Senza confini

di
genere
sentimentali

Quando rientrava e sbatteva la porta in quel modo sentiva già montare l’affanno. Carlo era un bravo ragazzo ma era sempre stato collerico e privo di controllo per le più inutili facezie e sembrava quasi provare un gusto perverso nel metterla a disagio, ben sapendo che tutte le sue armi erano spuntate.
“Ciao Carlo” disse sua madre. “Com’è andata oggi?”
In risposta ebbe soltanto un mezzo grugnito. Sempre incazzato e in lotta con il mondo – ma soprattutto era convinta che ce l’avesse con lei.
“Vai a cambiarti, non è ancora pronto”.
Si era girata verso i fornelli. Un sentimento di pudore e di imbarazzo le aveva fatto avvampare le guance. Si sentiva come una bambina quando quel suo ragazzo che le aveva strappato sedici terribili ore di travaglio rivolgeva verso di lei sguardi così carichi di astio e rancore. Come se tutti gli anni che erano seguiti, di amore e dedizione, non contassero nulla, fossero solo un fastidio.
Lo sapeva: alla fonte di tutto era situato l’evento della separazione e da quell’incidente sgorgavano tutti i veleni.
Nonostante ogni tentativo di giustificare la fine del rapporto tra lei e il padre prima che avvenisse l’irreparabile non aveva mai voluto darsi pace. Erano trascorsi anni dalle udienze in tribunale ma la ferita era rimasta aperta, la vendetta sempre a fior di labbra con parole usate come armi. Non aveva modo di appurarlo ma l’esperienza le insegnava che l'oscurità insita nel cuore del ragazzo la chiamava ogni volta di ritorno dall’altra casa, dove nel frattempo si era formata una nuova famiglia e dove Carlo sembrava trovarsi più a suo agio. Vacci allora, aveva l’istinto di urlargli in faccia. Ma subito ricacciava le parole in gola per paura che potesse farlo davvero e lasciarla sola. L’istinto le diceva che a inculcargli certe idee in testa era sempre stato il padre fin da subito, nel tentativo spudorato di trasmettere il suo odio.
Cenarono in silenzio. Carlo rifuggiva il suo sguardo. Con gli occhi lei tentava di penetrare la barriera di incomunicabilità. “Com’è andata oggi?” Le parole cadevano nel vuoto. Le sentiva anche lei inutili e di nessun conto, infinita ripetizione di un dialogo inesistente. Carlo si alzò per sciacquare il piatto, la testa infilata nello smartphone.
Com’è andata oggi… Non aveva altre parole per trasmettere la grandezza del sentimento e dell’emozione materni nei confronti di questo suo scontroso ragazzo? Era una formula così trita da dare la nausea. Carlo si rifiutò di rispondere. E lei rinunciò a parlare.
Si comportavano come separati in casa. Peggio, come nemici, nemici in attesa di uno spiraglio di debolezza attraverso cui colpire.
Si asciugò pudicamente le lacrime che le bagnavano le guance mentre riponeva le stoviglie e udiva il loro reciproco silenzio allargarsi come una macchia di petrolio in tutti gli spazi della casa. Sarebbe mai finita quella guerra?
Transitò davanti alla porta della sua camera. L’ultima volta che si erano scambiati la buonanotte aveva i baffetti adolescenziali sopra il labbro. Il tarlo logorava dall’interno con la solerzia di una scavatrice tanto più potente e inarrestabile quanto lo era l’autorità di quella voce.
Pur senza alcun fondamento il padre doveva aver messo in dubbio la moralità della donna che lo aveva messo al mondo, dipingendola come facile agli abbandoni e agli eccessi. Leggeva negli sguardi sempre più cupi e ritrosi il disprezzo con cui l’uomo che stava erompendo dalla crisalide della pubertà degnava la femmina degradata a puttana. E ciò la faceva ammattire perché non era mai stata come lui la dipingeva. Per tutto il tempo che era durato il matrimonio non aveva rotto il giuramento di fedeltà e non per quiescenza ai logori dettami di una fede che neppure nutriva. E anche dopo la rottura, l’avversione verso l’universo maschile l’aveva trattenuta dal ricascarci. Mai più relazioni, di nessun tipo, intensità, durata. Si era addirittura dimenticata come si facesse l’amore. E a forza di non farlo aveva dimenticato anche il desiderio.
Aveva sempre dovuto rinunciare alla propria femminilità. Durante le sequenze più crudeli del naufragio del loro matrimonio lui non aveva mai fatto mancare la gratuità della cattiveria fine a sé stessa. “Ma guardati. Sei sfasciata come uno strofinaccio”, la insultava anche se non era vero. Ma dietro gli insulti cresceva il bubbone della gelosia. C'erano stati uomini che sempre, anche quando aveva perso lo smalto dei vent'anni, la mangiavano con gli occhi come il piatto prelibato di un buffet. Venuti a conoscenza della stupidità del marito si erano gettati all’arrembaggio, sperando di trovare terreno fragile per le loro voglie spudorate. Aveva resistito a tutto e a tutti. Non gliela avrebbe data vinta, non gli avrebbe concesso di tramandarla ai posteri con la nomea che suggeriva persino all’orecchio del figlio.
Certo, occasioni per fargli storcere il naso non erano mancate. Come la volta che l’aveva accompagnato al concerto di una cantante che piaceva a entrambi – i gusti musicali erano una delle poche cose in comune. Si era accodata al gruppo degli amici. Già questo aveva provocato imbarazzo. Ma il peggio era stato il déshabillé con cui si era presentata: minigonna e t-shirt senza reggiseno. Una sventola. Quarantasette anni portati magnificamente, lo sguardo rapito dei ragazzi a confermarlo, i commenti sulla Milf che dava dei punti alle amichette rancorose, piene di dubbi e di acme. Inutile sprecare fiato a spiegare l’oppressione degli abiti imposti dal gusto pruriginoso del patriarcato imperante quando fuori, in mezzo alla calca di un concerto, dentro il catino chiuso di un palazzetto, ci sono 35° di un'afosa serata agostana! Ma aveva desiderio di gioventù, di stare in mezzo ai ragazzi per sentirsi ancora e per l’ultima volta come se avesse i loro anni – per sentirsi ancora viva. Poi le luci si erano spente, la realtà le era crollata addosso e a casa era rimasta sola perché Carlo aveva deciso di punto in bianco di dormire da papà per quella notte. Chissà cosa si erano detti…
L’unica cosa che voleva, era sentirsi dire sinceramente da suo figlio “mamma, ti voglio bene”. Un dono che mancava da così tanto tempo che dubitava di averglielo mai sentito.
Aspettò nel buio della casa silenziosa interrotto solo dalla piccola griglia di fuoco dei led sotto lo scolapiatti e dal portatile di Carlo che sfarfallava contro la parete opposta del corridoio.
La vita delle strade si spense, il tramestio dalla camera del figlio si acquietò. Si alzò per spegnere la luce, tornò a sedere. I minuti si frantumavano a terra. Aveva quasi paura di muoversi. Le sembrava di essere caduta dentro una trappola stregata. Solo quando il rintocco dell’una la destò dal dormiveglia si decise a andare a letto.
Per farlo passò davanti alla camera di Carlo. Dormiva. Entrò di soppiatto, gli sfiorò delicatamente la fronte, vi appoggiò le labbra. Sperò che quel gesto penetrando le coltri del sonno potesse infondergli calma e pace.
Calma e pace che lei non conosceva. Avrebbe dovuto attendere che il vortice dei cattivi pensieri, dei presentimenti, che l’ansia per il futuro gettassero la spugna e le permettessero di prendersi alcune ore di sonno inquieto e senza ristoro. Ma alla fine come una lunga e dolce carezza anche la notte entrò dentro di lei.

Si svegliò con languore. La camera era in penombra. Contrariamente a quanto ricordava trovò la porta spalancata. Richiuse gli occhi ed emise un sospiro. Realizzò all’istante di avere le cosce aperte, che le stavano mangiando la fica. Sapeva che quella lingua affamata non poteva appartenere che a Carlo ma lo stesso tastò alla cieca i contorni della testa e anziché respingerlo lo costrinse ad immergersi fino in fondo nelle delizie del suo sesso. Lo abbracciò tra le gambe, solleticò la schiena con le dita dei piedi. I brividi del corpo del figlio le confermarono il piacere che gli stava procurando. “Così, bambino mio”, lo incitò.
“Mamma, oh mamma”, soffocava Carlo accelerando il lavoro della lingua. Fu allontanato bruscamente. “No!”, implorò.
“Tranquillo, bambino mio. Vieni da me”.
Aveva spalancato le gambe. Avvertì la prima penetrazione come se una diga avesse ceduto. Carlo iniziò lentamente, poi accelerò. Sua madre ansimava. Il membro del ragazzo era gigantesco, o così le trasmetteva impazzita la fica colpita a raffica. Urlò. Conobbe l’orgasmo più intenso della sua vita. Anche lui si sciolse. La donna non riusciva quasi a respirare, credette di morire.
Restarono avvinghiati l'uno all’altra per un tempo infinito, ma poi la voglia li riprese. Sua madre lo girò, sistemò i cuscini perché potesse attaccarsi a lei. “Vieni, piccolo mio”, lo scongiurò. Le labbra di suo figlio si appesero ai capezzoli e dopo averli assaggiati, tastati, mordicchiati, presero a succhiare con forza tormentosa. La mareggiata dei ricordi la travolse. Era come precipitare indietro nel tempo, giovane mamma, colta a masturbarsi mentre il neonato poppava. Lo cavalcò senza freni. “Ti amo mamma, ti ho sempre amata”, le diceva intanto e quelle parole anziché atterrirla la riempivano di felicità. “Anch'io ti amo bambino mio”, rispose piangendo e godendo.
Il secondo orgasmo che le diede fu straziante. Il cazzo di Carlo la riempiva completamente e se la natura lo avesse permesso non lo avrebbe mai più lasciato, si sarebbe incollata al figlio fino all'ultimo respiro.
Si sdraiarono. Lui la abbracciava. “Non voglio che nessuno ti porti via da me”, le ripeteva di tanto in tanto. Il cruccio di aver ricevuto il suo sperma senza ancora essere in menopausa la visitò appena. Era più forte la tentazione di rimanere incinta di lui: gli avrebbe dato mille figli se fosse stata più giovane.
La mattina scoprì la luce del sole furtiva sulle linee del giovane corpo e ne provò gelosia. Era ancora stordita di piacere e non voleva saziarsi mai. Appoggiò entrambe le mani sul ventre.
E se fosse davvero rimasta incinta? Che cosa sarebbe accaduto di loro, cosa a quel frutto dell’incesto? Eppure anche l’incesto era amore. Non si trattava che di una parola immersa in un contesto ostile. Sancita la salute del feto da analisi approfondite non avrebbe mai acconsentito all’aborto. Sarebbe rimasto con astuzia un figlio dell’amore, ma quale amore non si sarebbe mai scoperto. «Dio ti prego fammi madre e amante per sempre di mio figlio», implorava follemente nell’ora più dolce in cui la città non si è ancora svegliata del tutto. Fremeva di desiderio ed era eccitata.
“Se esistesse un luogo sulla terra dove madre e figlio possono sposarsi” le disse all’improvviso Carlo come se avesse letto nei suoi pensieri “tu saresti per sempre mia, mamma”.
E con quelle parole nelle orecchie che suonavano a festa lo accolse di nuovo dentro di lei. Quel giorno lo fecero così tante volte che si dimenticarono di tutto il resto.
scritto il
2026-05-24
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