I Piedi Nudi di Zia Renata

di
genere
incesti

Mia madre mi chiamò di martedì con quella voce che non ammetteva repliche.
«Marco, sabato vai a Montelparo. Zia Renata ha bisogno di te per svuotare la casa.»
Partii all’alba. Tre ore di strada e poi la provinciale tra i girasoli. La casa di pietra mi aspettava in fondo alla strada bianca, glicine sul portico, persiane verdi chiuse da mesi. L’odore di legno vecchio e lavanda mi colpì come un ricordo fisico prima ancora di salire i gradini.
«Marco?»
La voce di Renata arrivò dal piano di sopra, seguita dal suono leggero dei piedi nudi sul cotto. Apparve sulla soglia, quarantasette anni portati con una grazia quasi crudele: capelli castani corti ancora umidi, viso affilato, occhi scuri che sembravano aver visto troppe notti senza sonno. Indossava solo un vestito largo di lino bianco, senza maniche, che le scivolava morbido sul corpo. Nient’altro.
Mi abbracciò. Profumava di sapone e di casa.
Lavorammo tutto il pomeriggio. Ogni volta che rientravo con uno scatolone, i miei occhi cercavano inevitabilmente i suoi piedi sul cotto irregolare: magri, dalle dita lunghe, l’arco pronunciato, la pelle abbronzata fino alla caviglia con quella linea netta lasciata dal sandalo. Ogni passo produceva un suono lieve, quasi osceno nella quiete della casa. Vent’anni prima, a quattordici anni, quei piedi immersi nell’acqua della piscina mi avevano fatto tremare lo stomaco. Ora tremavo ancora.
Nel tardo pomeriggio eravamo nella camera da letto padronale. Renata sedeva sul bordo del letto con in mano una scatola di gemelli da camicia del marito morto. Parlava piano, con quella voce bassa che trasformava ogni frase in una confessione. Poi si piegò in avanti e si massaggiò la pianta del piede sinistro, una smorfia di dolore autentico sul viso.
«Il cotto è bello… ma dopo otto ore scalza brucia.»
Non so cosa mi spinse. Mi inginocchiai davanti a lei, presi il suo piede sinistro tra le mani. Era caldo, la pianta ruvida per il contatto prolungato con la terracotta, la pelle del dorso liscia e fresca. Premetti il pollice sull’arco con lentezza deliberata, cerchi profondi, quasi reverenti.
Renata chiuse gli occhi ed emise un sospiro lungo, tremante. Le dita dei suoi piedi si piegarono istintivamente contro il mio palmo, come se cercassero di aggrapparsi a qualcosa. Il silenzio divenne denso, elettrico. Sapevamo entrambi che non stavamo più parlando di piedi doloranti.
«Marco…» mormorò, la voce roca.
Sollevai lo sguardo. I suoi occhi erano aperti, scuri, senza vergogna. Solo una tenerezza feroce. Mi prese il viso tra le mani e mi baciò.
Fu un bacio lento, profondo, che sapeva di Verdicchio e di anni di silenzi. Le mie mani salirono lungo le sue caviglie, sotto il lino, accarezzando la pelle morbida delle cosce. Lei rabbrividì, si aprì leggermente. Il vestito scivolò via con un fruscio, rivelando il suo corpo maturo: seni piccoli e alti, ventre morbido, fianchi generosi, il sesso già lucido di desiderio.
La portai nella stanza degli ospiti – la mia stanza di bambino – perché la loro camera sarebbe stata troppo. La adagiai sul letto stretto. Baciai ogni dito del suo piede, lentamente, lingua che tracciava l’arco plantare, denti che sfioravano la caviglia. Renata si arcuò, gemendo piano, le mani aggrappate al lenzuolo.
«Dio, Marco… nessuno mi ha mai toccata così.»
La esplorai con calma religiosa: baci lungo l’interno delle cosce, lingua che scivolava tra le grandi labbra già bagnate, assaporando il suo sapore salato e dolce. Lei mi tirò su per i capelli, mi baciò con urgenza, la mano che mi liberava il cazzo duro e pulsante.
«Vieni dentro di me» sussurrò contro la mia bocca. «Voglio sentirti tutto. Come se questa fosse l’unica notte che ci spetta.»
Entrai lentamente, centimetro dopo centimetro, nel suo calore stretto e bagnato. Renata mi avvolse le gambe intorno ai fianchi, i talloni premuti contro le mie natiche, spingendomi più a fondo. Cominciammo a muoverci in un ritmo antico, prima dolce, poi sempre più intenso. I suoi gemiti diventavano più sporchi man mano che l’eccitazione cresceva.
«Più forte, amore… sì, così… scopami come se fossi tua.»
Le sue parole colte e volgari allo stesso tempo mi fecero impazzire. La presi con passione crescente, i nostri corpi che sbattevano umidi, il suono osceno della carne contro carne che riempiva la stanza. Le succhiai i capezzoli, le morsi piano il collo, la girai su un fianco per prenderla più a fondo. Renata contrasse i muscoli interni intorno al mio cazzo, tremando.
Venne con un grido strozzato, spasmi violenti che mi strinsero come una morsa calda. La seguii poco dopo, esplodendo dentro di lei con fiotti profondi, mentre lei mi sussurrava all’orecchio parole dolci e oscene: «Riempimi… sì, così… sei dentro tua zia…»
Restammo abbracciati, sudati, i respiri che si calmavano. Lei mi accarezzava i capelli, io le baciavo la tempia.
«Questa casa era l’unico posto dove potevamo essere veri» mormorò. «Domani torneremo a essere zia e nipote.»
La mattina dopo la trovai in cucina, scalza davanti alla finestra, vestito di lino di nuovo addosso. Bevve il caffè in silenzio, un sorriso tenue sulle labbra. Finimmo di svuotare la casa senza sfiorarci più di quanto fosse necessario. Ma ogni sguardo era una promessa segreta.
Quando chiusi la porta per l’ultima volta, lei mi sfiorò la mano.
«Guida piano, Marco.»
Esattamente quello che avrebbe detto una zia.
Ma nei suoi occhi brillava ancora la donna che aveva tremato sotto di me.
scritto il
2026-06-25
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