che sono un uomo fortunato. Ho la donna più bella dell'isola e il migliore amico del mondo, tutti e due sullo stesso scoglio. Cos'altro può volere uno?»
Chiara, accanto a me, allungò impercettibilmente un piede e con la punta delle dita mi sfiorò la caviglia, sotto il bordo del lettino, nascosta dall'asciugamano. Un tocco leggero, lo stesso tocco della sera della grigliata, mentre suo marito diceva ad occhi chiusi di essere un uomo fortunato.
Non mi mossi. Guardai il mare e lasciai che il suo piede restasse lì, contro la mia pelle, e per la prima volta capii fino in fondo cosa fosse Chiara. Non una donna innamorata che sbagliava. Una donna che aveva trovato, nel dolore di dodici anni, un modo di sentirsi viva, e quel modo era la trasgressione stessa, il pericolo stesso, il tenere il piede sulla caviglia dell'amante mentre il marito la ringrazia di esistere. Amava me, sì. Ma amava anche questo. E non ero sicuro di poter competere con questo.
La sera al ristorante bevemmo troppo. Anche io, che di solito mi controllavo, perché era l'unico modo per stare seduto di fronte a loro due senza impazzire. Andrea raccontava, Chiara rideva, io ridevo, e da fuori eravamo tre amici felici a cena con vista sul golfo. Le luci di Napoli tremolavano lontane, il Vesuvio era una sagoma nera contro il cielo ancora chiaro, e il vino bianco scendeva freddo e continuo.
Verso la fine della cena Andrea andò in bagno. Restammo soli per la prima volta dall'arrivo, seduti uno di fronte all'altra, con la sua sedia vuota tra noi come una terza presenza.
«Non ce la faccio» dissi piano. «Chiara, non ce la faccio. Lo guardo e mi vergogno di me stesso. Mi ha invitato lui. Mi paga la stanza. Mi chiama fratello.»
Chiara mi guardò, e per un attimo la maschera pubblica cadde, e vidi sotto qualcosa che non mi aspettavo. Non trionfo. Stanchezza. Una stanchezza antica.
«Credi che io non mi vergogni?» disse. «Credi che sia facile? Dormo nel suo letto ogni notte, Luca. Lui mi abbraccia e io penso a te. Faccio colazione con lui e penso a te. Questa non è una vittoria per me. È una prigione con una finestra. E tu sei la finestra.» Bevve un sorso. «Ma la differenza tra me e te è che io ho smesso di credere di poter essere una brava persona. Tu ancora ci provi. Ed è per questo che soffri di più.»
Andrea tornò dal bagno. Si sedette, si versò l'ultimo vino, e ci guardò tutti e due con un'espressione che durò solo un secondo, ma che io colsi, perché ormai passavo la vita a leggere i visi.
«Che musi» disse. Sorrideva, ma qualcosa negli occhi era diverso. Più attento. «Di cosa parlavate?»
«Di Serena» dissi, troppo in fretta. «Luca stava dicendo che è ancora dura.»
Era la scusa più stupida e più vera. Chiara la raccolse al volo, con quella prontezza che le conoscevo. «Gli stavo dicendo che deve darsi tempo. Che non deve avere fretta di stare bene.»
Andrea annuì lentamente. Guardò me, poi Chiara, poi di nuovo me. E disse una cosa che mi gelò il sangue nelle vene.
«Sai cosa mi piace di voi due?» disse. «Che vi capite. Vi siete sempre capiti, fin dalla prima volta che vi ho presentati. A volte penso che Chiara parli più volentieri con te che con me.» Rise, e riprese il bicchiere. «Meno male che sei il mio migliore amico. Se no dovrei preoccuparmi, eh?»
Lo disse ridendo. Lo disse come si dice una battuta, di quelle che gli uomini fanno proprio perché sono sicuri che siano assurde, perché l'idea è così impensabile da poterci scherzare sopra. Andrea rise della propria battuta, e bevve, e cambiò argomento, e non ci pensò più.
Ma io e Chiara restammo immobili per una frazione di secondo. E in quella frazione di secondo, sotto il tavolo, lontano dagli occhi di tutti, la mano di Chiara trovò la mia e la strinse. Non per desiderio. Per paura. La prima volta che la sentivo aver paura.
La battuta di Andrea era caduta nel vuoto, si era già dissolta nella sua allegria da uomo che non sospetta niente. Ma era stata pronunciata. La parola era stata detta, anche se per scherzo, anche se subito rimangiata. E certe parole, una volta dette, non tornano più del tutto nel silenzio da cui vengono. Restano nell'aria. Cambiano il modo in cui la luce ci passa attraverso.
Come un vetro che ha preso un colpo e non si è frantumato.
Ma stavolta il colpo non l'avevo sentito io per primo. L'aveva sfiorato lui, senza saperlo, con la leggerezza di chi lancia un sasso in un pozzo credendolo vuoto e sente, un attimo dopo, il tonfo lontano dell'acqua.
«Chi vuole il dolce?» disse Andrea. «Qui fanno una torta caprese che è la fine del mondo.»
«Io» disse Chiara, con la voce di sempre, la mano ancora stretta nella mia sotto il tavolo. «Prendo la caprese.»
E mi lasciò la mano, e riprese la forchetta, e tornò a essere sua moglie.
Restavano due giorni.
*continua*
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