Quello che non si dice - Capitolo 7: Il ritorno
di
fexalox
genere
tradimenti
Ci sono momenti in cui il tempo si spezza in fotogrammi, e li vedi tutti, uno per uno, con una lucidità che non hai mai nella vita normale.
La voce di Andrea attraverso la parete. *Chiara? Amore? Sei in camera?* L'acqua della doccia che scrosciava, il che significava che non ci vedeva, che non poteva vederci, che era di là, nudo sotto l'acqua, a chiamare sua moglie credendola nella loro stanza o sulla terrazza dell'hotel.
Chiara si mosse per prima. E il modo in cui si mosse fu la cosa che non dimenticai più.
Non ci fu panico. Non ci fu la donna terrorizzata della sera prima che mi aveva stretto la mano. Ci fu una lucidità fredda, chirurgica, quasi spaventosa. Si alzò dal letto senza un rumore, raccolse il vestito bianco dal pavimento, i sandali, la biancheria, il telefono dal comodino, tutto in tre gesti precisi come se li avesse provati. Si rivestì in silenzio, veloce, controllando ogni movimento. Mi guardò una volta sola, e in quello sguardo non c'era paura né amore. C'era un ordine: *stai fermo, ci penso io*.
«Esci tu per primo» sussurrò, così piano che dovetti leggerle le labbra. «Vai in terrazza. Fatti vedere al bar, ordina qualcosa, parla con il barista. Io aspetto due minuti, poi esco e vado in camera dalla porta del corridoio come se tornassi dalla spiaggia. Quando lui esce dalla doccia, tu sei al bar e io in camera. Non ci siamo mai visti stamattina.»
Lo disse tutto d'un fiato, un piano completo, dettagliato, immediato. E mentre lo diceva mi resi conto, con una nausea sottile, che non lo stava improvvisando. O meglio: lo improvvisava con la sicurezza di chi ha passato dodici anni a imparare a non lasciare tracce. Chiara aveva un talento per la clandestinità che non veniva da me, non veniva da noi. Veniva da prima. Da molto prima.
«Chiara.»
«Non adesso.» Si era già rivestita. Si passò le mani tra i capelli, si guardò per un secondo nello specchio sopra la scrivania, ricompose la ciocca ribelle. In dieci secondi era tornata la moglie che rientra dalla spiaggia. «Vai. Ti prego. Vai adesso.»
Uscii. Camminai lungo il corridoio di buganvillee con le gambe che tremavano, scesi alla terrazza, mi sedetti al bar e ordinai un caffè che non volevo. Le mani mi tremavano intorno alla tazzina. Il barista mi disse qualcosa sul tempo, sul mare, e io risposi con parole che non ricordo, e intanto guardavo la porta dalla quale sarebbe potuto uscire Andrea, e pensavo a Chiara che in quel momento stava entrando nella loro camera dalla porta del corridoio, con il vestito bianco e i sandali, come se avesse passato la mattina al sole.
Andrea comparve in terrazza venti minuti dopo, i capelli ancora umidi dalla doccia, la faccia distesa di chi ha risolto un problema.
«Eccoti!» Mi diede una pacca sulla spalla, si sedette accanto a me. «Che casino stamattina, ma ho sistemato tutto per telefono. Non c'era nemmeno bisogno di andare, ti rendi conto? Ho fatto le valigie per niente.» Rise. «Chiara è di sopra, si sta cambiando. Voi che avete fatto? Il giro in barca?»
«No» dissi, e sentii la voce uscire più ferma di quanto mi aspettassi. «Faceva troppo caldo. Chiara è stata un po' in spiaggia, io ho letto in terrazza. Ci siamo persi il giro, scusa.»
«Ma figurati. Lo facciamo domani tutti e tre insieme, meglio ancora.» Ordinò una birra. Guardò il mare, felice. E poi disse, con la leggerezza di sempre: «Sai che quando sono rientrato ho chiamato Chiara e non rispondeva? Ero un po' preoccupato. Poi è arrivata dalla spiaggia tutta tranquilla. Mi sa che si era dimenticata il telefono in camera.»
Il telefono. Che era stato sul mio comodino fino a venti minuti prima.
«Le donne» dissi. «Non lo guardano mai quando serve.»
Andrea rise, bevve, e non ci pensò più.
O almeno così sembrò. Perché per il resto di quella giornata, e per tutto il giorno dopo, ci fu qualcosa di leggermente diverso nel modo in cui mi guardava. Niente di evidente. Niente che avrei potuto chiamare sospetto. Solo, ogni tanto, un secondo di troppo. Uno sguardo che si posava su di me mentre parlavo con Chiara, e poi si spostava. Una piccola attenzione nuova, come un animale che ha sentito un rumore che non riesce a collocare e resta, senza saperlo, un po' più all'erta.
La battuta della sera prima, la doccia, il telefono in camera. Tre cose da nulla, tre coincidenze che una per una non significavano niente. Ma Andrea non era stupido. Era distratto, era fiducioso, era innamorato del suo mondo semplice. Non era stupido. E da qualche parte, sotto la superficie luminosa della sua felicità, quei tre sassi erano caduti nel pozzo, e forse cominciava a chiedersi perché sentiva l'acqua.
L'ultimo giorno facemmo il giro in barca. Tutti e tre, come voleva Andrea. Un gozzo di legno con un marinaio taciturno che ci portò intorno all'isola, sotto i Faraglioni, dentro le grotte dove la luce diventava azzurra e irreale. Andrea era di nuovo felice, fotografava tutto, ci fece mettere in posa davanti allo scoglio, chiese al marinaio di scattarci una foto tutti e tre insieme.
«Avvicinatevi» disse il marinaio, guardando lo schermo del telefono di Andrea. «Signora, si metta in mezzo.»
E così ci ritrovammo, io e Andrea ai lati e Chiara in mezzo, il braccio di lui intorno alle sue spalle e il mio che non sapeva dove mettersi, i Faraglioni alle spalle, il sole che picchiava. Il marinaio scattò. Sorridemmo tutti e tre. E quella foto, ne fui certo mentre veniva scattata, sarebbe rimasta da qualche parte, sul telefono di Andrea, nel cloud, magari stampata e messa in casa, tre amici felici a Capri, e nessuno che la guardasse avrebbe mai potuto sapere. Chiara al centro, sorridente, con il marito che la stringeva e l'amante di fianco. Il ritratto perfetto di quello che non si dice.
Sulla via del ritorno, sul gozzo, con Andrea a prua che parlava col marinaio, Chiara mi si sedette accanto per un momento. Guardava il mare, non me.
«Hai visto come ho fatto stamattina» disse piano. Non era una domanda. «Nella stanza. Hai visto quanto sono stata veloce.»
«Sì.»
«E ti ha fatto paura.»
Non risposi. Era vero, e lei lo sapeva.
«Ti chiedi da quanto tempo so mentire così bene» continuò, sempre guardando il mare. «Se l'hai imparato per te o se lo sapevo già. Se sei il primo o no.» Fece una pausa. «Non te lo dirò, Luca. Non perché voglio farti male. Ma perché è l'unica cosa che mi tiene in piedi: che ci sia qualcosa di me che nemmeno tu conosci. Se ti do anche quello, non mi resta niente di mio.»
Il gozzo beccheggiava sulle onde. Davanti a noi Andrea rideva di qualcosa che aveva detto il marinaio. Alle nostre spalle Capri si allontanava, bianca e azzurra, con la sua promessa di isola dove tutto sembra possibile e niente lo è.
Capii, in quel momento, che avevo passato tre mesi a credere di conoscere Chiara, e che non la conoscevo affatto. Avevo conosciuto il suo corpo, i suoi piedi, il suo sospiro, il modo in cui teneva gli occhi aperti. Ma la donna che stamattina si era rivestita in dieci secondi con quella calma spaventosa, quella donna era un continente che non avrei mai esplorato. E forse era proprio quella la donna che amavo. O forse era quella di cui avevo, finalmente, paura.
Tornammo sulla costa con il traghetto della sera. Andrea guidò fino a Cetara, mi lasciò a casa mia a Vietri, mi abbracciò forte sotto il palazzo.
«Grazie di essere venuto, fratello» disse. «È stato bello come ai vecchi tempi. Dobbiamo rifarlo. Anzi, sai che ti dico? Settembre. Quando finisco Ravello. Ci prendiamo una casa in montagna, io, te e Chiara, una settimana. Che ne dici?»
«Dico che è una bella idea» mentii, e lo abbracciai, e per un secondo, un solo secondo, lo strinsi più forte del solito. Come si stringe qualcuno a cui stai facendo del male. Come si stringe qualcuno a cui vuoi bene sul serio, nonostante tutto, nonostante te stesso.
Salii in casa. L'appartamento era silenzioso, buio, con quel silenzio degli spazi abitati da una persona sola. Posai la valigia. Non accesi la luce. Mi sedetti sul divano, lo stesso divano, e restai lì al buio a lungo.
Il telefono vibrò. Un messaggio di Chiara.
*«Grazie per questi tre giorni. So che è stato difficile per te. È stato difficile anche per me, anche se non sembra. C.»*
E subito dopo, un secondo messaggio:
*«Ho pensato a quello che ho detto in camera. Una vita intera. Non l'ho detto per dire. Ci penso davvero, Luca. Ma so anche una cosa: che una vita intera con me significherebbe distruggere la sua. E non so se sono capace di guardarti fare una cosa del genere e amarti lo stesso. Buonanotte.»*
Rilessi quei messaggi molte volte, al buio.
E capii che eravamo arrivati al punto che avevamo sempre saputo sarebbe arrivato, fin dalla prima sera sul terrazzo, fin dalla parola *anestesia*. Il punto in cui il sogno finisce e restano solo due strade, tutte e due in salita, tutte e due con qualcuno che rimane sotto le macerie.
Continuare, e distruggere Andrea.
Smettere, e distruggere noi.
Fuori, oltre le persiane, la strada costiera era silenziosa e il mare invisibile respirava nel buio. Da qualche parte, a Cetara, in una casa di pietra bianca sopra la scogliera, mio fratello si addormentava accanto a sua moglie, felice di un weekend perfetto, ignaro dell'acqua che aveva cominciato a sentire in fondo al pozzo.
E io restai sveglio, con il telefono in mano, sapendo che il capitolo più difficile non era quello che avevamo appena vissuto.
Era quello che dovevamo ancora scegliere.
*continua*
La voce di Andrea attraverso la parete. *Chiara? Amore? Sei in camera?* L'acqua della doccia che scrosciava, il che significava che non ci vedeva, che non poteva vederci, che era di là, nudo sotto l'acqua, a chiamare sua moglie credendola nella loro stanza o sulla terrazza dell'hotel.
Chiara si mosse per prima. E il modo in cui si mosse fu la cosa che non dimenticai più.
Non ci fu panico. Non ci fu la donna terrorizzata della sera prima che mi aveva stretto la mano. Ci fu una lucidità fredda, chirurgica, quasi spaventosa. Si alzò dal letto senza un rumore, raccolse il vestito bianco dal pavimento, i sandali, la biancheria, il telefono dal comodino, tutto in tre gesti precisi come se li avesse provati. Si rivestì in silenzio, veloce, controllando ogni movimento. Mi guardò una volta sola, e in quello sguardo non c'era paura né amore. C'era un ordine: *stai fermo, ci penso io*.
«Esci tu per primo» sussurrò, così piano che dovetti leggerle le labbra. «Vai in terrazza. Fatti vedere al bar, ordina qualcosa, parla con il barista. Io aspetto due minuti, poi esco e vado in camera dalla porta del corridoio come se tornassi dalla spiaggia. Quando lui esce dalla doccia, tu sei al bar e io in camera. Non ci siamo mai visti stamattina.»
Lo disse tutto d'un fiato, un piano completo, dettagliato, immediato. E mentre lo diceva mi resi conto, con una nausea sottile, che non lo stava improvvisando. O meglio: lo improvvisava con la sicurezza di chi ha passato dodici anni a imparare a non lasciare tracce. Chiara aveva un talento per la clandestinità che non veniva da me, non veniva da noi. Veniva da prima. Da molto prima.
«Chiara.»
«Non adesso.» Si era già rivestita. Si passò le mani tra i capelli, si guardò per un secondo nello specchio sopra la scrivania, ricompose la ciocca ribelle. In dieci secondi era tornata la moglie che rientra dalla spiaggia. «Vai. Ti prego. Vai adesso.»
Uscii. Camminai lungo il corridoio di buganvillee con le gambe che tremavano, scesi alla terrazza, mi sedetti al bar e ordinai un caffè che non volevo. Le mani mi tremavano intorno alla tazzina. Il barista mi disse qualcosa sul tempo, sul mare, e io risposi con parole che non ricordo, e intanto guardavo la porta dalla quale sarebbe potuto uscire Andrea, e pensavo a Chiara che in quel momento stava entrando nella loro camera dalla porta del corridoio, con il vestito bianco e i sandali, come se avesse passato la mattina al sole.
Andrea comparve in terrazza venti minuti dopo, i capelli ancora umidi dalla doccia, la faccia distesa di chi ha risolto un problema.
«Eccoti!» Mi diede una pacca sulla spalla, si sedette accanto a me. «Che casino stamattina, ma ho sistemato tutto per telefono. Non c'era nemmeno bisogno di andare, ti rendi conto? Ho fatto le valigie per niente.» Rise. «Chiara è di sopra, si sta cambiando. Voi che avete fatto? Il giro in barca?»
«No» dissi, e sentii la voce uscire più ferma di quanto mi aspettassi. «Faceva troppo caldo. Chiara è stata un po' in spiaggia, io ho letto in terrazza. Ci siamo persi il giro, scusa.»
«Ma figurati. Lo facciamo domani tutti e tre insieme, meglio ancora.» Ordinò una birra. Guardò il mare, felice. E poi disse, con la leggerezza di sempre: «Sai che quando sono rientrato ho chiamato Chiara e non rispondeva? Ero un po' preoccupato. Poi è arrivata dalla spiaggia tutta tranquilla. Mi sa che si era dimenticata il telefono in camera.»
Il telefono. Che era stato sul mio comodino fino a venti minuti prima.
«Le donne» dissi. «Non lo guardano mai quando serve.»
Andrea rise, bevve, e non ci pensò più.
O almeno così sembrò. Perché per il resto di quella giornata, e per tutto il giorno dopo, ci fu qualcosa di leggermente diverso nel modo in cui mi guardava. Niente di evidente. Niente che avrei potuto chiamare sospetto. Solo, ogni tanto, un secondo di troppo. Uno sguardo che si posava su di me mentre parlavo con Chiara, e poi si spostava. Una piccola attenzione nuova, come un animale che ha sentito un rumore che non riesce a collocare e resta, senza saperlo, un po' più all'erta.
La battuta della sera prima, la doccia, il telefono in camera. Tre cose da nulla, tre coincidenze che una per una non significavano niente. Ma Andrea non era stupido. Era distratto, era fiducioso, era innamorato del suo mondo semplice. Non era stupido. E da qualche parte, sotto la superficie luminosa della sua felicità, quei tre sassi erano caduti nel pozzo, e forse cominciava a chiedersi perché sentiva l'acqua.
L'ultimo giorno facemmo il giro in barca. Tutti e tre, come voleva Andrea. Un gozzo di legno con un marinaio taciturno che ci portò intorno all'isola, sotto i Faraglioni, dentro le grotte dove la luce diventava azzurra e irreale. Andrea era di nuovo felice, fotografava tutto, ci fece mettere in posa davanti allo scoglio, chiese al marinaio di scattarci una foto tutti e tre insieme.
«Avvicinatevi» disse il marinaio, guardando lo schermo del telefono di Andrea. «Signora, si metta in mezzo.»
E così ci ritrovammo, io e Andrea ai lati e Chiara in mezzo, il braccio di lui intorno alle sue spalle e il mio che non sapeva dove mettersi, i Faraglioni alle spalle, il sole che picchiava. Il marinaio scattò. Sorridemmo tutti e tre. E quella foto, ne fui certo mentre veniva scattata, sarebbe rimasta da qualche parte, sul telefono di Andrea, nel cloud, magari stampata e messa in casa, tre amici felici a Capri, e nessuno che la guardasse avrebbe mai potuto sapere. Chiara al centro, sorridente, con il marito che la stringeva e l'amante di fianco. Il ritratto perfetto di quello che non si dice.
Sulla via del ritorno, sul gozzo, con Andrea a prua che parlava col marinaio, Chiara mi si sedette accanto per un momento. Guardava il mare, non me.
«Hai visto come ho fatto stamattina» disse piano. Non era una domanda. «Nella stanza. Hai visto quanto sono stata veloce.»
«Sì.»
«E ti ha fatto paura.»
Non risposi. Era vero, e lei lo sapeva.
«Ti chiedi da quanto tempo so mentire così bene» continuò, sempre guardando il mare. «Se l'hai imparato per te o se lo sapevo già. Se sei il primo o no.» Fece una pausa. «Non te lo dirò, Luca. Non perché voglio farti male. Ma perché è l'unica cosa che mi tiene in piedi: che ci sia qualcosa di me che nemmeno tu conosci. Se ti do anche quello, non mi resta niente di mio.»
Il gozzo beccheggiava sulle onde. Davanti a noi Andrea rideva di qualcosa che aveva detto il marinaio. Alle nostre spalle Capri si allontanava, bianca e azzurra, con la sua promessa di isola dove tutto sembra possibile e niente lo è.
Capii, in quel momento, che avevo passato tre mesi a credere di conoscere Chiara, e che non la conoscevo affatto. Avevo conosciuto il suo corpo, i suoi piedi, il suo sospiro, il modo in cui teneva gli occhi aperti. Ma la donna che stamattina si era rivestita in dieci secondi con quella calma spaventosa, quella donna era un continente che non avrei mai esplorato. E forse era proprio quella la donna che amavo. O forse era quella di cui avevo, finalmente, paura.
Tornammo sulla costa con il traghetto della sera. Andrea guidò fino a Cetara, mi lasciò a casa mia a Vietri, mi abbracciò forte sotto il palazzo.
«Grazie di essere venuto, fratello» disse. «È stato bello come ai vecchi tempi. Dobbiamo rifarlo. Anzi, sai che ti dico? Settembre. Quando finisco Ravello. Ci prendiamo una casa in montagna, io, te e Chiara, una settimana. Che ne dici?»
«Dico che è una bella idea» mentii, e lo abbracciai, e per un secondo, un solo secondo, lo strinsi più forte del solito. Come si stringe qualcuno a cui stai facendo del male. Come si stringe qualcuno a cui vuoi bene sul serio, nonostante tutto, nonostante te stesso.
Salii in casa. L'appartamento era silenzioso, buio, con quel silenzio degli spazi abitati da una persona sola. Posai la valigia. Non accesi la luce. Mi sedetti sul divano, lo stesso divano, e restai lì al buio a lungo.
Il telefono vibrò. Un messaggio di Chiara.
*«Grazie per questi tre giorni. So che è stato difficile per te. È stato difficile anche per me, anche se non sembra. C.»*
E subito dopo, un secondo messaggio:
*«Ho pensato a quello che ho detto in camera. Una vita intera. Non l'ho detto per dire. Ci penso davvero, Luca. Ma so anche una cosa: che una vita intera con me significherebbe distruggere la sua. E non so se sono capace di guardarti fare una cosa del genere e amarti lo stesso. Buonanotte.»*
Rilessi quei messaggi molte volte, al buio.
E capii che eravamo arrivati al punto che avevamo sempre saputo sarebbe arrivato, fin dalla prima sera sul terrazzo, fin dalla parola *anestesia*. Il punto in cui il sogno finisce e restano solo due strade, tutte e due in salita, tutte e due con qualcuno che rimane sotto le macerie.
Continuare, e distruggere Andrea.
Smettere, e distruggere noi.
Fuori, oltre le persiane, la strada costiera era silenziosa e il mare invisibile respirava nel buio. Da qualche parte, a Cetara, in una casa di pietra bianca sopra la scogliera, mio fratello si addormentava accanto a sua moglie, felice di un weekend perfetto, ignaro dell'acqua che aveva cominciato a sentire in fondo al pozzo.
E io restai sveglio, con il telefono in mano, sapendo che il capitolo più difficile non era quello che avevamo appena vissuto.
Era quello che dovevamo ancora scegliere.
*continua*
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