Il fiore del male
di
Ripe (with decay)
genere
pulp
Il sole aveva smesso di martellare sulla testa. La sete non gli dava tregua. Con occhi brucianti tornò a guardarsi intorno. Se la febbre fosse salita ancora di qualche decimo avrebbe finito per ucciderlo.
Si era cercato un riparo dietro cumuli di macerie. Stava di merda. Spezzoni di muro conservavano residui del loro antico significato. Provò a indovinare cosa fossero stati quando si ergevano integri e protettivi sul bordo della strada: un palazzo residenziale; negozi a pianterreno; gruppi di adolescenti impegnati a flirtare – scene di normalità familiare e quotidiana. Fino a quando il mondo non era finito.
Era finito, punto e basta. E ci aveva messo davvero poco. Gli riempivano ancora gli occhi tutte quelle scene raccapriccianti di secoli di civiltà dissolti. Dell’ultima testimoniavano i corpi sparsi ovunque. Era da quella folla spiritata che fuggiva. E anche trovato il precario rifugio non aveva smesso un solo momento di essere certo di stare per morire.
I pazzi si erano letteralmente fatti a pezzi. Le loro urla avevano echeggiato a lungo nel cielo terso sopra la città morta. E quando era calato il silenzio non aveva osato muoversi. Temeva che i superstiti stessero aspettando solo quel frangente per piombargli addosso.
Tirò fuori la pistola per interrogarla. Cinque proiettili. Bene. Gli sarebbero serviti. L’ultimo, per infilarselo in mezzo alle tempie. Ma non voleva essere troppo precipitoso. Soprattutto non voleva…
Gli si rizzarono i capelli. Non era più solo. Aveva timore di spostare gli occhi, ma non poteva affidarsi alla speranza poco realistica che l’intruso passasse oltre senza scorgerlo.
Il movimento furtivo di un’ombra. Il cuore gli si fermò. Una ragazza. Giovane. Vestiti logori e stracciati. Corti capelli scarmigliati. Biondi. Dietro lo sporco e la sofferenza un viso carino. Occhi interrogativi, nelle pupille la frenetica attività del cervello. Forse stava valutando quanto quella misera figura accovacciata potesse rappresentare un pericolo.
Restarono a fissarsi senza muovere un muscolo, senza spiccicare una parola. Scoprì che non ne sarebbe neppure stato in grado, perché le forze gli erano mancate. Allora capì che era fottuto in ogni caso. Un sorriso torvo e sardonico gli arricciò le labbra. “Non avere paura” le disse, e aggiunse sibillino: “Se rimani a distanza non hai nulla da temere”.
La tipa sedette sul bordo del vano motore di un’auto vandalizzata: i vetri infranti, i sedili divelti, il volante gettato sull’asfalto, sangue e escrementi e altro di innominabile. Anche lui aveva provato a infilarcisi dentro ma ne era scappato subito.
“Non ho nulla da temere” rispose piccata. “Ne ho già affrontate, e come vedi, sono ancora qui”.
“Non è me che devi temere, ma ciò che è dentro di me”.
Si sentì vivisezionato come una cavia da laboratorio. Forse non era del tutto convinta delle sue parole. Sul volto l’espressione indecifrabile divenne ancora più criptica. Improvvisamente gli parve decrepita, come se vi si fosse depositata la polvere millenaria di un sarcofago egizio.
“Non è detto”.
La fissò con intensità. Piegò il capo di lato, ascoltando la vocina interiore che da un po’ di tempo a quella parte si era messa a sproloquiare dentro di lui. Era quella voce ad avergli assicurato che era spacciato. “Davvero? Non so se invidiarti o compiangerti”. Poi guardò verso il cielo e glielo indicò. “Tra qualche ora sarà tutto finito. Vuoi vedere un uomo che muore?”
Si piegò sulle ginocchia. Era tutta occhi, in un modo che faceva quasi paura. “Non mi interessa la tua morte”.
“Peccato” replicò amareggiato. Rovistò tra le pieghe del gilet stracciato. Ne tirò fuori una sigaretta, prese a giocarci con fare assorto. “Avrebbe potuto essere un’esperienza istruttiva”.
Lei indicò il vizio tra le dita. “Non te l’hanno detto che fa male?” Lo sconosciuto soffocò una flebile risata. “Cosa facevi prima?”
L’uomo esaminò da tutti i lati e sotto tutti i punti di vista la sigaretta trattenuta delicatamente in mezzo ai polpastrelli. “Il medico”. Poi annuì, soprapensiero, puntandola verso di lei come se gliene offrisse un tiro pirata. “Sai quanti ne ho visti morire, tra atroci sofferenze? E tutto per cose piccole e stupide come questa”. E aggiunse: “Tu invece?”
“Studiavo”.
“Fammi indovinare: medicina”. La ragazza annuì. Lui si soffermò a squadrarla da capo a piedi, perplesso. “Fuori corso?”
“Un po'”.
“Quanto mancava?”
“La prossima settimana dovevo discutere la tesi”.
“Una seccatura”.
“Già “.
Sì, c’era qualcosa che non andava. Ormai troppi segnali parlavano chiaro. Un tremore incontrollato si impossessò del corpo, diventò convulsivo. Sudava copiosamente. Avvertì prurito dietro i lobi delle orecchie, intorno al collo, alle ascelle, all’inguine. E pian piano il prurito si convertì in sordo dolore. Sapeva che presto sarebbe diventato insopportabile. Tuttavia riusciva a mantenere una calma glaciale. Di sicuro quella ragazza era l’ultima persona a vederlo vivo, non voleva lasciare una cattiva impressione.
“Sai da quanto la conservo per questo momento?” interloquì all’improvviso più come parlando a sé stesso. Le puntò addosso il bocchino, ripetendo con le nocche un gesto caratteristico, come se bussasse a un’invisibile porta. Ma quella porta era lei, quella porta era il suo ventre. “Quanto ha?”
“Devi essere stato un buon medico”, gli concesse. Poi, accarezzandosi il grembo che iniziava a gonfiarsi, mormorò: “Quattro mesi”.
“Anche se per poco, sono ancora un buon medico” protestò appellandosi all’orgoglio professionale ferito. Scosse la testa. “Ci vuole del coraggio per fare quello che stai facendo, più di quanto ne serve a me per morire. Un padre ce l’ha?”
“Non conta”.
Fece una smorfia. Era una risposta che aveva sentito ripetere spesso quando prestava servizio nei centri di accoglienza notturni: puerpere adolescenti in fuga da casa, madri instabili – in tutte all’orgoglio subentrava il tracollo delle finte certezze, la paura e la disperazione per l’immediato futuro. Occhi fino allora asciutti, aridi di ogni emozione, si riempivano di lacrime.
“Non ho più voglia né motivo di piangere”, disse, quasi avesse letto nel pensiero.
Annuì. “Sì, neppure io ne ho più voglia o motivo”. Appoggiò in bilico la sigaretta e tornò a frugarsi addosso. “Ho qualcosa per te”, la informò mentre estraeva una pistola. La vide con la coda dell’occhio scattare in piedi per indietreggiare. “Buona”, la tranquillizzò. “Quel qualcosa non è un proiettile”. Fece carambolare l’arma a qualche metro di distanza. Recuperò anche una boccetta di disinfettante. “Prendila. Ti servirà. L’ho usata per la prima ed ultima volta qualche giorno fa. Una banda voleva farmi la pelle. Ho sparato in aria per disperderli. Ma ti giuro, è stato il rumore più spaventoso che abbia mai sentito. Dopotutto non mi sono mai abituato alla morte. E a ogni buon conto” aggiunse, “fai uso del gel, non si sa mai”.
La ragazza recuperò la pistola. Era furtiva e circospetta come un animale. Dopo averla impugnata la fissò in modo inquietante. Si mise in ginocchio, la soppesò, fece scivolare fuori il caricatore. Poi si avvicinò a quattro zampe al buon dottore. “Non sprecare pallottole”, la redarguì con un soprassalto dell’attaccamento alla vita che anche il condannato serba fino all’ultimo istante. Non intendeva perdere la sua sigaretta.
“Non ti preoccupare”. E intanto continuava a avvicinarsi.
“Stai lontana”, disse allarmato. Non credeva molto alla storia della sua immunità. “Cosa credi di dimostrare?”
“Niente”.
Quando gli fu sopra slacciò i pantaloni, tirò fuori il membro e prese a masturbarlo finché non raggiunse un’erezione sufficiente per prenderlo in bocca. Ingoiò fino all’ultima goccia di sperma. L’uomo, frastornato, sfinito, assaporando quello strano dono mormorò con voce arrochita: “Non viene trasmesso attraverso i rapporti sessuali”.
“Questo?”, fu la risposta della ragazza mentre si puliva le labbra con il dorso della mano. Perlacei filamenti del suo seme si spezzavano per essere raccolti dalla lingua affamata. “Volevo solo farti un pompino”. Poi si protese e lo baciò in bocca. “Mi piaci”.
“Anche tu. Come ti chiami?”
Si strinse nelle spalle. “Che importa? Allevio le sofferenze degli uomini”.
“Ho avuto modo, mi hai quasi ucciso”.
“Vuoi morire di piacere?”
“Non credo che sia più possibile”.
Lo guardò con una intensità folle. Gli sembrò di venire risucchiato nei suoi occhi. “Sei sicuro?”
Si spogliò nuda. Il corpo era così perfetto, lei così bella e seducente, che l’uomo ebbe una seconda erezione. Era così duro da far male. La ragazza salì sopra di lui, accompagnò l’uccello nella fica e iniziò dapprima quasi dolce e pudica, via via con sempre maggiore frenesia a cavalcarlo. Era brava. Sentì la saliva schiumare fuori dalla bocca. Un seno perfetto si ergeva a fil di labbra. “Mordi”, gli ingiunse. “Mordimi i capezzoli”. Lo fece. “Più forte, più forte!” Non poteva disubbidire. Li strinse tra i denti finché il gusto del sangue non gli invase il palato. La udì gemere e ripetere “sì! sì! sì!” Il sangue colava dalle mammelle. Il rapporto non finiva mai. Ma quando vennero insieme la seconda eiaculazione fu tanto prolungata che si afflosciò svuotato. Le contrazioni della fica della ragazza erano ferree come una morsa che si apre e si chiude.
“Hai goduto?”
“Come mai prima”, confessò.
Lo baciò di nuovo, raccolse la sigaretta caduta, la infilò tra le dita tremanti. “Tienila stretta”.
Annuì. “D’accordo. Anche tu mi piaci. Grazie per quello che hai fatto. Ho apprezzato. Sei davvero brava. E fai paura. Sei clinica”.
“Da tso?”
“Sì, sei completamente pazza”. Ridacchiò, riprendendo la posizione a distanza di sicurezza. “Davvero, non so se la tua è una fortuna o una maledizione”.
Scrollò le spalle. “Fa lo stesso”.
Ricadde il silenzio. Conversarono del più e del meno. Infine decise che era giunto il momento di accendere e ne aspirò alcune boccate. Prima di averla finita era stramazzato al suolo.
Davanti a lui, dove prima c’erano stati alcuni metri di asfalto devastato, detriti e corpi maciullati, si apriva una larga chiazza nera, come il fiore di un incendio spento. Un feto mostruoso, mezzo umano mezzo demone, si contorceva con movimenti sempre più lenti, agonizzando orribilmente. L’ombra che vorticava sopra la lugubre scena ebbe un ultimo meraviglioso spasmo di piacere prima di dissolversi come un incubo alle prime luci delle stelle.
Si era cercato un riparo dietro cumuli di macerie. Stava di merda. Spezzoni di muro conservavano residui del loro antico significato. Provò a indovinare cosa fossero stati quando si ergevano integri e protettivi sul bordo della strada: un palazzo residenziale; negozi a pianterreno; gruppi di adolescenti impegnati a flirtare – scene di normalità familiare e quotidiana. Fino a quando il mondo non era finito.
Era finito, punto e basta. E ci aveva messo davvero poco. Gli riempivano ancora gli occhi tutte quelle scene raccapriccianti di secoli di civiltà dissolti. Dell’ultima testimoniavano i corpi sparsi ovunque. Era da quella folla spiritata che fuggiva. E anche trovato il precario rifugio non aveva smesso un solo momento di essere certo di stare per morire.
I pazzi si erano letteralmente fatti a pezzi. Le loro urla avevano echeggiato a lungo nel cielo terso sopra la città morta. E quando era calato il silenzio non aveva osato muoversi. Temeva che i superstiti stessero aspettando solo quel frangente per piombargli addosso.
Tirò fuori la pistola per interrogarla. Cinque proiettili. Bene. Gli sarebbero serviti. L’ultimo, per infilarselo in mezzo alle tempie. Ma non voleva essere troppo precipitoso. Soprattutto non voleva…
Gli si rizzarono i capelli. Non era più solo. Aveva timore di spostare gli occhi, ma non poteva affidarsi alla speranza poco realistica che l’intruso passasse oltre senza scorgerlo.
Il movimento furtivo di un’ombra. Il cuore gli si fermò. Una ragazza. Giovane. Vestiti logori e stracciati. Corti capelli scarmigliati. Biondi. Dietro lo sporco e la sofferenza un viso carino. Occhi interrogativi, nelle pupille la frenetica attività del cervello. Forse stava valutando quanto quella misera figura accovacciata potesse rappresentare un pericolo.
Restarono a fissarsi senza muovere un muscolo, senza spiccicare una parola. Scoprì che non ne sarebbe neppure stato in grado, perché le forze gli erano mancate. Allora capì che era fottuto in ogni caso. Un sorriso torvo e sardonico gli arricciò le labbra. “Non avere paura” le disse, e aggiunse sibillino: “Se rimani a distanza non hai nulla da temere”.
La tipa sedette sul bordo del vano motore di un’auto vandalizzata: i vetri infranti, i sedili divelti, il volante gettato sull’asfalto, sangue e escrementi e altro di innominabile. Anche lui aveva provato a infilarcisi dentro ma ne era scappato subito.
“Non ho nulla da temere” rispose piccata. “Ne ho già affrontate, e come vedi, sono ancora qui”.
“Non è me che devi temere, ma ciò che è dentro di me”.
Si sentì vivisezionato come una cavia da laboratorio. Forse non era del tutto convinta delle sue parole. Sul volto l’espressione indecifrabile divenne ancora più criptica. Improvvisamente gli parve decrepita, come se vi si fosse depositata la polvere millenaria di un sarcofago egizio.
“Non è detto”.
La fissò con intensità. Piegò il capo di lato, ascoltando la vocina interiore che da un po’ di tempo a quella parte si era messa a sproloquiare dentro di lui. Era quella voce ad avergli assicurato che era spacciato. “Davvero? Non so se invidiarti o compiangerti”. Poi guardò verso il cielo e glielo indicò. “Tra qualche ora sarà tutto finito. Vuoi vedere un uomo che muore?”
Si piegò sulle ginocchia. Era tutta occhi, in un modo che faceva quasi paura. “Non mi interessa la tua morte”.
“Peccato” replicò amareggiato. Rovistò tra le pieghe del gilet stracciato. Ne tirò fuori una sigaretta, prese a giocarci con fare assorto. “Avrebbe potuto essere un’esperienza istruttiva”.
Lei indicò il vizio tra le dita. “Non te l’hanno detto che fa male?” Lo sconosciuto soffocò una flebile risata. “Cosa facevi prima?”
L’uomo esaminò da tutti i lati e sotto tutti i punti di vista la sigaretta trattenuta delicatamente in mezzo ai polpastrelli. “Il medico”. Poi annuì, soprapensiero, puntandola verso di lei come se gliene offrisse un tiro pirata. “Sai quanti ne ho visti morire, tra atroci sofferenze? E tutto per cose piccole e stupide come questa”. E aggiunse: “Tu invece?”
“Studiavo”.
“Fammi indovinare: medicina”. La ragazza annuì. Lui si soffermò a squadrarla da capo a piedi, perplesso. “Fuori corso?”
“Un po'”.
“Quanto mancava?”
“La prossima settimana dovevo discutere la tesi”.
“Una seccatura”.
“Già “.
Sì, c’era qualcosa che non andava. Ormai troppi segnali parlavano chiaro. Un tremore incontrollato si impossessò del corpo, diventò convulsivo. Sudava copiosamente. Avvertì prurito dietro i lobi delle orecchie, intorno al collo, alle ascelle, all’inguine. E pian piano il prurito si convertì in sordo dolore. Sapeva che presto sarebbe diventato insopportabile. Tuttavia riusciva a mantenere una calma glaciale. Di sicuro quella ragazza era l’ultima persona a vederlo vivo, non voleva lasciare una cattiva impressione.
“Sai da quanto la conservo per questo momento?” interloquì all’improvviso più come parlando a sé stesso. Le puntò addosso il bocchino, ripetendo con le nocche un gesto caratteristico, come se bussasse a un’invisibile porta. Ma quella porta era lei, quella porta era il suo ventre. “Quanto ha?”
“Devi essere stato un buon medico”, gli concesse. Poi, accarezzandosi il grembo che iniziava a gonfiarsi, mormorò: “Quattro mesi”.
“Anche se per poco, sono ancora un buon medico” protestò appellandosi all’orgoglio professionale ferito. Scosse la testa. “Ci vuole del coraggio per fare quello che stai facendo, più di quanto ne serve a me per morire. Un padre ce l’ha?”
“Non conta”.
Fece una smorfia. Era una risposta che aveva sentito ripetere spesso quando prestava servizio nei centri di accoglienza notturni: puerpere adolescenti in fuga da casa, madri instabili – in tutte all’orgoglio subentrava il tracollo delle finte certezze, la paura e la disperazione per l’immediato futuro. Occhi fino allora asciutti, aridi di ogni emozione, si riempivano di lacrime.
“Non ho più voglia né motivo di piangere”, disse, quasi avesse letto nel pensiero.
Annuì. “Sì, neppure io ne ho più voglia o motivo”. Appoggiò in bilico la sigaretta e tornò a frugarsi addosso. “Ho qualcosa per te”, la informò mentre estraeva una pistola. La vide con la coda dell’occhio scattare in piedi per indietreggiare. “Buona”, la tranquillizzò. “Quel qualcosa non è un proiettile”. Fece carambolare l’arma a qualche metro di distanza. Recuperò anche una boccetta di disinfettante. “Prendila. Ti servirà. L’ho usata per la prima ed ultima volta qualche giorno fa. Una banda voleva farmi la pelle. Ho sparato in aria per disperderli. Ma ti giuro, è stato il rumore più spaventoso che abbia mai sentito. Dopotutto non mi sono mai abituato alla morte. E a ogni buon conto” aggiunse, “fai uso del gel, non si sa mai”.
La ragazza recuperò la pistola. Era furtiva e circospetta come un animale. Dopo averla impugnata la fissò in modo inquietante. Si mise in ginocchio, la soppesò, fece scivolare fuori il caricatore. Poi si avvicinò a quattro zampe al buon dottore. “Non sprecare pallottole”, la redarguì con un soprassalto dell’attaccamento alla vita che anche il condannato serba fino all’ultimo istante. Non intendeva perdere la sua sigaretta.
“Non ti preoccupare”. E intanto continuava a avvicinarsi.
“Stai lontana”, disse allarmato. Non credeva molto alla storia della sua immunità. “Cosa credi di dimostrare?”
“Niente”.
Quando gli fu sopra slacciò i pantaloni, tirò fuori il membro e prese a masturbarlo finché non raggiunse un’erezione sufficiente per prenderlo in bocca. Ingoiò fino all’ultima goccia di sperma. L’uomo, frastornato, sfinito, assaporando quello strano dono mormorò con voce arrochita: “Non viene trasmesso attraverso i rapporti sessuali”.
“Questo?”, fu la risposta della ragazza mentre si puliva le labbra con il dorso della mano. Perlacei filamenti del suo seme si spezzavano per essere raccolti dalla lingua affamata. “Volevo solo farti un pompino”. Poi si protese e lo baciò in bocca. “Mi piaci”.
“Anche tu. Come ti chiami?”
Si strinse nelle spalle. “Che importa? Allevio le sofferenze degli uomini”.
“Ho avuto modo, mi hai quasi ucciso”.
“Vuoi morire di piacere?”
“Non credo che sia più possibile”.
Lo guardò con una intensità folle. Gli sembrò di venire risucchiato nei suoi occhi. “Sei sicuro?”
Si spogliò nuda. Il corpo era così perfetto, lei così bella e seducente, che l’uomo ebbe una seconda erezione. Era così duro da far male. La ragazza salì sopra di lui, accompagnò l’uccello nella fica e iniziò dapprima quasi dolce e pudica, via via con sempre maggiore frenesia a cavalcarlo. Era brava. Sentì la saliva schiumare fuori dalla bocca. Un seno perfetto si ergeva a fil di labbra. “Mordi”, gli ingiunse. “Mordimi i capezzoli”. Lo fece. “Più forte, più forte!” Non poteva disubbidire. Li strinse tra i denti finché il gusto del sangue non gli invase il palato. La udì gemere e ripetere “sì! sì! sì!” Il sangue colava dalle mammelle. Il rapporto non finiva mai. Ma quando vennero insieme la seconda eiaculazione fu tanto prolungata che si afflosciò svuotato. Le contrazioni della fica della ragazza erano ferree come una morsa che si apre e si chiude.
“Hai goduto?”
“Come mai prima”, confessò.
Lo baciò di nuovo, raccolse la sigaretta caduta, la infilò tra le dita tremanti. “Tienila stretta”.
Annuì. “D’accordo. Anche tu mi piaci. Grazie per quello che hai fatto. Ho apprezzato. Sei davvero brava. E fai paura. Sei clinica”.
“Da tso?”
“Sì, sei completamente pazza”. Ridacchiò, riprendendo la posizione a distanza di sicurezza. “Davvero, non so se la tua è una fortuna o una maledizione”.
Scrollò le spalle. “Fa lo stesso”.
Ricadde il silenzio. Conversarono del più e del meno. Infine decise che era giunto il momento di accendere e ne aspirò alcune boccate. Prima di averla finita era stramazzato al suolo.
Davanti a lui, dove prima c’erano stati alcuni metri di asfalto devastato, detriti e corpi maciullati, si apriva una larga chiazza nera, come il fiore di un incendio spento. Un feto mostruoso, mezzo umano mezzo demone, si contorceva con movimenti sempre più lenti, agonizzando orribilmente. L’ombra che vorticava sopra la lugubre scena ebbe un ultimo meraviglioso spasmo di piacere prima di dissolversi come un incubo alle prime luci delle stelle.
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