Giovedì
di
fexalox
genere
sentimentali
Ci sono pianisti che suonano con le scarpe, e non mi sono mai fidata di nessuno di loro. Il pedale è una cosa che si tocca con la parte più onesta del corpo, quella che nessuno guarda e che sente tutto. Da quando avevo sei anni e mia madre mi issava sullo sgabello troppo alto, ho sempre suonato scalza, il piede destro appoggiato sull'ottone freddo, la pianta che cerca il punto esatto in cui il suono smette di essere note e diventa respiro. È l'unica cosa mia che sia rimasta intatta in quarantacinque anni. Il resto l'ho dato tutto: a mio marito, ai figli, alla casa, alle ore di lezione che riempiono i pomeriggi e pagano le vacanze. Ma il pedale no. Quello lo tocco solo io.
Fu di giovedì che suonarono al citofono per la prima volta.
«Cerco la maestra di piano. Ho telefonato la settimana scorsa.»
Lo feci salire. Un uomo sui cinquanta, cappotto buono, l'aria di chi non è mai stato in casa d'altri senza sapere perché ci si trova. Si guardava intorno come si guarda una stanza in cui si è capitati per sbaglio, e teneva in mano una cartellina di plastica trasparente con dentro uno spartito solo, piegato e ripiegato tante volte che le pieghe erano diventate bianche.
«Mi rendo conto che è ridicolo» disse, prima ancora di sedersi. «Ho cinquantadue anni e non ho mai toccato un tasto in vita mia. Non voglio imparare a suonare. Voglio imparare a suonare questo.»
Aprì la cartellina e posò lo spartito sul leggìo. Era un notturno di Chopin, non tra i più difficili, ma nemmeno una cosa che si impara in un pomeriggio a mani nude, senza aver mai saputo cosa fa il quarto dito.
«È il pezzo di mia moglie» disse. «Lo suonava lei. È mancata a marzo dell'anno scorso. A marzo di quest'anno vorrei suonarlo io. Una volta sola. Non deve venire bene. Deve solo venire da me.»
Non chiesi altro. Ci sono dolori che non vanno interrogati, si accompagnano e basta, come si accompagna al bordo un paziente che ha appena imparato a stare in piedi. Gli dissi di sedersi, gli sistemai la mano sulla tastiera, e per la prima volta in vent'anni di lezioni mi accorsi di quanto è intimo prendere la mano di un adulto e insegnarle una cosa che i bambini imparano senza pudore. Un bambino ti dà la mano come si dà una cosa qualsiasi. Un uomo di cinquant'anni te la dà come se ti consegnasse qualcosa che non sa più a chi appartiene.
Aveva mani grandi, di quelle che sembrano fatte per rompere e invece stavano lì goffe e attente, e mentre gli piegavo le dita sul giusto tasto sentii che tremavano appena. Non per me. Per lei. Per il pezzo. Per il marzo che stava arrivando.
«Si chiama Riccardo» disse alla fine dell'ora, alla porta.
«Io Elena.»
«A giovedì, Elena.»
Venne ogni giovedì. Alle cinque, quando la luce nello studio è già stanca e la casa è ancora vuota perché i ragazzi tornano tardi e mio marito ancora di più. Un'ora, a volte un'ora e un quarto quando qualcosa non usciva e nessuno dei due aveva voglia di arrendersi.
Imparava lentamente, come imparano gli adulti, con la testa che vuole capire tutto prima che le mani possano fare qualcosa. Gli dicevo di smettere di pensare. Glielo dicevo di continuo. Il pianoforte non si pensa, si sente, e lui era un uomo che aveva passato la vita a pensare e adesso doveva disimparare tutto in poche settimane per un appuntamento con una morta.
Per fargli capire il pedale, un giovedì, mi sedetti io allo strumento e suonai il notturno intero. Non lo suonavo da anni. Mi tolsi la scarpa senza pensarci, per abitudine, il piede sull'ottone, e cominciai. E mentre suonavo, con la coda dell'occhio, mi accorsi che non guardava le mie mani.
Guardava il piede sul pedale.
Non dissi niente. Continuai a suonare, e lasciai che guardasse, e la cosa terribile è che mi piacque. Mi piacque essere guardata lì, nel punto più onesto e più mio, da un uomo che non aveva idea di stare guardando. Aveva gli occhi di chi vede una cosa e non sa di vederla, e io suonavo un pezzo che apparteneva a un'altra donna e sentivo per la prima volta da anni la pianta del piede calda non per lo sforzo ma per lo sguardo.
Quando finii, rimase in silenzio.
«Ecco» dissi, e la voce mi uscì più bassa di come l'avevo pensata. «Il pedale è così. Non si preme. Si accompagna.»
«Non ci arriverò mai» disse lui. Ma non guardava le mani.
Rimisi la scarpa. Fu la cosa più difficile che feci quel giovedì.
Dovrei dire cosa c'era, in quelle ore, ma il punto è proprio che non c'era niente. Non ci fu mai niente. Non una parola fuori posto, non un dito che restasse sulla mano un secondo più del necessario. Eravamo due persone perbene, una vedova mancata e una moglie ancora intera, e ci comportavamo benissimo. È questo che nessuno racconta del desiderio quando è vero: che sta tutto nelle cose che non succedono. In un piede che si rimette nella scarpa. In un'ora che finisce alle sei e un quarto invece che alle sei. Nel modo in cui uno dice «a giovedì» e l'altro passa la settimana a saperlo.
Parlavamo, mentre le mani lavoravano. Mi raccontò di lei a pezzi, come si raccontano i morti quando si ricomincia a poterlo fare. Come suonava, come rideva quando sbagliava, il modo in cui teneva lo spartito aperto anche quando lo sapeva a memoria. E io capii una cosa che mi fece male: che non ero io, che non sarei mai stata io. Che quell'uomo stava imparando a suonare per tornare da lei, non per venire da me. Io ero la strada. Il tramite. Le mani che gli insegnavano le mani per un appuntamento a cui io non ero invitata.
E allora perché il giovedì diventò l'unico giorno. Perché comprai una camicetta nuova che dissi a mio marito di aver preso per il lavoro e che mi mettevo solo il giovedì. Perché suonando da sola, la sera, mi ritrovavo il piede sul pedale e pensavo a un uomo che guardava senza sapere di guardare.
Lo sapevo, cos'era. Lo sanno tutte, le donne della mia età. Non è innamoramento, quello è roba da ragazze che hanno tempo da buttare. È peggio. È accorgersi, a metà strada, che una parte di te era rimasta accesa e che bastava così poco a farla bruciare. Un piede nudo. Uno sguardo. Un notturno di un'altra.
L'ultima lezione fu l'ultimo giovedì di febbraio. Il marzo era lì, dietro l'angolo, e lui ormai lo suonava. Non bene. Lo suonava come voleva, da sé, con gli errori al posto giusto, e il pedale lo accompagnava invece di premerlo. Aveva imparato la cosa più difficile: a smettere di pensare.
Lo suonò tutto, quel giovedì, per la prima volta senza che io intervenissi. E quando la mano si fermò sull'ultimo accordo e il pedale lo tenne finché il suono non si spense da solo, restammo tutti e due immobili, io in piedi accanto allo sgabello, lui seduto, e la casa vuota intorno e la luce stanca delle cinque e mezza.
«Ci sei arrivato» dissi.
Si voltò. Era seduto, io ero in piedi, e per come stavamo bastava che alzasse una mano. La sua era ancora sulla tastiera. La mia era a pochi centimetri, sul legno del pianoforte. Ci guardammo, e in quello sguardo c'era tutto quello che in tre mesi non ci eravamo detti, e che tutti e due sapevamo da settimane, e che sarebbe bastato un niente a dire.
Fu lui a non farlo. O fui io. Non lo so, ancora adesso non lo so chi dei due tirò indietro la mano di un millimetro, ma so che uno dei due lo fece, e che fu la cosa più generosa e più vigliacca che due persone possano farsi.
«Elena» disse. Solo il nome.
«Lo so» dissi io.
E lo sapevo davvero. Sapevo che se avessi lasciato lì la mano, se avessi permesso che quel giovedì diventasse qualcosa, non sarei più stata la donna che si guarda allo specchio la mattina mentre prepara il caffè per una famiglia che non ha fatto niente per meritarsi di essere tradita. Sapevo che lui non era libero, che una parte di lui apparteneva ancora a una donna che suonava quel pezzo meglio di come l'avrebbe suonato lui. Sapevo che ci saremmo distrutti tutti e due per una cosa che era bella proprio perché non era successa.
Rimisi la mano lungo il fianco.
«Marzo è tra due settimane» dissi. «Suonalo per lei. Suonalo come l'hai suonato adesso.»
Si alzò. Prese la cartellina con lo spartito, quella piegata mille volte, e per un momento pensai che me la volesse lasciare. Invece la tenne. Era giusto così. Quello spartito non era mai stato mio.
Alla porta si fermò.
«Posso chiederti una cosa?» disse. «Perché suoni scalza?»
Sorrisi. Fu l'unica cosa vera che ci dicemmo in tre mesi.
«Perché è l'unico posto dove nessuno mi tocca» dissi. «E dove sento tutto.»
Mi guardò un ultimo secondo, quel secondo di troppo che avevo imparato a riconoscere. Poi disse «grazie, Elena», e la parola pesava più di quanto una parola dovrebbe.
«A marzo, Riccardo.»
Ma tutti e due sapevamo che non ci sarebbe stato nessun marzo. Non per noi.
Chiuse la porta piano, come si chiude la porta di una stanza dove qualcuno dorme.
Non lo cercai. Non aveva senso, non c'era niente da cercare, e la cosa più grande che potevo dargli era quella: la sua libertà di tornare da lei senza portarsi dietro il peso di me. Rimisi la camicetta del giovedì nell'armadio e non la misi più. Ripresi a suonare da sola la sera, e per qualche settimana il piede sul pedale si ricordò di uno sguardo, poi anche quello passò, come passa tutto, perché il corpo è più saggio di noi e sa cosa tenere e cosa lasciare andare.
Passò marzo. Passò l'anniversario che non era mio e a cui pensai tutto il giorno, immaginando una chiesa, o un salotto, o un cimitero, un uomo con le mani grandi e goffe che suonava male e giusto un notturno per una donna che non poteva sentirlo. Sperai che gli fosse venuto da lui. Sperai che il pedale l'avesse accompagnato.
Poi, a maggio, arrivò una busta. Nessun mittente. Dentro non c'era una lettera. C'era una chiavetta, di quelle piccole, e un biglietto con una sola riga, una calligrafia da uomo che non scrive spesso a mano.
*"L'ho suonato. Male, come volevi tu. Questo è per te, non per lei. Ora posso smettere."*
Misi la chiavetta nel computer con le mani che tremavano come le sue il primo giovedì. Un solo file. Una registrazione. Lo aprii, e per due minuti e quaranta secondi la mia stanza si riempì di un notturno suonato da un uomo che tre mesi prima non aveva mai toccato un tasto. Suonava male. Suonava con gli errori al posto giusto. E il pedale, alla fine, teneva l'ultimo accordo finché il suono non si spegneva da solo, esattamente come gli avevo insegnato.
Lo ascoltai una volta sola. Poi tolsi la chiavetta e la misi nel cassetto dello sgabello, sotto i vecchi spartiti, dove nessuno la troverà mai e dove io so che c'è.
Non l'ho più riascoltato. Non serve. So com'è. So che da qualche parte c'è un uomo che ha imparato a suonare per congedarsi da una morta, e che nel farlo, senza volerlo, ha suonato anche per me. Che quella registrazione non è un ricordo di lui. È la prova che una donna di quarantacinque anni può tenere il piede sul punto più onesto di sé, sentire tutto, e non premere.
Certe volte, la sera, quando la casa dorme, mi siedo al piano e suono scalza. Non il suo pezzo, mai il suo pezzo. Ma il piede sul pedale sa, e accompagna invece di premere, e io penso che ci sono amori che valgono proprio per la mano che si tira indietro di un millimetro. Che il coraggio, alla mia età, non è prendere. È saper lasciare sul leggìo lo spartito di un'altra e rimettersi la scarpa.
FINE
Fu di giovedì che suonarono al citofono per la prima volta.
«Cerco la maestra di piano. Ho telefonato la settimana scorsa.»
Lo feci salire. Un uomo sui cinquanta, cappotto buono, l'aria di chi non è mai stato in casa d'altri senza sapere perché ci si trova. Si guardava intorno come si guarda una stanza in cui si è capitati per sbaglio, e teneva in mano una cartellina di plastica trasparente con dentro uno spartito solo, piegato e ripiegato tante volte che le pieghe erano diventate bianche.
«Mi rendo conto che è ridicolo» disse, prima ancora di sedersi. «Ho cinquantadue anni e non ho mai toccato un tasto in vita mia. Non voglio imparare a suonare. Voglio imparare a suonare questo.»
Aprì la cartellina e posò lo spartito sul leggìo. Era un notturno di Chopin, non tra i più difficili, ma nemmeno una cosa che si impara in un pomeriggio a mani nude, senza aver mai saputo cosa fa il quarto dito.
«È il pezzo di mia moglie» disse. «Lo suonava lei. È mancata a marzo dell'anno scorso. A marzo di quest'anno vorrei suonarlo io. Una volta sola. Non deve venire bene. Deve solo venire da me.»
Non chiesi altro. Ci sono dolori che non vanno interrogati, si accompagnano e basta, come si accompagna al bordo un paziente che ha appena imparato a stare in piedi. Gli dissi di sedersi, gli sistemai la mano sulla tastiera, e per la prima volta in vent'anni di lezioni mi accorsi di quanto è intimo prendere la mano di un adulto e insegnarle una cosa che i bambini imparano senza pudore. Un bambino ti dà la mano come si dà una cosa qualsiasi. Un uomo di cinquant'anni te la dà come se ti consegnasse qualcosa che non sa più a chi appartiene.
Aveva mani grandi, di quelle che sembrano fatte per rompere e invece stavano lì goffe e attente, e mentre gli piegavo le dita sul giusto tasto sentii che tremavano appena. Non per me. Per lei. Per il pezzo. Per il marzo che stava arrivando.
«Si chiama Riccardo» disse alla fine dell'ora, alla porta.
«Io Elena.»
«A giovedì, Elena.»
Venne ogni giovedì. Alle cinque, quando la luce nello studio è già stanca e la casa è ancora vuota perché i ragazzi tornano tardi e mio marito ancora di più. Un'ora, a volte un'ora e un quarto quando qualcosa non usciva e nessuno dei due aveva voglia di arrendersi.
Imparava lentamente, come imparano gli adulti, con la testa che vuole capire tutto prima che le mani possano fare qualcosa. Gli dicevo di smettere di pensare. Glielo dicevo di continuo. Il pianoforte non si pensa, si sente, e lui era un uomo che aveva passato la vita a pensare e adesso doveva disimparare tutto in poche settimane per un appuntamento con una morta.
Per fargli capire il pedale, un giovedì, mi sedetti io allo strumento e suonai il notturno intero. Non lo suonavo da anni. Mi tolsi la scarpa senza pensarci, per abitudine, il piede sull'ottone, e cominciai. E mentre suonavo, con la coda dell'occhio, mi accorsi che non guardava le mie mani.
Guardava il piede sul pedale.
Non dissi niente. Continuai a suonare, e lasciai che guardasse, e la cosa terribile è che mi piacque. Mi piacque essere guardata lì, nel punto più onesto e più mio, da un uomo che non aveva idea di stare guardando. Aveva gli occhi di chi vede una cosa e non sa di vederla, e io suonavo un pezzo che apparteneva a un'altra donna e sentivo per la prima volta da anni la pianta del piede calda non per lo sforzo ma per lo sguardo.
Quando finii, rimase in silenzio.
«Ecco» dissi, e la voce mi uscì più bassa di come l'avevo pensata. «Il pedale è così. Non si preme. Si accompagna.»
«Non ci arriverò mai» disse lui. Ma non guardava le mani.
Rimisi la scarpa. Fu la cosa più difficile che feci quel giovedì.
Dovrei dire cosa c'era, in quelle ore, ma il punto è proprio che non c'era niente. Non ci fu mai niente. Non una parola fuori posto, non un dito che restasse sulla mano un secondo più del necessario. Eravamo due persone perbene, una vedova mancata e una moglie ancora intera, e ci comportavamo benissimo. È questo che nessuno racconta del desiderio quando è vero: che sta tutto nelle cose che non succedono. In un piede che si rimette nella scarpa. In un'ora che finisce alle sei e un quarto invece che alle sei. Nel modo in cui uno dice «a giovedì» e l'altro passa la settimana a saperlo.
Parlavamo, mentre le mani lavoravano. Mi raccontò di lei a pezzi, come si raccontano i morti quando si ricomincia a poterlo fare. Come suonava, come rideva quando sbagliava, il modo in cui teneva lo spartito aperto anche quando lo sapeva a memoria. E io capii una cosa che mi fece male: che non ero io, che non sarei mai stata io. Che quell'uomo stava imparando a suonare per tornare da lei, non per venire da me. Io ero la strada. Il tramite. Le mani che gli insegnavano le mani per un appuntamento a cui io non ero invitata.
E allora perché il giovedì diventò l'unico giorno. Perché comprai una camicetta nuova che dissi a mio marito di aver preso per il lavoro e che mi mettevo solo il giovedì. Perché suonando da sola, la sera, mi ritrovavo il piede sul pedale e pensavo a un uomo che guardava senza sapere di guardare.
Lo sapevo, cos'era. Lo sanno tutte, le donne della mia età. Non è innamoramento, quello è roba da ragazze che hanno tempo da buttare. È peggio. È accorgersi, a metà strada, che una parte di te era rimasta accesa e che bastava così poco a farla bruciare. Un piede nudo. Uno sguardo. Un notturno di un'altra.
L'ultima lezione fu l'ultimo giovedì di febbraio. Il marzo era lì, dietro l'angolo, e lui ormai lo suonava. Non bene. Lo suonava come voleva, da sé, con gli errori al posto giusto, e il pedale lo accompagnava invece di premerlo. Aveva imparato la cosa più difficile: a smettere di pensare.
Lo suonò tutto, quel giovedì, per la prima volta senza che io intervenissi. E quando la mano si fermò sull'ultimo accordo e il pedale lo tenne finché il suono non si spense da solo, restammo tutti e due immobili, io in piedi accanto allo sgabello, lui seduto, e la casa vuota intorno e la luce stanca delle cinque e mezza.
«Ci sei arrivato» dissi.
Si voltò. Era seduto, io ero in piedi, e per come stavamo bastava che alzasse una mano. La sua era ancora sulla tastiera. La mia era a pochi centimetri, sul legno del pianoforte. Ci guardammo, e in quello sguardo c'era tutto quello che in tre mesi non ci eravamo detti, e che tutti e due sapevamo da settimane, e che sarebbe bastato un niente a dire.
Fu lui a non farlo. O fui io. Non lo so, ancora adesso non lo so chi dei due tirò indietro la mano di un millimetro, ma so che uno dei due lo fece, e che fu la cosa più generosa e più vigliacca che due persone possano farsi.
«Elena» disse. Solo il nome.
«Lo so» dissi io.
E lo sapevo davvero. Sapevo che se avessi lasciato lì la mano, se avessi permesso che quel giovedì diventasse qualcosa, non sarei più stata la donna che si guarda allo specchio la mattina mentre prepara il caffè per una famiglia che non ha fatto niente per meritarsi di essere tradita. Sapevo che lui non era libero, che una parte di lui apparteneva ancora a una donna che suonava quel pezzo meglio di come l'avrebbe suonato lui. Sapevo che ci saremmo distrutti tutti e due per una cosa che era bella proprio perché non era successa.
Rimisi la mano lungo il fianco.
«Marzo è tra due settimane» dissi. «Suonalo per lei. Suonalo come l'hai suonato adesso.»
Si alzò. Prese la cartellina con lo spartito, quella piegata mille volte, e per un momento pensai che me la volesse lasciare. Invece la tenne. Era giusto così. Quello spartito non era mai stato mio.
Alla porta si fermò.
«Posso chiederti una cosa?» disse. «Perché suoni scalza?»
Sorrisi. Fu l'unica cosa vera che ci dicemmo in tre mesi.
«Perché è l'unico posto dove nessuno mi tocca» dissi. «E dove sento tutto.»
Mi guardò un ultimo secondo, quel secondo di troppo che avevo imparato a riconoscere. Poi disse «grazie, Elena», e la parola pesava più di quanto una parola dovrebbe.
«A marzo, Riccardo.»
Ma tutti e due sapevamo che non ci sarebbe stato nessun marzo. Non per noi.
Chiuse la porta piano, come si chiude la porta di una stanza dove qualcuno dorme.
Non lo cercai. Non aveva senso, non c'era niente da cercare, e la cosa più grande che potevo dargli era quella: la sua libertà di tornare da lei senza portarsi dietro il peso di me. Rimisi la camicetta del giovedì nell'armadio e non la misi più. Ripresi a suonare da sola la sera, e per qualche settimana il piede sul pedale si ricordò di uno sguardo, poi anche quello passò, come passa tutto, perché il corpo è più saggio di noi e sa cosa tenere e cosa lasciare andare.
Passò marzo. Passò l'anniversario che non era mio e a cui pensai tutto il giorno, immaginando una chiesa, o un salotto, o un cimitero, un uomo con le mani grandi e goffe che suonava male e giusto un notturno per una donna che non poteva sentirlo. Sperai che gli fosse venuto da lui. Sperai che il pedale l'avesse accompagnato.
Poi, a maggio, arrivò una busta. Nessun mittente. Dentro non c'era una lettera. C'era una chiavetta, di quelle piccole, e un biglietto con una sola riga, una calligrafia da uomo che non scrive spesso a mano.
*"L'ho suonato. Male, come volevi tu. Questo è per te, non per lei. Ora posso smettere."*
Misi la chiavetta nel computer con le mani che tremavano come le sue il primo giovedì. Un solo file. Una registrazione. Lo aprii, e per due minuti e quaranta secondi la mia stanza si riempì di un notturno suonato da un uomo che tre mesi prima non aveva mai toccato un tasto. Suonava male. Suonava con gli errori al posto giusto. E il pedale, alla fine, teneva l'ultimo accordo finché il suono non si spegneva da solo, esattamente come gli avevo insegnato.
Lo ascoltai una volta sola. Poi tolsi la chiavetta e la misi nel cassetto dello sgabello, sotto i vecchi spartiti, dove nessuno la troverà mai e dove io so che c'è.
Non l'ho più riascoltato. Non serve. So com'è. So che da qualche parte c'è un uomo che ha imparato a suonare per congedarsi da una morta, e che nel farlo, senza volerlo, ha suonato anche per me. Che quella registrazione non è un ricordo di lui. È la prova che una donna di quarantacinque anni può tenere il piede sul punto più onesto di sé, sentire tutto, e non premere.
Certe volte, la sera, quando la casa dorme, mi siedo al piano e suono scalza. Non il suo pezzo, mai il suo pezzo. Ma il piede sul pedale sa, e accompagna invece di premere, e io penso che ci sono amori che valgono proprio per la mano che si tira indietro di un millimetro. Che il coraggio, alla mia età, non è prendere. È saper lasciare sul leggìo lo spartito di un'altra e rimettersi la scarpa.
FINE
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