I piedi nudi di zia Renata - Capitolo 6: Zia Renata nel mio letto a Milano

di
genere
incesti

Milano, novembre, pioggia da tre giorni. Dopo il compleanno al borgo, Renata era sparita in uno dei suoi silenzi. Due settimane senza un messaggio. Conoscevo quei silenzi: non erano distanza, erano decompressione. Si allontanava ogni volta che qualcosa si era spinto troppo in là. E al borgo tutto si era spinto troppo in là.

Il venerdì sera, verso le otto, suonò il citofono.

«Sono io. Posso salire?»

Rimasi con il dito sul pulsante per un secondo che durò un anno. Renata. A Milano. Cinquecento chilometri dalla signora Anselmi, da mia madre, da tutto ciò che ci rendeva impossibili.

Salì con un piccolo trolley, il cappotto punteggiato di pioggia, i capelli umidi sulla fronte. Non l'avevo mai vista fuori dal suo territorio. Sembrava più giovane, e per la prima volta da quando tutto era cominciato, incerta.

«Ho detto a tua madre che andavo a Roma da un'amica» disse sulla soglia. «Volevo vedere dove vivi.»

Entrò, posò il trolley, si guardò intorno. Poi si tolse le scarpe, le décolleté umide di pioggia, e restò a piedi nudi sul mio parquet. Li guardai, i suoi piedi, pallidi e freddi di viaggio, le dita che si contraevano sul legno come per riconoscere il territorio. Il suo modo di prendere possesso dei luoghi. Il suo modo di dire sono qui.

La feci sedere sul divano, mi inginocchiai e le presi i piedi tra le mani. Gelati. Li strinsi, li strofinai, ci soffiai sopra il fiato caldo, e Renata mi guardò dall'alto con una tenerezza nuda che durò tre secondi, poi distolse lo sguardo come se l'avessi sorpresa a rubare.

«Al borgo ho detto che voglio di più» disse piano. «Ho passato due settimane a chiedermi cosa significa. E ho capito. Il di più non era un rischio più grande. Era questo. Un posto dove nessuno sa chi siamo. Dove non sono tua zia, non sono la vedova, non sono la sorella di Anna. Dove per una notte sono solo una donna che ha preso un treno per un uomo.»

«Questa è la luce, Renata. Quella che dici che ti spegne.»

«No.» Sorrise, feroce e triste. «Questa è luce rubata. La luce vera è quella che ti danno gli altri: il posto a tavola, il nome detto ad alta voce. Questa l'ho rubata, come tutto il resto. E le cose rubate posso tenerle.»

Non era vero. Ma quella sera nessuno dei due aveva voglia di verità.


La portai nel mio letto. Non una stanza degli ospiti, non un casale, non una cantina. Il mio letto, quello dove l'avevo immaginata cento volte. Lei lo capì appena entrò nella stanza.

«Nessun confine, qui» disse piano.

Si spogliò lentamente alla luce della lampada, senza fretta e senza vergogna. Il corpo maturo che conoscevo a memoria e che ogni volta mi toglieva il fiato: i seni piccoli e alti, il ventre morbido, i fianchi generosi, le gambe che finivano in quei piedi che mi avevano stregato a quattordici anni. Poi spogliò me, con una cura quasi solenne, e quando la mia erezione le sfiorò il ventre sorrise contro la mia bocca.

«Stanotte niente silenzio» sussurrò. «Stanotte voglio sentirmi.»

La distesi sulle lenzuola fredde e cominciai dai piedi, come sempre, come il primo giorno sul cotto di Montelparo. Baciai le piante ancora fresche, succhiai le dita una a una, la lingua lungo l'arco teso, e Renata affondò la testa nel mio cuscino e gemette forte, libera, per la prima volta senza doversi mordere il labbro. In cinque mesi non l'avevo mai sentita davvero: l'avevo sempre sentita soffocata, trattenuta, morsa. Il suo gemito pieno che rimbalzava sulle pareti fu la cosa più erotica che avessi mai sentito.

Risalii lungo le caviglie, i polpacci, l'interno delle cosce. Quando la mia lingua la trovò, bagnata e gonfia, gridò senza vergogna e mi strinse i capelli, spingendosi contro la mia bocca, i talloni piantati nel materasso. La leccai a lungo, assaporandola, mentre le sue cosce tremavano e la sua voce diceva cose che nessuna zia dovrebbe dire.

«Sì, così... non ti fermare... voglio venirti in bocca.»

Venne una prima volta così, forte, la schiena inarcata, gridando il mio nome ad alta voce per la prima volta nella nostra storia.

Quando entrai in lei mi tenne il viso tra le mani, gli occhi negli occhi, e si prese il mio cazzo centimetro dopo centimetro con un sospiro che mi entrò nelle ossa. Ci muovemmo lenti, poi forti, poi di nuovo lenti, imparando il ritmo che si può tenere quando nessuno ti cerca. I suoi talloni contro la mia schiena, le unghie sulle spalle, la voce libera nel mio orecchio.

«Guardami» disse, sotto di me, i capelli sparsi sul mio cuscino. «Questa sono io. Non la zia. Non la vedova. Una donna che si fa scopare dall'uomo che ha scelto, nel suo letto, con il suo nome in bocca.»

La girai, la presi da dietro con il viso nei suoi capelli, una mano intrecciata alla sua e l'altra sul suo seno, e lei spingeva all'indietro incontro a me, i gemiti sempre più bassi e sporchi, finché venne una seconda volta stringendomi dentro spasmi lunghi che mi trascinarono con lei. Mi svuotai dentro di lei tenendola stretta, e restammo così, incollati, senza contare fino a cento, senza cancellare impronte.

Ci addormentammo abbracciati. Fu la prima notte intera della nostra vita.


Il sabato mattina mi svegliò l'odore del caffè. La trovai in cucina, a piedi nudi sul pavimento freddo, con addosso una mia camicia che le arrivava a metà coscia. Quando mi vide sorrise, e non era né il sorriso pubblico né quello segreto. Era un terzo sorriso, che non le conoscevo. Un sorriso da mattina.

«Il tuo caffè fa schifo» disse. «Ma la vista mi piace.»

Facemmo colazione con i suoi piedi appoggiati sulle mie gambe sotto il tavolo. Fuori aveva smesso di piovere. Poi mi chiese di portarla in giro, «da qualche parte dove non sei mai stato con nessuno», e camminammo tutto il giorno: le colonne di San Lorenzo, i cortili della Statale, un negozio di dischi dove comprò un vinile di Mina. Camminava sottobraccio a me, appoggiata, e a ogni passo io sentivo l'enormità di quella cosa da niente: camminare per strada con lei. Alla luce. Invisibili come tutte le coppie del mondo.

Davanti alla vetrina di una libreria la vidi riflessa nel vetro: sorrideva a qualcosa che avevo detto, i capelli mossi dal vento. Fuori dal suo territorio e dal suo personaggio, sembrava semplicemente felice.

Se ne accorse. Vide che la guardavo nel riflesso, e vide cosa stavo vedendo. Il sorriso le morì sulle labbra come una porta che si chiude.

«Che ore sono?» disse. «Il treno è alle sei.»


La accompagnai in Centrale. Sul binario mi sistemò il bavero del cappotto con un gesto che una zia avrebbe potuto fare, e che nessuna zia aveva mai fatto così.

«Ieri sera ho mentito» disse, guardando il bavero, non me. «Le cose rubate non si possono tenere. Lo sai anche tu.» Alzò gli occhi. «Oggi, davanti a quella libreria, per un momento mi sono dimenticata di tutto e sono stata solo contenta. E mi sono spaventata, Marco. Il fuoco lo so maneggiare. Questa è un'altra cosa. Mi fa più paura la contentezza di tutta la paura che ho provato in vita mia.»

Mi baciò all'angolo della bocca, un bacio che a chiunque sarebbe sembrato un saluto tra parenti. Salì. Il treno si mosse.

Ero appena rientrato a casa quando il telefono squillò. Mia madre.

«Marco, ciao, ti disturbo?» Il tono finto leggero di quando girava intorno a qualcosa. «Senti, niente, una sciocchezza. Sai che Renata è andata a Roma da un'amica questo weekend? Solo che ha chiamato la signora Anselmi, che ieri era in stazione ad Ascoli, e mi fa: strano, ho visto la Renata sul binario due, e il binario due è quello dei treni che vanno su. Verso Bologna. Verso Milano, insomma.» Una pausa. «Roma è dall'altra parte, no?»

«Mamma, magari cambiava a Bologna. O la Anselmi si è sbagliata.»

«Eh, sì, sarà così.» Un'altra pausa, più lunga. «Marco. Tu non l'hai vista, vero? Renata. Non è venuta da te?»

Fuori dalla finestra, Milano accendeva le luci. Nella cucina dove dodici ore prima lei faceva il caffè a piedi nudi con la mia camicia addosso.

«No, mamma. Non l'ho vista.»

«Ah. Ecco. Sì, che stupida, cosa ci verrebbe a fare a Milano.» La sua risata durò un secondo meno del dovuto. «Va be', ti lascio, amore. Mangia qualcosa di caldo che lì piove sempre.»

Riagganciò.

Avevo mentito a mia madre. Non un'omissione, non una mezza verità. Una bugia intera, diretta.

E la cosa che mi spaventò di più, mentre la città si accendeva dietro i vetri, non fu la bugia.

Fu che mia madre non mi aveva creduto.

*continua*
scritto il
2026-07-15
4 8 8
visite
4
voti
valutazione
5.8
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.