Quello che non si dice - Capitolo 8: Sei anni
di
fexalox
genere
tradimenti
Decisi di smettere un martedì di fine luglio, alle quattro del pomeriggio, nel parcheggio di un autogrill sulla Salerno-Reggio Calabria.
Ero lì per lavoro, una consegna a un cliente di Lagonegro, e stavo bevendo un caffè appoggiato alla macchina quando vidi una coppia uscire dal bar. Sui sessant'anni, lui con il giornale sotto il braccio, lei con due gelati. Lei gliene passò uno, lui le disse qualcosa, lei rise buttando indietro la testa. Una risata vera, di quelle che non si fabbricano. E ripartirono, e non li avrei mai più rivisti, e non erano niente di speciale. Erano solo due persone che a sessant'anni si facevano ancora ridere.
Rimasi con il caffè in mano a pensare che Andrea e Chiara, a sessant'anni, avrebbero potuto essere così. Che forse lo sarebbero stati, se quella sera di giugno io avessi rifiutato l'invito a cena. E che ogni giorno in cui continuavo, io stavo rubando esattamente questo: non i pomeriggi, non il corpo di Chiara. La possibilità di quella risata tra trent'anni.
Le scrissi quella sera. *Devo vederti. Da soli, ma non per quello. Devo parlarti.*
La risposta arrivò dopo un'ora. *So già cosa vuoi dirmi. Vieni giovedì. Andrea è a Ravello fino a venerdì.*
*So già cosa vuoi dirmi.* Naturalmente lo sapeva. Chiara sapeva sempre tutto prima che accadesse. Era la sua condanna, forse: vivere ogni cosa due volte, la prima nella mente e la seconda nella realtà, e non poter mai essere sorpresa da niente.
Giovedì il gelsomino era stanco. Fine luglio lo aveva bruciato, e il profumo che a giugno era una marea adesso era un ricordo di sé stesso. Salii i gradini del rosmarino per quella che mi ero ripromesso essere l'ultima volta, e Chiara mi aspettava sul terrazzo, vestita, composta, con due caffè sul tavolo. Non in casa. Sul terrazzo, alla luce, come per togliere alla conversazione ogni possibilità di diventare altro.
«Dimmelo» disse, prima ancora che mi sedessi.
«Non ce la faccio più, Chiara. Non a stare con te. A stare con lui. Ogni volta che mi abbraccia, ogni volta che mi chiama fratello, muoio un pezzo alla volta. A Capri ho capito una cosa: non sono fatto per questo. Tu sai reggere due vite. Io no. Io ne sto perdendo due.»
Chiara girò il cucchiaino nel caffè. Non alzò gli occhi.
«E allora smettiamo» disse.
Così. Semplice. Piana. Come si accetta un cambio d'orario.
«Così?» dissi. «Nessuna discussione?»
«Cosa vorresti, Luca? Che piangessi? Che ti supplicassi?» Alzò finalmente lo sguardo, e i suoi occhi erano asciutti e terribili. «Lo sapevo dal primo giorno che saresti stato tu a fermarti. Te l'ho detto a Capri: io ho smesso di credere di poter essere una brava persona. Tu no. E chi crede ancora di poter essere una brava persona, prima o poi prova a diventarlo.» Bevve un sorso di caffè. «Hai ragione, comunque. È la cosa giusta. Andrea non merita niente di tutto questo. Smettiamo.»
Restammo in silenzio. Il mare, sotto, faceva il suo rumore di sempre. Io avevo preparato discorsi, difese, spiegazioni, e non ne serviva nessuna. Avevo vinto senza combattere, e mi sentivo come si sente chi perde tutto.
Mi alzai per andare. Lei si alzò con me. E sulla soglia del terrazzo, dove sei mesi prima tutto era cominciato con una parola, *anestesia*, Chiara mi fermò con una mano sul petto.
«Una cosa sola» disse piano. «L'ultima che ti chiedo. Non ricordarmi così, con i caffè e le cose giuste. Non voglio essere la cosa giusta di nessuno.» La sua mano salì dal petto al viso. «Dammi un'ora. Poi esci da quella porta e diventiamo bravi per sempre.»
Avrei dovuto dire di no. Lo sapevo con la stessa lucidità con cui avevo saputo ogni cosa, sempre, un attimo troppo tardi.
La seguii dentro.
Non ci fu fretta e non ci fu fame, quell'ultima volta. Ci fu una lentezza da inventario, come se ognuno dei due stesse imparando a memoria qualcosa che sapeva di dover restituire. La spogliai nella stanza degli ospiti con la luce del pomeriggio che filtrava dalle persiane, e baciai ogni cosa per l'ultima volta: la ciocca dietro l'orecchio, la clavicola, la piega del gomito. Mi inginocchiai e le presi i piedi tra le mani, quei piedi che erano stati la prima cosa che avevo visto di lei, la prima sera, sul pavimento di maiolica, e li baciai piano, l'arco, le dita, la caviglia dove il segno del sandalo era ormai pallido come tutto il resto dell'estate.
«Guardami» disse quando la presi, e la guardai, e per la prima volta da quando la conoscevo Chiara pianse mentre facevamo l'amore, in silenzio, senza smettere di muoversi, le lacrime che le scendevano dritte nelle orecchie e i suoi occhi che non si chiudevano mai, nemmeno adesso, nemmeno per piangere.
Dopo, restammo distesi senza toccarci, a guardare il soffitto.
«Adesso vai» disse. «E non salutarmi. I saluti sono per chi parte. Noi non partiamo, Luca. Noi restiamo qui, tutti e due, per sempre, solo in stanze diverse.»
Uscii senza voltarmi. Scesi i gradini del rosmarino, salii in macchina, guidai piano.
Nessuno dei due lo disse, quella volta.
Agosto passò come passano le convalescenze. Lento, bianco, uguale. Non ci scrivemmo. Il numero di Chiara restò nel telefono come resta una cicatrice: non fa più male, ma sai sempre dov'è.
Vidi Andrea due volte, ad agosto, e tutte e due le volte trovai una scusa per vederlo da solo, in città, senza di lei. Se notò qualcosa, non lo disse. Il cantiere di Ravello stava finendo, il committente era contento, e Andrea era pieno di quella stanchezza felice degli uomini che hanno costruito qualcosa.
Poi, l'ultimo venerdì di agosto, mi chiamò.
«Fratello. Stasera Chiara è dalle amiche a Salerno. Io ho due bistecche, una griglia e una bottiglia di aglianico che mi ha regalato il committente. Vieni. Serata tra uomini, come una volta.»
Andai. Che altro potevo fare. Era la prima volta che tornavo alla casa di Cetara da quel giovedì, e salire i gradini del rosmarino senza sapere che lei c'era, sapendo anzi che non c'era, fu un tipo di dolore nuovo, di quelli che non ti aspetti: il dolore dei luoghi che restano identici quando tutto il resto è cambiato.
Mangiammo sul terrazzo. Andrea era di buon umore, poi sempre meno, man mano che la bottiglia scendeva. C'è un momento preciso, negli uomini che bevono, in cui la voce cambia peso. Con Andrea arrivò a metà del secondo bicchiere di amaro, quando il mare sotto di noi era ormai solo un rumore nel buio.
«Posso dirti una cosa che non ho mai detto a nessuno?» disse.
«Certo.»
Girò il bicchiere tra le mani. Guardava il mare, non me.
«Sei anni fa Chiara aveva un altro.»
Il mondo si fermò con un silenzio così totale che sentii le candele bruciare.
«Non so chi fosse» continuò Andrea, piano, con una voce che non gli avevo mai sentito, vecchia, disabitata. «Non l'ho mai saputo e non ho mai voluto saperlo. Ma lo sapevo, capisci? Lo sapevo e basta. Da come tornava a casa. Da come si lavava i capelli in orari strani. Da come era gentile. Era gentile in un modo diverso, come sono gentili le persone che si sentono in debito.» Bevve. «Durò forse un anno. Poi finì, non so come, non so perché. E lei tornò. Non che se ne fosse andata. Tornò e basta, da dentro. E io non ho mai detto una parola. Non una. Ho aspettato che passasse come si aspetta che passi una malattia, zitto, fingendo di dormire.»
«Andrea...»
«Lo so cosa vuoi dire. Perché non ho parlato.» Sorrise, un sorriso che non gli apparteneva. «Perché avevo paura, Luca. Se parlavo, diventava vero. Se diventava vero, dovevo scegliere: perdonarla o perderla. E io non ero capace né di una cosa né dell'altra. Così ho scelto la terza via. Non sapere. Ci vuole una disciplina enorme, sai, per non sapere una cosa che sai. È un lavoro a tempo pieno. Io l'ho fatto per un anno, e poi per altri cinque, perché una volta che impari a non vedere non smetti più. Diventi bravissimo. Diventi cieco di mestiere.»
Il mare respirava nel buio. Io ero seduto immobile con il bicchiere in mano e dentro di me franava ogni cosa, perché ogni parola di Andrea riscriveva questi mesi della mia vita. *Andrea non si accorge di me da sei anni.* Me l'aveva detto lei, e io avevo sentito solo l'abbandono. Non avevo capito il conto. Sei anni. L'altro. La fine dell'altro. E un marito che aveva scelto la cecità come si sceglie un mestiere, e che forse, da sei anni, non si accorgeva di lei perché accorgersi era il lusso che non poteva più permettersi.
«Perché me lo dici adesso?» chiesi. La voce mi uscì strana.
Andrea rimase in silenzio a lungo. Poi si voltò e mi guardò, e nei suoi occhi da cane buono c'era qualcosa che non riuscii a decifrare fino in fondo, e che non ho più smesso di cercare di decifrare da allora.
«Perché ultimamente Chiara è tornata gentile» disse. «Gentile in quel modo. Da qualche settimana. Gentile come chi ha smesso di essere in debito.» Fece una pausa lunghissima. «E io non ce la faccio a rifarlo, Luca. Non ho più l'età per diventare cieco un'altra volta. Se sta ricominciando, o se è appena finito qualcosa, io stavolta ho bisogno che qualcuno mi aiuti a non dover scegliere di nuovo. Capisci? Ho bisogno che chi le sta intorno me la protegga. Che nessuno le si avvicini abbastanza da portarmela via da dentro.»
Mi mise una mano sulla spalla. Come mille altre volte in vent'anni. Ma stavolta la mano pesava in un modo diverso, e la frase che disse dopo la sentii arrivare da lontano, come si sente arrivare un'onda che sai già che sarà troppo grande.
«Tu sei l'unico di cui mi fido, fratello. Tienila d'occhio per me. Se c'è qualcuno, tu prima o poi lo vedrai. Tu vedi tutto, tu.»
E rise, e mi versò l'amaro, e cambiò discorso, e parlammo di Ravello e della montagna a settembre fino a mezzanotte.
Ma io guidai verso casa con le mani strette sul volante e una domanda piantata al centro del petto, una domanda a cui non trovavo risposta e che non riuscivo a smettere di girare da ogni lato.
Perché c'erano solo due possibilità, e non sapevo quale fosse peggiore.
O Andrea non sapeva niente, e aveva appena chiesto all'amante di sua moglie di proteggerla dagli amanti.
O sapeva tutto. E quella sera, con la voce da cieco di mestiere e la mano che pesava sulla mia spalla, il mio migliore amico mi aveva appena chiesto, senza dirlo, senza dirlo mai, di sparire dalla vita di sua moglie.
E non chiederglielo mai.
*continua*
Ero lì per lavoro, una consegna a un cliente di Lagonegro, e stavo bevendo un caffè appoggiato alla macchina quando vidi una coppia uscire dal bar. Sui sessant'anni, lui con il giornale sotto il braccio, lei con due gelati. Lei gliene passò uno, lui le disse qualcosa, lei rise buttando indietro la testa. Una risata vera, di quelle che non si fabbricano. E ripartirono, e non li avrei mai più rivisti, e non erano niente di speciale. Erano solo due persone che a sessant'anni si facevano ancora ridere.
Rimasi con il caffè in mano a pensare che Andrea e Chiara, a sessant'anni, avrebbero potuto essere così. Che forse lo sarebbero stati, se quella sera di giugno io avessi rifiutato l'invito a cena. E che ogni giorno in cui continuavo, io stavo rubando esattamente questo: non i pomeriggi, non il corpo di Chiara. La possibilità di quella risata tra trent'anni.
Le scrissi quella sera. *Devo vederti. Da soli, ma non per quello. Devo parlarti.*
La risposta arrivò dopo un'ora. *So già cosa vuoi dirmi. Vieni giovedì. Andrea è a Ravello fino a venerdì.*
*So già cosa vuoi dirmi.* Naturalmente lo sapeva. Chiara sapeva sempre tutto prima che accadesse. Era la sua condanna, forse: vivere ogni cosa due volte, la prima nella mente e la seconda nella realtà, e non poter mai essere sorpresa da niente.
Giovedì il gelsomino era stanco. Fine luglio lo aveva bruciato, e il profumo che a giugno era una marea adesso era un ricordo di sé stesso. Salii i gradini del rosmarino per quella che mi ero ripromesso essere l'ultima volta, e Chiara mi aspettava sul terrazzo, vestita, composta, con due caffè sul tavolo. Non in casa. Sul terrazzo, alla luce, come per togliere alla conversazione ogni possibilità di diventare altro.
«Dimmelo» disse, prima ancora che mi sedessi.
«Non ce la faccio più, Chiara. Non a stare con te. A stare con lui. Ogni volta che mi abbraccia, ogni volta che mi chiama fratello, muoio un pezzo alla volta. A Capri ho capito una cosa: non sono fatto per questo. Tu sai reggere due vite. Io no. Io ne sto perdendo due.»
Chiara girò il cucchiaino nel caffè. Non alzò gli occhi.
«E allora smettiamo» disse.
Così. Semplice. Piana. Come si accetta un cambio d'orario.
«Così?» dissi. «Nessuna discussione?»
«Cosa vorresti, Luca? Che piangessi? Che ti supplicassi?» Alzò finalmente lo sguardo, e i suoi occhi erano asciutti e terribili. «Lo sapevo dal primo giorno che saresti stato tu a fermarti. Te l'ho detto a Capri: io ho smesso di credere di poter essere una brava persona. Tu no. E chi crede ancora di poter essere una brava persona, prima o poi prova a diventarlo.» Bevve un sorso di caffè. «Hai ragione, comunque. È la cosa giusta. Andrea non merita niente di tutto questo. Smettiamo.»
Restammo in silenzio. Il mare, sotto, faceva il suo rumore di sempre. Io avevo preparato discorsi, difese, spiegazioni, e non ne serviva nessuna. Avevo vinto senza combattere, e mi sentivo come si sente chi perde tutto.
Mi alzai per andare. Lei si alzò con me. E sulla soglia del terrazzo, dove sei mesi prima tutto era cominciato con una parola, *anestesia*, Chiara mi fermò con una mano sul petto.
«Una cosa sola» disse piano. «L'ultima che ti chiedo. Non ricordarmi così, con i caffè e le cose giuste. Non voglio essere la cosa giusta di nessuno.» La sua mano salì dal petto al viso. «Dammi un'ora. Poi esci da quella porta e diventiamo bravi per sempre.»
Avrei dovuto dire di no. Lo sapevo con la stessa lucidità con cui avevo saputo ogni cosa, sempre, un attimo troppo tardi.
La seguii dentro.
Non ci fu fretta e non ci fu fame, quell'ultima volta. Ci fu una lentezza da inventario, come se ognuno dei due stesse imparando a memoria qualcosa che sapeva di dover restituire. La spogliai nella stanza degli ospiti con la luce del pomeriggio che filtrava dalle persiane, e baciai ogni cosa per l'ultima volta: la ciocca dietro l'orecchio, la clavicola, la piega del gomito. Mi inginocchiai e le presi i piedi tra le mani, quei piedi che erano stati la prima cosa che avevo visto di lei, la prima sera, sul pavimento di maiolica, e li baciai piano, l'arco, le dita, la caviglia dove il segno del sandalo era ormai pallido come tutto il resto dell'estate.
«Guardami» disse quando la presi, e la guardai, e per la prima volta da quando la conoscevo Chiara pianse mentre facevamo l'amore, in silenzio, senza smettere di muoversi, le lacrime che le scendevano dritte nelle orecchie e i suoi occhi che non si chiudevano mai, nemmeno adesso, nemmeno per piangere.
Dopo, restammo distesi senza toccarci, a guardare il soffitto.
«Adesso vai» disse. «E non salutarmi. I saluti sono per chi parte. Noi non partiamo, Luca. Noi restiamo qui, tutti e due, per sempre, solo in stanze diverse.»
Uscii senza voltarmi. Scesi i gradini del rosmarino, salii in macchina, guidai piano.
Nessuno dei due lo disse, quella volta.
Agosto passò come passano le convalescenze. Lento, bianco, uguale. Non ci scrivemmo. Il numero di Chiara restò nel telefono come resta una cicatrice: non fa più male, ma sai sempre dov'è.
Vidi Andrea due volte, ad agosto, e tutte e due le volte trovai una scusa per vederlo da solo, in città, senza di lei. Se notò qualcosa, non lo disse. Il cantiere di Ravello stava finendo, il committente era contento, e Andrea era pieno di quella stanchezza felice degli uomini che hanno costruito qualcosa.
Poi, l'ultimo venerdì di agosto, mi chiamò.
«Fratello. Stasera Chiara è dalle amiche a Salerno. Io ho due bistecche, una griglia e una bottiglia di aglianico che mi ha regalato il committente. Vieni. Serata tra uomini, come una volta.»
Andai. Che altro potevo fare. Era la prima volta che tornavo alla casa di Cetara da quel giovedì, e salire i gradini del rosmarino senza sapere che lei c'era, sapendo anzi che non c'era, fu un tipo di dolore nuovo, di quelli che non ti aspetti: il dolore dei luoghi che restano identici quando tutto il resto è cambiato.
Mangiammo sul terrazzo. Andrea era di buon umore, poi sempre meno, man mano che la bottiglia scendeva. C'è un momento preciso, negli uomini che bevono, in cui la voce cambia peso. Con Andrea arrivò a metà del secondo bicchiere di amaro, quando il mare sotto di noi era ormai solo un rumore nel buio.
«Posso dirti una cosa che non ho mai detto a nessuno?» disse.
«Certo.»
Girò il bicchiere tra le mani. Guardava il mare, non me.
«Sei anni fa Chiara aveva un altro.»
Il mondo si fermò con un silenzio così totale che sentii le candele bruciare.
«Non so chi fosse» continuò Andrea, piano, con una voce che non gli avevo mai sentito, vecchia, disabitata. «Non l'ho mai saputo e non ho mai voluto saperlo. Ma lo sapevo, capisci? Lo sapevo e basta. Da come tornava a casa. Da come si lavava i capelli in orari strani. Da come era gentile. Era gentile in un modo diverso, come sono gentili le persone che si sentono in debito.» Bevve. «Durò forse un anno. Poi finì, non so come, non so perché. E lei tornò. Non che se ne fosse andata. Tornò e basta, da dentro. E io non ho mai detto una parola. Non una. Ho aspettato che passasse come si aspetta che passi una malattia, zitto, fingendo di dormire.»
«Andrea...»
«Lo so cosa vuoi dire. Perché non ho parlato.» Sorrise, un sorriso che non gli apparteneva. «Perché avevo paura, Luca. Se parlavo, diventava vero. Se diventava vero, dovevo scegliere: perdonarla o perderla. E io non ero capace né di una cosa né dell'altra. Così ho scelto la terza via. Non sapere. Ci vuole una disciplina enorme, sai, per non sapere una cosa che sai. È un lavoro a tempo pieno. Io l'ho fatto per un anno, e poi per altri cinque, perché una volta che impari a non vedere non smetti più. Diventi bravissimo. Diventi cieco di mestiere.»
Il mare respirava nel buio. Io ero seduto immobile con il bicchiere in mano e dentro di me franava ogni cosa, perché ogni parola di Andrea riscriveva questi mesi della mia vita. *Andrea non si accorge di me da sei anni.* Me l'aveva detto lei, e io avevo sentito solo l'abbandono. Non avevo capito il conto. Sei anni. L'altro. La fine dell'altro. E un marito che aveva scelto la cecità come si sceglie un mestiere, e che forse, da sei anni, non si accorgeva di lei perché accorgersi era il lusso che non poteva più permettersi.
«Perché me lo dici adesso?» chiesi. La voce mi uscì strana.
Andrea rimase in silenzio a lungo. Poi si voltò e mi guardò, e nei suoi occhi da cane buono c'era qualcosa che non riuscii a decifrare fino in fondo, e che non ho più smesso di cercare di decifrare da allora.
«Perché ultimamente Chiara è tornata gentile» disse. «Gentile in quel modo. Da qualche settimana. Gentile come chi ha smesso di essere in debito.» Fece una pausa lunghissima. «E io non ce la faccio a rifarlo, Luca. Non ho più l'età per diventare cieco un'altra volta. Se sta ricominciando, o se è appena finito qualcosa, io stavolta ho bisogno che qualcuno mi aiuti a non dover scegliere di nuovo. Capisci? Ho bisogno che chi le sta intorno me la protegga. Che nessuno le si avvicini abbastanza da portarmela via da dentro.»
Mi mise una mano sulla spalla. Come mille altre volte in vent'anni. Ma stavolta la mano pesava in un modo diverso, e la frase che disse dopo la sentii arrivare da lontano, come si sente arrivare un'onda che sai già che sarà troppo grande.
«Tu sei l'unico di cui mi fido, fratello. Tienila d'occhio per me. Se c'è qualcuno, tu prima o poi lo vedrai. Tu vedi tutto, tu.»
E rise, e mi versò l'amaro, e cambiò discorso, e parlammo di Ravello e della montagna a settembre fino a mezzanotte.
Ma io guidai verso casa con le mani strette sul volante e una domanda piantata al centro del petto, una domanda a cui non trovavo risposta e che non riuscivo a smettere di girare da ogni lato.
Perché c'erano solo due possibilità, e non sapevo quale fosse peggiore.
O Andrea non sapeva niente, e aveva appena chiesto all'amante di sua moglie di proteggerla dagli amanti.
O sapeva tutto. E quella sera, con la voce da cieco di mestiere e la mano che pesava sulla mia spalla, il mio migliore amico mi aveva appena chiesto, senza dirlo, senza dirlo mai, di sparire dalla vita di sua moglie.
E non chiederglielo mai.
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